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Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi 2015

 Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi 2015

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Le Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi, pubblicate 28/04/2015, sono finalmente giunte alla seconda edizione essendosi conclusa la fase di consultazione pubblica. Rappresentano un indispensabile documento per chi ( professionisti, sindaci, amministratori ed istituti di credito) si trova a dover valutare il ricorso a nuova finanza per sostenere un’impresa in crisi.

Un primo commento al documento presentato lo scorso anno potete trovarlo in un nostro precedente articolo “Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi 2014

Obiettivo delle linee guida

Obiettivo dichiarato, come nella prima edizione, è quello di fornire un supporto agli operatori al fine di  ridurre le incertezze che si posso incontrare nel finanziamento delle operazioni di ristrutturazione. Le Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi hanno lo scopo di suggerire prassi virtuose e comportamenti che, pur non essendo strettamente imposti dalla legge, possono aumentare il grado di sicurezza delle operazioni di finanziamento

Struttura del documento

La struttura delle Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi non è stata oggetto di  modifiche e si può cosi riassumere:

  • una prima parte, di carattere generale, esamina gli strumenti previsti dalla legge per il risanamento delle imprese, gli attori (professionista e attestatore), il piano di risanamento e infine l’attestazione;
  • una seconda parte analizza, in sezioni specificamente dedicate, i singoli strumenti di soluzione della crisi: piano di risanamento attestato, accordo di ristrutturazione dei debiti, concordato preventivo nelle sue varie forme.

I singoli paragrafi contengono una breve illustrazione del quadro normativo di riferimento, una descrizione dei comportamenti virtuosi e delle opportunità offerte dalla nuova legge, una succinta motivazione degli stessi.

Strumenti per la ristrutturazione di un’impresa in crisi

Una problematica di particolare rilevanza nel concreto è quella legata alla capacità di finanziamento per le imprese in stato di crisi, sia durante la fase di esecuzione del piano, sia durante la così detta “fase interinale” tra la redazione del piano e la sua effettiva esecuzione.

La ristrutturazione di un’impresa in crisi è raramente possibile senza il ricorso a nuovi finanziamenti a titolo di debito. La nuova finanza, infatti, consente di disporre di maggiori risorse sia per la gestione della fase di emergenza, sia per la successiva impostazione del processo di ritorno al valore. D’altro canto l’operazione di finanziamente nè è agevole né è scevra di rischi per le parti e va quindi ben analizzata. Le linee guida vogliono supportare proprio questa analisi.

La guida raccomanda che, in una situazione di crisi d’impresa, è opportuno che l’erogazione di nuovi finanziamenti, la concessione di garanzie e in genere il compimento di atti potenzialmente revocabili e/o atti che possono dar luogo a responsabilità penale o civile siano effettuati nell’ambito di un piano attestato, di un accordo di ristrutturazione dei debiti o di un concordato preventivo (raccomandazione n.1).

L’ordinamento giuridico prevede tre diverse procedure, finalizzate alla gestione e al superamento dello stato di crisi delle imprese. Elemento comune è che l’impresa predisponga un piano di risanamento in cui si individuino le cause, analizzino le possibili alternative e delineino nel dettaglio le strategie e gli interventi concreti volti a superare le difficoltà economiche e finanziarie:

  • il “piano di risanamento attestato” (art. 67, comma 3°, lett. d);
  • l’accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 182-bis);
  • il concordato preventivo (art. 160 e seguenti).

I tre strumenti hanno caratteristiche diverse, e si collocano lungo una scala ideale di crescente incisività degli interventi consentiti per il risanamento.

Le principali differenze tra piano di risanamento attestato ed accordo di ristrutturazione dei debiti sono qui brevemente riportate:

  • l’accordo di ristrutturazione è soggetto a pubblicità, il piano attestato non lo è, salvo che il debitore ne chieda la pubblicazione nel registro delle imprese (al fine di ottenere benefici fiscali);
  • l’accordo di ristrutturazione è soggetto ad un vaglio preventivo del tribunale, a differenza del piano attestato, la cui verifica giudiziale è soltanto eventuale e successiva, qualora la crisi non sia stata risolta e degeneri;
  • solo l’accordo di ristrutturazione, in presenza di determinate condizioni, consente la protezione del patrimonio in pendenza delle trattative, sotto la supervisione di un giudice;
  • solo l’accordo di ristrutturazione, con l’intervento di un giudice, consente infine l’ottenimento di finanziamenti assoggettati ad una disciplina di favore e l’effettuazione di pagamenti in condizioni di certezza circa la loro liceità.

La procedura di concordato preventivo, più volte riformata, pare oggi adeguata a garantire ad un’impresa in difficoltà il mantenimento della continuità aziendale. La presentazione della domanda di concordato preventivo consente all’impresa di proteggere il proprio patrimonio da conseguenze pregiudizievoli, connesse sia ad aggressioni di creditori, sia all’impoverimento che consegue alla situazione di difficoltà finanziaria.

Il vantaggio comune alle tre procedure è rappresentato dalla possibilità, in caso di successivo fallimento, di esenzione da revocatoria fallimentare per gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere durante l’esecuzione dei piani.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento rimandiamo al precedente articolo: Guida agli strumenti per la risoluzione della crisi d’impresa

Per approfondire

Documenti liberamente consultabili citati nel testo: 

Il consulente che preferisco è sporco di grasso

Il consulente che preferisco è sporco di grasso

La dinamica del concordato preventivo ed il ruolo del professionista.

 

In questo periodo di crisi economica mi trovo sempre più spesso a dover predisporre o attestare piani di risanamento.

Fatti ovviamente salvi i casi virtuosi in cui si ha la fortuna di lavorare con ottimi professionisti e con imprenditori consapevoli di quanto accade loro intorno, sempre più spesso mi accorgo che i casi degli “insalvabili” presentano più o meno le caratteristiche che descrivo sotto.

Purtroppo troppo spesso il sistema che gravita intorno all’impresa non da l’allarme, spesso racconta una storia rassicurante che impedisce all’imprenditore di percepire la gravità della crisi per tempo. La prima vera autocritica che il sistema Italia dovrebbe fare è proprio questa: aver spesso ingannato chi fa impresa.

Ormai mi fido solo dei consulenti sporchi di grasso e olio che si mettono con noi ad analizzare costi e procedure in fabbrica, quelli che cambiano la produzione e non propongono miracoli, quelli con la faccia stanca per aver analizzato i dati di vendita, i prezzi, i mercati alternativi. 

Fuggo da quelli sereni e riposati, con camicia bianca impeccabile, quelli che con le banche ci penso io, quelli che è un attimo che ti faccio un piano credibile…. che è una follia che non si trovi un attestatore pronto a firmare….

Ecco, in estrema sintesi ed in maniera non esaustiva, le fasi della crisi, un pò ci rido e banalizzo, ma non sono molto distante dalla realtà (sia chiaro che non sottovaluto né le difficoltà del fare impresa, né la vera e propria rivoluzione che ha attraversato interi settori della nostra economia, in particolare nel preziosissimo mondo della manifattura). 

FASE 1: sonni tranquilli

L’imprenditore è sereno
Negli ultimi 4 o 5 anni l’impresa è sempre stata in perdita, continua a perdere, nessun cambio di rotta viene preso in considerazione. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi.

Le banche sono serene:
Continuano felici a finanziare le perdite, non finanziano più da anni investimenti, solo perdite. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Nel frattempo qualcuno più accorto inizia a chiedere all’imprenditore maggiori garanzie personali o reali sugli immobili che tanto sono l’unico valore vero, che a chiedere ipoteca non si sbaglia mai.

Il commercialista è sereno:
L’impresa ha spalle larghe, La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Magari un paio di operazioni di bilancio, anche lecite, per ricreare il patrimonio, tutti tranquilli, soprattutto il cliente che è meglio non perderlo.

FASE 2: Il risveglio

L’imprenditore è spaventato
Improvvisamente le banche iniziano a muoversi, riducono i fidi, emerge qualche insoluto, scopre che operazioni di bilancio sono servite solo a prender tempo, tempo che purtroppo non è stato utilizzato per risanare l’impresa.

Le Banche si fanno più attente
Qualche software le avvisa che i bilanci non sono cosi solidi, che il patrimonio si sta consumando, qualche incongruità su alcune poste. Il Direttore chiede un incontro, inizia aggressivo, chiede di elaborare un piano di rientro, e trema quando sente le parole piano di ristrutturazione del debito. L’incontro successivo avviene in azienda ed il direttore improvvisamente scopre che l’intera via è tappezzata da cartelli vendesi ed affittasi… il capannone non vale nulla. Dramma.

Il commercialista inizia a preoccuparsi

Come chiuderemo il bilancio quest’anno? Come? han ridotto i fidi? Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti, senza pensare che l’errore delle banche è aver dato troppo, non troppo poco.

FASE 3: inizia a grandinare

L’imprenditore è terrorizzato e paralizzato
Le Banche tagliano i fidi, i fornitori chiedono pagamenti anticipati, non capisce, non si fida, qualcuno propone di rivedere costi e produzione ma non ascolta, è il suo regno, ha già controllato e ricontrollato tutto. Muoviamo il bilancio, parliamo con le banche ma la produzione è perfetta. 

Le Banche temporeggiano
tagliano i fidi ma il debito resta, non si muovono, temono di perdere tutto, aspettano il piano di risanamento.

Il commercialista si inventa stratega
Recupera on line un programmino excel, inizia a fare piani finanziari e ad analizzare i bilanci dei concorrenti, vuole rendersi utile, scopre che non c’è tempo, ma non demorde, studia, ci prova, inizia la serie infinita di riunioni con l’imprenditore che si concludono con l’immancabile: Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti 

FASE 4: Arriva il consulente

Scenario 1: il consulente “ghe pensi mi”
E’ immediatamente simpatico all’imprenditore, è il suo ariete contro le banche cattive che il timido commercialista non è riuscito a convincere.
Non pone problemi ma soluzioni. Tutto ruota intorno alla finanza, l’impresa può continuare cosi e soprattutto non entra in fabbrica, regno incontrastato dell’imprenditore.
Lui sa. Incontra, riunisce, predispone, sceglie i colori delle slide e fattura, fattura, un monte ore impressionante a costi rilevanti. Del resto chi non pagherebbe oro il salvatore dell’impresa?
Poi qualcosa non va, i soldi finiscono, i fornitori non si fidano, le banche sono cattive (anche se la sorte è avversa resta simpatico all’imprenditore). Tutto si avvita, l’attestatore non firma, l’azienda si ferma.

Scenario 2: L’ingegnere, il controller, il commercialista o chi per lui…
Per una serie di coincidenze fortunate (collegio sindacale serio, commercialista preparato, imprenditore che mette in moto la sua rete di relazioni) si presenta un tipo strano, che finchè non capisce non demorde, che conosce excel più di sua moglie, che mette in crisi le certezze dell’imprenditore.
Si trasferisce in azienda, giorni intensi, tutto ruota su produzione e vendite, il resto verrà dopo, deve capire, chiede, chiede, chiede, definisce le procedure, i tagli, la riduzione forza lavoro, tranquillizza gli interlocutori. In questo caso con un pò di fortuna e se non si arriva tardi l’impresa si salva, l’imprenditore (vero motore di tutto) si rimette in gioco, ascolta le domande e trova nuove risposte (perché per esperienza è sempre l’imprenditore che trova le risposte. I consulenti devono solo saper far le domande giuste). 

Il fattore tempo spesso è determinato, oltre che dall’imprenditore, dalla professionalità del collegio sindacale e del commercialista. E’ qui il nostro ruolo, forse il più importante. Lanciare l’allarme in tempo.

Purtroppo a fronte di una crisi feroce e complicata non sempre l’offerta di consulenza (commercialisti compresi, giusto per tranquillizzare le altre categorie e non sottrarci all’autocritica) si dimostra adeguata. Sugli altri attori presenti in scena ( banche, associazioni di categoria, stampa, governo, ecc ), il discorso si fa più complesso…

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Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi 2014

Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi 2014

Le linee guida cercano di ridurre le incertezze che gli operatori incontrano nel finanziamento delle operazioni di ristrutturazione.

La ristrutturazione di un’impresa in crisi è talvolta possibile anche senza il ricorso a nuovi finanziamenti a titolo di debito. Le opzioni disponibili sono tuttavia più numerose se la ristrutturazione è accompagnata da nuova finanza. La nuova finanza, infatti, consente di disporre di maggiori risorse sia per la gestione della fase di emergenza, sia per la successiva impostazione del processo di ritorno al valore.

La materia in questione si divide in due grandi rami:

  • finanziamento a imprese in crisi nell’ambito di tentativi di salvataggio mediante strumenti stragiudiziali, erogato al fine di consentir loro di uscire dalla situazione di difficoltà pagando tutti i creditori nei termini originari o in quelli diversi eventualmente concordati con ciascuno di loro;
  • finanziamento a imprese in crisi nell’ambito di tentativi di salvataggio mediante procedure concorsuali, erogato al fine di conseguire gli obiettivi della specifica procedura cui l’impresa è assoggettata (valorizzazione dell’attivo e migliore pagamento dei creditori).

Modelli virtuosi di comportamento

Si avverte dunque l’esigenza di costruire modelli virtuosi di comportamento che, valorizzando al meglio i nuovi strumenti messi a disposizione dalla riforma, ove seguiti:

  • costituiscano un significativo elemento di distinzione rispetto a tentativi di risanamento inadeguati, che spesso portano all’insolvenza irreversibile, e
  • nell’eventualità di un insuccesso, che non può mai essere del tutto esclusa, pongano quanto più possibile i partecipanti all’operazione di risanamento al riparo da responsabilità non prevedibili.

Queste “Linee-guida” cercano di ridurre le incertezze che gli operatori incontrano nel finanziamento delle operazioni di ristrutturazione. Esse hanno lo scopo di suggerire prassi virtuose e comportamenti che, pur non essendo strettamente imposti dalla legge, possono aumentare il grado di sicurezza delle operazioni di finanziamento.

Struttura del documento

La struttura delle Linee-guida si può cosi riassumere:

  • una prima parte, di carattere generale, esamina gli strumenti previsti dalla legge per il risanamento delle imprese, gli attori (professionista e attestatore), il piano di risanamento e infine l’attestazione;
  • una seconda parte analizza, in sezioni specificamente dedicate, i singoli strumenti di soluzione della crisi: piano di risanamento attestato, accordo di ristrutturazione dei debiti, concordato preventivo nelle sue varie forme. Laddove essi presentino elementi in comune, per evitare duplicazioni saranno operati rinvii allo strumento già esaminato.

Per approfondire

Segnaliamo la bozza della seconda edizione delle “Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi” che il dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli studi di Firenze ha trasmesso all’Ordine di Roma per la consultazione pubblica.

La bozza è disponibile anche sul sito internet di Assonime ( www.assonime.it ) e su quello dedicato dell’ Università di Firenze (www.nuovodirittofallimentare.unifi.it).

Ruolo e funzioni Collegio Sindacale nel concordato preventivo

Il Collegio sindacale nel concordato preventivo

Articolo pubblicato su FiscoPiù e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore Giuffrè

La complessa fase di congiuntura economica costringe il dottore commercialista sempre più a doversi confrontare con temi legati alla crisi d’impresa per poter svolgere al meglio i propri compiti e le proprie funzioni. Particolarmente delicato appare il ruolo dell’organo di controllo nel concordato preventivo, ruolo che seppur attivo dovrà esser particolarmente improntato a prudenza e trasparenza.

Nell’analizzare il ruolo del Collegio sindacale (o Sindaco unico) durante le fasi delicate del concordato preventivo si comprende come la mancanza di norme di raccordo tra diritto societario e disciplina della crisi d’impresa rende necessario uno sforzo interpretativo volto a colmare le lacune normative.

In tal senso può essere d’ausilio un recente documento elaborato dall’Unione Nazionale Giovani Commercialisti ed Esperti Contabili in cui vengono esaminati i poteri/doveri dell’organo di controllo (Collegio Sindacale/Sindaco Unico) nelle situazioni di crisi dell’impresa indicando i comportamenti che i sindaci/o devono adottare per evitare di incorrere in responsabilità sia civili che penali. 

Tale documento a supporto delle sue conclusioni fa riferimento alle Norme di comportamento del collegio sindacale (in particolare la norma n. 11), predisposte dal CNDCEC e, nella trattazione della delicata questione concernente l’accertamento della validità del principio della continuità aziendale (c.d. requisito del going-concern), il Principio di Revisione n. 570 predisposto dalla Commissione Paritetica dei Consigli Nazionali dei Dottori Commercialisti e dei Ragionieri. 

L’ analisi può quindi prendere le mosse proprio da tale documento, nel quale vengono indicate e classificate le varie fasi di evoluzione della crisi di impresa e vengono illustrati e suggeriti i comportamenti che l’organo di controllo dovrebbe assumere per non incorrere in responsabilità.

 

Fase 1: Funzione di prevenzione ed accertamento dello stato di crisi

Spetta al Collegio Sindacale il compito di svolgere importanti funzioni nella prevenzione della crisi dell’impresa, si segnalano in particolare gli obblighi di vigilanza di cui all’art. 2446, primo comma c.c..

La crisi d’impresa, infatti, costituisce per coloro i quali svolgono la funzione di Sindaco e di Revisore un segnale di allarme che deve portare a ridefinire il quadro dei rischi e degli obiettivi di revisione e controllo.

La continuità aziendale è il principio base previsto dal codice civile per la redazione del bilancio di esercizio delle imprese in funzionamento. L’art. 2423 – bis del codice civile dispone, infatti, che “ … la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività …”.

La mancanza del requisito della continuità aziendale comporta che il bilancio non possa più essere redatto seguendo i principi di funzionamento ma applicando i criteri di liquidazione, ossia di realizzo delle attività ed estinzione delle passività.

Il monitoraggio costante delle condizioni di continuità aziendale diventa quindi una priorità per gli organi di controllo.

Gli amministratori, i sindaci ed i revisori devono, nell’espletamento delle proprie funzioni, analizzare, dimostrare e verificare che le prospettive future non siano tali da compromettere il requisito della continuità aziendale e, quindi, la redazione dei bilanci secondo gli ordinari principi.

La segnalazione all’assemblea e la denunzia al tribunale rappresentano quei poteri/doveri che la norma e la dottrina hanno assegnato ai sindaci in caso di inerzia degli organi sociali nel trovare una soluzione gestionale alle cause della crisi o, nei casi più gravi, nel proporre ai creditori soluzioni negoziali della crisi.

 

Fase 2: Presentazione della domanda di concordato

In fase di presentazione della domanda di concordato il CNDCEC, diversamente dalla prevalente dottrina, ritiene che il Collegio Sindacale debba limitarsi a verificare i requisiti professionali dell’attestatore, senza deve avere un ruolo attivo né esprimere alcun un giudizio.

In particolare seguendo questa tesi il Collegio sindacale non deve partecipare alla predisposizione del piano. Non si può escludere peraltro a parere di chi scrive quanto meno un coinvolgimento dello stesso, anche al solo fine informativo, volto anche alla tutela dello stesso organo, che potrebbe esser ritenuto responsabile nel caso emergessero irregolarità precedenti e successive alla presentazione del piano, ovvero nella predisposizione dello stesso.

Seguendo invece una interpretazione più interventista del ruolo del collegio sindacale si evidenziano i principali doveri di controllo da esercitarsi in questa fase particolarmente delicata per la vita dell’impresa:

  • accertare la sussistenza dei requisiti di professionalità in capo al soggetto incaricato di attestare la veridicità dei dati e la fattibilità del piano concordatario
  • evidenziare eventuali carenze informative e rilievi tecnici sui dati espressi dall’attestatore, pur senza spingersi ad esprimere un proprio giudizio sul piano, se evidenti ed incidenti nell’adozione dello strumento concorsuale.

 

Fase 3: Concordato preventivo

La società, una volta ammessa al concordato, non interrompe di fatto la propria attività, da ciò discende che il Collegio Sindacale durante il concordato preventivo rimane in carica e continua ad operare in funzione di vigilanza nell’interesse dei soci e della Società ai sensi dell’art. 2403 c.c.

Il collegio sindacale prosegue quindi la sua attività di controllo sull’osservanza delle legge, dello statuto e sull’amministrazione della società, attività che andrà integrata e coordinata con quella posta in essere dagli organi della procedura concorsuale.

In particolare, tra i principali compiti del collegio:

  1. esercitare i propri poteri di intervento
    • partecipazione alle riunioni degli organi sociali;
    • atti di ispezione e controllo;
    • convocazione dell’assemblea
  2. redigere la relazione di cui all’art. 2429 c.c.».

Il CNDCEC ritiene opportuno che il collegio sindacale informi il commissario giudiziale di eventuali irregolarità riscontrate nella gestione, per consentire la tempestiva informazione al tribunale, ai sensi degli artt. 173 (revoca dell’ammissione al concordato) e 185 l.fall. (esecuzione del concordato)   L’organo di controllo dovrà verificare che la domanda non sia presentata in maniera pretestuosa al solo fine di rallentare lo sbocco fallimentare della crisi con un aggravarsi del danno nei confronti del ceto creditorio.

Secondo l’ UNGDCEC: “Se l’attività dell’organo di controllo è orientata, principalmente, alla tutela dell’interesse dei soci, mediante controlli di conformità dell’operato degli amministratori, volti a prevenire eventuali pregiudizi alla situazione patrimoniale della società, il controllo degli organi della procedura di legittimità, e di merito, è diretto a evitare operazioni dell’organo amministrativo lesive degli interessi dei creditori”.

 

Criticità in caso di presentazione di domanda di concordato in bianco

Più complesso e denso di responsabilità il ruolo del Collegio sindacale nel caso in cui l’organo di amministrazione abbia deliberato il deposito della domanda di concordato in bianco.

L’organo di controllo dovrà verificare che la domanda non sia presentata in maniera pretestuosa al solo fine di rallentare lo sbocco fallimentare della crisi con un aggravarsi del danno nei confronti del ceto creditorio. Il collegio sindacale inoltre dovrà:

  •  vigilare circa la completezza della documentazione prodotta dall’impresa (bilanci degli ultimi tre esercizi ed elenco nominativo dei creditori ed indicazione dell’importo di credito);
  • vigilare sul corretto rispetto dei termini posti per la presentazione del piano, l’integrazione della documentazione, nonché per quegli ulteriori obblighi informativi periodici, eventualmente posti con decreto dal Tribunale;
  • vigilare sugli atti compiuti dalla società, nel periodo compreso tra il deposito della domanda sino all’emanazione del decreto ex art. 163 L.F., ciò al fine di verificare se gli eventuali atti di straordinaria amministrazione, posti in essere dalla società, siano stati emessi in conformità dell’espressa autorizzazione da parte del Tribunale, come previsto dal settimo comma dell’art. 161 L.F;
  • assicurare un corretto flusso di informazioni con il commissario giudiziale laddove abbia riscontrato irregolarità nella gestione, in analogia a quanto avviene nel concordato preventivo.  

 

Conclusioni

Durante le fasi di accertamento della crisi e di adozione del concordato preventivo il Collegio sindacale (o sindaco unico) mantiene un ruolo attivo seppur più limitato rispetto a quello normalmente svolto nella società in bonis.

Si troverà a vigilare sull’operato degli amministratori, a collaborare con gli organi nominati dal tribunale, e a vigilare sulla correttezza dei documenti preparatori del piano e sulla sua corretta esecuzione.

Il suo agire dovrà essere improntato a particolare prudenza e trasparenza al fine di scongiurare eventuali sbocchi fallimentari della procedura da cui potrebbero derivare responsabilità sia civili sia penali.

 

Per approfondire:

I poteri/doveri dell’organo di controllo (Collegio Sindacale/Sindaco Unico) nelle situazioni di crisi dell’impresa


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Guida agli strumenti per la risoluzione della crisi d’impresa

Guida agli strumenti per la risoluzione della crisi d’impresa

Breve guida alla gestione della crisi d’ impresa

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

La riforma del diritto fallimentare ha avuto tra i principali obiettivi quello di agevolare il risanamento dell’impresa in crisi attraverso la valorizzazione degli accordi negoziali al fine di tutelare il valore aziendale e i livelli occupazionali. Il presente articolo vuole essere una breve guida agli strumenti, messi a disposizione dal nostro sistema giuridico, analizzandone le principali peculiarità.

 

Premessa

Tra i principali obiettivi perseguiti dalla riforma, assume rilevanza la composizione concordata della crisi, attraverso la valorizzazione degli accordi negoziali. L’intento del legislatore è principalmente quello di evitare il ricorso a procedure liquidatorie e/o fallimentari da parte dei soggetti in crisi al fine di tutelare il valore aziendale e i livelli occupazionali.

L’ordinamento giuridico prevede tre diverse procedure, finalizzate alla gestione e al superamento dello stato di crisi delle imprese. Elemento comune è che l’impresa predisponga un piano di risanamento in cui si individuino le cause, analizzino le possibili alternative e delineino nel dettaglio le strategie e gli interventi concreti volti a superare le difficoltà economiche e finanziarie.

Le procedure in esame sono le seguenti:

  1. piano attestato di risanamento (ex art. 67 , L.F.);
  2. accordo di ristrutturazione dei debiti (ex art. 182-bis , L.F.);
  3. concordato preventivo (ex artt. 160 ss. L.F.).

Il piano attestato di risanamento e gli accordi di ristrutturazione dei debiti non possono essere annoverati tra le procedure concorsuali al pari del concordato preventivo, ma sono considerate dalla dottrina maggioritaria procedure stragiudiziali.

Queste tre procedure, spesso (ma non sempre) alternative tra loro, presentano importanti caratteristiche comuni:

  1. presupposto soggettivo: possono accedervi le imprese (siano imprenditori individuali o società commerciali) ritenute fallibili dall’ art. 1 , L.F. che recita: “Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici. Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:
  2. aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
  3. aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;
  4. avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

I limiti di cui alle lettere a), b) e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della Giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento”;

  • presupposto oggettivo: sussistenza dello stato di crisi per il piano attestato di risanamento e dello stato di crisi o insolvenza sia per gli accordi di ristrutturazione dei debiti sia per il concordato preventivo;
  • tutele e limitazioni all’azione revocatoria: l’art. 67, comma 3 , lett. d), L.F. sottrae all’ambito dell’azione revocatoria una serie di atti sulla base della loro afferenza all’esecuzione di un piano di risanamento. L’art. 217-bis L.F. dichiara non applicabili le disposizioni in materia di bancarotta semplice e preferenziale a pagamenti e operazioni compiuti in esecuzione di un piano attestato o di un accordo di ristrutturazione omologato. È quindi opportuno che il piano preveda con un elevato grado di dettaglio gli atti da compiere;
  • piano attestato da parte di un professionista indipendente incaricato dal debitore. Il professionista incaricato della redazione della relazione giurata, oltre a possedere i requisiti indicati dall’art. 28 , lett. a) e b), della L.F. (ovvero esercitare la professione di avvocato, dottore commercialista, ragioniere e ragioniere commercialista, sia in forma individuale che mediante studio professionale associato o società tra professionisti), deve essere iscritto nel registro dei revisori legali. L’attestatore deve inoltre possedere tutti i requisiti di indipendenza e professionalità ai sensi dell’art. 2399, c.c. “e non deve, neanche per il tramite di soggetti con i quali è unito in associazione professionale, avere prestato negli ultimi cinque anni attività di lavoro subordinato o autonomo in favore del debitore ovvero partecipato agli organi di amministrazione o di controllo” (ex art. 67 , L.F.). L’attestazione presuppone la verifica della veridicità dei dati aziendali, la ragionevolezza e fattibilità del piano e che lo stesso sia idoneo a risanare le posizioni debitorie e a garantire il riequilibrio della situazione economico-patrimoniale.

Gli strumenti di cui sopra, che andiamo a descrivere con maggiore dettaglio, sono caratterizzati da un livello di complessità procedurale e pubblicità crescente, per cui se il piano attestato di risanamento non prevede l’intervento dell’autorità giudiziaria né alcuna forma di pubblicità, l’accordo di ristrutturazione deve essere pubblicato al registro delle imprese e vede il coinvolgimento del Tribunale solo nella fase di omologazione. Il concordato preventivo vede invece il Tribunale operare quale organo della procedura a tutti gli effetti.

 

Piano attestato di risanamento

La disciplina prevista per il piano attestato di risanamento (ex art. 67 L.F.) è essenziale e poco dettagliata. Non sono stabiliti né il contenuto e la forma del piano, che non deve essere soggetto a pubblicità, né il consenso da parte dei creditori, se non nei limiti delle previsioni di accordi di ridefinizione delle posizioni debitorie.

Può inoltre non essere rispettato il principio della par condicio creditorum essendo consentito all’impresa in crisi definire degli accordi con i vari creditori che stabiliscano delle condizioni particolari di trattamento.

Il piano ha come obiettivo principale la soddisfazione dei creditori, tramite il riassestamento dei debiti e la riorganizzazione economico- finanziaria e manageriale dell’azienda, ai fini del prosieguo dell’attività imprenditoriale.

 

Accordo di ristrutturazione dei debiti

Il comma 1 dell’art. 182-bis L.F. prevede che l’imprenditore in crisi può domandare, depositando la documentazione richiesta dall’art. 161 L.F., “l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti stipulato con i creditori rappresentanti almeno il sessanta per cento dei crediti, unitamente ad una relazione redatta da un professionista in possesso dei requisiti di cui all’art. 67, terzo comma, lett. d) sull’attuabilità dell’accordo stesso, con particolare riferimento alla sua idoneità ad assicurare il regolare pagamento dei creditori estranei”.

La percentuale minima del sessanta per cento dei crediti, indicata dalla norma come condizione per la stipula dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, va calcolata sull’intera esposizione debitoria dell’imprenditore, compresi i crediti garantiti da diritto di prelazione, e si riferisce non al numero dei creditori, ma alla complessiva entità dei crediti.

Con l’istituto in esame il legislatore ha inteso valorizzare il ruolo dell’autonomia privata nella gestione della crisi dell’impresa, mediante la previsione di una procedura semplificata a carattere stragiudiziale sfociante in un accordo, stipulato dal debitore con i creditori rappresentanti almeno il sessanta per cento dei crediti, la cui efficacia è garantita dal provvedimento di omologazione del Tribunale.

Stante il carattere contrattuale dell’accordo, il regolamento in esso previsto vincola esclusivamente i creditori che vi abbiano aderito. Per quanto concerne, invece, i creditori che non hanno aderito all’accordo, l’art. 182-bis della L.F. prevede, come requisito di attuabilità dell’accordo stesso, la sua idoneità ad assicurare il pagamento dei creditori estranei escludendo in tal modo qualsiasi effetto remissorio del loro credito.

In particolare, i creditori non aderenti devono essere soddisfatti entro 120 giorni dalla data di scadenza naturale del loro credito, ovvero, se il credito è già scaduto alla data di omologazione, entro 120 giorni dalla stessa data (art. 182-bis , L.F.).

Anche per l’accordo di ristrutturazione non sono stabiliti né forma e contenuto, né termini. Al contrario del piano di risanamento, la procedura dell’accordo è soggetta a pubblicità e, infatti, ha efficacia dalla data di pubblicazione sul registro delle imprese.

 

Concordato preventivo

Il concordato preventivo è un istituto che consente all’imprenditore in crisi il soddisfacimento dei creditori della sua impresa, tramite un piano di ristrutturazione e di pagamento anche parziale di essi attraverso qualsiasi forma. Si tratta, in sostanza, di una particolare procedura concorsuale finalizzata a prevenire e ad evitare il fallimento.

Il comma 1 dell’art. 160 della L.F. individua i presupposti per l’ammissione al concordato preventivo, disponendo che l’imprenditore in stato di crisi (oppure in stato di insolvenza, ai sensi dell’ultimo comma dello stesso art. 160 L.F.) ha la possibilità di sottoporre ai propri creditori un piano che preveda la ristrutturazione dei debiti e il soddisfacimento dei crediti.

Il contenuto del piano è lasciato alla libera determinazione dell’impresa, che può individuare le concrete modalità di soddisfacimento dei creditori, “anche mediante cessione dei beni, accollo, o altre operazioni straordinarie, ivi compresa l’attribuzione ai creditori, nonché a società da questi partecipate, di azioni, quote, ovvero obbligazioni, anche convertibili in azioni, o altri strumenti finanziari e titoli di debito”.

La norma prevede che il concordato sia approvato “dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto”, precisando che, ove siano previste diverse classi di creditori, “il concordato è approvato se tale maggioranza si verifica inoltre nel maggior numero di classi”.

É importante quindi sottolineare che l’impresa debitrice può raggruppare i creditori in classi formate o in base alla posizione giuridica dei creditori stessi o in relazione ad interessi economici omogenei tra debitore e creditori. In questo caso si deve raggiungere le doppia maggioranza, ossia quella all’interno di ogni classi e anche quella di tutti i crediti ammessi al voto. I creditori legittimati al voto sono i soli chirografari.

I creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, per i quali la proposta di concordato preveda la soddisfazione non integrale, hanno diritto di voto in quanto “equiparati ai chirografari per la parte residua del credito”.

Nel piano di concordato, a differenza delle altre due procedure, è obbligatorio rispettare la regola della par condicio creditorum e gli effetti sono prodotti nei confronti di tutti i creditori, sia quelli aderenti sia quelli dissenzienti.

Le modifiche apportate all’art. 178 L.F. nel corso del 2012 hanno introdotto il silenzio-assenso nel concordato preventivo. Il comma 4 dell’articolo in questione ora prevede che in mancanza di voto espresso in udienza e in assenza di dissenso pervenuto nei venti giorni successivi all’adunanza, i creditori si ritengono consenzienti.

 

La scelta dello strumento

Per ciascuna delle procedure prese in esame, è opportuno tenere conto di una serie di vantaggi e svantaggi, che possono indurre un’impresa in stato di crisi o insolvenza a ricorrere ad uno strumento piuttosto che ad un altro o addirittura anche a più strumenti. Nelle Linee-Guida per il finanziamento alle imprese in crisi, 2014, infatti si afferma: “L’impresa può infatti iniziare trattative “protette” verso un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi dell’art. 182-bis, commi 6° e 7° (supra, par. 1.3), e passare ad un concordato preventivo (conservando gli effetti protettivi sul proprio patrimonio) se lo strumento dell’accordo di ristrutturazione dei debiti si riveli inidoneo (art. 182-bis comma 8° ). Essa può tuttavia anche fare il percorso inverso, chiedendo la protezione del concordato e uscendone poi rapidamente, nel termine concesso dal giudice per il deposito della proposta di concordato e della relativa documentazione, con un accordo di ristrutturazione, quando il risanamento si riveli conseguibile mediante questo più leggero strumento (art. 161, comma 6,° penultimo periodo).”

Il vantaggio comune alle tre procedure è rappresentato dalla possibilità, in caso di successivo fallimento, di esenzione da revocatoria fallimentare per gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere durante l’esecuzione dei piani.

Il concordato preventivo, pur essendo più complesso a livello di adempimenti, rispetto agli altri strumenti ha il vantaggio rappresentato sia dalla prededucibilità dei crediti originati in conseguenza alla procedura, sia dal fatto che produce i suoi effetti per tutti i creditori, anche i dissenzienti. Per contro, a differenza degli altri è vincolato ad un più rigoroso rispetto della par condicio creditorum.

 

Il finanziamento delle imprese in crisi

Una problematica di particolare rilevanza nel concreto è quella legata alla capacità di finanziamento per le imprese in stato di crisi, sia durante la fase di esecuzione del piano, sia durante la così detta “fase interinale” tra la redazione del piano e la sua effettiva esecuzione.

A riguardo la disciplina è dettata negli artt. 182-quater e 182-quinquies, L.F. ed è valida per i finanziamenti ottenuti sia nell’ambito degli accordi di ristrutturazione dei debiti (ex art. 182-bis L.F.), sia in quello del concordato preventivo (ex artt. 160 ss. L.F.).

 

Finanziamenti erogati prima della presentazione della domanda

Sono prededucibili i crediti derivanti da finanziamenti erogati prima ed funzione della presentazione della domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo o della domanda di omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, solo se i finanziamenti siano previsti dal piano di cui all’art. 160 L.F. o dall’accordo di ristrutturazione e purché successivamente la prededuzione sia espressamente disposta nel provvedimento con cui il tribunale accoglie la domanda di ammissione al concordato preventivo ovvero l’accordo sia omologato.

 

Finanziamenti erogati in fase di esecuzione delle procedure

I crediti derivanti da finanziamenti effettuati in esecuzione di un concordato preventivo ovvero di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato sono prededucibili.

 

Finanziamenti soci

In deroga agli artt. 2467 e 2497-quinquies c.c., entrambi i casi sopra richiamati si applicano anche ai finanziamenti effettuati dai soci fino alla concorrenza dell’80 per cento del loro ammontare. Senza limitazione alcuna invece quando il finanziatore ha acquisito la qualità di socio in esecuzione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti o del concordato preventivo.

 

Finanziamenti espressamente autorizzati dal Tribunale

Il debitore che presenta una domanda di ammissione al concordato preventivo o una domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti può chiedere al tribunale di essere autorizzato a contrarre finanziamenti, prededucibili, se un professionista designato dal debitore in possesso dei requisiti di cui all’art. 67, comma 3 , lett. d), L.F., verificato il complessivo fabbisogno finanziario dell’impresa sino all’omologazione, attesta che tali finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori.

 

Transazione fiscale e previdenziale

L’art. 182-ter L.F. stabilisce la possibilità per l’impresa debitrice di proporre il pagamento dilazionato o parziale dei debiti tributari e contributivi sia in sede di proposta di concordato preventivo (ex artt. 160 ss. L.F.), sia durante le trattative per gli accordi di ristrutturazione dei debiti (ex art. 182-bis L.F.). Questa opportunità non è contemplata per le imprese in crisi che fanno ricorso al piano attestato di risanamento (ex art. 67 L.F.).

In particolare, l’istituto della transazione fiscale costituisce una particolare procedura “transattiva” tra il fisco e il contribuente avente ad oggetto la possibilità di pagamento in misura ridotta e/o dilazionata del credito tributario con il limite di non poter attribuire ai crediti privilegiati un trattamento peggiore di quello attribuito ai creditori con grado di privilegio inferiore.

Per quanto riguarda l’IVA e le ritenute operate e non versate, può essere esclusivamente prevista la dilazione del pagamento.

In mancanza di transazione i crediti di cui sopra devono essere soddisfatti integralmente ed entro le scadenze stabilite dalla legge (circolare Agenzia delle Entrate 18 aprile 2008, n. 40/E).

La ratio che giustifica il ricorso allo strumento transattivo da parte del legislatore si lega essenzialmente all’esigenza di voler privilegiare la composizione concordata della crisi oppure la valorizzazione degli accordi negoziali, evitando così, per quanto possibile, il dissesto irreversibile dell’imprenditore commerciale. Questa esigenza rappresenta, come già si è detto, uno tra i principali obiettivi perseguiti con la riforma delle procedure concorsuali.

 

Riferimenti normativi

  • R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 1 , 67 , 160 , 182-bis , 182-ter , 182-quater e 182-quinquies ;
  • Codice civile, artt. 2399;
  • Circolare Agenzia delle Entrate 18 aprile 2008, n. 40/E ;
  • Assonime, CNDCEC, Università degli studi di Firenze, “Linee-guida per il finanziamento alle imprese in crisi” (2014) – bozza per la discussione;
  • Documento AIDEA-IRDCEC – Principi di attestazione dei piani di risanamento.

 

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La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale

La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Le difficili condizioni economiche e di mercato in cui le imprese sono costrette ad operare costringono gli organi societari e i professionisti che li supportano a porre particolare attenzione nel processo di predisposizione dei bilanci ed impongono agli stessi un’attenta riflessione sui rischi di continuità aziendale e sull’informativa che dovrà essere resa nel suo complesso all’interno del bilancio e delle relazioni obbligatorie.

Riferimenti normativi

  • Codice civile, artt. 2423-bis e 2428;
  • Principio contabile IAS 1;
  • Principio contabile OIC 5;
  • CNDCEC, documento n. 570;
  • Banca d’Italia, Consob e Isvap, documento 6 febbraio 2009, n. 2;
  • UNGDCEC, documento del 25 maggio 2010;
  • Assirevi, documento di ricerca n. 176 del 2013.

Continuità aziendale e valutazione delle voci di bilancio

La continuità aziendale rappresenta la capacità dell’impresa di continuare ad operare “in funzionamento” per un futuro prevedibile (il cui orizzonte temporale è ragionevolmente stimabile in 12 mesi dalla data di riferimento del bilancio).

La redazione del bilancio nella prospettiva della continuità aziendale è incompatibile con l’intenzione o la necessità di porre l’azienda in liquidazione o di cessare l’attività ovvero di assoggettarla a procedure concorsuali.

L’art. 2423-bis c.c. stabilisce che “la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività, nonché tenendo conto della funzione economica dell’elemento dell’attivo e del passivo considerato”.

La continuità operativa dell’impresa influisce quindi sulla formazione del bilancio di esercizio inteso come strumento di informazione patrimoniale, finanziaria ed economica dell’impresa in funzionamento.

In particolare, le valutazioni di bilancio potrebbero non essere più adeguate a “rappresentare in modo veritiero e corretto” la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio.

A puro titolo di esempio, nel concreto:

  • impianti e macchinari: in ipotesi di continuità aziendale sono valutati considerando la vita utile e la recuperabilità mediante l’uso. In ipotesi di liquidazione aziendale il criterio principe è quello del valore di realizzo. Lo stesso concetto di ammortamento perde in questo caso di significato;
  • rimanenze di magazzino: in continuità aziendale il loro valore è determinato come “minore fra costo e prezzo di mercato”, in liquidazione il criterio di valutazione è dato dal “valore di realizzo”. 

Attenzione

Importante e non scevra di responsabilità, sia in capo agli amministratori sia all’organo di controllo, quindi la valutazione della capacità dell’azienda di continuare ad operare sul mercato in quanto va ad incidere direttamente sui criteri di formazione del bilancio e del risultato di esercizio.

Informativa di bilancio

L’organo amministrativo della società è tenuto ad esprimersi sull’esistenza del presupposto della continuità aziendale e, qualora riscontri incertezze che possano comportare dubbi sulla capacità di operare in ipotesi di funzionamento, deve renderne conto agli stakeholder fornendo le opportune informazioni nelle note al bilancio.

Lo IAS 1 nello specifico recita: “Nella fase di preparazione del bilancio, la direzione aziendale deve effettuare una valutazione della capacità dell’entità di continuare ad operare come entità in funzionamento. Il bilancio deve essere redatto nella prospettiva della continuazione dell’attività a meno che la direzione aziendale non intenda liquidare l’entità o interrompere l’attività o non abbia alternative realistiche a ciò. Qualora la direzione aziendale sia a conoscenza, nel fare le proprie valutazioni, di significative incertezze per eventi o condizioni che possano comportare l’insorgere di seri dubbi sulla capacità di continuare a operare come un’entità in funzionamento, tali incertezze devono essere evidenziate”.

Il principio fa riferimento a “significative incertezze“ e a “seri dubbi sulla capacità di continuare a operare”, volendo chiaramente individuare quelle situazioni aziendali rappresentate da circostanze gravi e straordinarie.

Sempre lo IAS 1 così prosegue: “Nel determinare se il presupposto della continuazione dell’attività è applicabile, la direzione aziendale tiene conto di tutte le informazioni disponibili sul futuro, che è relativo ad almeno, ma non limitato, a dodici mesi dopo la data di riferimento del bilancio. Il grado di analisi dipende dalle specifiche circostanze di ciascun caso. Se l’entità ha un pregresso di attività redditizia e dispone di facile accesso alle risorse finanziarie, si può raggiungere la conclusione che il presupposto della continuità aziendale sia appropriato senza effettuare analisi dettagliate. In altri casi, la direzione aziendale può aver bisogno di considerare una vasta gamma di fattori relativi alla redditività attuale e attesa, ai piani di rimborso dei debiti e alle potenziali fonti di finanziamento alternative, prima di ritenere che sussista il presupposto della continuità aziendale”.

L’art. 2428 c.c. prevede la descrizione nella Relazione sulla gestione dei principali rischi e incertezze cui la società è esposta: “Il bilancio deve essere corredato da una relazione degli amministratori contenente un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società e dell’andamento e del risultato della gestione nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato, anche attraverso imprese controllate, con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti, nonché una descrizione dei principali rischi e incertezze cui la società è esposta”.

L’organo amministrativo e i professionisti che lo assistono nella redazione del bilancio dovranno quindi ricordare che un’informazione adeguata non può prescindere dall’analizzare le cause della crisi e dall’indicare le azioni che la società ha assunto o sta assumendo al fine di:

  • ridurre le incertezze legate alla continuità aziendale;
  • generare flussi di cassa positivi nel breve periodo e riequilibrare la situazione economico-finanziaria (ad es. piani di ristrutturazione del debito, aumento del capitale, riduzione significative dei costi, cessioni di asset non strategici, ecc.).

L’informativa di bilancio deve inoltre illustrare in modo adeguato le motivazioni a sostegno di tali soluzioni. Soltanto attraverso una effettiva completezza e trasparenza informativa sarà possibile per il lettore del bilancio valutare la ragionevolezza della conclusione finale in merito all’adozione del presupposto della continuità aziendale.

L’informativa nelle note al bilancio assume fondamentale importanza ed elemento di supporto anche per il revisore al fine di valutare la coerenza dell’informativa stessa e le conclusioni raggiunte dagli amministratori circa l’appropriatezza del presupposto della continuità aziendale.

Periodo temporale di riferimento

Lo IAS 1 considera ai fini della valutazione della continuità aziendale un futuro prevedibile che abbia un orizzonte temporale di almeno dodici mesi dalla data di riferimento del bilancio d’esercizio.

La stessa prassi contabile italiana fa riferimento ad un intervallo di dodici mesi con espresso richiamo, in tal senso, nel principio di revisione n. 570. Il principio contabile OIC 5, in piena coerenza, attribuisce il concetto di “going concern”, ad una “azienda come complesso funzionante e destinato a continuare a funzionare almeno per i dodici mesi successivi alla data di riferimento del bilancio”.

Indicatori di rischio sulla continuità aziendale

Nel seguito vengono elencati alcuni esempi di eventi o circostanze riportati nel documento n. 570 del CNDCEC che possono comportare seri rischi per l’impresa e che, presi singolarmente o nel loro complesso, possono far sorgere significativi dubbi riguardo il presupposto della continuità aziendale.

Essi rappresentano la sintesi delle principali cause di dissesto delle imprese e si dividono in:

Indicatori finanziari

  • situazione di deficit patrimoniale o di capitale circolante netto negativo;
  • prestiti a scadenza fissa e prossimi alla scadenza senza che vi siano prospettive verosimili di rinnovo o di rimborso;
  • oppure eccessiva dipendenza da prestiti a breve termine per finanziare attività a lungo termine;
  • indicazioni di cessazione del sostegno finanziario da parte dei finanziatori e altri creditori;
  • bilanci storici o prospettici che mostrano cash flow negativi;
  • principali indici economico-finanziari negativi;
  • consistenti perdite operative o significative perdite di valore delle attività che generano cash flow;
  • mancanza o discontinuità nella distribuzione dei dividendi;
  • incapacità di saldare i debiti alla scadenza;
  • incapacità nel rispettare le clausole contrattuali dei prestiti;
  • cambiamento delle forme di pagamento concesse dai fornitori dalla condizione “a credito” alla condizione “pagamento alla consegna”;
  • incapacità di ottenere finanziamenti per lo sviluppo di nuovi prodotti ovvero per altri investimenti necessari. 

Indicatori gestionali

  • perdita di amministratori o di dirigenti chiave senza riuscire a sostituirli;
  • perdita di mercati fondamentali, di contratti di distribuzione, di concessioni o di fornitori importanti;
  • difficoltà nell’organico del personale o difficoltà nel mantenere il normale flusso di approvvigionamento da importanti fornitori. 

Altri indicatori

  • capitale ridotto al di sotto dei limiti legali o non conformità ad altre norme di legge;
  • contenziosi legali e fiscali che, in caso di soccombenza, potrebbero comportare obblighi di risarcimento che l’impresa non è in grado di rispettare;
  • modifiche legislative o politiche governative dalle quali si attendono effetti sfavorevoli all’impresa. 

Attenzione

La sopravvivenza o il fallimento di un’impresa, in difficoltà o meno, non possono essere sempre e comunque facilmente prevedibili. La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale è attività tutt’altro che agevole e non può essere confinata all’utilizzo di semplici check list che hanno però il pregio di fornire comunque al professionista un utile strumento di analisi e, non ultimo, di difesa delle proprie scelte.

Molte crisi aziendali, non ci stancheremo di ripeterlo, sono collegate ad eventi non prevedibili.

Fattori che limitano il rischio di continuità aziendale

La valutazione del presupposto della continuità aziendale è attività complessa che comporta un’analisi approfondita di una molteplicità di aspetti, quantitativi e qualitativi. Alcuni elementi possono ridurre l’incertezza e ridurre la portata del rischio, si ricordano in particolare:

  • l’esistenza di un piano di ristrutturazione aziendale;
  • la possibilità di procedere ad un aumento di capitale sociale;
  • la capacità di creare flussi di cassa positivi mediante operazioni di leasing, factoring, finanziamenti, ecc.;
  • la possibilità di cedere asset non strategici;
  • la possibilità di rinviare investimenti senza che ciò influisca in maniera determinante e negativa nella capacità di produrre reddito;
  • la possibilità di ristrutturare l’indebitamento o di dilazionare nel tempo il rimborso dei debiti scaduti;
  • una struttura di costi fissi non preponderante rispetto ai costi variabili tali da consentire di aumentare la marginalità dei prodotti;
  • la capacità di innovazione dei propri prodotti a favore della marginalità degli stessi (tecnica, commerciali o di marketing);
  • la possibilità di entrare in mercati alternativi, di reperire nuovi clienti strategici, fare aggregazioni o sottoscrivere contratti di forniture vantaggiosi. 

Procedure di revisione

Il revisore, nel valutare la situazione economico-finanziaria dell’impresa e i suoi riflessi sulla continuità aziendale, deve mettere in atto opportune procedure di revisione che possono essere cosi riassunte:

  • analisi dei dati previsionali, dei piani aziendali economico/finanziari e delle ipotesi sottostanti;
  • valutazione dell’attendibilità del sistema informativo aziendale;
  • valutazione della coerenza dei dati previsionali con i consuntivi;
  • verifica della capacità di mantenere gli impegni presi, il corretto e tempestivo pagamento dei debiti, ecc.;
  • analisi attenta delle garanzie prestate a terzi;
  • valutazione della correttezza dei rapporti in essere con parti correlate;
  • analisi dei rischi legali e delle cause in corso;
  • valutazione dei piani aziendali (progetti di cessione di beni, prestiti o ristrutturazione di debiti, riduzione o differimento di spese, aumenti di capitale) attribuendo particolare importanza agli interventi che possono avere effetti positivi sui flussi di cassa nel breve periodo. 

Rischio di frode aziendale

Nei casi in cui sorgono dubbi sulla continuità aziendale, è opportuno che amministratori, sindaci e revisori aumentino le verifiche e i controlli sui rischi di errori dovuti a comportamenti non intenzionali o dovuti a vere e proprie frodi in bilancio (principio di revisione n. 240).

I rischi di insolvenza, la paura di veder ridursi i fidi bancari, ecc. possono spingere la direzione aziendale a presentare un’informativa economico-finanziaria non del tutto conforme alla rappresentazione veritiera e corretta della situazione. Il tutto al fine di ingannare gli utilizzatori del bilancio, influenzando la loro percezione della performance e della redditività aziendale.

Solitamente, in questi casi, le aree maggiormente a rischio, così come identificate nel principio di revisione n. 240, riguardano:

  • iscrizione di ricavi gonfiati o non iscrizione di rettifiche di ricavi di competenza (note accredito, sconti, ecc.);
  • presenza di costi nascosti ma di competenza;
  • capitalizzazioni non corrette;
  • mancate svalutazioni o accantonamenti;
  • cambiamenti di stime o di principi adottati;
  • iscrizione di incassi anticipati (esempio: Ri.Ba.);
  • contenziosi o richieste di terzi non valutati adeguatamente;
  • presenza di contratti derivati non di copertura o rinnovo degli stessi;
  • informativa carente o generica (rischi, covenants, garanzie);
  • autenticità della documentazione prodotta. 

Informativa sulla continuità aziendale

Il documento congiunto Banca d’Italia/Consob/Isvap n. 2 del 6 febbraio 2009 include anche un paio di bozze tratte dal documento “An update for directors of listed companies: going concern and liquidity risk” del Financial Reporting Council.

Si riporta un esempio di come può essere fornita l’informazione sulle valutazioni alla base dell’applicazione del presupposto di continuità aziendale relative a una società che presenta una rilevante esposizione alle incertezze legate al contesto economico di riferimento tali da far sorgere dubbi significativi sulla continuità aziendale.

Esempio

Vengono richiamate le parti del bilancio in cui sono descritte le attività del Gruppo, insieme con i fattori che verosimilmente ne influenzeranno il futuro sviluppo, la performance e la posizione (…).

Come evidenziato nella pagina W del bilancio, il contesto economico attuale è particolarmente difficile e il Gruppo ha riportato una perdita operativa nell’anno. La direzione ritiene anche che la prospettiva implichi significative sfide in termini di volume delle vendite e di prezzi così come di costi. Quantunque la direzione abbia predisposto misure per preservare la cassa e sia riuscita ad ottenere finanziamenti addizionali, queste condizioni creano significative incertezze sui futuri risultati e sui flussi di cassa.

Come spiegato a pagina Y del bilancio, gli amministratori stanno cercando di vendere beni di proprietà per assicurarsi ulteriore capitale circolante. Il Gruppo è in trattative con un potenziale acquirente ma non vi è certezza che si procederà alla vendita. Sulla base delle negoziazioni condotte finora, gli amministratori hanno una ragionevole aspettativa che tutto procederà nel migliore dei modi, ma se così non fosse il Gruppo avrà bisogno di ulteriori finanziamenti.

Come chiarito a pagina Z del bilancio, il Gruppo ha avviato trattative con le banche finanziatrici relativamente ad un finanziamento ulteriore che potrebbe rendersi necessario qualora la vendita degli assets non andasse a buon fine, oppure intervenissero significativi cambiamenti in negativo nel volume delle vendite o nella redditività. È probabile che queste trattative si prolungheranno per un certo periodo di tempo. La direzione sta ricercando anche fonti alternative nel caso in cui il finanziamento aggiuntivo non possa essere erogato a breve, ma non ha ancora ricevuto un impegno vincolante.

Secondo gli amministratori, a causa dell’insieme di tutte le circostanze sopra evidenziate sussiste una rilevante incertezza che può far sorgere dubbi significativi sulla capacità del Gruppo e della società di continuare ad operare sulla base del presupposto della continuità aziendale. Ciononostante, dopo aver effettuato le necessarie verifiche, ed aver valutato le incertezze sopra descritte, la direzione ha la ragionevole aspettativa che il Gruppo e la società abbiano adeguate risorse per continuare l’esistenza operativa in un prevedibile futuro. Per queste ragioni, essa continua ad adottare il presupposto della continuità aziendale nella preparazione del bilancio.

 

Per completezza e al fine di fornire una check list operativa ed esempi di relazione del revisore si rimanda al Documento dell’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti del 25 maggio 2010 “Il principio della continuità aziendale – Presupposti applicativi e approfondimenti di prassi per le PMI, Esemplificazioni operative” (Scarica il documento in formato .pdf)  e al documento di ricerca n. 176 del 2013 di ASSIREVI.

 

 

Principi di attestazione dei piani di risanamento

Principi di attestazione dei piani di risanamento

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Principi di attestazione dei piani di risanamento, documento predisposto dall’Istituto di Ricerca dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, vuole identificare le best practice, formulare i principi e proporre modelli di comportamento condivisi ed accettati sull’attività dell’attestatore, sia in merito all’attività di due diligence contabile sia al giudizio di fattibilità del piano e della capacità dell’impresa di riacquisire l’equilibrio economico-finanziario.

Principale critica al documento pare essere il taglio prevalentemente dottrinario ed aziendalistico non sempre coerente con le migliori pratiche giuridico-legali.

Riferimenti normativi

  • R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 67 , 161 , 182-bis , 182-quinquies e 186-bis ;
  • Tribunale di Milano, 25 marzo 2010;
  • Tribunale di Milano, 11 febbraio 2010;
  • Tribunale di Bologna, 17 febbraio 2009.

Biblioteca professionale dell’esperto attestatore

Il documento aggiorna e completa la biblioteca professionale dell’esperto attestatore. Tra i principali contributi in materia segnaliamo:

  • “Protocollo piani di risanamento e ristrutturazione; relazioni del professionista: profili organizzativi e principi di comportamento nell’ambito delle procedure di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti, piano di risanamento attestato” predisposto dalla commissione “CNDC – Commissione procedure concorsuali gruppo di lavoro decreti e competitività”;
  • Osservazioni sul contenuto delle relazioni del professionista nella composizione negoziale della crisi d’impresa (CNDCEC – Commissione di studio crisi e risanamento di impresa);
  • Linee guida per il finanziamento alle imprese in crisi (Università di Firenze, CNDCEC, Assonime) recentemente sottoposto a revisione e aggiornamento;
  • Documento di ricerca n. 114 (Assirevi).

Cui si aggiungono:

  • Guida operativa per la redazione delle relazioni art. 161, comma 3 , L.F. e art. 160, comma 2 , L.F.;
  • Linee guida al concordato preventivo del Tribunale di Milano;
  • I principi contabili ISAE 3400 e OIC 6;
  • Guida al Piano industriale di Borsa Italiana.

Documenti che rappresentano dei principi di comportamento, pur se ancora non codificabili all’interno di un contesto normativo e giudiziario stabile.

Le indicazioni proposte e contenute nei testi citati permettono al professionista di redigere “un documento informativo in grado di avviare un proficuo avvicinamento strategico alla crisi della società e permettere quindi allo stesso ed alla proposta in esso contenuta, di acquisire l’opportuna stabilità e coerenza necessarie per veicolare sulla stessa il consenso consapevole ed informato del ceto creditorio e quindi permettere al Tribunale di attestare che la proposta concordataria assolve il ruolo di facilitare un corretto interscambio delle informazioni necessarie ad eliminare eventuali asimmetrie informative ed a consentire ai creditori – tramite il voto in adunanza – di esprimere con pienezza di informazioni la valutazione di convenienza che di fatto ad essi solo è rimessa” (Trib. Bologna, 17 febbraio 2009).

La relazione di attestazione nella legge fallimentare

Molteplici sono le tipologie di relazioni di attestazione previste dalla norma fallimentare che, pur presentando notevoli similitudini, qui vogliamo richiamare:

  • la relazione di attestazione sulla veridicità dei dati aziendali e sulla fattibilità dei piani di risanamento revista dal terzo comma, lett. d), dell’art. 67 L.F.;
  • la relazione di attestazione nella domanda di concordato preventivo di cui all’art. 161 L.F., che accerti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano medesimo;
  • la relazione sulla veridicità dei dati aziendali e sulla attendibilità dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, di cui all’art. 182-bis L.F.;
  • la dichiarazione di idoneità della proposta di cui al sesto comma dell’art. 182-bis L.F.;
  • l’attestazione per accedere ai finanziamenti dell’impresa, prevista dal nuovo art. 182-quinquies L.F.;
  • l’attestazione per il pagamento dei creditori anteriori in pendenza del concordato prenotativo prima dell’omologa, prevista dal quarto comma dell’art. 182-quinquies L.F.;
  • l’attestazione richiesta per poter proporre il concordato preventivo con continuità, introdotto dall’art. 186-bis L.F.;
  • l’attestazione per la prosecuzione dei contratti pubblici e quella per la partecipazione alle gare di cui all’art. 186-bis, commi terzo e quarto, L.F. 

Scopo del piano di risanamento aziendale

Lo scopo del piano di risanamento aziendale è quello di consentire la salvaguardia del valore aziendale, al fine di non arrecare un maggiore pregiudizio per la collettività (in primis per i lavoratori occupati direttamente ed indirettamente) e per gli stessi creditori.

La prosecuzione delle attività dell’impresa, anche da parte di soggetti terzi, si giustifica e si rende opportuna ove sia riscontrabile la capacità di produrre reddito anche se l’impresa attualmente versa in una situazione di crisi per sua natura reversibile.

Laddove quindi l’organizzazione dei fattori produttivi e l’avviamento si traducono in valore, la cui perdita costituirebbe un pregiudizio per la collettività e per gli stessi creditori, si ritiene opportuno far proseguire l’attività di impresa. Tale soluzione, pur complessa, è finalizzata proprio a non disperdere ulteriore valore, determinando un irragionevole pregiudizio per i creditori.

Contenuto del piano di risanamento

Un piano di risanamento può ritenersi completo se risultano presenti le seguenti parti:

  • presentazione dell’azienda;
  • dati storici economici e finanziari (in assenza di uno o più bilanci approvati dall’assemblea è necessaria una situazione economico-patrimoniale, approvata e sottoscritta dall’organo amministrativo);
  • descrizione della situazione di crisi ed analisi del management circa le relative cause;
  • esplicitazione delle ipotesi e delle strategie di risanamento;
  • presentazione degli interventi da adottare (action plan);
  • evoluzioni attese ed impatti dello scenario competitivo;
  • presentazione delle ipotesi economico-finanziarie e del piano economico finanziario (situazione patrimoniale, economica e finanziaria prospettica).

Ove per qualche particolare motivo una delle parti dovesse essere omessa è opportuno che ne sia data giustificazione.

Veridicità dei dati

Il controllo sulla veridicità dei dati aziendali costituisce senza ombra di dubbio un passaggio imprescindibile, e per di più prodromico e strumentale, ai fini di una corretta valutazione in ordine alla ragionevolezza di tale documento, dovendo il professionista rispettare quelle norme deontologiche e quei canoni di comportamento richiesti per un riscontro sostanziale dei dati contabili di partenza in tema di concordato preventivo.

Secondo il Tribunale di Milano, 25 marzo 2010, “Il controllo sulla veridicità dei dati contabili a consuntivo è il presupposto logico e fattuale indefettibile della successiva valutazione di attuabilità/fattibilità, con la conseguente necessaria responsabilità dell’attestatore”.

Sempre il Tribunale di Milano, 11 febbraio 2010 chiarisce che: “L’attestazione di veridicità costituisce un presupposto logico indefettibile dell’attestazione dell’esperto ex art. 182-bis L.F., e dunque precisa ed ineludibile attività ricadente sotto la sua responsabilità”.

“Attestare la veridicità” non significa “certificare il bilancio”, pertanto i principi di revisione sono solo un riferimento di prassi, ma la loro totale applicazione non è necessaria.

Documenti da analizzare

Quale base informativa di partenza, l’attestatore deve verificare che il piano e l’ulteriore documentazione fornitagli consentano una chiara descrizione delle caratteristiche dell’azienda. In particolare l’attestatore può richiedere, a titolo esemplificativo, adeguate informazioni riguardanti:

  1. la forma giuridica dell’azienda ed eventuali trasformazioni verificatesi negli ultimi anni;
  2. la compagine societaria attuale e gli avvicendamenti più significativi avvenuti nel corso degli ultimi anni;
  3. la configurazione del gruppo al quale la società, eventualmente, appartiene ed i principali rapporti tra le società del gruppo;
  4. l’organizzazione attuale e quella più recente, qualora significativamente diversa, con particolare riferimento agli organi amministrativi e di controllo, al management, ecc.;
  5. le sedi in cui viene svolta l’attività;
  6. i fatti rilevanti che possono aver condizionato la vita dell’azienda, in particolare negli ultimi anni;
  7. i bilanci degli ultimi tre esercizi e, se esistenti, delle controllate e controllante.

Analisi della fattibilità del piano

L’esperto deve procedere a verificare l’esistenza dei mezzi e delle risorse necessari per l’esecuzione dell’accordo e il soddisfacimento dei creditori.  L’analisi del piano di ristrutturazione dell’accordo si concentra in particolare:

  • sulla validità delle ipotesi di base del piano;
  • sull’andamento dei flussi di cassa attesi;
  • sull’andamento economico e finanziario dell’impresa in generale.

Un’analisi esaustiva comprende anche l’esame di indicatori extracontabili, quali: l’andamento degli ordini di vendita, il know-how dell’impresa, l’indice di obsolescenza di macchinari e impianti, l’andamento del mercato di riferimento, ecc. In particolare:

  • i vincoli esterni all’azienda sono rappresentati:
    • dalle condizioni economiche e giuridiche dell’ambiente in cui l’azienda opera;
    • dal mercato di sbocco e dalla domanda del prodotto realizzato e/o commercializzato dall’impresa;
    • dai punti di forza e di debolezza dei concorrenti;
    • dalla situazione del mercato del lavoro, della tecnologia e degli altri fattori produttivi;
    • dalla situazione del mercato dei capitali;
  • i vincoli interni all’azienda sono i seguenti:
    • la disponibilità di personale dotato del necessario know how;
    • il possesso di adeguate risorse tecnologiche;
    • la reperibilità di fattori produttivi adeguati;
    • la disponibilità di risorse finanziarie adeguate;
    • la struttura organizzativa interna;
    • le relazioni umane tra i soggetti dell’impresa.

Verifiche specifiche in caso di piani di continuità

Soprattutto nel caso di piani di continuità, l’attestatore verifica che il piano e/o la documentazione esaminata contengano gli elementi in grado di fornire una descrizione del contesto in cui l’azienda opera. A titolo esemplificativo, è utile verificare la presenza di adeguate informazioni riguardanti:

  • l’attività svolta, ovvero i prodotti realizzati e/o i servizi erogati, con particolare riferimento a quelli protetti da marchi e altri diritti sulle opere di ingegno e invenzioni industriali;
  • il posizionamento sul mercato dei prodotti realizzati e/o servizi erogati e la fase alla quale è riconducibile il loro ciclo di vita (introduzione, crescita, maturità, declino);
  • il settore e il mercato in cui l’azienda opera, con particolare riguardo al posizionamento dei propri prodotti/servizi rispetto a quello dei concorrenti e agli elementi distintivi aziendali;
  • il modello di business adottato, la tecnologia impiegata nello svolgimento del processo produttivo, le barriere all’ingresso esistenti, la capacità produttiva attuale e quella utilizzata, le eventuali certificazioni di prodotto e sistemi di qualità aziendale;
  • i canali di approvvigionamento dei principali fornitori e le dinamiche di contrattazione e definizione del prezzo di acquisto con gli stessi;
  • i principali clienti, nonché la loro localizzazione.

Esempi di note da inserire nell’attestazione dei piani di risanamento

  • La redazione del piano, dei bilanci, dei business plan, le ipotesi su cui si basano e la relativa documentazione di supporto sono responsabilità esclusiva del Consiglio di amministrazione della società.
  • Abbiamo ricevuto dal Consiglio di amministrazione della Società una dichiarazione in cui si attesta che ci sono state fornite tutte le informazioni e la documentazione necessarie per valutare l’azienda oggetto della relazione.
  • I dati prospettici, essendo basati su ipotesi di eventi futuri, sono caratterizzati da connaturati elementi di soggettività ed incertezza ed in particolare dalla rischiosità che eventi preventivati ed azioni dai quali traggono origine possono non verificarsi ovvero possono verificarsi in misura e in tempi diversi da quelli prospettati, mentre potrebbero verificarsi eventi ed azioni non prevedibili al tempo della loro preparazione.
  • L’esercizio di una certa discrezionalità con riferimento alle modalità applicative dei metodi selezionati e alla stima dei relativi parametri è un elemento che ricorre ogniqualvolta venga svolto un processo valutativo e può condurre a risultati non coincidenti tra soggetti diversi che si apprestino a valutare la medesima società. Tale discrezionalità, laddove si è resa necessaria nel caso specifico, è stata peraltro opportunamente circoscritta ed esercitata nell’ambito di ragionevolezza e non arbitrarietà, identificando parametri riscontrabili sul mercato e mantenendo la coerenza delle scelte effettuate con le logiche e lo scenario valutativo descritto.

Per maggiori e più ampie analisi si rimanda al documento “Principi di attestazione dei piani di risanamento” qui più volte richiamato.