Ecco perché conviene investire in una startup innovativa

Ecco perché conviene investire in una startup innovativa

Dall’1 gennaio 2017 chi investe in startup può usufruire degli incentivi Irpef e Ires per un terzo dell’importo versato. Le nuove disposizioni in materia di Start Up innovative, di seguito Start Up, contenute nella legge di bilancio 2017, L. n.232/2016, confermano la volontà del legislatore di promuovere ed agevolare questo tipo di imprenditorialità, al fine di accelerare la crescita e l’innovazione  del sistema Paese. Investire in una startup diventa interessante anche in ottica di open innovation se a questo aggiungiamo la possibilità per le società quotate che possiedono almeno il 20% e non più del 50% delle quote di una startup, di acquistare le perdite della stessa utilizzandole in diminuzione del reddito complessivo dei periodi d’imposta successivi entro il limite del reddito imponibile e per l’intero importo. Questo però sarà oggetto di un successivo approfondimento.

Nel presente articolo proviamo a riassumere le principali agevolazioni relative alle startup innovative così come modificate dalla legge di bilancio 2017 pur senza alcuna pretesa di esaustività.

DEFINIZIONE DI START UP INNOVATIVA

Si parla esplicitamente di startup innovative in quanto il target di riferimento sono,  esclusivamente,  le imprese di nuova costituzione che operano nel campo dell’innovazione tecnologica.

Ai sensi dell’art.25 del D.L n.179/2012 l’impresa Start Up innovativa è « la società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, le cui azioni o quote rappresentative del capitale sociale non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione, che possiede i seguenti requisiti»:

  • È costituita da non più di sessanta giorni ( 5 anni );
  • È residente in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione Europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva o una filiale in Italia;
  • A partire dal secondo anno di attività della startup, presenta un fatturato annuo (risultante dall’ultimo bilancio approvato) non superiore a 5 milioni di euro;
  • Non distribuisce, e non ha distribuito, utili;
  • Ha come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
  • Non è stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda;
  • Possiede almeno uno dei seguenti ulteriori requisiti:
  1. le spese in ricerca e sviluppo sono uguali o superiori al 15% del maggiore valore tra fatturato e costi annui.In aggiunta a quanto previsto dai principi contabili, sono altresì da annoverarsi tra le spese in ricerca e sviluppo: le spese relative allo sviluppo precompetitivo e competitivo, quali sperimentazione, prototipazione e sviluppo del business plan, le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati, i costi lordi di personale interno e consulenti esterni impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo, inclusi soci ed amministratori, le spese legali per la registrazione e protezione di proprietà intellettuale, termini e licenze d’uso. Le spese risultano dall’ultimo bilancio approvato e sono descritte in nota integrativa. In assenza di bilancio nel primo anno di vita, la loro effettuazione è assunta tramite dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante della start-up; Dal computo per le spese in ricerca e sviluppo sono escluse le spese per l’acquisto e la locazione di beni immobili.
  2. la forza lavoro complessiva è costituita per almeno 1/3 da personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero, ovvero per almeno 2/3 da soci o collaboratori a qualsiasi titolo in possesso di laurea magistrale;
  3. l’impresa è titolare, depositaria o licenziataria di un brevetto registrato (privativa industriale) oppure titolare di programma per elaboratore originario registrato.

LE AGEVOLAZIONI PER LE START UP

1. INCENTIVI FISCALI PER CHI INVESTE IN START UP INNOVATIVE

Sono previsti incentivi fiscali per investimenti in startup  provenienti da persone fisiche, che potranno beneficiare di una detrazione Irpef del 30% dell’investimento fino a un massimo investito pari a 1.000.000€ che deve essere mantenuto per almeno tre anni; l’eventuale cessione, anche parziale, dell’investimento prima del decorso di tale termine, comporta la decadenza dal beneficio e l’obbligo per il contribuente di restituire l’importo detratto, unitamente agli interessi legali. L’ammontare, in tutto o in parte, non detraibile nel periodo d’imposta di riferimento può essere portato in detrazione dall’imposta sul reddito delle persone fisiche nei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il terzo.

Sono previsti incentivi anche per le persone giuridiche, le quali potranno fruire di una deduzione dall’imponibile Ires del 30% dell’investimento fino a un massimo investito pari a 1.800.000€ che deve essere mantenuto per almeno tre anni; l’eventuale cessione, anche parziale, dell’investimento prima del decorso di tale termine, comporta la decadenza dal beneficio ed il recupero a tassazione dell’importo dedotto, maggiorato degli interessi legali.

Gli incentivi (persone fisiche e persone giuridiche) valgono sia in caso di investimenti diretti in startup, sia in caso di investimenti indiretti per il tramite di organismi di investimento collettivo del risparmio o altre società che investono prevalentemente in startup.

Per poter beneficiare delle agevolazioni il socio/investitore dovrà chiedere alla startup copia di una serie di documenti e certificazioni che questi dovrà produrre in sede di redazione del modello Unico, trai quali:

  • Certificazione che attesti il rispetto dei limiti massimi per i conferimenti relativamente al periodo di imposta in cui è stato fatto l’investimento;
  • Piano di investimento della startup, contenente le informazioni dettagliate sull’oggetto della propria attività, sui prodotti e sull’andamento (attuale o previsto) delle vendite e dei profitti.

2. COSTITUZIONE GRATUITA CON FIRMA DIGITALE

Le startup potranno redigere l’atto costitutivo e le sue successive modifiche anche mediante un modello standard tipizzato facendo ricorso alla firma digitale ( come già previsto per i contratti di rete). L’atto costitutivo e le successive modificazioni sono redatti secondo un modello uniforme adottato con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 17 febbraio 2016 e sono trasmessi al competente ufficio del Registro delle Imprese.

3. ESONERO DA DIRITTI CAMERALI E IMPOSTE DI BOLLO

Le startup non dovranno pagare il diritto annuale dovuto in favore delle Camere di Commercio, nonché, come chiarito dalla circolare dell’AdE 16/E del 2014, i diritti di segreteria e l’imposta di bollo abitualmente dovuti per gli adempimenti da effettuare presso il Registro delle Imprese.

4. DEROGHE ALLA DISCIPLINA SOCIETARIA ORDINARIA

Le startup costituite in forma di srl possono: creare categorie di quote dotate di particolari diritti; effettuare operazioni sulle proprie quote; emettere strumenti finanziari partecipativi; offrire al pubblico quote di capitale.  Si tratta, quindi, di misure volte al cambiamento della struttura finanziaria della srl, che tendono ad equipararla a quella prevista per le Spa.

5. PROROGA DEL TERMINE PER LA COPERTURA DELLE PERDITE

In caso di riduzione del capitale di oltre un terzo, il termine entro il quale la perdita deve essere diminuita a meno di un terzo viene posticipato al secondo esercizio successivo (invece del primo esercizio successivo).

In caso di riduzione del capitale per perdite al di sotto del minimo legale, l’assemblea, in alternativa all’immediata riduzione del capitale sociale e al contemporaneo aumento dello stesso ad un importo non inferiore al minimo legale, può deliberare il rinvio della decisione alla chiusura dell’esercizio successivo.

6. INAPPLICABILITA’ DELLA DISCIPLINA SULLE SOCIETA’ DI COMODO E IN PERDITA SISTEMATICA

Le startup non sono soggette alla disciplina prevista per le società di comodo e per quelle in perdita sistematica.  Di conseguenza, nel caso conseguano ricavi “non congrui” oppure siano in perdita fiscale sistematica non scattano le penalizzazioni fiscali previste per le prime; come, ad esempio, l’imputazione di un reddito minimo e di una base imponibile minima ai fini Irap, l’utilizzo limitato del credito Iva, ecc.

7. MAGGIORE FACILITA’ NELLA COMPENSAZIONE DELL’IVA

Le startup sono esonerate dall’obbligo “ordinario” di apposizione del visto per la compensazione dei crediti IVA fino a 50.000 €. Grazie a tale deroga, le startup possono ricevere benefici in termini di liquidità durante la fase degli investimenti in innovazione.

La normativa ordinaria che prescrive l’apposizione del visto di conformità per la compensazione in F24 dei crediti IVA superiori a 15.000€ può, infatti, rappresentare un disincentivo all’utilizzo della compensazione orizzontale.

8. DISCIPLINA DEL LAVORO TAGLIATA SU MISURA

Le startup sono soggette, salvo alcune varianti specifiche, alla disciplina dei contratti a tempo determinato prevista dal D.L. 81/2015 (cd. Jobs Act). Trascorso questo periodo iniziale, tipicamente caratterizzato da un alto tasso di rischio d’impresa, il rapporto di collaborazione assume la forma del contratto a tempo indeterminato.

A differenza di quanto avviene per le altre imprese, le startup con più di 5 dipendenti non sono tenute a stipulare un numero di contratti a tempo determinato calcolato in rapporto al numero di contratti a tempo indeterminato attivi.

Quindi, la startup può assumere personale con contratti a tempo determinato della durata massima di 36 mesi. All’interno di questo arco temporale, i contratti potranno essere anche di breve durata e rinnovati più volte. Dopo 36 mesi, il contratto potrà essere ulteriormente rinnovato una sola volta, per un massimo di altri 12 mesi, e, quindi, fino ad un massimo di 48 mesi.

9. FACOLTA’ DI REMUNERARE IL PERSONALE IN MODO FLESSIBILE ( SALARI DINAMICI)

Fatto salvo un minimo tabellare, le parti possono stabilire la misura della remunerazione fissa e di quella variabile. La parte variabile può consistere in trattamenti collegati all’efficienza o alla redditività dell’impresa, alla produttività del lavoratore o del gruppo di lavoro, o ad altri obiettivi o parametri di rendimento concordati tra le parti.

10. REMUNERAZIONE ATTRAVERSO STRUMENTI DI PARTECIPAZIONE AL CAPITALE

Le startup possono remunerare i propri collaboratori con strumenti di partecipazione al capitale sociale, come le stock option, e i fornitori di servizi esterni attraverso schemi di work for equity. Strumenti dotati di un regime fiscale favorevole alle esigenze delle startup.

11. CREDITO D’IMPOSTA PER L’ASSUNZIONE DI PERSONALE ALTAMENTE QUALIFICATO

È stato definito un accesso prioritario alle agevolazioni per le assunzioni di personale altamente qualificato nelle startup.  Tali agevolazioni consistono in un credito d’imposta pari al 35% del costo aziendale totale sostenuto per le assunzioni a tempo indeterminato, anche con contratto di apprendistato, nel primo anno del nuovo rapporto di lavoro.

12 RACCOLTA DI CAPITALI CON CAMPAGNE DI EQUITY CROWDFUNDING

È prevista la possibilità di raccogliere capitali con campagne di equity crowdfunding su portali online autorizzati ( nel 2013 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a dotarsi di un regolamento dedicato). Con la delibera del 24 febbraio 2016 Consob ha aggiornato il Regolamento assorbendo le evoluzioni sopra citate e apportando ulteriori semplificazioni: le verifiche di appropriatezza dell’investimento possono essere eseguite anche dagli stessi gestori dei portali e non più solo dalle banche, portando online l’intera procedura. Inoltre, nel novero degli investitori professionali autorizzati sono state ammesse due nuove categorie: gli “investitori professionali su richiesta”, individuati secondo la disciplina europea Mifid sulla prestazione dei servizi di investimento, e gli “investitori a supporto dell’innovazione”, nozione che include attori come i business angel.

In via derogatoria rispetto alla disciplina ordinaria, il trasferimento delle quote di startup e PMI innovative viene dematerializzato, con conseguente riduzione degli oneri connessi, in un’ottica di fluidificazione del mercato secondario.

13. ACCESSI SMART AL FONDO DI GARANZIA PER LE PMI

È stato previsto un intervento semplificato, gratuito e diretto al Fondo di Garanzia per le PMI ( un fondo pubblico che facilita l’accesso al credito attraverso la concessione di garanzie sui prestiti bancari ). La garanzia copre fino allo 80% del credito erogato dalla banca alle startup, fino a un massimo di 2,5 milioni di euro, ed è concessa sulla base di criteri di accesso semplificati, con un’istruttoria che beneficia di un canale prioritario.

14. CARTA SERVIZI ICE PER L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE START UP

Le startup ricevono un sostegno ad hoc da parte dell’Agenzia ICE, che include l’assistenza in materia normativa, societaria, fiscale, immobiliare, contrattualistica e creditizia, l’ospitalità a titolo gratuito alle principali fiere e manifestazioni internazionali, e l’attività volta a favorire l’incontro delle startup con investitori potenziali per le fasi di early stage capital e di capitale di espansione.

In particolare, è stata autorizzata l’emissione della “Carta Servizi Startup” che dà diritto a uno sconto del 30% sulle tariffe dei servizi di assistenza erogati dall’Agenzia.

15. FAIL FAST

Le agevolazioni normative previste per le startup permettono a quest’ultime di sottrarsi alla disciplina del fallimento, rendendo il processo di ristrutturazione del debito più rapido e meno gravoso .Sono, quindi, annoverate tra i soggetti non fallibili, allo scopo di consentirne l’accesso alle procedure semplificate per la composizione della crisi in continuità e di ridurre i tempi per la liquidazione giudiziale, evitando, anche, allo stesso tempo, le conseguenze in termini reputazionali del fallimento.

Le startup, infatti, sono soggette alla procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, con esclusione della procedura di fallimento, concordato preventivo e liquidazione coatta amministrativa.

REGIME DI PUBBLICITA’

Le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura istituiscono una apposita sezione speciale del registro delle imprese a cui la startup deve essere iscritta al fine di poter beneficiare della relativa disciplina. Le informazioni comunicate al momento dell’iscrizione nella sezione speciale devono essere aggiornate con cadenza non superiore a sei mesi.

Infine, entro 60 giorni dalla perdita dei requisiti necessari la start-up innovativa è cancellata d’ufficio dalla sezione speciale del registro delle imprese, permanendo l’iscrizione alla sezione ordinaria dello stesso; alla perdita dei requisiti è equiparato il mancato deposito della dichiarazione di cui al punto precedente.

Entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e comunque entro sei mesi dalla chiusura di ciascun esercizio, il rappresentante legale della startup attesta il mantenimento del possesso dei requisiti previsti e deposita tale dichiarazione presso l’ufficio del registro delle imprese.

L’iscrizione, gratuita, avviene trasmettendo in via telematica alla Camera di Commercio territorialmente competente una dichiarazione di autocertificazione del possesso dei suddetti requisiti, prodotta dal legale rappresentante e depositata presso l’ufficio del registro delle imprese.

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Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti

Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti

Ripropongo, in occasione della giornata della memoria, questo post scritto qualche anno fa sul vecchio blog. Per non perderlo, per ricordare. E la domanda resta sempre la stessa: perché questo titolo è stato e resta un pugno nello stomaco e riesce a vincere il rischio di assuefazione ad un tema cosi drammatico? Il mio pensiero conta poco o nulla, questo post vale solo per il titolo, per le emozioni che ha saputo darmi (e spero sappia dare a voi) il titolo del libro.

 

Qualche giorno ha fatto capolino sul mio diario di facebook l’immagine di questo libro e la storia di questi bambini.  Sono rimasto molto colpito e per qualche giorno mi sono chiesto perchè, ormai assuefatto ai racconti di 6 milioni di ebrei morti, questo titolo sia stato un pugno nello stomaco.

Il Libro: La tragica storia di venti piccoli innocenti, provenienti da tutta Europa, vittime degli esperimenti medici e della brutalità insensata della politica dello sterminio del Terzo Reich. In una fredda mattina di novembre del 1944 l’uomo nero si vestì di infame cattiveria: il dottor Mengele, l’angelo della morte, si presentò nella baracca 11 di Auschwitz-Birkenau e disse: “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…”.

Pochi mesi dopo, il 20 aprile 1945 nella scuola amburghese di Bullenhuser Damm 20 bambini provenienti da tutta Europa vennero uccisi. Questo libro narra la storia delle loro giovani vite spezzate e della tragica catena di vicende passate per l’arresto, la detenzione nel campo di Auschwitz-Birkenau, la separazione dai genitori, gli esperimenti medici e, il terribile epilogo…

Ho provato a rispondermi che ho rivisto mio figlio mentre corre ad abbracciare la mamma per manifestare la forma di amore più pura che conosciamo. “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti”. Ed il tradimento vigliacco di questo sentimento.

Ciò non è bastato del tutto a darmi una seria spiegazione.  Poi sono tornato ai miei anni di liceo ed alla lettura di Se questo è un uomo di Primo Levi.  E qualcosa mi è sembrato più chiaro. In entrambi i casi non erano storie di ebrei ma di uomini. Non c’era quella retorica che spesso accompagna le ricorrenze, non c’erano riferimenti all’ attuale Stato di Israele, non c’erano destra e sinistra nostrane alla ricerca di voti, non c’erano comunità chiuse pronte a ricordare i loro morti e non quelli degli altri (zingari, omosessuali, handicappati, ecc). 

Non era la storia di un ebreo ma di un uomo, di un italiano (se volete di un borghese come me) che non riusciva a spiegarsi il perchè di quanto accadeva. In questa storia (non ho letto il libro, solo la storia sulla pagina facebook ) come nello stesso titolo scelto da Levi si parla di uomini, di bambini, di tutti noi.

Non ho mai capito perché  il giorno della memoria non includa ma in qualche modo escluda.

Forse è un post scomodo e poco politicamente corretto ma le emozioni vanno raccontate per come sono e spero di non offendere nessuno dicendo che è giusto ricordare ma che sarebbe ancora più giusto creare dei ponti tra quelle stragi e quelle di oggi, altrimenti rischiamo di confinare in un tempo remoto comportamenti che ancora oggi esistono e si ripetono nella totale indifferenza.

Come sempre tendiamo a rifugiarci in pensieri consolatori, forse ci farebbe bene interrogarci più spesso sui nostri comportamenti, su quante volte giriamo la testa per non guardare.

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Arrivederci

Archivio, con la lettera che trovate riportata qui sotto ed indirizzata agli autori, quasi quattro anni da coordinatore scientifico di MySolutionPost e credo quasi il doppio come autore di Cesi (L’editore).

Un bel progetto che vede la fine almeno per come l’avevo concepito.

Lettera scritta per gli autori, ormai amici direi, ma che credo possa essere indirizzata anche ai molti lettori che mi hanno seguito con suggerimenti e partecipazione in questa bellissima avventura. Perché il lettore è sempre stato protagonista con i suoi suggerimenti, con la partecipazione ai corsi ed ai convegni, con il costante confronto sui social. Bellissimo il ricordo dei primi mesi, letteralmente tempestato da suggerimenti su come migliorare l’usabilità del sito, su quali autori coinvolgere, su quale stile comunicativo usare.

 

Cari amici,

credo sia giusto comunicarvi che da ieri è terminata la mia avventura con MySolution|Post e che non ne sono più il coordinatore scientifico. 

In questi anni ho sempre collaborato con piacere con Cesi perché mi sentivo a casa e perché per lungo tempo ho avuto la libertà di portare avanti progetti che si sono credo rivelati utili sia all’azienda sia a me personalmente. Da qualche tempo però la spinta innovativa si era interrotta e si è persa la comune la visone di progetto (succede). Ringrazio in particolare alcuni di voi per la pazienza dimostrata in questi ultimi mesi.

Mi porto a casa una bella esperienza, l’aver creato una piccola startup editoriale che ha riunito professori di Harvard, di Castellanza, di Trieste, del Politecnico e della Bocconi, che ha raccolto i contributi in materia di lavoro di ADAPT dell’università di Bologna, che ha avuto tra i suoi autori funzionari del Ministero dell’economia e delle finanze, giornalisti del Corriere della Sera e di Repubblica, che ha stretto più forti rapporti con l’Unione Giovani e con molti ordini locali arricchendosi di interviste e legittimandosi (e legittimando Cesi) davanti al pubblico dei commercialisti e non solo. 

Abbiamo affrontato temi non così consoni al mondo delle professioni economico-giuridiche come strategia, marketing, comunicazione. Senza dimenticare temi etici ed importanti riflessioni di storia economica. Soprattutto siamo tornati a parlare di impresa.

Da MySolution|Post è nato un gruppo di studio che ha fornito importanti momenti di confronto ai partecipanti e credo anche all’editore.

Purtroppo non si sono voluti avvisare per tempo gli autori ed i lettori nei tempi e nei modi che avrei ritenuto opportuni.

Ed i modi per me contano, così come le persone.

Poco male, lo faccio ora e lo farò meglio in un post in cui analizzerò quello che per me resta un caso aziendale ed una interessante esperienza professionale.

È stato un grande piacere collaborare con voi e sono certo che questo è solo un arrivederci, seppur su altri lidi.

 

Ora non resta, come scrivo ormai da tempo, che tornare a fare cose difficili. Scrivendo meno e meglio.

In un prossimo post vi illustrerò una nuova collaborazione che partirà a breve ma che sarebbe poco elegante oltre che ingeneroso anticipare qui.

Arrivederci!

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Linee guida per la valutazione di aziende in crisi

Linee guida per la valutazione di aziende in crisi

Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (CNDCEC) ha licenziato insieme alla Società Italiana dei Docenti di Ragioneria e di Economia Aziendale (SIDREA) il documento “Linee guida per la valutazione di aziende in crisi”.

Il contributo è volto a supportare l’attività del professionista nell’espletamento degli incarichi di valutazione delle aziende in crisi, qualora questa sia reversibile o irreversibile. In questa prospettiva, il contributo rappresenta uno strumento di agevole consultazione laddove sia, per esempio, richiesta una valutazione d’azienda per supportare decisioni in merito all’opportunità di proseguire l’attività anziché di liquidare oppure per gestire la crisi e le relative procedure concorsuali.

In prospettiva credo sarà auspicabile un maggior coordinamento con l’Organismo Italiano di Valutazione per evitare un sovrapporsi di documenti emanati dal CNDCEC in tema di valutazione di azienda.

Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

L’attendibilità della base informativa

Come più volte scritto su questa rubrica uno dei momenti più delicati per il professionista è rappresentato dalla valutazione dell’attendibilità della base informativa. Criticità evidenziata anche dai Principi Italiani di Valutaizone (PIV).

L’apprezzamento dell’attendibilità della base informativa è fase propedeutica all’esecuzione dell’incarico di valutazione, mirata a evitare che l’utilizzo di dati e informazioni rilevanti che presentino evidenti sintomi d’inattendibilità possano distorcere la stima, conducendo il professionista a una valutazione non corretta e gravemente inattendibile. Un dato o un’informazione inattendibile sono rilevanti quando il loro effetto sulla valutazione è idoneo ad alterare, anche solo potenzialmente, le decisioni degli utilizzatori della stima.

In presenza di rilevanti sintomi d’inattendibilità della base informativa, pertanto, il professionista deve riconoscere una limitazione che preclude lo svolgimento dell’incarico. Ove tale limitazione non sia rimossa mediante adeguamento della base informativa a cura del committente o tramite rettifiche effettuabili dal professionista, quest’ultimo deve rinunciare all’esecuzione dell’incarico.

Discontinuità tra i valori economico-finanziari

Il processo di valutazione riferito ad un contesto aziendale che versa in uno stato di disequilibrio economico ed in crisi reversibile si differenzia dal contesto valutativo liquidatorio perché, pur potendosi ragionevolmente presupporre la continuazione dell’attività aziendale, l’elemento fondamentale che caratterizza la valutazione può essere rinvenuto in una significativa discontinuità tra i valori economico-finanziari attuali e quelli che ci si attende che l’azienda otterrà dopo il superamento del disequilibrio economico.

Tempi di ripristino delle condizioni di equilibrio economico

Il professionista dovrà, innanzitutto, disporre di dati prospettici il più possibile analitici ed articolati sotto il profilo temporale in modo da poter identificare chiaramente il momento e le modalità con cui si ritiene che le condizioni di equilibrio economico (ma anche finanziario e patrimoniale) verranno ripristinate. Tali elementi dovranno, inoltre, consentire al professionista di verificare l’effettiva attendibilità delle stime, nonché il grado di realizzabilità degli effetti economico-finanziari attesi dall’operazione di risanamento avviata o in corso.

La verifica di ragionevolezza delle ipotesi e dei dati previsionali

Nella valutazione delle aziende in crisi reversibile o dei relativi rami di azienda e, comunque, per tutte le entità oggetto di valutazione che provengono da aziende in crisi per le quali si presuppone la prosecuzione dell’attività in base ai dati contenuti nel piano di risanamento, la maggior difficoltà che il professionista può rinvenire nell’espletamento del suo incarico attiene alla necessità di dovere basare la sua valutazione su dati previsionali che, quanto più l’operazione di risanamento è incisiva, presentano delle discontinuità, a volte anche profonde, con i dati consuntivi.

La vera criticità della valutazione dell’azienda in crisi

La vera criticità della valutazione dell’azienda in crisi è spesso rappresentata dall’impossibilità di disporre del tempo adeguato a massimizzare il valore di realizzo. In questo caso, il professionista deve applicare normalmente un significativo sconto per mancanza di liquidità del titolo.

Per approfondire

Scarica il documento “Linee guida per la valutazione di aziende in crisi

 

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Uno schiaffo ed una sfida da cogliere

Uno schiaffo e una sfida per tutti noi professionisti

In un recente articolo del Corriere, Dario Di Vico ci pone di fronte ad una realtà imbarazzante per tutti noi professionisti: siamo destinati a restare prigionieri di una spirale fatta di servizi trattati come commodity e di margini sempre più bassi? Certamente appare ormai evidente quanto il settore si stia polarizzando. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Il terziario pregiato è la palla al piede della produttività italiana

In un recente articolo del Corriere, Dario Di Vico ci pone di fronte ad una realtà imbarazzante per tutti noi professionisti:

È il terziario pregiato la palla al piede della produttività italiana come dimostrano i dati Istat. I servizi professionali hanno fatto segnare nel 2015 -0,3% (ma sono in territorio negativo dall’inizio dell’indagine) e non sono risaliti nonostante la compressione dei costi nel mercato nazionale e che per comodità chiamiamo «massimo ribasso».

Il guaio è che quando chiediamo innovazione parliamo in realtà di un incremento qualitativo dei servizi che in stretta connessione con la manifattura dovrebbero aiutare il salto di gamma del sistema produttivo.

Non soddisfatto giustamente prosegue nella sua analisi tanto impietosa quanto corretta ricordandoci che:

Purtroppo però le imprese — ma anche lo Stato — a valle sembrano seguire la logica di un outsourcing «povero», e trattare i servizi come una commodity indifferenziata. E la produttività scende.

Siamo quindi destinati a restare prigionieri di una spirale fatta di servizi trattati come commodity e di margini sempre più bassi? Certamente appare ormai evidente quanto il settore si stia polarizzando.

Una crescita malata

In Italia stiamo afforntando (o subendo) due tendendenze senza purtroppo riuscire a calvalcarle in maniera positiva. Cito il prof. Rullani che ha ben sintetizzato il fenomeno:

  • la prima è che la crescita dell’occupazione è trainata dai servizi, i quali colmano i vuoti lasciati dal lento ma sistematico arretramento della quota di occupazione garantita dalla manifattura;
  • la seconda è che, però, si tratta di una crescita “malata” perché aumenta il peso di attività a basso livello di produttività. Infatti il prodotto medio pro-capite del settore terziario ha segnato addirittura un arretramento in termini reali.

Una burocrazia che soffoca e non stimola l’innovazione.

Di chi la colpa? Nel settore delle professioni economico giuridiche di una burocrazia che soffoca le energie e non funge da stimolo all’innovazione. Sconcerto in proposito è derivato dalla recente introduzione dello spesometro trimestrale, e, riprendendo le parole del comunicato stampa cogiunto dei sindacati di categoria, proprio “In un momento in cui le imprese, dopo aver tanto faticato ed investito per restare sul mercato, meriterebbero di concentrarsi sull’attività senza dover rincorrere nuovi adempimenti, aggiornamenti di software e di personale; in un momento in cui i professionisti dopo aver tanto investito e lavorato in ottica di collaborazione con l’amministrazione finanziaria e con i propri clienti affinché si potesse realizzare quella svolta tecnologica e telematica necessaria all’ammodernamento del rapporto fisco contribuente, meriterebbero di dedicarsi con maggior vigore allo sviluppo della propria professionalità e dei propri studi nonché ad affiancare con le proprie competenze quegli imprenditori in grado di far riprendere l’economia del nostro Paese.”

Uno schiaffo ed una sfida da cogliere

Non nascondiamoci però anche le colpe più profonde di una categoria che non trova al suo interno anticorpi per reagire non riuscendo né a farsi stimolo politico né a riconvertirsi su servizi ad alto valore aggiunto. Inoltre per aumentare la produttività nei servizi bisogna creare best practice, confrontarsi con settori diversi da quello in cui si opera, puntare su crescita dimensionale e specializzazione.

Le considerazioni di Dario Di Vico non solo sono condivisibili ma rappresentano uno schiaffo ed una sfida da cogliere per tornare ad immaginarci diversi e più competitivi, rinunciando se è il caso a quelle piccole rendite di posizione che in cambio di poche certezze rischiano solo di farci più poveri.

 

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Patto di famiglia: l’inquadramento tributario e civilistico

Patto di famiglia: l’inquadramento tributario e civilistico

In Italia il 65% delle aziende con fatturato superiore ai 20 milioni di euro è costituito da aziende familiari, secondo i dati dell’Osservatorio AUB sulle Aziende Familiari Italiane. “Oggi il 23% dei leader di aziende familiari ha più di 70 anni e le aziende guidate dagli ultrasettantenni mostrano performance reddituali inferiori rispetto alle altre”, ci spiegano Corbetta e Minichilli durante la recente presentazione della guida al passaggio generazionale di Assolombarda. “Il 18% delle imprese familiari prevede un passaggio generazionale nei prossimi 5 anni – e si tratta di un passaggio davvero delicato, visto che solo il 30% delle aziende sopravvive al proprio fondatore e solo il 13% arriva alla terza generazione”.

Uno degli strumenti giuridici più interessanti per la gestione del passaggio generazionale è il patto di famiglia. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

 

Origini ed obiettivi dell’istituto

L’esigenza di tutelare il bene azienda, nonché l’attività imprenditoriale, in quanto bene sociale e non solo individuale, è più volte emersa nel corso della esistenza dell’ordinamento, soprattutto nei casi di passaggi generazionali delle piccole e medie imprese, normalmente a gestione familiare, in quanto in detti frangenti, spesso, si assiste a una disgregazione del patrimonio.

 

Contratto tipico per garantire il passaggio generazionale

Le norme sul patto di famiglia sono state inserite nel libro II, titolo IV, del C. C., dedicato alla divisione della massa ereditaria.

Attraverso questo contratto tipico, difatti, un imprenditore o un detentore di partecipazioni societarie può trasferire in tutto o in parte l’azienda o le quote a uno o più discendenti. Questi ultimi a loro volta sono obbligati a liquidare, in proporzione al valore dell’azienda, le ‘virtuali’ quote di legittima che potrebbero essere vantate dagli altri successibili se la successione, il cui oggetto sarebbe la sola azienda, si aprisse al momento della stipula del contratto.

Il legislatore si è premunito di modificare la norma che prevede il divieto dei patti successori, ovverosia di quei patti che permettono di disporre dell’eredità fintantoché il de cuius è in vita e che acquisteranno efficacia al momento della scomparsa di quest’ultimo, contenuta nell’art. 458 del C. C., rubricato: “Divieto di patti successori”. Ne risulterebbe che il patto di famiglia è un patto successorio e rappresenterebbe un’eccezione a detto divieto.

 

La valutazione di azienda

Il processo per governare il passaggio generazionale deve esser pianificato e strutturato in maniera preventiva seguendo quelle che ben possiamo definire le regole per il passaggio generazionale nelle imprese familiari.

La valutazione da parte di un professionista esperto ed indipendente delle partecipazioni e/o dell’intera azienda è quanto mai opportuna per trovare il consenso di tutte le parti coinvolte dal patto di famiglia ed al fine di evitare successive rivendicazioni o conflitti.

 

Documento della Fondazione

La FNC propone questo documento a dieci anni dall’introduzione del patto di famiglia con la Legge n. 55/2006. L’analisi dell’assoggettamento a tributo della stipula del patto di famiglia implica, soprattutto, l’analisi della cessione di azienda e di partecipazioni sociali, per quanto attiene all’imposizione diretta (ovverosia le norme sul reddito d’impresa e sui redditi diversi in merito a ricavi, plusvalenze e sopravvenienze) e l’analisi dell’imposta sulle donazioni in alternatività con l’imposta di registro e con l’imposta sul valore aggiunto, per quanto concerne quella indiretta.

In assenza di una specifica normativa tributaria, questo lavoro è condotto assimilando il patto di famiglia a una donazione modale, nel solco delle teorie proposte dall’amministrazione finanziaria e dalla giurisprudenza di merito.

Si tratterà in primo luogo dell’origine dell’istituto (e di conseguenza della sua ratio e della sua natura in termini generali), per affrontare, poi, la posizione tributaria dell’amministrazione finanziaria e quella della giurisprudenza di merito.

 

Per approfondire

Documento FNC – 31 ottobre 2016. Leggi il documento

 

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Le sinergie nella valutazione d’azienda

Le sinergie nella valutazione d’azienda

Uno degli elementi caratterizzanti la Valutazione d’azienda è la presenza di un Piano che assume il realizzarsi di un significativo cambiamento nell’assetto strategico e industriale della società oggetto dell’acquisizione. Il management della società acquirente prevede spesso di poter realizzare sinergie, sia sul fronte dei costi, sia su quello dei ricavi. Purtroppo l’esperto deve tener conto che altrettanto spesso le sinergie delineate nel piano iniziale appaiono sovrastimate. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Strategia realizzata ed intenzionale

Uno degli elementi caratterizzanti la Valutazione è la presenza di un Piano che assume il realizzarsi di un significativo cambiamento nell’assetto strategico e industriale delle società oggetto di compravendita. Si può quindi parlare di due diverse strategie:

  • la strategia realizzata o operante, che caratterizza le due società al momento dell’operazione di acquisizione;
  • la strategia intenzionale – come presentata nel Business Plan – basata sulla realizzazione di un significativo cambiamento dell’assetto strategico e rivolta ad ottenere risultati economici e finanziari superiori a quelli consentiti dalla strategia operante.

Analisi del Piano: elementi da analizzare (PIV)

  • l’attività svolta, ovvero i prodotti realizzati e/o i servizi erogati, con particolare riferimento a quelli protetti da marchi e altri diritti sulle opere di ingegno e invenzioni industriali;
  • il posizionamento sul mercato dei prodotti realizzati e/o dei servizi erogati e la fase alla quale è riconducibile il loro ciclo di vita (introduzione, crescita, maturità, declino);
  • il settore e il mercato in cui l’impresa opera, con particolare riguardo al posizionamento dei propri prodotti/servizi rispetto a quello dei concorrenti e agli elementi distintivi aziendali;
  • il modello di business adottato, la tecnologia impiegata nello svolgimento del processo produttivo, le barriere di ingresso esistenti, la capacità produttiva attuale e quella utilizzata, le eventuali certificazioni di prodotto e di sistemi di qualità aziendale;
  • i canali di approvvigionamento dei principali fornitori, le dinamiche di contrattazione e di definizione del prezzo di acquisto con gli stessi;     
  • i principali clienti, nonché la loro localizzazione.

Sinergie

Il management della società acquirente prevede spesso di poter realizzare, a valle dell’integrazione delle società acquisite, talune sinergie, sia sul fronte dei costi, sia su quello dei ricavi. Purtroppo l’esperto deve tener conto che altrettanto spesso “[..]le sinergie delineate nel piano iniziale e valutate nella loro interezza [..]appaiono leggermente sovrastimate in termini di valore generato e sfidanti in termini di tempistica”.

Valutazione d’azienda in caso di sinergie

  • il valore attuale delle sinergie deve essere aggiunto al valore delle società nel caso quest’ultimo sia stato ottenuto mediante metodi che tradizionalmente conducono a valori on a stand alone basis:
    • quali ad esempio il metodo basato sulla attualizzazione dei flussi di risultato attesi dalle società o
    • il metodo basato sulla considerazione di multipli desunti da società quotate comparabili
  • mentre non deve essere considerato, per evitare errori di duplicazione, nel caso di valori ottenuti con metodi che implicitamente già riconoscono e valorizzano l’esistenza di un certo ammontare di sinergie derivanti da operazioni di acquisizione, come nel caso dei valori ottenuti con il metodo dei multipli desunti da operazioni di acquisizione comparabili.

Criticità: evoluzione della strategia

  • Esistenza di un significativo divario tra le performance connesse alla strategia operante e quelle attese dalla strategia intenzionale prevista a Piano.

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Caprotti, una storia di famiglia

Caprotti, una storia di famiglia

Incredibile come un imprenditore “divisivo” come Bernardo Caprotti sia comunque considerato (almeno a Milano) uno di famiglia. Il cordoglio di amici ed avversari in queste ore è sincero […..]

È da qualche settimana che avrei voluto scrivere un articolo sul caso aziendale, sulla mancata successione in azienda del figlio Giuseppe ma ogni volta il pudore mi ha impedito di affrontare una questione che più l’approfondivo più rivelava la prevalenza del lato umano su quello economico.

E che come tutte le questioni personali o le si conoscono molto bene oppure il silenzio è il modo migliore di affrontare la complessità. Forse questo però posso dirlo: uno giganteggia come imprenditore l’altro emerge come uomo. E forse il litigio è comunque un modo di cercarsi.

Ed è proprio alla parola famiglia che nel bene e nel male associo Caprotti, anche nel paradosso delle lotte interne alla famiglia stessa, nella mancata quotazione in Borsa perché Esselunga «è un’azienda familiare e resterà tale».

Leggi l’articolo completo pubblicato su ilSole24Ore

Le valutazioni di bilancio nelle false comunicazioni sociali

Le valutazioni di bilancio nelle false comunicazioni sociali

La riforma dei reati di false comunicazioni sociali introdotta dalla L. 69/2015 ha fatto emergere una discrasia sulla rilevanza penale, e quindi sulla punibilità, del c.d. falso valutativo. In attesa del deposito delle motivazioni della Sentenza delle sezioni unite della Cassazione proviamo ad analizzare il contenuto della Informazione provvisoria n. 7 del 31 Marzo 2016 alla luce delle recenti sentenze in materia.

Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La L. 69/2015 ha sostituito (a decorrere dal 14/06/2015) gli artt. 2621 e 2622 c.c. ed ha inserito i nuovi artt. 2621-bis e 2621-ter c.c..

La normativa vigente, in estrema sintesi, distingue tra false comunicazioni sociali in società non quotate (art. 2621 c.c.) e false comunicazioni sociali in società quotate (art. 2622 c.c.), sanzionando entrambe le fattispecie come delitto, e punendole con la reclusione da uno a cinque anni, nel caso di società non quotate, e da tre a otto anni, nel caso di falso in società quotate. Sono state, inoltre, introdotte ipotesi attenuate per fatti di lieve entità (art. 2621-bis c.c.), ed una autonoma causa di non punibilità per particolare tenuità (art. 2621-ter c.c.).

I dubbi interpretativi nascono dalla modifica degli artt. 2621 e 2622 c.c.

 

Art.2621 c.c. ante riforma

Art.2621 c.c.
Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni.

La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.”.

Fuori dai casi previsti dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

 

Art.2622 c.c. ante riforma Art.2622 c.c.
Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.

Nel caso di società soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e successive modificazioni, la pena per i fatti previsti al primo comma e’ da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d’ufficio.

La pena è da due a sei anni se, nelle ipotesi di cui al terzo comma, il fatto cagiona un grave nocumento ai risparmiatori.

Il nocumento si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall’ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entita’ complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo.

La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi settimo e ottavo, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonche’ da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.”.

Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da tre a otto anni.

Alle società indicate nel comma precedente sono equiparate:

1) le società emittenti strumenti finanziari per i quali è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;

2) le società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un sistema multilaterale di negoziazione italiano;

3) le società che controllano società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;

4) le società che fanno appello al pubblico risparmio o che comunque lo gestiscono.

Le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

 

 

L’assenza di tale inciso ha portato alla formulazione di interpretazioni nonché di giudizi di legittimità opposti.

La V sezione penale della Corte non è, infatti, riuscita a consolidare al suo interno un’interpretazione univoca di tale riforma, formulando nel tempo sentenze di segno opposto.

Esclusione dei falsi valutativi e punibilità ai soli dati oggettivi – Cassazione n.33774 del 16/06/2015

È possibile ricostruire la spaccatura creatasi all’interno dei giudici della Suprema Corte partendo dalla sentenza n.33774 del 16/06/2015. Questa prima sentenza ha attribuito alla citata riforma delle false comunicazioni sociali un effetto parzialmente abrogativo: si ritiene che il nuovo testo, facendo riferimento a “fatti materiali” delimiti la punibilità ai soli dati oggettivi, escludendo da essi le valutazioni.

Seguendo tale interpretazione, la mancata inclusione nel nuovo testo legislativo dell’inciso sulle valutazioni esprime la “volontà di non attribuire più rilevanza penale alle attività di mera valutazione ovvero alle stime, che caratterizzano alcune voci di bilancio e che rispondono a una pluralità di considerazioni fondate su elementi di varia natura.

E si è pure rilevato che la locuzione “fatti materiali”, senza ulteriori specificazioni, già era stata utilizzata dalla legge n. 154/1991 per circoscrivere l’oggetto del reato di frode fiscale di cui all’art. 4 lett. f) legge n. 516/1982, con il chiaro intento di escludere dall’incriminazione le valutazioni relative alle componenti attive e passive del reddito dichiarato. Come è noto, però, tale scelta è stata poi espressamente superata dal legislatore in occasione della riforma dei reati tributari del 2000, con la quale non solo la menzionata formula è stata modificata, ma specificamente è stata attribuita espressa rilevanza penale alle valutazioni estimative divergenti da quelle ritenute corrette, seppure entro la soglia di tolleranza del 10% (art. 7, comma 2. d. Igs. n. 74/2000).

È del tutto evidente, allora, che l’adozione dello stesso riferimento ai “fatti materiali non rispondenti al vero”, senza alcun richiamo alle valutazioni e il dispiegamento della formula citata anche nell’ambito della descrizione della condotta omissiva consente di ritenere ridotto l’ambito di operatività delle due nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, con esclusione dei cosiddetti falsi valutativi.

Tanto più che i testi riformati degli artt. 2621 e 2622 si inseriscono in un contesto normativo che vede ancora un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 cod. civ. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza), peraltro proprio a precisazione contenutistica della stessa locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”. Tale disposizione continua infatti a punire i medesimi soggetti attivi (“gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società….”) dei reati di cui agli artt. 2621 e 2622 che, nelle comunicazioni dirette alle autorità pubbliche di vigilanza, “espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”.

E, proprio sulla portata contenutistica della condotta descritta nell’art. 2638, questa Corte ha avuto modo di rilevare che l’espressione “fatti materiali, ancorché oggetto di valutazioni” porta solo ad escludere dal perimetro della punibilità le opinioni, le previsioni o le congetture prospettate come tali, cioè quali apprezzamenti di carattere squisitamente soggettivo.

Tale interpretazione della locuzione contenuta nell’art. 2638 cod. civ. allora finisce per ulteriormente supportare la tesi secondo la quale la riforma del 2015 ha fatto ricorso solo alla locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”, non replicando la precisazione contenuta del previgente art. 2621 e nel vigente citato art. 2638, con l’intento di lasciar fuori dalla fattispecie le valutazioni.

Per quanto riguarda invece le modifiche apportate alla struttura dell’elemento soggettivo, deve osservarsi come il legislatore abbia confermato, riguardo ad entrambe le figure di reato, la necessità di un dolo specifico, caratterizzato dal fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto. La novella non ha invece riproposto la espressa caratterizzazione dello stesso come intenzionale, attraverso la soppressione dell’inciso “con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico”, che era stato introdotto nel 2002. In diretta relazione alla descrizione della condotta ha fatto invece la sua comparsa l’avverbio «consapevolmente», che appare sintomatico della volontà del legislatore di escludere la rilevanza del dolo eventuale.”

La pronuncia della Cassazione fa perno sulla necessaria tipicità della fattispecie penale, che verrebbe elusa dal mantenimento delle valutazioni come oggetto di reato, tenendo anche in considerazione la soppressione delle soglie di punibilità.

Rilevanza penale degli enunciati valutativi – Cassazione n. 890 del 12/11/2015

La successiva pronuncia della Cassazione, sentenza n.890 del 12/11/2015, ribalta la precedente, sostenendo che il riferimento ai “fatti materiali”, indicati nell’art. 2621 c.c., quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non è sufficiente ad escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, anch’essi oggetto di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale.

È indiscusso che “all’ineludibile indagine testuale debba associarsi il richiamo al canone logico-sistematico ed a quello teleologico, ai fini della compiuta focalizzazione dell’impatto della novella sull’assetto normativo preesistente.

Sul primo versante, non v’é dubbio che l’indagine letterale sconti, come di consueto, un quid di relativismo per la non sempre ineccepibile formulazione della struttura espositiva, talora persino in rapporto all’ortodossia sintattico – grammaticale. Tale approssimazione è, notoriamente, frutto non solo di scarso tecnicismo, ma anche della complessità della stessa procedura di elaborazione del testo delle leggi, sovente effetto di successive modifiche ed emendamenti, nel perseguimento di problematici equilibrismi strategici e compromissori, che, a volte, finiscono con lo stravolgere il significato inizialmente concepito. Nondimeno, nel caso di specie, non sembra revocabile in dubbio che la rimozione dal testo previgente della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni” non possa, di per sé, assumere alcuna decisiva rilevanza.

Quella in esame, infatti, è tipica proposizione “concessiva” introdotta da congiunzione (ancorché) notoriamente equipollente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benché”, “quantunque”, “anche se” et similia).

La proposizione concessiva ha, dunque, funzione prettamente esegetica e, di certo, non additiva, di talché la sua soppressione nulla può aggiungere o togliere al contesto semantico di riferimento. Conseguentemente, nel caso di specie, l’elisione di una proposizione siffatta non può, certo, autorizzare la conclusione che si sia voluto immutare l’ambito sostanziale della punibilità del falsi materiali, che, invece, resta impregiudicata, continuando a ricomprendere, come in precedenza, anche i fatti oggetto di mera valutazione. In sostanza, l’intervento in punta di penna del legislatore ha inteso “alleggerire” il precipitato normativo, espungendo una precisazione reputata superflua, siccome mera superfetazione linguistica.

Il problema – costituente il tema d’indagine preannunciato in premessa – riguarda il falso c.d. valutativo o qualitativo, ossia la falsa rappresentazione del fatto oggetto di valutazione. Ma se è indiscusso che solo gli enunciati informativi possono dirsi falsi, è ormai universalmente riconosciuto che il significato di un qualsiasi enunciato dipende dall’uso che se ne fa nel contesto dell’enunciazione, sicché non è la sua struttura linguistica bensì la sua destinazione comunicativa ad assegnare una possibile funzione informativa a un qualsiasi enunciato. Orbene, è risaputo che il bilancio – principale strumento di informazione – si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore, espresso in grandezza numerica. Si tratta, per vero, di attività prettamente speculativa e valutativa, al pari di ogni altra che esprima giudizi di valore.

Non può, allora, dubitarsi che nella nozione di rappresentazione dei fatti materiali e rilevanti (da intendere nelle accezioni anzidette) non possano non ricomprendersi anche – e soprattutto – tali valutazioni.

Orbene, anche le valutazioni espresse in bilancio non sono frutto di mere congetture od arbitrari giudizi di valore, ma devono uniformarsi a criteri valutativi positivamente determinati dalla disciplina civilistica (tra cui il nuovo art. 2426 cod. civ.), dalle direttive e regolamenti di diritto comunitario (da ultimo, la citata direttiva 2013/34/UE e gli standards internazionali Ias/Ifrs) o da prassi contabili generalmente accettate (es. principi contabili nazionali elaborati dall’Organismo Italiano di Contabilità). Il mancato rispetto di tali parametri comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancor’oggi punibile ai sensi del nuovo art. 2621 cod. civi., nonostante la soppressione dell’inutile inciso ancorché oggetto di valutazioni.

In tale prospettiva, non par dubbio che ad assumere rilievo, in ultima analisi, è non tanto la fedele trasposizione (pur sempre problematica) della realtà “oggettiva” della società (c.d. verità oggettiva di bilancio), quanto piuttosto la corrispondenza della stima dei dati esposti a quanto stabilito dalle prescrizioni di legge o da standards tecnici universalmente riconosciuti.

In funzione della ricerca di momenti di conferma – in prospettiva teleologica – non può, poi, essere privo di significato l’inserimento sistematico delle nuove false comunicazioni sociali in un testo normativo anticorruzione (legge 27 maggio 2015, n. 69, recante disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio), ad eloquente riprova della presa d’atto, da parte del legislatore, del dato esperienziale che il falso in bilancio è ricorrente segnale di determinati fenomeni corruttivi, spesso in ragione dell’appostazione contabile di false fatturazioni intese a costituire fondi in nero, destinati al pagamento di tangenti o ad altre illecite attività. Di talché, escludere dall’alveo dei falsi punibili quello valutativo significherebbe frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione.

Può, allora, affermarsi il principio secondo cui nell’art. 2621 cod. civ. il riferimento ai “fatti materiali” oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati. Infatti, qualora intervengano in contesti che implichino accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, anche gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere ad una funzione informativa e possono, quindi, dirsi veri o falsi.”

Irrilevanza penale dei falsi estimativi – Cassazione n. 6916 del 08/01/2016

Con un’ulteriore decisione, sentenza n.6916 del 08/01/2016, la Cassazione torna sui suoi passi, riprendendo la tesi dell’irrilevanza penale dei falsi estimativi, sostenuta nella sentenza n.33774/2015.

Rilevanza penale degli enunciati valutativi ed integrale continuità normativa – Cassazione n. 12793 del 02/03/2016

Successivamente, si assiste ad un’ulteriore “cambio di rotta” con la sentenza n.12793 del 02/03/2016, che riprende l’orientamento della sentenza n.890/2016, secondo il quale sussiste piena e integrale continuità normativa tra l’art.2621 c.c. ante riforma e la sua formulazione attuale, risolvendo, di conseguenza, il problema della sopravvenuta “abrogatio criminis”. Nello specifico, l’eliminazione dell’inciso relativo alle valutazioni, non avendo il fine di costituire un’ipotesi abrogativa di una “categoria”, ha implicitamente ribadito l’irrilevanza del percorso argomentativo attraverso il quale il fatto non corrispondete al vero viene esposto in bilancio, cioè se attraverso un percorso valutativo o riproduttivo di un dato, dovendo escludere la rilevanza penale ai soli apprezzamenti di carattere soggettivo.

L’aspetto discriminante è la rilevanza e la concreta idoneità dell’informazione falsa ad indurre altri in errore.

“ L’espunzione dall’art. 2621 c.c. dell’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” riferito ai “fatti materiali” di cui alla recente riforma del 2015 non può che essere insignificante, stante l’irrilevanza del percorso attraverso il quale si giunge all’esposizione del fatto materiale. L’enfasi con la quale è stata segnalata tale soppressione è probabilmente ascrivibile al fatto che il legislatore del 2002 ha inserito contemporaneamente l’aggettivo “materiali” (in considerazione dell’esigenza di delimitare come detto al portata del reato escludendo gli apprezzamenti “schiettamente” soggettivi) e l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, sicché l’eliminazione di quest’ultimo, senza la contemporanea elisione dell’aggettivo “materiali” ha determinato il convincimento di una riconsiderazione della condotta punibile, secondo voluntas legis non più “valutativa”. Tale interpretazione, tuttavia, tralascia la genesi, l’evoluzione, il contesto di riferimento ed i principi affermati da dottrina e giurisprudenza sino alla sentenza “Crespi”, che inducevano complessivamente ad escludere qualsiasi forma di riconsiderazione della locuzione “fatti materiali”, stante il significato da attribuirsi ad essa, quantunque epurata dal riferimento al sintagma “ancorché oggetto di valutazione”. Peraltro, negare la possibilità che il falso possa realizzarsi mediante “valutazioni” significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per sé necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’art. 2426 c.c..

La sentenza n. 890 del 12/11/2015 evoca nella sostanza tali punti di approdo, laddove rileva che veritiero vuol dire che gli amministratori non sono tenuti a una assoluta verità oggettiva di bilancio, impossibile da raggiungere per i dati stimati, ma impone a quest’ultimi di indicare il valore di quei dati che meglio risponde alla finalità e agli interessi che l’ordinamento vuole tutelare; il bilancio, dunque, è “vero”, di regola, non tanto e non solo perché tende a rappresentare fedelmente l’obiettiva realtà aziendale sottostante, bensì perché si conforma a quanto stabilito dalle prescrizioni legali in proposito. Si tratta di un “vero legale” stante la presenza di una disciplina legislativa che assegna valore cogente a determinate soluzioni elaborate dalla tecnica ragionieristica.

Occorre, infine, dar conto della condivisibile argomentazione spesa sempre nella sentenza n. 890 del 12/11/2015, secondo cui il mantenimento nel corpo dell’art. 2638 c.c. del sintagma “ancorché oggetto di valutazioni” non sarebbe significativo al fine di ritenere che l’elisione di tale sintagma nell’art. 2621 c.c. costituisca sintomo della volontà di rendere penalmente irrilevanti i cd. falsi valutativi, tutelando le due norme beni giuridici diversi. Una diversa interpretazione comporterebbe infatti il risultato paradossale – e forse di dubbia costituzionalità – che la redazione di uno stesso bilancio, recante falsi valutativi, sarebbe penalmente irrilevante se diretto ai soci ed al pubblico e penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza.”

I giudici della V sezione restano divisi tra un’interpretazione letterale, restrittiva della riforma, e un’interpretazione logica, elastica.

Rilevanza penale del falso valutativo secondo la Cassazione a Sezioni unite con l’informazione provvisoria n. 7 del 31 Marzo 2016

A dirimere il conflitto è intervenuta la Cassazione a Sezioni unite, la quale, a sorpresa, ha accolto la soluzione prospettata dall’orientamento minoritario venutosi a formare dopo le modifiche legislative.

Come da informazione provvisoria n.7 della Suprema Corte:

 INFORMAZIONE PROVVISORIA N.7

P.U. 31 Marzo 2016

Questione controversa:

Se, ai fini della configurabilità del delitto di false comunicazioni sociali, abbia tuttora rilevanza il falso “valutativo” pur dopo la riforma di cui alla legge n.69 del 2015.

Soluzione adottata:

Affermativa. Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di “valutazione”, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tale criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni.

Riferimenti normativi:

Cod. civ., artt. 2423-2435-ter, 2621 e segg.; r.d. 16 marzo 1942, n.267, artt. 216 e 223, legge 27 marzo 2015, n.69, artt. 9, 10 e 11.

Le Sezioni unite, aderendo all’impostazione della sentenza n. 890/2016, stabiliscono che «sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo all’esposizione od omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, ci si discosti consapevolmente da essi, senza darne adeguata informazione giustificativa ed in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni».

Si attende il deposito delle motivazioni per meglio comprendere le ragioni che hanno portato i Supremi giudici a confermare la soluzione della rilevanza penale dei falsi valutativi.

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Il concordato preventivo, una (mancata) valutazione del suo utilizzo.

Il concordato preventivo, una (mancata) valutazione del suo utilizzo.

Un recente occasional papers della Banca d’Italia vorrebbe fare chiarezza sull’effettiva efficacia del concordato preventivo come strumento per risolvere la crisi e garantire la continuità d’impresa. Purtroppo la parte più rilevante è nel “non detto”. Ci si chiede infatti in assenza di dati pubblici attendibili come sia possibile monitorare la bontà delle norme e migliorarne la qualità.

 

Obiettivi delle riforme del Concordato Preventivo

La disciplina delle crisi d’impresa è stata riformata più volte prima e durante la fase di crisi economica avviatasi nel 2008, anche per favorire il ricorso a soluzioni concordate e agevolare la ristrutturazione di imprese in temporanea difficoltà. Come indicato dal paper di Banca d’Italia gli obiettivi dichiarati dal legislatore sono molteplici:

  1. estendere il ricorso al concordato,
  2. favorire una più rapida emersione delle crisi e
  3. la loro positiva risoluzione (la cosiddetta continuità aziendale),
  4. al contempo contenendo i possibili comportamenti opportunistici a danno dei creditori da parte delle imprese debitrici.

La preoccupante assenza di dati pubblici

Il dato più preoccupante che emerge dalla ricerca è la mancanza di statistiche affidabili. “L’indisponibilità di dati di fonte giudiziaria sul contenuto dei piani di concordato e sugli esiti impedisce di esaminare alcuni importanti aspetti del funzionamento dell’istituto, quali la percentuale di recupero per le varie tipologie di creditori ottenuta con i concordati liquidatori o le caratteristiche dei piani di ristrutturazione che si concludono con successo.”

Uno su mille ce la fa (circa il 4,5 per cento)

Appare impressionante che solo una quota limitata di aziende (circa il 4,5 per cento) sopravvive dopo il concordato, la cui funzione principale pare quella di fornire uno strumento liquidatorio di tipo negoziale, alternativo al fallimento che vede un maggior ruolo degli organi giudiziari. Ci si domanda peraltro ancora una volta l’attendibilità del dato vista la difficoltà di monitorare la sopravvivenza dell’azienda che è cosa ben diversa da quella della società che ha fatto domanda di concordato. Nello schema tipico infatti l’azienda viene prima affittata e poi ceduta ad una newco. In questo caso nonostante si proceda alla liquidazione della vecchia società l’obiettivo si salvaguardia dell’azienda può ritenersi raggiunto.

La circostanza che solo una quota limitata di aziende sopravvive dopo il concordato preventivo induce a ritenere che il concordato stesso possa essere considerato dalle imprese e dai loro creditori una modalità per uscire dal mercato più efficiente e rapida rispetto alla procedura fallimentare, che vede un maggior ruolo dei tribunali ed è spesso caratterizzata da tempi lunghi di risoluzione

Il nodo irrisolto, i tempi di reazione alla crisi

Purtroppo il vero nodo irrisolto restano i tempi di reazione alla crisi. Troppo spesso infatti la carta del concordato viene giocata a crisi conclamata lasciando poco spazio di intervento a piani di risanamento ed accordi con i creditori.

Concordato in bianco

Il paper affronta anche gli effetti sul sistema imprese del recente strumento del concordato in bianco. I ricercatori ricordano che proprio l’ampia diffusione del concordato in bianco, e la relativa facilità di presentazione delle istanze già immediatamente dopo la sua introduzione, ha dato adito ai timori di un suo uso opportunistico, cioè che l’imprenditore potesse ricorrere al concordato in bianco senza l’intenzione o la concreta possibilità di presentare un piano di risanamento nei termini previsti, al solo fine di dilazionare il pagamento dei creditori.

In base alle prime indicazioni disponibili comunque la quota di piani non presentati entro il termine massimo di 180 giorni è rimasta molto elevata intorno al 77 per cento, come pure la quota di imprese fallite entro un anno dalla presentazione dell’istanza di concordato (intorno al 30 per cento).

Conclusioni

L’ occasional papers della Banca d’Italia vorrebbe fare chiarezza sull’effettiva efficacia del concordato preventivo come strumento per risolvere la crisi e garantire la continuità d’impresa. Purtroppo la parte più rilevante è nel “non detto”. Ci si chiede infatti in assenza di dati pubblici attendibili come sia possibile monitorare la bontà delle norme e migliorarne la qualità attraverso successive riforme.

Per approfondire

Il concordato preventivo in Italia: una valutazione delle riforme e del suo utilizzo

Questioni di Economia e Finanza (Occasional papers) Numero 316 – Marzo 2016

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