A lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento

A lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento

Un week end passato a lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento. Ieri è tornato a casa tutto fiero con il mio regalo per la festa del papà. Doveva essere una sorpresa ma non ha resistito ed abbiamo anticipato i festeggiamenti.

Da sempre i regali per me sono giochi con cui giocare insieme e così le feste sono molto attese da entrambi.

Ultimamente abbiamo riscoperto una comune passione per i lego. Lui è ovviamente interessato alle bellissime scatole delle serie più pubblicizzate ( guerre stellari, ninjago, ecc.).

Io invece resto sempre un po’ perplesso da costruzioni così belle e complesse che ti disincentivano dal distruggere e ricostruire che poi è proprio il bello dei lego.

Così, complice il nuovo negozio vicino allo Studio, i regali che ricevo per me sono tutti pezzi di lego Classic ( insomma i classici mattoncini sciolti con cui tutti abbiamo giocato per anni).

All’inizio il panatino era un po’ perplesso ma per me era importante che lasciasse libera la fantasia e soprattutto imparasse a distruggere e ricostruire.

Oggi ci divertiamo molto complice anche un buon numero di soldati e di pirati con cui ingaggiamo battaglie per la conquista del tesoro.

Quello che mi ha più sorpreso in questo percorso per imparare insieme a sviluppare la fantasia sono state le mie reazioni.

Io che l’ho sempre incentivato a cambiare modo di giocare mi sono reso conto di quante resistenze ho provato quando ha scelto pezzi diversi dai mattoncini che scelgo io, quando si è messo a mischiare le armi tra soldati e pirati, quando ha davvero rotto ogni barriera per lasciare libera la fantasia.

Morale della favola, ho imparato che il cambiamento e l’innovazione sono un percorso e se pretendi di sapere già quando parti dove arriverai ti stai in qualche modo limitando. Non c’è vero cambiamento se non ti liberi da schemi e preconcetti. Si possono usare anche pezzi piccoli, si possono anche cambiare le armi e le teste agli omini. L’abbiamo imparato giocando in due.

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Quando i bambini abbattono i muri che noi per paura costruiamo

Quando i bambini abbattono i muri che noi per paura costruiamo

Sono giorni di grande lavoro, spesso sono fuori Milano e torno tardi a casa. Mio figlio di 5 anni sente il bisogno di riappropriarsi del poco tempo passato insieme ed è sempre emozionante assistere al suo bisogno di raccontare e condividere racconti ed emozioni. Hanno da poche ore eletto, tra mille polemiche, Trump nuovo presidente degli Stati Uniti. I bambini abbattono i muri che noi per paura costruiamo

Non lo capiamo ma è nostro amico papà!

Sai papà, da oggi all’asilo ho un nuovo amico! E anche Matteo, Massimo Lucio e Iago hanno come me un nuovo amico!

– Davvero? E come si chiama?

Non lo so papà! Non ci ha detto il nome.

– Ma Tommaso che amico è se non vi dice come si chiama?

Non è che non c’è lo dice, è che parla in cinese e non lo capiamo. Neanche Emilio ( migliore amico del #panatino, italo cinese) lo capisce! Ma è nostro amico papà!

Un sorriso ed una speranza

In questo dialogo c’è tutto il mio mondo liberale, il rispetto, la parità dei punti di partenza e forse qualcosa in più.

Ed anche un bieco reazionario come me può imparare qualcosa dai bimbi e mi scappa un sorriso ed una speranza…  

 

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Piccole riflessioni su un mondo che cambia

Piccole riflessioni su un mondo che cambia

Panatino, lego, Halloween, teatro ed altre riflessioni in ordine sparso

Il fine settimana è il momento in cui pensieri e riflessioni trovano il tempo di decantare. In questi giorni ho avuto diverse cose su cui riflettere, piccole cose sia chiaro, ma che non voglio perdere e come di consueto proverò a fissare qui più per me che per il lettore e di questo me ne scuso. Mi rendo conto che è un post lungo, apparentemente disorganico ma credo che ritroverà unità e chiarezza nelle conclusioni.

Halloween

In Italia tutto è divisione, tutto contribuisce a formare schieramenti. Vedo molti amici criticare una festa americana, imposta, soppiantare le feste cattoliche. Mio figlio potrà giocare a dolcetto scherzetto ma in questo fine settimana è andato a visitare la tomba del nonno per la prima volta accompagnato da mia madre e mio fratello. E come tradizione porterà un fiore al bisnonno ed altri parenti sepolti al Monumentale, ascoltandone la storia e passeggiando in silenzio tra tombe di soldati ed eroi. Ancora forse non comprende tutto ma non vi nascondo la mia commozione che si rinnova ogni volta. Forse basta questo, regalare tempo ed emozioni.

Per noi in famiglia non c’è mai stata l’attesa dei dolci ( salvo un laico pane dei morti preso dal panettiere) o dei regali. È sempre stato un momento di forte legame coi valori familiari, di orgoglio di appartenenza, di ricordi di chi non c’è più e di consapevolezza di una storia di cui facciamo parte. Forse è sempre stata una cosa da uomini, anche nelle confessioni più private che avevano luogo in questi giorni. Momenti di fragilità e di forza preziosissimi nella mia educazione.

Lego, amore e fantasia

Non amo ricevere regali e così quando arriva il momento del compleanno chiedo sempre al panatino , desideroso di stupire il papà, di comprarmi un gioco. Questa volta ho chiesto dei lego ma quelli classici, lo scatolone coi mattoncini. Tutti mi hanno guardato strano ma le attuali scatole dei lego sono troppo complicate e ti costringono a costruire astronavi, ecc armato di potenti istruzioni. Nei miei ricordi di bambino, nonostante la passione per tutta la collezione della base spaziale che ancora conservo, i lego sono sempre stati legati alla fantasia, alla libertà di costruire, smontare e ricostruire. Senza vincoli. Ed è molto più divertente giocare così con panatino.

Troppo spesso oggi rinunciamo alla libertà di sognare per inseguire progetti complicati imposti o auto imposti.

La vanità rischia a volte di compromettere la libertà. E non parlo solo di giochi.

Il rischio inaspettato di un grande successo d’immagine

Sono molto felice per il grande successo teatrale del Cirano di Corrado d’Elia al Teatro Litta. So quanto gli attori abbiano lavorato per questo e vedere il costante aggiungersi di repliche straordinarie è davvero una grande emozione. Quando mi riferisco al “successo inaspettato” non è certo quello dello spettacolo che da anni macina trionfi su trionfi. Ma al successo dell’uso dell’immagine.

Vi suggerisco di vedere questo breve video. Il Teatro è per me una grande ed inaspettata fonte di ispirazione.

a. Disciplina

Un attore/regista che ha il coraggio di rimproverare il pubblico (p minuscola) per rispettare il Pubblico (P maiuscola). Perché come dissi tempo fa “ci vuole disciplina per viver di poesia”. Proprio nella parola disciplina sta il primo insegnamento: più ci discostiamo dalle strade battute, più innoviamo, più ci vuole disciplina, più dobbiamo essere bravi.

b. Immagine

La seconda riflessione è nel ruolo che la “fotografia” ha nel teatro di Corrado. Un ruolo potente, evocativo, quasi cinematografico, tanto da spingere gli spettatori (contro ogni regola e buona educazione) a fotografare gli attori disturbando lo spettacolo. In questo caso sono vittima del loro successo. Del loro esser stati tremendamente bravi nel lavorare sull’immagine (non a caso a teatro prima dello spettacolo è possibile visitare una bellissima mostra fotografica sui 20 anni di rappresentazioni). Bisognerà rifletterci.

c. Concentrazione

La terza riflessione è sulla difficoltà che abbiamo per colpa di internet di mantenere la nostra concentrazione. Il Teatro è agli antipodi e ne sconta il prezzo. Forse però ciò che è un limite può diventare un punto di forza straordinario su cui costruire. Tornando alla fantasia, ai tempi lunghi, al lego classico.

 

Senza polemiche, rimboccandosi le maniche

Nel dramma del terremoto vi propongo questo articolo che mi ha colpito molto per l’atteggiamento propositivo:

“La terra è materia viva, non può stare ferma. Norcia fu distrutta dal terremoto del 1702. La ricostruiremo come fecero i nostri antenati. E poi trovo straordinario che sia rimasta in piedi la facciata, col il suo rosone e le statue di Benedetto e di sua sorella, Santa Scolastica. Dopo questa catastrofe, anche la regola benedettina ritroverà nuovo slancio”.

Morale della favola

Piccole riflessioni su un mondo che cambia ma che mi insegnano a ripartire dai fondamentali: a ripartire dalla regola Benedettina per ricostruire la basilica, a riscoprire i tempi lunghi, la fantasia, la libertà di non seguire le istruzioni. Il coraggio di chiedere rispetto per il proprio lavoro e preservarlo anche dalla propria vanità e dal proprio successo. La consapevolezza di dover tornare a fare le cose difficili.

 

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Soave, le quote rosa e la nostalgia di un mondo che sapeva sognare.

Soave, le quote rosa e la nostalgia di un mondo che sapeva sognare.

Ripropongo una breve riflessione di qualche tempo fa che il lettore più attento ricorderà essere già apparsa sul vecchio blog. Oggi la ripubblico qui dopo aver ricevuto una telefonata di una laureanda che sta facendo una tesi su Casa Panato e sulla mia famiglia. Questa ed altre storie sono raccolte in un piccolo libro che ho scritto per mio figlio “E cosi da uomo a uomo cresciamo in due“.

 

Ieri un sovrapporsi di immagini e ricordi. La mia famiglia è originaria di Soave, piccolo centro medioevale vicino a Verona. Lì tutto gira intorno al vino. Leggo che l’alluvione di questi giorni non l’ha risparmiata, che Zaia ha scelto di allagare i campi per salvare la città dalle acque.

In quei campi da piccolo mi portavano per controllare la vendemmia. Alle preoccupazioni di mia madre che ripeteva il più classico “Non sporcarti” rispondeva una vecchia zia, custode delle tradizioni familiari, con un perentorio “non è sbagliato che si sporchi di terra perchè questa terra è sua.”.

C’era ancora la mezzadria e mia zia, una delle poche donne laureate della sua generazione, viveva ancora in un mondo fermo a cavallo tra l’ottocento ed il novecento.

Per lei non c’era bisogno delle quote rosa. Lei era una Panato e la sua gerarchia personale era più o meno:

  • Dio (che era l’inizio e la fine di tutto ma che ovviamente era poco presente negli affari terreni. unica certezza il suo infinito amore per la nostra famiglia e solo in seconda battuta per il resto del genere umano).
  • Il Re (che qualche onore ci aveva concesso in passato ed in nome del quale nonno Edoardo aveva amministrato Soave ed il tribunale militare delle tre Venezie, amico di quel D’Annunziobellissima la costituzione del carnaro– a cui perdonò in nome dell’Italia l’insubordinazione del Regio Esercito) ormai in esilio.
  • Gli uomini di casa Panato della sua generazione, il padre ed il fratello adorati ma ormai scomparsi
  • LEI (che solo per modestia si considerava quarta nella linea di comando, essendo sostanzialmente assenti i primi tre).
  • gli eredi di casa Panato (in cui io rivestivo in qualche modo un ruolo importante per quanto, giunto all’età di 4 anni senza saper scrivere e tenere una forbita corrispondenza epistolare con lei, avevo in qualche modo deluso le sue speranze nei miei confronti)
  • Parenti che non portano il nostro cognome ma che hanno l’onore di averci come consanguinei
  • il sacerdote che veniva penultimo perchè da noi “libera chiesa in libero Stato”.
  • il resto del mondo civilizzato e no.

Ora quello che ho scritto fa sorridere ma era una donna eccezionale che ha saputo tenere unita la famiglia ed i beni della famiglia superando due guerre mondiali, diventando una delle poche donne laureate della sua generazione ed una delle prime donne presidi di liceo.

Trincerata nei suoi valori borghesi visse l’ascesa del fascismo come affronto al RE, il pericolo comunista come attentato ai suoi valori più intimi, sopportò il comando tedesco che occupò casa Panato e successivamente nascose un ufficiale polacco tra mille rischi e pericoli e di cui si pensa fosse segretamente innamorata.

Affrontò portando il lutto l’avvento della Repubblica, ma in tutto questo difese sempre e comunque la famiglia ed il nome che portava.

 
Per far tutto questo in un mondo prettamente maschilista si trincerò dietro quella scala gerarchica iper conservatrice che nel rispetto della forma le consenti sostanzialmente di regnare indisturbata su tutti noi.
 

Più volte ho ricordato la sua figura in parallelo con la maestra Cristina (stesso nome oltre tutto) dei film di Don Camillo e Peppone. Il video ha un inizio un pò lento, saltate i titoli ma vale la pena rivederlo.

Stesse nostalgie dei tempi civili e stessa fissazione per l’italiano, per l’ortografia, per la bella calligrafia in cui non sono mai riuscito ad eccellere.

Il mondo era un pò quello li, quello di un piccolo paese contadino, un mondo di grandi fazioni che si incontravano a messa (“Dio ti benedica figlio mio anche se sei bolscevico”) e facevano pace al bar…. dove il sacerdote non poteva saperne più di Dio e le donne venivano ubbidite in quanto donne e non per la parità.

 
 

 

E guardando le foto di Soave e delle sue vigne allagate, leggendo le paginate de IlSole24Ore sulla confusa e tentennante riforma Letta sull’IMU, un pò di nostalgia per un mondo che nel bene e nel male sapeva sognare mi viene. 

Mi chiedo se riuscirò a consegnare a mio figlio quella capacità e la possibilità di sognare come altri hanno fatto con me.


PS La Carta del Carnaro: “Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella universalità dei comuni giurati:  la vita è bella e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero nella libertà;  l’uomo intiero colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù, per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.

PS2 corsi e ricorsi:

  • Mia madre è parente (ma questa è un’altra storia) di quell’Eleonora Duse  che di D’Annunzio fu amante e musa
  • Oggi Giordano Bruno Guerri è presidente del Vittoriale, ieri dirigeva l’Indipendente che ha chiuso con  un mio intervento in ultima pagina di saluto ai lettori.

Io alle elementari portavo il grembiule

Io alle elementari portavo il grembiule.

Oggi in rete si commenta questo articolo di Repubblica: Milano, il dress code per le liceali: “La scuola non è una spiaggia, basta canotte e magliette trasparenti”. Una amica giustamente lamenta il diverso approccio verso i ragazzi e le ragazze: “le ragazze hanno abbigliamento “disinvolto”, i ragazzi “trasandato”, solo le prime vanno disciplinate.”

Io alle elementari portavo il grembiule.  Ricordo ancora molto bene quando in quinta alcune mamme chiesero di abolirlo perchè era un peccato impedire alle figlie di sfoggiare i bei vestitini. Ed io in vena di emancipazione mi schierai con loro e con la libertà di vestirsi liberamente.

Ricordo altrettanto bene l’intervento di mio padre a rammentarmi che il grembiule lo indossavo non solo per rispetto all’istituzione ma soprattutto per evidenziare la parità dei punti di partenza.

Perché  a scuola non tutti avevano abiti firmati da sfoggiare (né era il posto per farlo) e che averli non mi rendeva né migliore né peggiore di loro. 

Perché  essere liberali è un percorso faticoso e non ci sono punti di arrivo.

Lo so l’articolo parla di altro ma a volte da piccoli spunti e lontani collegamenti nascono le storie per il Panatino

Le avventure del Panatino in un libro

Le avventure del Panatino in un libro

E’ ormai passato qualche anno da quando scrissi quel primo pensiero su mio figlio che iniziava più o meno cosi:

“Mercoledì 25 maggio 2011 sono diventato papà! Mamma e bimbo sono meravigliosi.”

Oggi che ormai è grande e molte cose possiamo dircele “da uomo a uomo” forse continuare a raccontare le sue avventure e i suoi piccoli segreti può diventare indiscreto ed ho quindi pensato di raccogliere alcune pagine, a cui sono particolarmente affezionato, in questo libretto che tra qualche anno forse ci ritroveremo a leggere insieme per ricordare di quando era piccolo, delle mie emozioni e della storia della nostra famiglia. La decisione di raccogliere gli scritti sparsi qua e là in rete in un volume non nasconde velleità artistiche ma il desiderio di non perdere questi momenti e di condividerli con nonne e bisnonne, meno avvezze all’uso della rete.

Un titolo per i più grandi

E’ un libretto (il diminutivo è d’obbligo) che avrei voluto intitolare “Roba minima“, citando una vecchia canzone di Jannacci, per ben rappresentare quelli che altro non sono che sentimenti comuni di un padre verso il figlio. Temendo però fraintendimenti (queste riflessioni sono roba minima per il lettore, non certo per me che le ho vissute) ho preferito il titolo “E così, da uomo a uomo, cresciamo in due” che richiama forse uno dei racconti che mi sono più cari.

“Roba minima ” invece è diventato un capitolo che racchiude quei pensieri che sono più legati a me, al mio mondo, a quelle emozioni che il Panatino, come un catalizzatore, è riuscito a risvegliare.

Le tre porte magiche

Il disegno in copertina rappresenta, per l’osservatore che non abbia conservato la purezza di un bimbo, tre porte magiche (arancione, gialla ed azzurra) attraverso cui raggiungere altrettanti mondi di fantasia. Disegno e colori beneauguranti e scelti da mio figlio con passione.

Lo trovate su Amazon

Solo l’insistenza di qualche amico mi ha spinto ad inserire il libro su Amazon (basterà cercare: Panatino) affinché possa essere disponibile a chi ha avuto la pazienza di leggermi in questi anni.

Lo trovate sia nella versione Kindle sia nella versione cartacea tradizionale (che preferisco, non lo nascondo). Il prezzo in entrambi i casi è quello minimo imposto da Amazon.

Devo confessare che sono rimasto stupito dall’essere riuscito in relativamente breve tempo a realizzare un prodotto ragionevolmente accettabile. Certo editing e grafica andrebbero migliorate e sono ben lontani dall’essere professionali ma il prodotto è non molto lontano da quello di piccoli editori blasonati.

Incredibile poi la possibilità di aggiornare e modificare il testo in qualunque momento.

La cosa non è affatto da sottovalutare e fa ipotizzare sviluppi anche per l’editoria professionale. Quante cose si imparano giocando con il Panatino.

Le scuse allo sfortunato compratore

Lo sfortunato compratore, non rientrante né nella categoria familiari, né nella categoria amici, temo finirà per non comprendere in pieno molti riferimenti e trovare superficiale il contenuto. E’ inoltre la mia prima esperienza di pubblicazione senza editore e sconta quindi qualche ingenuità. A sua parziale consolazione sappia il Lettore che quanto incasserò (e qualcosa in più) sarà devoluto in beneficenza, una bella figura che sono certo non avrà gravi ricadute sul mio portafoglio.

La soddisfazione più bella

Le prime 25 copie, stampate a mie spese, arriveranno in Studio il 1 dicembre, certo così di superare (barando con la scusa dei regali di Natale) quei 25 lettori di manzoniana memoria. A me non resta che guardare mio figlio felice con la sua copia in mano, fiero di vedere il suo disegno in copertina, correre e saltare sul lettone di casa gridando:

“Me lo leggi mamma, è il mio libro”.

e poi sentirlo sussurrare:

“Mamma ma secondo te anche Marcello ha un libro tutto suo?”

Una richiesta che non nasconde invidia o malizia ma bisogno di comprendere attraverso il confronto con gli altri.

Ed il giorno dopo la soddisfazione più bella, tornare a casa la sera, trovarlo addormentato sul divano che tiene stretto il suo libretto arancione e scoprire che ha voluto portarlo all’asilo per mostrarlo fiero alla maestra ed agli amichetti.

 


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Ognuno ha tanta storia

Ognuno ha tanta storia

Sono passati pochi giorni dal mio compleanno ma solo ora trovo il tempo di scrivere qualche riflessione per ringraziare tutti per le piccole attenzioni che hanno voluto riservarmi. Diversamente dal solito, non è stato tempo di bilanci. Non ho mai dato troppa importanza al compleanno ma è certamente una di quelle date in cui si tira una riga, si fa il tagliando ai propri progetti, ci si mette un po’ in discussione.

Quest’anno stranamente, un po’ perché già immerso di mio nella pianificazione, un po’ perché sto valutando una importante proposta che mi lusinga e mi intimorisce allo stesso tempo, non mi sono posto il problema ed anzi mi sono preso il lusso di fermarmi ad osservare divertito e curioso l’enorme numero di messaggi di auguri che ho ricevuto. Certamente l’effetto facebook ha contribuito, ma ho la presunzione che molti fossero sinceri e le numerose telefonate, i messaggi me lo hanno confermato.

Scorrendo i volti ho rivisto storie, esperienze, incontri, pratiche faticose ma anche molte persone che non hanno avuto paura di tendermi una mano quando è stato il momento. Ciascuno di noi è un insieme di valori, sfide ed incontri. Sono queste esperienze che ci definiscono come persone e come professionisti.

Hanno avuto un pensiero gentile gli amici della Bocconi, i quattro gatti liberali sempre pronti a polemizzare ma anche a ricordarti che i reduci in fondo si vogliono bene, i colleghi conosciuti durante i convegni, quelli con cui si è diventati inaspettatamente amici, gli avversari che non fanno sconti ma che ti vogliono li perché se non ci sei gli manchi, i vecchi amici di mio padre o ex allievi di una vecchia e severa zia che tanto ha contribuito a formare il mio carattere e a costruire l’orgoglio con cui vivo la storia di famiglia.

Ed è bello vedere che anche se passano gli anni i ragazzi dell’aperitivo sono sempre gli stessi, con qualche responsabilità in più, ma un posto nella vita sono riusciti a ritagliarselo.

Nelle persone ritrovo qualche vecchia passione, specchio di una borghesia milanese in cui sensibilità artistica e professione spesso convivono: il professore di economia che suona jazz, il famoso regista teatrale, i giornalisti (tanti) che ti ricordano i pomeriggi passati sotto le finestre di via Dante ai tempi della Voce di Montanelli e forse, ancora più indietro, l’impazienza di accompagnare papà in edicola, stretto per mano, lui per comprare il Giornale, io il Corriere dei Piccoli.

Sarà per questo che oggi accompagno mio figlio in libreria, sempre la stessa, seduti sempre nello stesso posto (lui su una seggiolina ed io per terra) a leggere storie e a scegliere libri, uno a testa per imparare a sognare insieme.

E’ stato bello per un momento soffermarsi e specchiarsi in tutti loro, scoprendo che in fondo, nonostante quello si dice della rete, può essere un bello strumento per non perdersi, per incontrarsi, per creare rapporti di valore e scoprire un po’ anche chi siamo noi.

L’insieme di questi volti di questi incontri ha contribuito a delineare sempre più chiaramente il ritratto di quello che sono a cui si è sovrapposta prepotentemente l’immagine del sorriso di mio figlio, cosi simile a me e nello stesso tempo cosi diverso. E mi son trovato a sorridere anche io di riflesso, soddisfatto non so neanche io bene di che cosa, ma sereno come un bambino che ascolta attento una bella storia che ha già visto e rivisto più volte. Rassicurante ed avvincente nello stesso tempo, perché è la sua storia.

PS1: l’immagine è un mio ritratto da bambino ma è anche molto somigliante al sorriso di mio figlio, in un gioco di rimandi e di continuità.

PS2: il titolo del post è rubato ad un bel libro di Carlo Mazzantini, complesso e sottovalutato padre della più famosa Margaret.


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Indro Montanelli: ricordando una bella persona

Indro Montanelli

Ricordando una bella persona

Una riflessione già comparsa sul vecchio blog e che qualche lettore ricorderà ma che mi piace riproporre nell’anniversario della scomparsa del grande giornalista.

Noi l’Italia la vediamo realisticamente qual è:

non un vivaio di poeti, di santi e di navigatori,

ma una mantenuta costosa e scostumata:

ma è la sola che riesce a riscaldare il nostro letto e

a farci sentire uomini, anche se cornuti.

Indro Montanelli

 

Sono passati anni e sembra ieri.

Una borghesia che tradiva il suo esponente migliore, che lo lasciava solo, attratta dalle sirene vincenti del presidente del Milan. E noi ragazzi, per lo più provenienti dalla gioventù liberale, che non capivamo, che ci vergognavamo per quello che accadeva, per gli industriali che temevano di investire due lire nella Voce per paura di dispiacere al potente di turno, mentre noi avevamo rinunciato ad offerte e stipendi per restare duri e puri. Rara eccezione a memoria Marzotto che però si affrettò a precisare che era a titolo personale e l’azienda doveva restarne fuori.

Ricordo il tentativo di trasformare Università liberale in Forza Bocconi, tentativo fallito, per noi la parola liberale restava sacra. L’umiliazione di vedere entrare in via Dante (sede della Voce) gli uomini delle coop rosse che, unici, si erano offerti di finanziare il giornale.

E noi fuori, ai lati, con l’unica soddisfazione di vederli passare sotto le forche caudine degli sguardi di questi ragazzoti che non tradivano, che non si piegavano, per ricordargli che la borghesia non era morta, umiliata forse, ma qualcosa resisteva.

Ricordo gli imbarazzi, il coraggio di quei giornalisti che rimasti al giornale (alla Voce non c’era posto per tutti) si presentavano al lavoro a Il Giornale con La Voce sotto braccio sfidando la proprietà.

Noi che si andava in edicola a comprare 5 copie per volta per pagare il nostro debito di riconoscenza verso una persona per bene.

Certo, c’erano eccessi, non tutto era condivisibile nei toni, ma noi sentivamo il dovere di esserci ed aspettavamo con impazienza le bellissime prime pagine di Vittorio Corona, padre del proprietario dell’agenzia fotografica Corona’s, Fabrizio.

Son tanti i ricordi, i pensieri che affiorano, ma soprattutto grazie per averci fatto combattere una bella battaglia, una di quelle che val la pena di combattere anche se si perdono.

Avevi ragione Direttore: “Della nostra linea non abbiamo da cambiare una virgola.”

 

VENT’ANNI DOPO 

L’ultimo articolo di Indro Montanelli su Il Giornale.

12 gennaio 1994. Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo. Sento però di dovere una spiegazione ai lettori coi quali mi ero impegnato a restare al mio posto “finchè morte non sopravvenga” come dicevano i boia inglesi nell’annodare la corda al collo degl’impiccandi. Sia chiara una cosa: nessuno mi ha scacciato.

Sono io che mi ritiro per una dei quelle situazioni d’incompatibilità di cui i lettori avranno preso atto dallo scambio di lettere, da noi pubblicate ieri, fra me e l’editore. Di questo editore, ne ho conosciuti due. Uno è stato l’amico che mi venne incontro nel momento in cui tutti mi voltavano le spalle: che non si è mai avvalso di questo titolo di credito per limitare la mia indipendenza, che ha sempre mostrato nei miei riguardi un rispetto confinante e talvolta sconfinante nella deferenza (tutte cose che era superfluo da parte sua ricordarmi perchè non ho mai perso occasione di farlo io stesso). Eppoi ne ho conosciuto un altro: quello che, trasformatosi in capo-partito, ha cercato di ridurre il Giornale ad organo di questo partito suggerendogli non soltanto le posizioni da prendere – e sulle quali non c’erano in fondo grosse divergenze – ma perfino il linguaggio da usare, e che, a lasciarlo fare, avrebbe finito per impormi anche la “divisa”del suo partito, il suo look.

Tralascio le rappresaglie contro la mia renitenza all’arruolamento, come gli attacchi dei suoi Grisi televisivi alla mia persona. Ma non posso sorvolare sull’ultima e più grave provocazione: la promessa alla redazione, alla mia redazione, di cospicui benefici se si fosse adeguata ai suoi gusti e desideri, cioè se si fosse ribellata a quelli miei.

A questo punto non avevo più scelta. O rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi. O andarmene. Me ne vado. Ma non senza avvertire i lettori che manterrò l’impegno preso con loro. Fra poche settimane essi riavranno il loro giornale, fatto dagli stessi uomini del Giornale, illustrato dalle stesse firme e nutrito delle stesse idee del Giornale. Con qualche difetto – speriamo – in meno, ma una cosa in più, di cui l’esperienza mi ha dimostrato l’assoluta necessità: un assetto azionario che mi garantisca l’incondizionata indipendenza. Anche i lettori potranno parteciparvi (e mi auguro che siano tanti) sia pure con quote piccole o minime.

Della nostra “linea” non abbiamo da cambiare una virgola. Nemmeno i nostri amici politici si facciano illusioni. Noi potremo appoggiare l’uno o l’altro a seconda che si schierino sulle nostre posizioni liberaldemocratiche, ma mai noi su quelle loro, e tanto meno a scatola chiusa. Nelle nostre pagine si respirerà, come sempre, il più grande rispetto per le Istituzioni, ma mai l’odore del Palazzo, da chiunque abitato. Quanto a Berlusconi, nessun rancore ci farà velo. Gli abbiamo detto – e confermiamo – che il suo massiccio e rumoroso intervento nell’arena elettorale non gioverà, secondo noi, nè alla causa per la quale egli pensa di battersi, e di cui temiamo che frazionerà ancora di più le forze, nè per i suoi propri interessi. I fatti diranno se avevamo ragione o torto. Se avevamo torto, lo riconosceremo lealmente. Se avevamo ragione, fingeremo di essercene dimenticati. A presto dunque, cari lettori.

Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà La Voce. In ricordo non di quella di Sinatra. Ma di quella del mio vecchio maestro – maestro soprattutto di libertà e indipendenza – Prezzolini.

 Indro Montanelli 

Roba minima

Roba minima

Lasa sta che l’e’ roba de barbon

 Ripropongo un articolo già pubblicato nel vecchio blog ma a cui sono molto affezionato.

….anca mi mi go avu il mio grande amore
roba minima, s’intend, s’intend roba da barbon…

El purtava i scarp de tennis, el g’aveva du occ de bun

l’era il prim a mena via, perche’ l’era un barbon.
L’an truva’ sota a un muc de carton l’an guarda’ che ‘l pareva nisun

l’an tuca che ‘l pareva che’l durmiva

lasa sta che l’e’ roba de barbon.

Jannacci

 

Succedono tante cose in questi giorni, la crisi a volte è impietosa, imprenditori che fan di tutto ma non riescono a salvar l’azienda, operai lasciati a casa, qualcuno più fortunato, il Billionaire di Briatore che chiude e Marchionne che lotta con le leggi italiane.

Molte cose, molta confusione, pure troppa ed allora tutto sembra banale e scontato. inevitabile.

Poi leggi – l’angelo invisibile di Milano che aiuta chi è rimasto indietro – che c’è qualcuno che segue la sua via, che non ascolta il rumore di sottofondo, che fa qualcosa e lo fa come lo si faceva a Milano.

E un pò ti senti inadeguato perche tu quelle cose non le fai, perchè sei talmente assuefatto che non riesci più ad isolarti dal rumore di fondo. E ti ricordi che una educazione borghese l’hai avuta, di quella borghesia silenziosa, tutta milanese, capace di far le cose senza urlare.

E ti rivedi bambino, una mattina di sole, vestito bene, pronto per un matrimonio.

A spasso con papà per lasciare alla mamma il tempo di prepararsi con calma senza esser disturbata da noi bimbi. Tutte quelle raccomandazioni: ” non sporcarti, non correre, non rovinare la giacca”.

E per strada c’è una barbona, puzza, è sporca e trascina un enorme carrello del super pieno di tutto ciò che possiede, di tutto ciò che tu butti.

Attraversa la strada, non riesce a fare salire il carrello sul marciapiede (non c’erano ancora gli scivoli per passeggini e disabili in prossimità delle strisce pedonali). E’ anziana e si sforza, ma il carrello non sale.

Ci riprova, si vergogna, non chiede aiuto, è una barbona e non se lo aspetta.

E tu sei li, che non sai che fare. Non puoi sporcarti, poi in fondo è una barbona, non ti riguarda, però ti hanno insegnato… non sai. Sono quei momenti in cui ti rendi conto che devi scegliere, che stai crescendo, che non è facile….

E papà ti sorride, vede il tuo imbarazzo, ti senti piccolo.

Si avvicina e le chiede se può aiutarla con il carrello. Un sorriso dolce e lei si riscopre una persona. Io scopro che è una persona.

Papà mi guarda dando poco peso alla cosa (che per me è un macigno) e sorridendo dice ” Andrea, un cavaliere deve sempre aiutare una signora, andiamo a prendere la mamma che se no è tardi”.

Non ne abbiamo più parlato, è bastato l’esempio. Una volta a Milano c’era la borghesia, ora forse restano i suv.

Mi rendo conto ad un tratto che è un po’ anche colpa mia.

Scopro leggendo il corriere ( Articolo: l’angelo invisibile di Milano che aiuta chi è rimasto indietro ) che c’è qualcuno più bravo di me che non ha dimenticato l’educazione che ha avuto ed è la stessa che vuol lasciare ai suoi figli.

E mentre leggo l’articolo ritrovo quel senso di vergogna che è sempre li, che troppo spesso dimentico di aiutare una signora.

Che in fondo non è solo questione di soldi, ma di sorrisi.

Cose da uomini

Cose da uomini

… e siamo ancora qui su questa panchina, per fare una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.

 

E siamo ancora qui su questa panchina, per fare una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.

Ci siamo svegliati presto oggi, è una giornata particolare, tutti in piedi dalle 6, grande fermento in casa. La mamma deve andare a Bologna per un convegno e mio figlio ha deciso che toccherà a me portarlo all’ asilo. Oggi vuole consegnare un regalino ad una bimba e tutto deve essere perfetto. Ci prepariamo con accuratezza, laviamo i dentini con il dentifricio del Kung Fu Panda, la maglietta dei supereroi, quelle scarpette che ha scelto da solo e lo fanno sentire importante.

Poi tocca a me, il vestito quello bello, la cravatta la sceglie lui perché ” papà devi essere elegante, è importante!” e cosi mi ritrovo ad abbandonare il Casual Friday e ad uscire di casa in abito scuro con una cravatta anni 80 dimenticata nell’armadio dai tempi dell’università che piacerebbe tanto a quelli che lavorano in finanza e che son tornati da Londra credendo che assomigliare ad un paggio della Regina Vittoria rappresenti il non plus ultra dell’eleganza maschile.

Tutto ciò imbarazza non poco il professionista che è in me ma è evidente che il dettaglio appare poco importante per il Panatino.

Ed eccoci ancora una volta mano nella mano a camminare lenti ed un poco ondeggianti verso l’asilo.

Questa volta però è lui che mi indica sicuro la strada, che mi racconta dei suoi amichetti e che mi mostra fiero la vetrina in cui troneggia la bicicletta, scelta con la nonna, che sarà il suo regalo di compleanno, con tanto di clacson a forma di pesciolino nemo.

Come è cresciuto, un ometto sicuro e deciso che stringe forte il regalo da consegnare.

L’emozione è forte, siamo in anticipo (un’ ora esatta per la verità) e non resta che tornare a sederci sulla nostra panchina. Vediamo le persone passare, i genitori che corrono nervosi già in ritardo per il lavoro, ma noi lo sappiamo che noi oggi dobbiamo fare una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.

Parliamo nell’attesa, parliamo da uomo a uomo, e mi sorprendo a rivivere le stesse emozioni del primo amore, del primo bacio, quel bisogno di essere accettati… su cui un sano pudore mi impedisce di soffermarmi, confidando nella comprensione e complicità del lettore ( non della mamma a cui, già lo so, dovrò raccontare tutto). 

Ed eccola arrivare, bionda e con gli occhi azzurri come nelle migliori sceneggiature, accompagnata dal suo papà con quello sguardo un po’ così che subito mi risuona in mente quella vecchia canzone del Trio Lescano nella versione di Nicola Arigliano:

Ma il papà della pinguina
esce con la scopa in man:
“Lascia star la mia bambina!
Via di qua, o marran!”

La consegna del piccolo pensiero è veloce, quasi distratta, premiata da un piccolo bacio.

Il Panatino non è del tutto convinto della buona riuscita dell’operazione, temo si aspettasse una cosa alla Hello Spank con corse incontro e cuoricini ovunque. Forse questo papà non è stato molto bravo come cupido ma la sua maestra non è ancora arrivata e noi possiamo rubare qualche minuto per noi sedendoci in disparte a leggere felici un libro di mostri e di draghi.

Me lo leggi papà?

Non credo ci sia nulla di più bello di vedere un bambino assorto ad ascoltare una storia. Non la pensa cosi evidentemente la bidella che mi sgrida con tono burocratico dicendo che i papà non possono stare lì, che è da un’ora che aspetto, ecc…

Fortuna che arriva la sua maestra che lo avvolge in un bell’abbraccio mentre a noi due scappa un sorriso complice, di chi sa di averla combinata grossa ma che in fondo è bello cosi.

E mi allontano sorridendo, grato per quel fiume di emozioni che mi ha fatto rivivere, perché quell’ora sulla panchina è stata davvero una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.