La mia timeline è sfidante

La mia timeline è sfidante

La mia timeline è sfidante. Timeline si chiama così per un preciso motivo: trasforma ogni profilo in una sorta di linea del tempo, un diario della propria attività su Facebook, su Linkedin, ecc..

Resto sempre molto sorpreso della qualità dei contributi dei miei contatti sui social. Devo molto e sono grato a chi (professori universitari, giornalisti, imprenditori,  politici e colleghi) trova il tempo di confrontarsi con me, risolvere qualche dubbio o porne di nuovi. Molti sono gli amici conosciuti in rete che ormai frequento abitualmente nella vita reale.

L’incontro migliora il confronto

In questi ultimi mesi ho trovato la mia timeline molto sfidante. Ci vengono offerte opportunità e contemporaneamente veniamo spronati ad un sempre maggiore approfondimento professionale.

“Se non gridi ed ascolti, se sei curioso e non giudichi i social ti permettono di bere bene in compagnia di persone che hanno tanta storia”

E’ sfidante anche per le dimensioni del nostro Studio che resta comunque relativamente piccolo rispetto agli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere.

Il mondo delle libere professioni sta cambiando in modo radicale e non è sempre facile individuare la via da intraprendere. Avere amici e colleghi che pretendono da noi sempre di più è un prezioso regalo.

Unendo i puntini

Lavorare con gruppi editoriali ci consente di analizzare quelle dinamiche aziendali che altrimenti ad un professionista resterebbero precluse e di sperimentare le difficoltà e la forza di contaminazione di piccoli progetti innovativi su strutture di ben maggiori dimensioni. Esperienza molto utile e che riversiamo nella nostra consulenza soprattutto quando l’azienda cliente affronta importanti momenti di discontinuità. Molte cose sono cambiate quest’anno:

  • Nuove collaborazioni editoriali;
  • Una nuova e più ampia edizione del nostro Master su perizie di stima e valutazione d’azienda;
  • Una rinnovata collaborazione con ilSole24Ore (importanti novità per Econopoly in arrivo);
  • Le scuole di specialità della Fondazione dei Dottori Commercialisti di Milano;
  • altri interessanti progetti di cui oggi è prematuro parlare ma che dovrebbero veder la luce in autunno.

Soprattutto unendo i puntini si sta rafforzando un progetto professionale che ci impegnerà molto nei prossimi mesi.

La coerenza è tutto

La grande sfida sarà riuscire a cogliere le opportunità che ci vengono poste senza sacrificare la coerenza con il progetto di Studio.

E la coerenza è tutto, come mi ha insegnato un vecchio amico conosciuto anni fa on line e oggi importante punto riferimento e confronto.

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Le 10 regole del buon imprenditore

Le 10 regole del buon imprenditore

Sono passati ormai 10 anni dalla scomparsa di Leopoldo Pirelli, gran signore dell’economia italiana. In molti hanno voluto ricordarlo (forse non abbastanza, forse non abbastanza bene) ed io non voglio mancare a questo appuntamento. Riporto su queste pagine un estratto del mio articolo per Econopoly de ilSole24Ore in cui riporto integralmente quelle 10 regole del buon imprenditore che riassumono, in anni difficili, la sua esperienza di capitano di industria e ne danno la caratura come uomo.

Un ricordo di Leopoldo Pirelli.

Il mio unico e forte ricordo di Leopoldo risale ai miei anni universitari. Gli imprenditori eroi della mia generazione erano altri ma mi colpì molto un discorso, quasi preoccupato, di questo signore elegante che avvertiva i suoi colleghi confindustriali dei pericoli in una economia di mercato dell’eccessiva depenalizzazione del falso in bilancio voluta dal Governo Berlusconi. Ricordava che le transazioni si basano sulla fiducia e sulla correttezza dei dati. La mia percezione (forse deformata dal ricordo e dalla giovane età) è che la sua posizione rimase isolata e controcorrente rispetto agli entusiasmi dell’epoca. Se ne rese lui stesso perfettamente conto credo. Un po’ fuori moda, un po’ fuori tempo come in una canzone di Ligabue.

La Pirelli invece entra prepotentemente nella storia della mia famiglia perché mio nonno fu dirigente alla Bicocca, nonno a cui Alberto Pirelli salvò la vita durante la guerra. Ma questa è un’altra storia che cito solamente per avvertire il lettore di un possibile conflitto di interessi, dichiarando apertamente le mie colpe in un possibile eccesso di indulgenza.

La cosa più importante però credo sia riproporvi 10 regole del buon imprenditore in cui sintetizzò la sua esperienza di capitano di industria (un termine un po’ superato ma che credo in questo caso decisamente appropriato).

Le 10 regole del buon imprenditore

Leopoldo Pirelli ha sintetizzato in dieci punti l’esperienza maturata come capo esecutivo del Gruppo Pirelli. I 10 punti sono riportati integralmente nel mio recente articolo su Econopoly per il Sole24Ore. Riporto qui di seguito solo un breve estratto di ciò che mi ha maggiormente colpito.

La libera impresa privata

“Sono sempre stato convinto che la libera impresa privata sia pilastro importante di un libero sistema e mezzo insostituibile di progresso sociale. Pur con sfaccettature diverse da paese a paese, in funzione delle situazioni socio-politiche locali, credo di poter affermare che è dappertutto in corso un processo di trasformazione gigantesco e radicale che travalica l’ambito della economia e investe l’intera società, scompaginandone gli assetti tradizionali e mettendola in movimento, alla ricerca di nuovi equilibri. Dappertutto va emergendo una stretta correlazione tra il processo di innovazione e l’iniziativa delle forze imprenditoriali. La nostra credibilità, la nostra autorevolezza, direi la nostra legittimazione nella coscienza pubblica sono in diretto rapporto con il ruolo che svolgiamo nel concorrere al superamento degli squilibri sociali ed economici dei Paesi in cui si opera: sempre più l’impresa si presenta come luogo di sintesi fra le tendenze orientate al massimo progresso tecnico-economico e le tendenze umane di migliori condizioni di lavoro e di vita.”

Capire il personaggio umano

“Pur essendo il capo, il chief executive officer deve cercare di capire il personaggio umano che sta nei suoi colleghi, coi suoi problemi personali di salute o economici o familiari e deve sempre ricordarsi che, se un collega non si dimostra all’altezza dei compiti affidatigli, e lui, il chief executive officer, che ha sbagliato per primo affidandoglieli.”

Chiudere dei buoni bilanci

“… la prima qualità che un imprenditore deve sempre avere: cercare, cercare con tutte le sue forze, di chiudere dei buoni bilanci. Se non ci riesce una volta, ripro-vare. Se non ci riesce più volte, andarsene. E se ci riesce, non credersi un padreterno, ma semplicemente uno che, dato il mestiere che ha scelto, ha fatto il suo dovere.”

L’addio all’ultima carica

Nel maggio del 1999, quando lasciò anche l’ultima carica, quella al vertice di Pirellina, disse: « Ogni età ha i suoi doveri, alla mia tocca quello di ritirarsi dal proscenio. E io oggi considero un privilegio il poter adempiere tranquillamente a questo dovere. »

E a me non pare poco.

Un documentario per approfondire

Ultimo capitano di una stagione unica dell’industria italiana, visionario e senza paura del nuovo, ma anche schivo e poco mondano, Leopoldo Pirelli è il protagonista del documentario di Matteo Moneta e Valeria Parisi: Leopoldo Pirelli. Impegno industriale e cultura civile

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Il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa.

Il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa.

Il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa. Non chiedetemi come sia iniziata, come tutte le grandi storie si perde nei tempi. Di certo c’è che è continuata e che grazie ad un amico regista continua ad alimentarsi e ad appassionarci in un percorso che oscilla tra arte ed impresa.

Siamo alla vigilia di una grande sfida, Corrado d’Elia ha deciso di debuttare al Teatro Leonardo con la sua nuova opera “Romeo e Giulietta “. Un teatro di grande capienza e meno centrale dello storico Litta.

Una impresa spericolata che ha avuto un precedente con lo straordinario successo nel Don Chisciotte. Questa volta è tutto più difficile per costi, numero di attori, novità dell’opera ( un apparente paradosso trattandosi di un grande classico).

Romeo e Giulietta

Abbiamo quindi deciso di crederci anche noi invitando i nostri lettori, clienti ed amici ad andare ad assistere ad una delle più belle storie mai raccontate

La più bella storia d’amore di tutti i tempi in un nuovo allestimento magico, dinamico, emozionante e coinvolgente.

Su una scena composta da muri umani che si muovono e si intrecciano al ritmo di un’ossessiva musica trance, riviviamo l’appassionata vicenda dell’amore di Romeo e Giulietta e dell’odio di due potenti famiglie. Un frate, esperto alchimista di vita e di morte, conduce esperimenti con alambicchi umani, versando in ampolle vive le sue pozioni animate e scaldando fino all’ebollizione gli animi già infuocati degli uomini.
Allora il tempo si sdoppia e per uno scherzo del destino le ore dei due amanti si sfalsano e si moltiplicano in corse infinite. Così, una lettera che doveva arrivare non arriverà mai e il tempo del risveglio per uno diventa il tempo di morte per l’altro. Amore e Morte ancora una volta insieme, ad unire per sempre ciò che l’odio avrebbe tenuto eternamente distante: due amanti, parti tenute insieme ma leggermente sfalsate in un’unica, meravigliosa, eterna storia d’amore. Uno spettacolo magico, dinamico, emozionante e coinvolgente per raccontare questa storia senza tempo.
Due famiglie, Montecchi e Capuleti, ma soprattutto due generazioni: quella dei ragazzi e quella degli adulti.
Due mondi tragicamente incapaci di comunicare tra loro.
Due linguaggi diversi, qui intrecciati a creare un equilibrio delicato.

#perilteatro

Non lo chiediamo mai, facciamo una eccezione per questa volta, retwittate ( #perilteatro ) e condividete questo invito sulla vostra bacheca di Facebook se vi fa piacere.

Perché il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa.

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Il Sole24ore resta uno di casa

Il Sole24ore resta uno di casa

Il Sole24ore resta uno di casa. Lo confesso il mio primo vero giornale non è stato il Sole ma il Corriere dei Piccoli, o Corrierino come lo si chiamava con maggiore confidenza. Il Sole però era sempre lì, impilato nel piccolo Studio che mio padre aveva creato in casa per riuscire a vederci un po’ di più in quelle domeniche di maggio dedicate al lavoro. Ed io schieravo le truppe, i miei soldatini dell’Atlantic e gli ultimi numeri del quotidiano diventavano un fortino inespugnabile ai piedi della scrivania di papà.

In casa sono sempre entrati giornali strani: il Giornale nuovo di Montanelli ed il Sole24ore. Nessuno dei due adatti da portare a scuola per un bimbo nei primi anni 80 quando il PCI era ancora forte così come forte era il sentimento anticapitalista nel Paese. Ed allora di corsa in edicola a comprare il più ecumenico Corrierone per la lettura in classe come indicato dalla maestra.

Ed ancora il ricordo di quei week end ad accompagnare in Studio papà per avere la scusa di imparare ad andare sul Tuareg, nuovo fiammante, mentre papà mi precedeva con la sua Kawasaki. Che poi era una scusa per stare insieme. E finiti i compiti il Sole era sempre lì, con qualche articolo di storia economica da leggere in attesa che papà finisse di lavorare.

L’estate della maturità in Grecia con gli amici. Notti lunghissime a divertirci ma la mattina di corsa a recuperare la nostra copia del Sole per leggere le avventure di Gardini e del suo Moro di Venezia. Del resto ci saremmo iscritti in Bocconi e dovevamo darci un tono.

Il Sole24ore resta uno di casa

Ed il Sole è ancora oggi uno di casa anche se i libri non sono granché, anche se il software ci ha creato qualche problema. Il Sole resta uno di casa, uno che puoi criticare ma che puoi farlo solo tu e gli altri non si devono permettere. Perché è uno di casa.

E poi ho anche iniziato a scriverci seppur nella versione on line ( in fondo, in fondo su Econopoly) con Alberto che corregge, supporta, sprona e da un senso ai miei articoli ( che forse articoli non si può neanche dire perché non sono un giornalista). Scrivo ormai un po’ ovunque ma solo sul Sole mi correggono ed imparo. Perché qui nonostante tutto, nonostante le inchieste della magistratura ed i pasticci confindustriali, il giornalismo è una cosa seria.

Ed io ci tengo e dò fiducia, e lo scrivo in una serata un po’ così, io nonostante tutto resto abbonato e tifo. Perché il Sole24ore è uno di casa.

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Iscriviti alla nostra Newsletter, riceverai contenuti che condividiamo esclusivamente con gli iscritti. Case study aziendali per crescere insieme.

 

Ci lamentiamo spesso di non riuscire a trovare dei casi aziendali ben fatti che possano aiutare sia gli imprenditori sia noi stessi a crescere insieme. Abbiamo così deciso di sperimentare, creare una newsletter senza una periodicità fissa, inviando solo ciò che riteniamo utile e quando lo riteniamo utile.

Abbiamo deciso di rinnovare la nostra Newsletter.

Raccoglierà certamente gli articoli in materia fiscale e societaria pubblicati dai nostri professionisti sulle principali riviste di settore ma ci concentreremo ancora di più su ciò per cui solitamente è più apprezzata, per le riflessioni personali sul nostro modo di intendere la professione e soprattutto per l’analisi di interessanti casi di impresa. 

Vogliamo creare l’occasione per uno scambio di idee, un’interazione indispensabile per sviluppare nuove visioni e ridisegnare insieme, grazie ai vostri commenti, l’ impresa e la nostra professione.

Crediamo molto nell’importanza della crescita e diffusione della cultura imprenditoriale. Pensiamo sia importante diventare ogni giorno professionisti e imprenditori migliori, sviluppando il dialogo ed imparando gli uni dagli altri.

Storie di impresa

Crediamo molto nell’effetto positivo dell’emulazione. Selezioneremo casi di impresa e storie di imprenditori che ci sono sembrate particolarmente interessanti e stimolanti per chi vuole intraprendere la strada dell’innovazione e del cambiamento.

Analizzeremo gli strumenti tecnici usati nel passaggio generazionale, nella valutazione di azienda, nel risanamento di aziende in crisi. Cercheremo di farlo sinteticamente usando parole semplici lasciando il più possibile spazio al confronto sui nostri canali social. Perché l’obiettivo deve essere stimolare la curiosità e l’interesse di chi fa impresa e non annoiare con dottrina autoreferenziale.

Potrai scaricare la guida alle agevolazioni

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Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione.

Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione.

Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione è un titolo volutamente provocatorio ma che credo centri bene un problema troppo spesso sottovalutato.

In Studio stiamo affrontando un periodo (fortunatamente) molto intenso. Come spesso accade è proprio quando si stressa la struttura e si stringono più forti interazioni coi clienti che emergono criticità da correggere ed opportunità da cogliere.

Abbiamo ricevuto alcune proposte di fusione con altri Studi molto importanti, abbiamo incrementato le collaborazioni con altri professionisti, abbiamo dovuto confrontare il nostro modo di lavorare con quello di altri, comprese come sempre le strutture amministrative delle imprese clienti.

Stiamo preparando un convegno sul futuro della professione e siamo stati coinvolti in un interessante progetto di evangelizzazione digitale per PMI e studi professionali.

E’ iniziata la collaborazione con un importante editore che ci ha costretto ad usare strumenti (app, cloud, ecc. tipici del mondo startup per coordinarci e gestire il flusso di lavoro).

Tutto questo ci ha portato a specchiarci in noi stessi ponendo la questione di come innovare. O meglio di come innovare in futuro i flussi e la creazione di valore tra noi ed il cliente e tra noi e gli altri professionisti con cui collaboriamo.

Il mondo sta cambiando molto velocemente e sento in qualche modo il bisogno di fermare su carta qualche riflessione emersa in questi confronti e nei diversi incontri che ho avuto (anche nello scrivere non sono poi così innovativo come potete vedere).

Parliamo tanto di innovazione, forse troppo, dimenticandoci che non sempre tanta tecnologia si traduce in vera innovazione.

Troppe chiacchiere e troppi pregiudizi

Sul tema ho già scritto parecchio ma ogni tanto è utile ritornare sull’argomento. Le startup tanto osannate nel loro ambiente e sostenute dalla politica e dalle grandi imprese sono per molti imprenditori tradizionali una bolla tra moda e speculazione.

C’è sicuramente una parte di vero ma così facendo perdiamo la straordinaria opportunità di confrontarci con nuovi modi di competere sul mercato ed in alcuni casi di riconfigurare il mercato stesso.

Proviamo a fare a meno dei capitali (pubblici) di ventura

Da più parti si invoca l’intervento di fondi ed investitori istituzionali (spesso in realtà si invoca l’aiuto pubblico).  Proviamo per un attimo a dimenticare il solito Pantalone e rimboccarci le maniche.

Professionisti e PMI devono imparare a rubare idee da altri settori, dalle giovani startup. Riconfigurare intuizioni magari acerbe per farle proprie ed integrarle con l’ esperienza maturata da chi fa impresa da anni.

Poca concretezza ed assenza di case study

Mancano case study, mancano esempi concreti da seguire e quelli che ci sono sono spesso male analizzati da giornalisti che rielaborano comunicati stampa ben fatti.

Per chi ha tempo e voglia di approfondire Lanieri è una startup molto interessante finanziata e sostenuta da Reda che è entrata a far parte della compagine societaria.

In molti articoli leggiamo delle ottime e meritate performance di Lanieri (anche se è normale attendersi che piccoli numeri iniziali supportati da finanziamenti importanti portino ad incrementi percentuali notevoli di fatturato).

La parte davvero interessante e poco analizzata sono le motivazioni che hanno portato una impresa tradizionale (Reda è una eccellenza nei tessuti) ad investire in una startup ed in un team giovane e motivato. Quello è il vero case history, quella è la storia da raccontare.

Analisi dei dati per gestire la velocità del cambiamento

L’elemento dirompente di vero cambiamento è il dato. Oggi anche le piccole imprese possono (volendo) disporre senza costi straordinari e con una relativa facilità di gestione di dati notevoli.

Diventa quindi una competenza strategica la capacità di identificare, gestire, analizzare i dati per creare valore nei processi di business.

Capacita tanto più necessaria quanto più il mercato di riferimento risulta soggetto a cambiamenti rilevanti di mercato. Oggi è possibile avere a disposizione dati forniti in tempo reale, contestuali, e selezionati. Non è cosa da poco.

Ci vuole coraggio a smettere di decidere di pancia

Mentre ci entusiasmiamo per la disponibilità di dati ci dimentichiamo che per utilizzarli ci vuole coraggio. Si coraggio. Continuo a leggere meravigliosi articoli sull’utilizzo di big data (ultimamente anche di small data) ecc.

Nessuno però pone l’accento sul problema vero, per utilizzarli ci vuole coraggio.

L’ imprenditore medio è sempre stato abituato ragionare di pancia perché i margini lo consentivano, le ridotte dimensioni dell’impresa lo consentivano, perché l’operare in un mercato sostanzialmente statico ed in qualche modo protetto (dalla liretta, dal marchio made in Italy, ecc) lo consentiva.

Oggi oltra all’intuito ed alla creatività ha bisogno di una base informativa maggiore e migliore informazione sui clienti, i concorrenti, i prodotti e i servizi altrimenti non riesce a gestire un mercato profondamente cambiato.

Usare i dati però presuppone molto coraggio perché evidenzia errori, perché pone di fronte a scelte per anni rimandate, perché evidenziano le contraddizioni spesso insite nell’impresa familiare. Dove spesso risolvere problemi in azienda significa crearne in casa.

Di tutto questo non se ne parla mai ed invece si dovrebbe per definire dei percorsi di consapevolezza, per aiutare gli imprenditori a sentirsi meno soli davanti a sfide urgenti come queste.

Rubiamo il segreto nascosto delle startup

Si parla tanto di digital transformation delle imprese manifatturiere ed artigiane contaminandole con quelle dei servizi innovativi e tecnologici. In realtà si usano parole difficili ed evocative in assenza di casi concreti da raccontare. Il mondo startup è fatto da realtà effimere e da altre sicuramente solide. Bisogna imparare a confrontarsi, imparare umilmente altri punti di vista, lasciarsi stupire per poi utilizzare quelle intuizioni che ci saranno utili a rinnovare la nostra proposta di prodotto/servizio, il nostro modo di essere sul mercato.

Recentemente ho preso un aperitivo con il fondatore di Credimi, startup giovane ma dalle spalle larghe (per la storia e la competenza nel settore del fondatore, per i soci finanziari che ha saputo raccogliere intorno al progetto, per i partner dell’iniziativa).

Propongono un nuovo modo di finanziare l’impresa (anticipo fatture). Io però sono rimasto affascinato dal progetto di credito di filiera, dagli investimenti concordati che potrebbe consentire di realizzare alle imprese coinvolte, dal sottolineare che l’innovazione non è mai confinata alla singola impresa (come spesso si crede) ma a tutta la catena del valore. Sono rimasto affascinato dalle analisi sulla solidità finanziaria dell’impresa, a come questo servizio oggi strumentale all’anticipo fatture potrebbe invece aprire nuovi servizi di consulenza, ecc.

Ciò che ho imparato va molto oltre alla semplice scoperta di un nuovo potenziale fornitore.

Andiamo a parlare nei capannoni

La vera sfida della competitività va giocata necessariamente partendo da PMI/Innovazione/Territori in cui imprese sono radicate. Senza il forte coinvolgimento delle nostre PMI, l’economia non riparte.

Si fanno molti convegni e molte tavole rotonde tra gli addetti ai lavori ma non si riesce a formare e informare le aziende affinché si rinnovino ed adottino strumenti atti ad accrescere la competitività.

L’iniziativa di Berto Salotti di portare professori universitari e giornalisti a presentare i loro libri a Meda nel proprio showroom l’ho trovata straordinaria.  È un imprenditore legato al proprio territorio che fa da “garante” su argomenti spesso considerati dai suoi colleghi troppo “distanti” e teorici. E lo fa portando i professori in azienda, in maniche di camicia. Geniale. Il capannone diventa la nuova piazza riscoprendo il distretto.

 

Open innovation è tutta questione di organizzazione

Diciamocelo chiaramente, la tecnologia non sempre fa innovazione. Troppo spesso releghiamo l’innovazione al semplice acquisto di tecnologia (che sia una semplice app piuttosto che un impianto da milioni di euro). L’innovazione è soprattutto implementazione organizzativa, introduzione di nuovi processi atti a valorizzare e sfruttare una tecnologia che altrimenti diventa totem e moda effimera.

La tecnologia digitale deve essere inserita in un processo continuo di innovazione soprattutto strategica. Interi mercati sono stati stravolti, costretti a ristrutturarsi dalle fondamenta (basta pensare alla musica ma anche all’informazione) . La strategia è troppo spesso trascurata e tenuta separata dall’innovazione. Bisogna riscoprire i fondamentali.

L’open innovation avrà successo se l’organizzazione saprà essere permeabile al cambiamento e saprà lasciarsi contaminare dalle startup. Lo sforzo organizzativo è titanico ed è lì che si vince la sfida dell’innovazione.

Pretendiamo una pubblica amministrazione che sappia fare innovazione

Dobbiamo pretendere unapubblica amministrazione che sappia fare innovazione, che rinnovi i propri processi digitalmente non semplicemente come avviene oggi riproponendo le vecchie logiche on line. Perché la PA deve diventare esempio ed essa stessa case history per le imprese di servizi diventando utile, semplice, risolutiva delle istanze di cittadini e amministrazioni.

Morale della favola

Innovare nelle imprese e professioni tradizionali non è così entusiasmante e divertente come si vuol far credere. è faticoso, significa rimettere in discussione realtà consolidate e spesso di successo, modificare equilibri all’interno di organizzazioni rodate, ecc. Innovare è faticoso e va detto. Innovare è necessario ed è meglio farlo subito e cogliere il vantaggio di farlo per primi.

Quanto ciò inciderà sul nostro Studio lo racconterò più avanti. Per ora stiamo lavorando sodo e la fatica è compensata dalla straordinaria qualità dei compagni di viaggio.

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Convegno sul futuro della professione

Convegno sul futuro della professione

Convegno sul futuro della professione, il 27 marzo presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Milano.

Il 27 marzo, grazie all’iniziativa di Fabio Battaglia ex presidente dell’Ordine di Arezzo, sono stato invitato a discutere con alcuni amici sul futuro della professione.

Un futuro che si giocherà tra specializzazioni necessarie e adempimenti incombenti, tra pressioni del mercato e regole deontologiche, tra riforme normative e innovazione tecnologica.

E’ un momento di riflessione che credo sarà molto utile per testare nuove idee, ascoltare critiche costruttive e trovare nuovi spunti sul futuro di una professione oggi più che mai al centro dello scenario economico del Paese con tutti i vantaggi e tutte le contraddizioni che questo comporta.

Mi auguro di vedere una ampia partecipazione dei colleghi ma soprattutto di studenti e praticanti, i più interessati e sicuramente i più stimolanti nel confronto. Abbiamo bisogno di idee nuove, di nuovi rapporti con imprese e Ministero/Agenzia delle Entrate.

Innovare per riscoprire la tradizione

Affronterò il tema dell’innovazione nei servizi professionali, in maniera strana in realtà, ricordando quanto l’innovazione se ben gestita non dovrà far altro che recuperare la tradizione.

I fondamenti della nostra professione sono troppo spesso dimenticati sull’altare delle mille scadenze. Tema a me molto caro e già affrontato in passato: La consapevolezza di dovere molto a molti. Ma a qualcuno di più.

Non nascondo di aver provato una forte emozione nel rendermi conto che gran parte dell’innovazione che pensavo di aver portato in Studio altro non è che una riscoperta dei valori fondamentali, certo aggiornati, di una tradizione che nonostante una discontinuità traumatica è riuscita a tramandarsi di padre in figlio.

Convegno del 27 marzo

Vi aspetto quindi, per chi fosse interessato, al Convegno sul futuro della professione, il 27 marzo presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Milano. Sul sito dell’ ODCEC tutti i dettagli e la consueta comunicazione istituzionale.

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Note a margine su una ipotesi di fusione tra Studi

Note a margine su una ipotesi di fusione tra Studi

Il nostro Studio ha ricevuto recentemente una interessante proposta di fusione con altri studi professionali. Non è la prima volta, anzi, ultimamente ne stiamo ricevendo diverse a dimostrazione che:

  • Il nostro Studio viene ritenuto non solo dai clienti (fortunatamente) ma anche dal mondo professionale (ci lusinga doppiamente vista l’alta competenza tecnica degli interlocutori) una realtà interessante ed affidabile;
  • Il tema della “dimensione” aziendale è un tema forte da affrontare con obiettività e coraggio.

Come in un ideale zibaldone butto giù qualche riflessione (più ad uso interno e che quindi al lettore più attento potrà risultare incompleta e/o banale) che non ha pretese di rivelare alcun chè ma semmai di costituire l’ossatura per una prima check list. Molti dei temi qui abbozzati derivano dalla mia esperienza professionale sull’ M&A aziendale e quindi sono concetti banalmente utilizzabili anche per fusioni tra imprese e da li mutuati.

Riordinare le idee mi è utile anche in previsione di una prossima tavola rotonda sul futuro della professione che dovrebbe essere organizzata dall’Ordine di Milano in cui proverò a portare qualche idea in un aperto e curioso confronto.

Lo scenario

Il settore della consulenza alle imprese è in forte trasformazione. Una veloce analisi di quanto avviene nel settore bancario può dare una idea di quanto accadrà anche nel nostro settore. Nei prossimi anni aumenterà il bisogno di consulenza di valore mentre le attività ordinarie (contabilità, dichiarazioni, ecc) dovrebbero venire maggiormente automatizzate. I tempi ed i modi dipendono dal mercato (bene) ma purtroppo anche dalla Pubblica Amministrazione e dalle normetive fiscali e di settore (purtroppo). Il rischio è rimanere a lungo a metà del guado e non riuscire ad avere una previsione affidabile di quanto accadrà.

Sicuramente il cambiamento sarà profondissimo e ci auguriamo veloce. Siamo convinti che il futuro valorizzerà le nostre competenze e ci aiuterà a risolvere qualche complessità organizzativa che subiamo da una legislazione non sempre a favore di impresa. Siamo ottimisti anche se sappiamo che il percorso sarà faticoso.

La nostra dimensione “variabile”

Oggi il nostro Studio ha un perimetro organizzativo variabile, comprendendo anche uno studio legale ed un paio di studio commerciali con cui collaboriamo da anni in network, che ci consente di adattare la nostra dimensione in maniera flessibile al mercato. Ci consente di essere molto veloci e reattivi, anche se indubbiamente ci costa fatica. La nostra dimensione di Studio dovrà crescere? Probabilmente, ci stiamo lavorando per linee interne (anche quest’anno abbiano inserito una nuova bravissima risorsa) e forse potremmo pensare ad altre soluzioni più strutturate ma solo sulla base di un progetto chiaro e su uno scenario di mercato condiviso. Probabilmente nel breve sarà necessario strutturare e formalizzare maggiormente le relazioni con il network.

È necessario imparare a star composti a tavola

Molto spesso iniziare un percorso verso una fusione significa per quanto mi riguarda, come dico spesso, “imparare a star composti a tavola”. Saper offrire un buon servizio non necessariamente significa essere capaci di integrarsi facilmente con altre strutture professionali. Questa è una sfida che da tempo ci poniamo, su cui abbiamo lavorato parecchio (mai abbastanza) e su cui c’è ancora molto da fare. La strada però è segnata (lavoriamo integrati in un network professionale da sempre e fa parte del nostro DNA di Studio) e condivisa. E’ un importante fattore di attrattività del nostro Studio.

Identità e progetto

Il nostro Studio ha una identità forte. Entrare a far parte di una struttura più ampia è possibile e vantaggioso se e solo se il progetto sarà altrettanto forte ed innovativo. Ricordo le prime lezioni in Bocconi a parlare di ASA (aree strategiche di affari). Sorridendo idealmente riapro gli appunti di venticinque anni fa e li ritrascrivo qui:

  • Quale cliente ideale?
  • Quali servizi/prodotti? Come industrializzarne i processi? Come proporre le competenze?
  • Quali mercati?
  • Quali tecnologie?
  • Quale area geografica servire?

Non è facile ridefinire un progetto coerente basato su uno scenario di mercato instabile ma è straordinariamente avvincente. Di certo entro pochi anni le leve competitive saranno differenti e dovremo essere capaci di calvalcarle. Una sfida che mi appassiona moltissimo.

Idealmente si tratta di lavorare alla creazione di una startup di servizi professionali. Un lavoro non banale e tutt’altro che facile e veloce.

Cultura aziendale e resistenze organizzative

In tutte le fusioni è necessario inoltre analizzare con attenzione la componente culturale aziendale, l’individualismo, la capacità di lavorare ad un progetto di lungo periodo. Temi da non sottovalutare e da affrontare con la giusta attenzione.

Sede fisica

Come deve essere strutturata una sede fisica? Quanto conta? Dove? Quali valori deve far trasparire?

La risposta è che conta ma che deve essere coerente alla proposta di servizio, alla tipologia di cliente ed alle modalità di erogazione (quanto lavoriamo dal cliente e quanto lui viene da noi?).

Ricordo una interessante conversazione con Giuseppe laScala, fondatore dell’importante studio legale, sul tema a margine di un bel convegno organizzato da loro lo scorso anno. Certamente oggi le nuove tecnologie ci aiutano moltissimo. Paradossalmente ormai (estremizzo ma non troppo) i limiti dell’area geografica di riferimento sono più un problema di banda.

Struttura giuridica

Un tema complesso che menziono solo per evidenziare l’inadeguatezza degli attuali modelli giuridici.

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Conferenza su vivere e lavorare nell’era digitale

Conferenza su vivere e lavorare nell’era digitale

Due ore dedicate al vivere contemporaneo, cercando di capire dove sta il meglio (e il peggio) del digitale. La conferenza sarà coordinata da Paolo Spada, curatore dell’academy (filosofo e digital strategist), con interventi di Leopoldo Caggiano (regista),  Francesco Faraci (fotografo),  Raul Montanari (scrittore), Andrea Arrigo Panato (Econopoly de ilSole24Ore), Carlo Rinaldi (Microsoft), Lorenzo Viscanti (Mapendo) Riccarda Zezza (MAAM).

Di cosa parlerò nel mio breve intervento

“Eppure se non gridi ed ascolti, se sei curioso e non giudichi questi social ti permettono di bere bene in compagnia di persone che hanno tanta storia: attori e finanzieri, consulenti ed imprenditori, scrittori e sommelier…”

Dove e quando

Giovedì 9 febbraio alle ore 16 presso Confcommercio, corso Venezia 47, Milano. La conferenza durerà due ore e trenta, dalle 16 alle 18:30, e sarà seguita da un buffet

Gli altri argomenti trattati:

  • Lo spazio digitale, cos’è, dove inizia e dove finisce, il nuovo modo di vivere interconnessi
  • Gli strumenti a disposizione e come usarli bene
  • Buone e cattive pratiche, il lato bello e cattivo del web
  • La fotografia e l’immagine come codice contemporaneo
  • La scrittura, e la rete
  • I nuovi spazi digitali per cinema, documentari e cortometraggi
  • L’uso di blog e social media per l’attività professionale
  • Cosa è una communità, come si forma, con un esempio molto particolare di successo
  • Lavori nuovi, nati grazie a Internet

Per saperne di più

Per maggiori informazioni su “Vivere e lavorare nell’era digitale”.

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Arrivederci

Archivio, con la lettera che trovate riportata qui sotto ed indirizzata agli autori, quasi quattro anni da coordinatore scientifico di MySolutionPost e credo quasi il doppio come autore di Cesi (L’editore).

Un bel progetto che vede la fine almeno per come l’avevo concepito.

Lettera scritta per gli autori, ormai amici direi, ma che credo possa essere indirizzata anche ai molti lettori che mi hanno seguito con suggerimenti e partecipazione in questa bellissima avventura. Perché il lettore è sempre stato protagonista con i suoi suggerimenti, con la partecipazione ai corsi ed ai convegni, con il costante confronto sui social. Bellissimo il ricordo dei primi mesi, letteralmente tempestato da suggerimenti su come migliorare l’usabilità del sito, su quali autori coinvolgere, su quale stile comunicativo usare.

 

Cari amici,

credo sia giusto comunicarvi che da ieri è terminata la mia avventura con MySolution|Post e che non ne sono più il coordinatore scientifico. 

In questi anni ho sempre collaborato con piacere con Cesi perché mi sentivo a casa e perché per lungo tempo ho avuto la libertà di portare avanti progetti che si sono credo rivelati utili sia all’azienda sia a me personalmente. Da qualche tempo però la spinta innovativa si era interrotta e si è persa la comune la visone di progetto (succede). Ringrazio in particolare alcuni di voi per la pazienza dimostrata in questi ultimi mesi.

Mi porto a casa una bella esperienza, l’aver creato una piccola startup editoriale che ha riunito professori di Harvard, di Castellanza, di Trieste, del Politecnico e della Bocconi, che ha raccolto i contributi in materia di lavoro di ADAPT dell’università di Bologna, che ha avuto tra i suoi autori funzionari del Ministero dell’economia e delle finanze, giornalisti del Corriere della Sera e di Repubblica, che ha stretto più forti rapporti con l’Unione Giovani e con molti ordini locali arricchendosi di interviste e legittimandosi (e legittimando Cesi) davanti al pubblico dei commercialisti e non solo. 

Abbiamo affrontato temi non così consoni al mondo delle professioni economico-giuridiche come strategia, marketing, comunicazione. Senza dimenticare temi etici ed importanti riflessioni di storia economica. Soprattutto siamo tornati a parlare di impresa.

Da MySolution|Post è nato un gruppo di studio che ha fornito importanti momenti di confronto ai partecipanti e credo anche all’editore.

Purtroppo non si sono voluti avvisare per tempo gli autori ed i lettori nei tempi e nei modi che avrei ritenuto opportuni.

Ed i modi per me contano, così come le persone.

Poco male, lo faccio ora e lo farò meglio in un post in cui analizzerò quello che per me resta un caso aziendale ed una interessante esperienza professionale.

È stato un grande piacere collaborare con voi e sono certo che questo è solo un arrivederci, seppur su altri lidi.

 

Ora non resta, come scrivo ormai da tempo, che tornare a fare cose difficili. Scrivendo meno e meglio.

In un prossimo post vi illustrerò una nuova collaborazione che partirà a breve ma che sarebbe poco elegante oltre che ingeneroso anticipare qui.

Arrivederci!

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