Privacy: guida all’ applicazione del Regolamento europeo

Privacy: guida all’ applicazione del Regolamento europeo

La Guida intende offrire un panorama delle principali problematiche che imprese e soggetti pubblici dovranno tenere presenti in vista della piena applicazione del regolamento europeo privacy, prevista il 25 maggio 2018.

Attraverso raccomandazioni specifiche vengono suggerite alcune azioni che possono essere intraprese sin d’ora perché fondate su disposizioni precise del regolamento privacy che non lasciano spazi a interventi del legislatore nazionale (come invece avviene per altre norme del regolamento, in particolare quelle che disciplinano i trattamenti per finalità di interesse pubblico ovvero in ottemperanza a obblighi di legge).

Vengono, inoltre, segnalate alcune delle principali novità introdotte dal regolamento privacy rispetto alle quali sono suggeriti possibili approcci.

Il regolamento conferma che ogni trattamento deve trovare fondamento in un’idonea base giuridica.

I fondamenti di liceità del trattamento sono indicati all’art. 6 del regolamento e coincidono, in linea di massima, con quelli previsti attualmente dal Codice privacy – d.lgs. 196/2003:

  • consenso,
  • adempimento obblighi contrattuali,
  • interessi vitali della persona interessata o di terzi,
  • obblighi di legge cui è soggetto il titolare,
  • interesse pubblico o esercizio di pubblici poteri,
  • interesse legittimo prevalente del titolare o di terzi cui i dati vengono comunicati).

Le misure di sicurezza

Le misure di sicurezza devono “garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio” del trattamento (art. 32, paragrafo 1); in questo senso, la lista di cui al paragrafo 1 dell’art. 32 è una lista aperta e non esaustiva (“tra le altre, se del caso”). Per lo stesso motivo, non potranno sussistere dopo il 25 maggio 2018 obblighi generalizzati di adozione di misure “minime” di sicurezza (ex art. 33 Codice) poiché tale valutazione sarà rimessa, caso per caso, al titolare e al responsabile in rapporto ai rischi specificamente individuati come da art. 32 del regolamento.

Per approfondire

Scarica: Guida all’ applicazione del Regolamento europeo

 

La relazione unitaria del collegio sindacale

La relazione unitaria del collegio sindacale

Il Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili (CNDCEC) ha reso disponibile il documento “La relazione unitaria di controllo societario del collegio sindacale incaricato della revisione legale dei conti”.

Il documento, che fornisce la versione aggiornata del documento rilasciato nel marzo 2017, tiene conto dei molteplici cambiamenti intervenuti nel frattempo proprio nella disciplina della relazione di revisione.

Il testo aggiornato tiene conto anche della recente emanazione del documento “Approccio metodologico alla revisione legale dei conti da parte del collegio sindacale nelle imprese di dimensioni minori “, nel quale si è proposta una nuova versione della metodologia suggerita dal Consiglio nazionale dei commercialisti per rispondere, in linea con l’audit risk model, alle esigenze di miglioramento della qualità degli incarichi.

Il testo conserva la struttura delle precedenti edizioni, illustrando dapprima la struttura della relazione unitaria, quindi le novità derivanti dalla intervenuta riforma, i riferimenti alla vigilanza e alle osservazioni in merito al bilancio, infine uno schema-tipo di relazione.

Premio Gaetano Marzotto

Premio Gaetano Marzotto

Parte l’ottava edizione del Premio Gaetano Marzotto che, con oltre 2 milioni e mezzo di euro di montepremi, si conferma la competizione più ricca d’Italia ma anche molto di più.

Premio Gaetano Marzotto cerca nuovi imprenditori e costruttori di futuro che siano in grado di far convivere innovazione, impresa e società. Il Premio vuole contribuire a creare una piattaforma dell’innovazione italiana e le condizioni ambientali per un cambio di paradigma, sostenendo la nascita di nuova impresa in Italia.

Un percorso sempre più nell’ottica dell’ open innovation e di un processo di internazionalizzazione, per una condivisione reale e costruttiva di saperi, visioni, modelli, rischi e benefici tra grandi aziende e giovani imprese innovative, all’interno di una rete sempre più globale.

Sviluppo internazionale, progetti di open innovation con big corporate e un network sempre più allargato di partner, ne fanno ormai una piattaforma di riferimento per il sistema italiano dell’innovazione a supporto delle startup e delle PMI innovative.

Premi

Il montepremi di oltre 2 milioni e mezzo di euro tra premi in denaro e percorsi di affiancamento è ripartito tra le 15 categorie di concorso:

Premio per l’impresa, Premio dall’idea all’impresa, Amazon Launchpad Award, Premio Speciale Accenture, Premio Speciale Amazon Web Services, Premio Speciale Capitol One|Copernico|Marzotto Venture Accelerator, Premio Speciale Cisco, Premio Speciale Corporate Fast Track, Premio Speciale Engineering Ingegneria Informatica, Premio Speciale EY, Premio Speciale Invitalia, Premio Speciale Italcementi | HeidelbergCement Group, Premio Speciale Microsoft, Premio Speciale Repower, Premio Speciale UniCredit Start Lab.

Scadenza per partecipare

Scadenza per partecipare: il 14 maggio.

Per approfondire

Premi e requisiti di partecipazione ai premi

Startup Survey, la prima indagine nazionale sulle nuove imprese innovative

Startup Survey, la prima indagine nazionale sulle nuove imprese innovative

Riportiamo il comunicato stampa del MISE sulla prima indagine sulle startup in Italia. Alcuni dati appaiono di difficile interpretazione e controintuitivi. Probabilmente perché pur rispettando la definizione normativa molte startup hanno modelli di business più vicini a quello delle tradizionali PMI italiane rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare (ed auspicare).

Frutto della collaborazione tra il Ministero dello Sviluppo economico (DG per la Politica Industriale) e l’Istat, il Rapporto “Startup Survey 2016” illustra i risultati della prima indagine nazionale sulle neoimprese innovative. La platea target è costituita dalle startup innovative registrate al 31 dicembre 2015, beneficiarie del cospicuo pacchetto di agevolazioni introdotto con il decreto-legge 179/2012 (“Startup Act italiano”).

La rilevazione, a carattere censuario, ha visto la partecipazione di ben 2.250 startup innovative, facendo registrare un tasso di risposta del 43,7%. Si tratta di un risultato molto positivo, considerando il carattere volontario della partecipazione all’indagine e la complessità del questionario. Il sottoinsieme dei rispondenti risulta peraltro detenere caratteristiche demografiche molto rappresentative rispetto alla popolazione obiettivo.

Di seguito una sintesi dei principali contenuti del Rapporto.

Il capitale umano

La prima sezione dell’indagine analizza il capitale umano delle startup.

  • I soci operativi (uomini nell’82% dei casi, con un’età media di 43 anni) presentano un livello educativo molto elevato. Il 72,8% di essi ha conseguito un titolo di studio pari o superiore alla laurea triennale, per lo più in materie tecnico-ingegneristiche ed economico-manageriali. Una quota pari al 16% risulta poi aver ottenuto un dottorato di ricerca.
  • Nella gran parte dei casi, i soci delle startup in possesso di titolo di laurea dichiarano di svolgere mansioni coerenti con il proprio percorso di studi (88%).
  • Inoltre, quasi tutti i soci (96%) dichiarano di conoscere almeno una lingua straniera (l’inglese nella maggior parte dei casi, seguito dal francese e dallo spagnolo); la metà ha fatto esperienze di studio o lavoro all’estero.
  • Pur in un contesto di crescente digitalizzazione, il fattore territoriale sembra rivestire un ruolo importante per i soci delle startup italiane: per l’83% la regione sede della startup è la medesima nella quale sono state condotte le principali esperienze formative o lavorative.
  • I contesti familiari di provenienza si caratterizzano per una forte eterogeneità: solo un socio su cinque (20,6%) dichiara di avere un padre imprenditore. Si intravvedono dunque, all’interno del fenomeno delle startup innovative, segnali di mobilità sociale.

Le fonti di finanziamento

La seconda sezione della survey si concentra sull’accesso alla finanza.

  •  Buona parte degli startupper si dichiara pienamente soddisfatto delle fonti di finanziamento a propria disposizione (34,1%), percentuale più elevata nelle regioni del Nord (38,4%) e tra le imprese con fatturato più cospicuo (56%). Un altro 44,2% si dichiara almeno in parte soddisfatto. Per contro, il 21,7% degli imprenditori ritiene che la disponibilità finanziaria della propria startup sia del tutto insufficiente a coprire il fabbisogno.
  • Ben il 65,7% delle imprese dichiara che la forma di finanziamento ottimale che auspicherebbero è rappresentata da un mix tra equity (capitale di rischio) e debito; solo un quarto vorrebbe finanziarsi esclusivamente tramite equity e meno del 10% solo a debito.
  • Con riguardo alle fonti di finanziamento utilizzate dalle startup, risulta che al momento della fondazione il 73,2% delle imprese abbia fatto esclusivamente ricorso alle risorse proprie dei soci fondatori, e che tale fonte sia utilizzata da oltre la metà delle startup anche al momento della rilevazione, benché in misura decrescente.
  • Solo l’8,2% delle startup innovative ha ricevuto in fase di costituzione finanziamenti in equity da fondi di venture capital, business angel o altre imprese, percentuale che sale leggermente al momento della rilevazione (11,2%).
  • Più elevato è il numero di startup che ha avuto accesso al credito bancario: circa un quarto del totale (25,1%), ma tra quelle con oltre 500mila euro di fatturato, la metà (59,7%) ha ricevuto almeno un prestito.

Innovazione

La terza sezione della survey riguarda l’innovazione.

  • La gran parte delle startup innovative (79%) effettua spese in ricerca e sviluppo molto elevate: esse ammontano in media al 47% dei costi totali annui delle aziende intervistate.
  • La marcata propensione all’investimento, soprattutto in asset intangibili, risulta suffragata dall’elevato tasso di immobilizzazioni sull’attivo patrimoniale, che, come si può evincere dal rapporto trimestrale di monitoraggio realizzato dal Mise e dal sistema camerale, supera il 30% alla data di riferimento (31 dicembre 2015), un valore quasi 10 volte superiore alla media allora registrata dal complesso delle società di capitali italiane.
  • Oltre 7 imprese su 10 (74%) hanno realizzato innovazioni di prodotto o servizio, mentre le innovazioni di processo, realizzate dal 37,1% delle startup, sono più diffuse tra le classi di fatturato più alte.
  • Nella maggioranza dei casi (65%) si tratta di forme di innovazione incrementale, ossia migliorativa di un prodotto o di un processo già esistente; il 48,5% delle startup dichiara invece di aver introdotto prodotti radicalmente nuovi.
  • La conoscenza tecnica o scientifica che ha reso possibile l’introduzione dell’innovazione dichiarata deriva per più della metà delle startup (61,9%) da precedenti esperienze professionali nello stesso settore; solo nel 20% dei casi la ricerca universitaria viene identificata come la fonte diretta.
  • Per quanto riguarda le strategie di protezione dell’innovazione, il 17,8% delle startup è titolare di una privativa industriale, il 12,8% depositario e il 9,2% licenziatario.
  • Per contro, dalla rilevazione emerge anche come più della metà delle imprese (58%) non adotti nessun meccanismo formale di tutela della proprietà intellettuale (per esempio, brevettazione) e circa un quarto non persegua nemmeno strategie informali di protezione.

Le agevolazioni

La quarta sezione dell’indagine riguarda il livello di conoscenza e soddisfazione dei neoimprenditori innovativi rispetto alle agevolazioni introdotte con lo Startup Act italiano.

  •  Le misure di policy più conosciute alle aziende sono quelle riguardanti la riduzione dei costi per l’avvio d’impresa e l’accesso semplificato e gratuito al Fondo di Garanzia per le PMI, quest’ultimo noto a quasi 9 startup su 10.
  • Altre misure che riscuotono particolare successo tra gli start upper in termini di utilizzo sono il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo (CIR&S), gli incentivi fiscali per gli investimenti in capitale di rischio, e la maggiore flessibilità prevista per le assunzioni a tempo determinato. Una misura per cui invece molti imprenditori dichiarano scarso interesse o una conoscenza solo superficiale è la possibilità di avviare campagne di equity crowdfunding.
  • Le misure di policy che raccolgono i giudizi più positivi sono, ancora una volta, il Fondo di garanzia per le PMI (valutazione media 4,33 su 5) e il CIR&S (4,02), nonché gli incentivi per gli investimenti in equity.
  • La survey si chiudeva infine con un quesito aperto, per dare agli startupper l’opportunità di esprimere liberamente suggerimenti su come migliorare le misure di policy loro dedicate. Ben il 44% dei rispondenti ha fornito indicazioni, talvolta molto specifiche, su come migliorare il quadro normativo, per un totale di circa un migliaio di suggerimenti.
  • In particolare, la gran parte delle startup ha fornito risposte classificabili nelle seguenti aree d’interesse: accesso al credito bancario (21,4%), imposte e incentivi fiscali (24,8%), e proposte in merito all’alleggerimento di adempimenti e altri oneri burocratici (27,9%).

Per saperne di più

Startup Survey: la prima indagine nazionale sulle nuove imprese innovative

Credito d’imposta ricerca e sviluppo nel settore del software

Credito d’imposta ricerca e sviluppo nel settore del software

“I criteri di qualificazione e classificazione contenuti nel Manuale di Frascati costituiscono in linea di principio fonte interpretativa di riferimento anche agli effetti del Credito d’Imposta R&S”.

Tale indicazione viene fornita dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso la Circolare n. 59990 del 9 febbraio 2018, volta a chiarire alcuni aspetti sull’applicazione della disciplina del credito d’imposta R&S nel settore del software.

Brevi cenni in tema di Credito d’Imposta per investimenti in R&S

Il credito d’imposta, previsto dal Decreto del 27 maggio 2015, emanato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico, è attribuito a tutte le imprese che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020, senza alcun limite in relazione a forma giuridica, settore produttivo (anche agricoltura), dimensioni e regime contabile.

Tale beneficio consiste nella fruizione di un credito pari al 50% delle spese incrementali in Ricerca e Sviluppo, riconosciuto fino ad un massimo annuale di € 20 milioni per beneficiario. Per fruire del credito dovranno essere sostenute spese per un importo almeno pari ad € 30.000,

Sono agevolabili tutte le spese relative a ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale: costi per personale altamente qualificato e tecnico, contratti di ricerca con università, enti di ricerca, imprese, start up e PMI innovative, quote di ammortamento di strumenti e attrezzature di laboratorio, competenze tecniche e privative industriali.

Conseguenze applicative nell’utilizzo del Manuale di Frascati

Il manuale di Frascati, redatto dagli esperti dell’Ocse e dal gruppo NESTI, è un documento che stabilisce la metodologia per raccogliere e utilizzare dati sulla ricerca e sviluppo nei paesi membri dell’Ocse.

Dalle indicazioni contenute nel Manuale di Frascati, emerge che le innovazioni legate al software, per essere classificabili nell’ambito delle attività di sviluppo sperimentale devono essere di tipo incrementale.

Inoltre, viene precisato che il credito d’imposta R&S non ricomprende tutte le attività legate in senso ampio al processo innovativo di un’impresa, ma soltanto le attività riferibili a progetti che presentino: reali contenuti di ricerca e sviluppo e un significativo elemento di novità per il mercato, la cui realizzazione non provenga da un utilizzo di conoscenze e tecnologie già disponibili.

L’applicazione della disciplina agevolativa richiede l’individuazione delle attività che, oltre a soddisfare i requisiti appena descritti, presentino un punto conclusivo della o delle fasi di R&S, il quale, nel caso di attività di sviluppo di software viene identificato con il beta testing.

Documentazione richiesta per fruire dell’agevolazione

Oltre alla documentazione obbligatoria concernente l’effettività, la pertinenza e la congruità dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti, sarà necessario, da parte dell’impresa, predisporre una documentazione riguardante l’ammissibilità delle attività di ricerca e sviluppo svolte dalla quale risultino “gli elementi di novità che il progetto intende perseguire, l’individuazione degli ostacoli di tipo tecnico e scientifico al cui superamento sono legati i lavori svolti, l’avanzamento di tali lavori nell’ambito dei periodi d’imposta agevolabili e, nel caso in cui si tratti di innovazioni che si sostanzino in significativi miglioramenti di prodotti già esistenti sul mercato in cui opera l’impresa, l’indicazione degli elementi nei quali si specificano tali miglioramenti”.

Per approfondimenti

Credito d’imposta ricerca e sviluppo nel settore del software

Le schede di sintesi della Legge di Bilancio 2018

Le schede di sintesi della Legge di Bilancio 2018

Sono state pubblicate sul sito del dipartimento delle Finanze le schede di sintesi delle misure fiscali contenute nella legge 205/2017.

Le sessantaquattro schede, precedute da un dettagliato elenco, forniscono una visione d’insieme, sintetica, ma esaustiva, degli interventi di carattere tributario adottati con la recente manovra finanziaria di fine anno.

Per ogni misura vengono indicati: il comma di riferimento, una sintetica descrizione, l’obiettivo, perseguito, i destinatari, il periodo di decorrenza e le eventuali azioni necessarie per l’attuazione.

Per approfondire

Le schede di sintesi della Legge di Bilancio 2018

Gli impatti della Legge di Bilancio 2018 sulla disciplina dell’Imposta di Registro

Gli impatti della Legge di Bilancio 2018 sulla disciplina dell’Imposta di Registro

Le modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2018, all’art. 20 del TUR, comportano l’applicazione dell’imposta di registro al singolo atto presentato per la registrazione, indipendentemente dal collegamento con altri atti e soprattutto, indipendentemente dagli elementi che siano desumibili dallo stesso.

Disciplina dell’Imposta di registro previgente

L’art. 20 del D.P.R. n. 131 del 26 aprile 1986, Testo unico imposta di registro, stabiliva che:

“L’imposta è applicata secondo l’intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente.”

Sulla base di tale dettato, prima delle modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2018, la Cassazione riteneva che gli atti presentati alla registrazione dovessero essere tassati per quanto fosse desumibile fuori del loro contenuto, e in particolare, per quanto fosse desumibile dal loro collegamento con altri atti.

Infatti, nei casi di pluralità di atti che presentavano uno stretto collegamento negoziale, l’imposta doveva essere liquidata in considerazione dell’effettivo e complessivo risultato ottenuto dalle parti.

Caso più significativo di questo atteggiamento giurisprudenziale era rappresentato dal conferimento di un’azienda in una società e dalla successiva cessione delle partecipazioni al capitale sociale della società conferitaria. Sia l’atto di conferimento d’azienda in società, sia la cessione di una quota di partecipazione al capitale sociale sono atti sottoposti all’imposta di registro in misura fissa. La cassazione riteneva che i due atti potessero essere considerati come un tutt’uno e quindi riteneva di poter reinterpretare questo collegamento negoziale come un unico contratto di cessione d’azienda, per il quale la legge di registro dispone la tassazione con l’imposta proporzionale, ovvero del 3%.

Nuova disciplina dell’Imposta di Registro

L’art. 1, comma 87, lett. a) della Legge 205 del 28 dicembre 2017 (Legge di Bilancio 2018) dispone che:

“Al testo unico  delle  disposizioni  concernenti  l’imposta  di registro, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 20, comma 1:

  1) le parole: « degli atti presentati »  sono sostituite dalle seguenti: « dell’atto presentato »;

  2) dopo la parola: « apparente » sono aggiunte le seguenti: «  ,sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo,prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi »;”

Pertanto il nuovo dettato dell’art. 20 comma 1 del D.P.R. n. 131 del 26/04/1986 è il seguente:

“L’imposta è applicata secondo l’intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi.”

Rapporto tra norma interpretativa e norma antielusiva

Vi è una linea di confine tra la norma antielusiva, ovvero di riqualificazione antielusiva che l’amministrazione può compiere ai sensi dell’art. 10 bis dello Statuto del contribuente e la norma interpretativa, ovvero di riqualificazione interpretativa che l’amministrazione può compiere ai sensi dell’art. 20 della legge di registro.

L’art. 20 della legge di registro infatti, attribuisce all’amministrazione un “potere interpretativo”, vale a dire che, se dall’analisi dell’atto presentato per la registrazione, emerge che l’aspetto giuridico apparente dell’atto diverge dalla sua effettiva natura giuridica, oppure diverge rispetto ai reali effetti giuridici che da esso derivano, rispetto a quelli che dovrebbero conseguire da tale sua apparenza formale, l’amministrazione può operare una riqualificazione in senso giuridico – sostanziale della fattispecie rispetto a tale apparenza giuridico – formale, ovvero pretendere di applicare la tassazione non in base all’aspetto giuridico esteriore del documento sottoposto alla registrazione, ma alla sua effettiva sostanza giuridica e ai suoi reali effetti giuridici.

Se l’amministrazione intende esercitare un potere di riqualificazione antielusiva dovrà applicare l’art. 10 bis, Legge 212 del 27 luglio 2000, accordando al contribuente le tutele in esso presenti.

Dubbi in merito all’efficacia retroattiva della modifica

La Cassazione, con la sentenza n. 2007 del 26 gennaio 2018, ha, diversamente da autorevole dottrina e da quanto indicato nei lavori preparatori, sancito che la modifica dell’articolo 20 Tur, effettuata dalla legge 205/2017, non ha valenza retroattiva e che, quindi, per tutte le fattispecie originatesi prima del 1° gennaio 2018, l’articolo 20 Tur non può essere letto – nel modo indicato dal suo attuale nuovo testo – come riferito al solo atto presentato per la registrazione (e non ad altri atti che siano ad esso collegati) ed esclusivamente al suo contenuto giuridico.

Startup: verifiche della Guardia di Finanza sulla reale sussistenza dei requisiti di legge

Startup: verifiche della Guardia di Finanza sulla reale sussistenza dei requisiti di legge

Il Tribunale di Udine, durante l’udienza del 18 gennaio 2018, ha stabilito che, nell’ambito delle start up innovative, la natura amministrativa degli atti necessari per l’iscrizione della società nel registro speciale delle imprese con qualifica di start up innovative, non preclude l’accertamento in sede pre fallimentare della reale sussistenza dei requisiti di legge per l’attribuzione di tale qualifica e la conseguente assoggettabilità o meno al fallimento della società.

Fail Fast

L’art. 31, 1° comma del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 221 del 17 dicembre 2012 recita quanto segue:

La start up innovativa non è soggetta a procedure concorsuali diverse da quelle previste dal capo II della legge 27 gennaio 2012, n. 3.”

Infatti, in caso di insuccesso, le start up innovative possono beneficiare di procedure più rapide, ovvero la procedura di composizione delle crisi da sovra indebitamento e di liquidazione del patrimonio, con esonero dalle procedure di fallimento, concordato preventivo e liquidazione coatta amministrativa.

Verifiche in sede pre fallimentare per stabilire l’assoggettabilità al fallimento della start up innovativa

Nel caso di specie, nonostante la disciplina del Fail Fast prevista per le start innovative, il Tribunale di Udine, ha decretato la verifica da parte della Guardia di Finanza dell’effettivo e prevalente svolgimento di attività di sviluppo, di produzione e di commercializzazione di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico, e del rispetto dei requisiti previsti dall’art. 25, 2° comma del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 221 del 17 dicembre 2012.

Se, da tale verifica, dovesse emergere il non rispetto dei requisiti, la start up verrà esclusa dalla disciplina del Fail Fast e sarà assoggettabile a fallimento.

Per approfondire

Tribunale di Udine e verifiche della GdF

Fusione non elusiva

Fusione non elusiva

“Ove l’operazione, si dimostri – con onere a carico del contribuente – giustificata da valide ragioni economiche, sia pure in via concorrente al perseguito risparmio fiscale, non se ne può predicare il carattere elusivo con la conseguente piena opponibilità al fisco.”

Questo è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 2397 del 31/01/2018, con la quale esamina il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di una società per azioni, per il mancato pagamento delle imposte derivante dalla fusione stessa.

Secondo l’Ufficio, tale fusione era frutto di un’operazione elusiva inopponibile ai fini fiscali ai sensi dell’art. 37 bis D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, successivamente abrogato, dal momento che lo stesso obiettivo era perseguibile altrimenti (con la partecipazione diretta o per il tramite di altra società collegata), mentre la fusione non consentiva in concreto alcun vantaggio extrafiscale.

Art. 37 bis – Disposizioni antielusive

L’articolo 37 bis del D.P.R. del 29/09/1973 n. 600, stabiliva:

Sono inopponibili all’amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro, privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti.”.

L’articolo 37 bis del D.P.R. del 29/09/1973 n. 600 è stato abrogato dall’art. 1, comma 2 decreto legislativo 5 agosto 2015 n. 128, ed ai sensi dello stesso le disposizioni che richiamano l’articolo 37 bis si intendono riferite all’art. 10 bis legge 27 luglio 2000 n. 212, in quanto compatibili.

Art. 10 bis – Disciplina dell’abuso del diritto o elusione fiscale

L’art. 10 bis, comma 1, della legge 27 luglio 2000 n. 2121 statuisce:

Configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. Tali operazioni non sono opponibili all’amministrazione finanziaria, che ne disconosce i vantaggi determinando i tributi sulla base delle norme e dei principi elusi e tenuto conto di quanto versato dal contribuente per effetto di dette operazioni.

Pertanto, l’Amministrazione Finanziaria può disconoscere vantaggi tributari derivanti da operazioni che configurano abuso di diritto, a meno che il contribuente non dimostri la sussistenza di valide ragioni extrafiscali.

Conclusione

Possono dunque definirsi elusive le operazioni compiute essenzialmente (anche se non esclusivamente) per il conseguimento di un vantaggio fiscale, salvo che il contribuente dimostri che le stesse siano giustificate da valide ragioni economiche.

 

Per approfondimenti

 Corte di Cassazione con sentenza n. 2397 del 31/01/2018

 

 

Nullità della delibera assembleare in difetto di convocazione

Nullità della delibera assembleare in difetto di convocazione

La sentenza del Tribunale di Roma n. 19326 del 17 ottobre 2016 ha ad oggetto l’impugnazione di una delibera assembleare di una Spa.

Nel caso di specie, il socio di una Spa, titolare di una quota di partecipazione minoritaria, lamenta l’omessa convocazione all’assemblea straordinaria, da parte della società convenuta, nelle forme statutariamente previste. Conseguentemente, chiede ai sensi dell’art.2379 c.c. ( il quale dispone sui casi di nullità delle deliberazioni) la nullità delle deliberazioni assunte dall’assemblea straordinaria, per mancata convocazione dell’assemblea.

Sentenza del Tribunale di Roma n. 19326 del 17 ottobre 2016

Nei motivi della decisione, il collegio richiama l’art.2379 c.c. e sottolinea come, lo stesso, “nel sanzionare la nullità delle deliberazioni assunte dall’assemblea in difetto di convocazione, tutela l’interesse di ciascun socio ad intervenire e, dunque, a prendere parte al processo di formazione della volontà della società e, più in particolare, di influire su di esso”.

Seguendo l’orientamento dottrinale prevalente, inoltre, giudica non fondata l’eccezione di difetto di interesse ad impugnare, sollevata da parte convenuta, basata sulla titolarità, della parte attrice, di una quota esigua del capitale sociale, tale da non permetterle opposizioni all’approvazione.

Secondo il Tribunale, ai fini della dichiarazione di nullità, non rileva la c.d. prova di resistenza (verifica dell’entità della partecipazione del socio assente al fine di determinarne la capacità di impedire, ipotizzando l’espressione di un suo voto contrario, l’adozione della delibera contestata), poiché, ciò che conta, non è l’esito finale e la possibilità di influire sullo stesso, bensì, la possibilità di ciascun socio di influire sulla discussione assembleare.

Diversamente, “nel caso di società in cui vi è un socio di maggioranza, non si vedrebbe neppure la ragione per la quale dovrebbero tenersi le assemblee”.

Ne consegue che, la deliberazione è nulla anche nel caso in cui l’omessa convocazione sia riferita ad un socio titolare di una partecipazione che non avrebbe comunque potuto incidere sull’esito della votazione.

Per approfondire

La sentenza del Tribunale di Roma n. 19326 del 17 ottobre 2016.