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Determinazione del canone di affitto d’azienda

Determinazione del canone di affitto d’azienda

L’istituto dell’affitto d’azienda può essere considerato un’operazione di natura straordinaria mediante la quale un’impresa (locatore) attribuisce a un’altra (affittuario) il diritto alla gestione di un’azienda o ramo d’azienda dietro il pagamento di un corrispettivo. L’affitto può essere strutturato come operazione autonoma oppure finalizzata al compimento di successive operazioni quali ad esempio la cessione.

Il tema dell’affitto d’azienda nell’ambito delle procedure concorsuali è stato, negli ultimi anni, oggetto di numerose trattazioni e approfondimenti dottrinali a cui si aggiunge la recente nota informativa del CNDCEC.

Metodologie di determinazione

Con riferimento al canone di affitto d’azienda, la dottrina ha proposto varie metodologie:

  • il canone congruo potrebbe essere calcolato come prodotto tra il valore del capitale economico e un tasso di remunerazione del capitale investito nell’azienda locata. Il valore del capitale economico andrebbe determinato facendo ricorso a grandezze stock e non a grandezze flusso in quanto i flussi attesi rappresenterebbero l’incognita da determinare producendo problemi di circolarità. Per tale motivazione, sarebbe preferibile stimare il valore economico con metodi patrimoniali complessi ossia addizionando al patrimonio netto rettificato il valore dei beni immateriali non contabilizzati. Circa il tasso di remunerazione, esso andrebbe calcolato utilizzando il Capital Asset Pricing Model (C.A.P.M.) oppure la regola empirica di Stoccarda. In caso di fallimento, bisognerebbe sottrarre dal valore, l’ammontare di una correzione reddituale, quantificata attualizzando i differenziali tra redditi congrui e redditi normalizzati realizzabili nei successivi 3-5 esercizi;
  • il canone congruo, nel caso di un affitto deciso nell’ambito di una procedura fallimentare, potrebbe essere quantificato calcolando il prodotto tra il valore dell’azienda determinato secondo il metodo patrimoniale e una percentuale che dovrebbe essere inversamente proporzionale alla deperibilità delle componenti immateriali d’azienda e andrebbe determinata in un intervallo compreso tra zero e la redditività normale di settore;
  • il canone congruo dovrebbe essere determinato come prodotto tra il valore d’uso del patrimonio locato e un tasso di congrua remunerazione dell’investimento effettuato. Il valore d’uso andrebbe quantificato attualizzando i flussi attesi dal capitale dell’azienda oggetto del contratto di affitto. Circa il tasso di congrua remunerazione, esso dovrebbe essere determinato considerando innanzitutto il rischio di insolvenza del conduttore ossia l’alea legata alla possibilità che non sia in grado di fronteggiare gli impegni assunti con l’accordo. Il che dipende, da un lato, dalla situazione economico-finanziaria dell’affittuario, dall’altro, dalle garanzie che assistono il contratto. Inoltre, qualora le differenze inventariali che si manifestano dall’inizio alla fine del contratto non vengano determinate con riferimento alla variazione di capitale economico, ma solamente in relazione alle modifiche nelle consistenze patrimoniali, il locatore sopporta anche un rischio derivante dalla possibile riduzione del valore dell’avviamento. Anch’esso andrebbe considerato nel tasso impiegato per determinare il canone di locazione.

 Un appropriato tasso di rendimento

Le considerazioni formulate in ordine alla determinazione del canone di affitto d’azienda evidenziano impostazioni leggermente diverse, ma accomunate dal fatto che il corrispettivo da erogare al proprietario per l’utilizzazione del complesso dei beni necessari per l’esercizio dell’impresa deve essere quantificato come prodotto tra il valore dell’azienda e un appropriato tasso di rendimento.

Circa il saggio in questione, va evidenziato che esso andrebbe quantificato in relazione all’alea sopportata dal locatore che dipende da una pluralità di fattori quali il rischio operativo, il livello di solidità del conduttore, le garanzie prestate.

Pertanto, la grandezza oggetto di analisi può attestarsi a un livello non lontano dal free risk rate nel caso che il rischio operativo sia contenuto e, soprattutto, il conduttore abbia una notevole solidità patrimoniale. In tale situazione, il locatore matura crediti per canoni nei confronti dell’affittuario caratterizzati da un livello di rischio molto basso talché il tasso da utilizzare non può discostarsi in modo significativo dal saggio privo di rischio.

Al contrario, qualora il rischio operativo sia elevato e, soprattutto, il conduttore presenti alcune difficoltà da un punto di vista di solidità patrimoniale, aumenta in modo rilevante l’alea gravante sul locatore. In tale situazione, il locatore matura crediti per canoni verso l’affittuario contraddistinti da un grado di rischio elevato talché il tasso da utilizzare tende ad avvicinarsi al costo del capitale dell’azienda oggetto d’affitto.

Il canone di locazione non può essere determinato applicando un saggio maggiore del costo del capitale perché – in situazioni normali – supererebbe i redditi attesi dal conduttore e, quindi, non vi sarebbe nessuna convenienza a gestire l’azienda.

In sintesi, il tasso di rendimento impiegabile per quantificare il canone di locazione può oscillare in un intervallo nel quale l’estremo inferiore è il tasso privo di rischio, mentre l’estremo superiore è il costo del capitale che, per semplicità, può essere determinato sulla base di dati medi settoriali.

Approcci operativi

Approcci riscontrati nella prassi in alcune perizie di stima (Sintesi Knos – Prof. Bavagnoli):

  • approcci apodittici: il canone è ritenuto congruo in quanto c’è un risparmio di costi per la procedura e in più vengono incassati dei canoni
  • approcci di mercato: «è riscontrabile nel mercato una percentuale dell’1% del fatturato»
  • approccio costruzione per fattori: affitto dell’immobile, più affitto dei macchinari e impianti più affitto dell’avviamento (ottenuti applicando ai valori economici dei singoli elementi delle percentuali scelte senza supporto se non un generico rinvio al mercato)
  • approccio del rendimento dell’azienda: applicazione del costo del capitale (costof equityo WACC) al valore economico dell’azienda
  • approccio del rendimento dell’azienda, più rischio di obsolescenza dei cespiti e rischio di perdita dell’avviamento

Per approfondire

Scarica il documento “La determinazione del canone congruo di locazione d’azienda nelle procedure concorsuali

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Le 10 regole del buon imprenditore

Le 10 regole del buon imprenditore

Sono passati ormai 10 anni dalla scomparsa di Leopoldo Pirelli, gran signore dell’economia italiana. In molti hanno voluto ricordarlo (forse non abbastanza, forse non abbastanza bene) ed io non voglio mancare a questo appuntamento. Riporto su queste pagine un estratto del mio articolo per Econopoly de ilSole24Ore in cui riporto integralmente quelle 10 regole del buon imprenditore che riassumono, in anni difficili, la sua esperienza di capitano di industria e ne danno la caratura come uomo.

Un ricordo di Leopoldo Pirelli.

Il mio unico e forte ricordo di Leopoldo risale ai miei anni universitari. Gli imprenditori eroi della mia generazione erano altri ma mi colpì molto un discorso, quasi preoccupato, di questo signore elegante che avvertiva i suoi colleghi confindustriali dei pericoli in una economia di mercato dell’eccessiva depenalizzazione del falso in bilancio voluta dal Governo Berlusconi. Ricordava che le transazioni si basano sulla fiducia e sulla correttezza dei dati. La mia percezione (forse deformata dal ricordo e dalla giovane età) è che la sua posizione rimase isolata e controcorrente rispetto agli entusiasmi dell’epoca. Se ne rese lui stesso perfettamente conto credo. Un po’ fuori moda, un po’ fuori tempo come in una canzone di Ligabue.

La Pirelli invece entra prepotentemente nella storia della mia famiglia perché mio nonno fu dirigente alla Bicocca, nonno a cui Alberto Pirelli salvò la vita durante la guerra. Ma questa è un’altra storia che cito solamente per avvertire il lettore di un possibile conflitto di interessi, dichiarando apertamente le mie colpe in un possibile eccesso di indulgenza.

La cosa più importante però credo sia riproporvi 10 regole del buon imprenditore in cui sintetizzò la sua esperienza di capitano di industria (un termine un po’ superato ma che credo in questo caso decisamente appropriato).

Le 10 regole del buon imprenditore

Leopoldo Pirelli ha sintetizzato in dieci punti l’esperienza maturata come capo esecutivo del Gruppo Pirelli. I 10 punti sono riportati integralmente nel mio recente articolo su Econopoly per il Sole24Ore. Riporto qui di seguito solo un breve estratto di ciò che mi ha maggiormente colpito.

La libera impresa privata

“Sono sempre stato convinto che la libera impresa privata sia pilastro importante di un libero sistema e mezzo insostituibile di progresso sociale. Pur con sfaccettature diverse da paese a paese, in funzione delle situazioni socio-politiche locali, credo di poter affermare che è dappertutto in corso un processo di trasformazione gigantesco e radicale che travalica l’ambito della economia e investe l’intera società, scompaginandone gli assetti tradizionali e mettendola in movimento, alla ricerca di nuovi equilibri. Dappertutto va emergendo una stretta correlazione tra il processo di innovazione e l’iniziativa delle forze imprenditoriali. La nostra credibilità, la nostra autorevolezza, direi la nostra legittimazione nella coscienza pubblica sono in diretto rapporto con il ruolo che svolgiamo nel concorrere al superamento degli squilibri sociali ed economici dei Paesi in cui si opera: sempre più l’impresa si presenta come luogo di sintesi fra le tendenze orientate al massimo progresso tecnico-economico e le tendenze umane di migliori condizioni di lavoro e di vita.”

Capire il personaggio umano

“Pur essendo il capo, il chief executive officer deve cercare di capire il personaggio umano che sta nei suoi colleghi, coi suoi problemi personali di salute o economici o familiari e deve sempre ricordarsi che, se un collega non si dimostra all’altezza dei compiti affidatigli, e lui, il chief executive officer, che ha sbagliato per primo affidandoglieli.”

Chiudere dei buoni bilanci

“… la prima qualità che un imprenditore deve sempre avere: cercare, cercare con tutte le sue forze, di chiudere dei buoni bilanci. Se non ci riesce una volta, ripro-vare. Se non ci riesce più volte, andarsene. E se ci riesce, non credersi un padreterno, ma semplicemente uno che, dato il mestiere che ha scelto, ha fatto il suo dovere.”

L’addio all’ultima carica

Nel maggio del 1999, quando lasciò anche l’ultima carica, quella al vertice di Pirellina, disse: « Ogni età ha i suoi doveri, alla mia tocca quello di ritirarsi dal proscenio. E io oggi considero un privilegio il poter adempiere tranquillamente a questo dovere. »

E a me non pare poco.

Un documentario per approfondire

Ultimo capitano di una stagione unica dell’industria italiana, visionario e senza paura del nuovo, ma anche schivo e poco mondano, Leopoldo Pirelli è il protagonista del documentario di Matteo Moneta e Valeria Parisi: Leopoldo Pirelli. Impegno industriale e cultura civile

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Il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa.

Il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa.

Il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa. Non chiedetemi come sia iniziata, come tutte le grandi storie si perde nei tempi. Di certo c’è che è continuata e che grazie ad un amico regista continua ad alimentarsi e ad appassionarci in un percorso che oscilla tra arte ed impresa.

Siamo alla vigilia di una grande sfida, Corrado d’Elia ha deciso di debuttare al Teatro Leonardo con la sua nuova opera “Romeo e Giulietta “. Un teatro di grande capienza e meno centrale dello storico Litta.

Una impresa spericolata che ha avuto un precedente con lo straordinario successo nel Don Chisciotte. Questa volta è tutto più difficile per costi, numero di attori, novità dell’opera ( un apparente paradosso trattandosi di un grande classico).

Romeo e Giulietta

Abbiamo quindi deciso di crederci anche noi invitando i nostri lettori, clienti ed amici ad andare ad assistere ad una delle più belle storie mai raccontate

La più bella storia d’amore di tutti i tempi in un nuovo allestimento magico, dinamico, emozionante e coinvolgente.

Su una scena composta da muri umani che si muovono e si intrecciano al ritmo di un’ossessiva musica trance, riviviamo l’appassionata vicenda dell’amore di Romeo e Giulietta e dell’odio di due potenti famiglie. Un frate, esperto alchimista di vita e di morte, conduce esperimenti con alambicchi umani, versando in ampolle vive le sue pozioni animate e scaldando fino all’ebollizione gli animi già infuocati degli uomini.
Allora il tempo si sdoppia e per uno scherzo del destino le ore dei due amanti si sfalsano e si moltiplicano in corse infinite. Così, una lettera che doveva arrivare non arriverà mai e il tempo del risveglio per uno diventa il tempo di morte per l’altro. Amore e Morte ancora una volta insieme, ad unire per sempre ciò che l’odio avrebbe tenuto eternamente distante: due amanti, parti tenute insieme ma leggermente sfalsate in un’unica, meravigliosa, eterna storia d’amore. Uno spettacolo magico, dinamico, emozionante e coinvolgente per raccontare questa storia senza tempo.
Due famiglie, Montecchi e Capuleti, ma soprattutto due generazioni: quella dei ragazzi e quella degli adulti.
Due mondi tragicamente incapaci di comunicare tra loro.
Due linguaggi diversi, qui intrecciati a creare un equilibrio delicato.

#perilteatro

Non lo chiediamo mai, facciamo una eccezione per questa volta, retwittate ( #perilteatro ) e condividete questo invito sulla vostra bacheca di Facebook se vi fa piacere.

Perché il Teatro fa bene alla cultura e la cultura fa bene all’impresa.

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Il Sole24ore resta uno di casa

Il Sole24ore resta uno di casa

Il Sole24ore resta uno di casa. Lo confesso il mio primo vero giornale non è stato il Sole ma il Corriere dei Piccoli, o Corrierino come lo si chiamava con maggiore confidenza. Il Sole però era sempre lì, impilato nel piccolo Studio che mio padre aveva creato in casa per riuscire a vederci un po’ di più in quelle domeniche di maggio dedicate al lavoro. Ed io schieravo le truppe, i miei soldatini dell’Atlantic e gli ultimi numeri del quotidiano diventavano un fortino inespugnabile ai piedi della scrivania di papà.

In casa sono sempre entrati giornali strani: il Giornale nuovo di Montanelli ed il Sole24ore. Nessuno dei due adatti da portare a scuola per un bimbo nei primi anni 80 quando il PCI era ancora forte così come forte era il sentimento anticapitalista nel Paese. Ed allora di corsa in edicola a comprare il più ecumenico Corrierone per la lettura in classe come indicato dalla maestra.

Ed ancora il ricordo di quei week end ad accompagnare in Studio papà per avere la scusa di imparare ad andare sul Tuareg, nuovo fiammante, mentre papà mi precedeva con la sua Kawasaki. Che poi era una scusa per stare insieme. E finiti i compiti il Sole era sempre lì, con qualche articolo di storia economica da leggere in attesa che papà finisse di lavorare.

L’estate della maturità in Grecia con gli amici. Notti lunghissime a divertirci ma la mattina di corsa a recuperare la nostra copia del Sole per leggere le avventure di Gardini e del suo Moro di Venezia. Del resto ci saremmo iscritti in Bocconi e dovevamo darci un tono.

Il Sole24ore resta uno di casa

Ed il Sole è ancora oggi uno di casa anche se i libri non sono granché, anche se il software ci ha creato qualche problema. Il Sole resta uno di casa, uno che puoi criticare ma che puoi farlo solo tu e gli altri non si devono permettere. Perché è uno di casa.

E poi ho anche iniziato a scriverci seppur nella versione on line ( in fondo, in fondo su Econopoly) con Alberto che corregge, supporta, sprona e da un senso ai miei articoli ( che forse articoli non si può neanche dire perché non sono un giornalista). Scrivo ormai un po’ ovunque ma solo sul Sole mi correggono ed imparo. Perché qui nonostante tutto, nonostante le inchieste della magistratura ed i pasticci confindustriali, il giornalismo è una cosa seria.

Ed io ci tengo e dò fiducia, e lo scrivo in una serata un po’ così, io nonostante tutto resto abbonato e tifo. Perché il Sole24ore è uno di casa.

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A lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento

A lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento

Un week end passato a lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento. Ieri è tornato a casa tutto fiero con il mio regalo per la festa del papà. Doveva essere una sorpresa ma non ha resistito ed abbiamo anticipato i festeggiamenti.

Da sempre i regali per me sono giochi con cui giocare insieme e così le feste sono molto attese da entrambi.

Ultimamente abbiamo riscoperto una comune passione per i lego. Lui è ovviamente interessato alle bellissime scatole delle serie più pubblicizzate ( guerre stellari, ninjago, ecc.).

Io invece resto sempre un po’ perplesso da costruzioni così belle e complesse che ti disincentivano dal distruggere e ricostruire che poi è proprio il bello dei lego.

Così, complice il nuovo negozio vicino allo Studio, i regali che ricevo per me sono tutti pezzi di lego Classic ( insomma i classici mattoncini sciolti con cui tutti abbiamo giocato per anni).

All’inizio il panatino era un po’ perplesso ma per me era importante che lasciasse libera la fantasia e soprattutto imparasse a distruggere e ricostruire.

Oggi ci divertiamo molto complice anche un buon numero di soldati e di pirati con cui ingaggiamo battaglie per la conquista del tesoro.

Quello che mi ha più sorpreso in questo percorso per imparare insieme a sviluppare la fantasia sono state le mie reazioni.

Io che l’ho sempre incentivato a cambiare modo di giocare mi sono reso conto di quante resistenze ho provato quando ha scelto pezzi diversi dai mattoncini che scelgo io, quando si è messo a mischiare le armi tra soldati e pirati, quando ha davvero rotto ogni barriera per lasciare libera la fantasia.

Morale della favola, ho imparato che il cambiamento e l’innovazione sono un percorso e se pretendi di sapere già quando parti dove arriverai ti stai in qualche modo limitando. Non c’è vero cambiamento se non ti liberi da schemi e preconcetti. Si possono usare anche pezzi piccoli, si possono anche cambiare le armi e le teste agli omini. L’abbiamo imparato giocando in due.

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Iscriviti alla nostra Newsletter, riceverai contenuti che condividiamo esclusivamente con gli iscritti. Case study aziendali per crescere insieme.

 

Ci lamentiamo spesso di non riuscire a trovare dei casi aziendali ben fatti che possano aiutare sia gli imprenditori sia noi stessi a crescere insieme. Abbiamo così deciso di sperimentare, creare una newsletter senza una periodicità fissa, inviando solo ciò che riteniamo utile e quando lo riteniamo utile.

Abbiamo deciso di rinnovare la nostra Newsletter.

Raccoglierà certamente gli articoli in materia fiscale e societaria pubblicati dai nostri professionisti sulle principali riviste di settore ma ci concentreremo ancora di più su ciò per cui solitamente è più apprezzata, per le riflessioni personali sul nostro modo di intendere la professione e soprattutto per l’analisi di interessanti casi di impresa. 

Vogliamo creare l’occasione per uno scambio di idee, un’interazione indispensabile per sviluppare nuove visioni e ridisegnare insieme, grazie ai vostri commenti, l’ impresa e la nostra professione.

Crediamo molto nell’importanza della crescita e diffusione della cultura imprenditoriale. Pensiamo sia importante diventare ogni giorno professionisti e imprenditori migliori, sviluppando il dialogo ed imparando gli uni dagli altri.

Storie di impresa

Crediamo molto nell’effetto positivo dell’emulazione. Selezioneremo casi di impresa e storie di imprenditori che ci sono sembrate particolarmente interessanti e stimolanti per chi vuole intraprendere la strada dell’innovazione e del cambiamento.

Analizzeremo gli strumenti tecnici usati nel passaggio generazionale, nella valutazione di azienda, nel risanamento di aziende in crisi. Cercheremo di farlo sinteticamente usando parole semplici lasciando il più possibile spazio al confronto sui nostri canali social. Perché l’obiettivo deve essere stimolare la curiosità e l’interesse di chi fa impresa e non annoiare con dottrina autoreferenziale.

Potrai scaricare la guida alle agevolazioni

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Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione.

Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione.

Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione è un titolo volutamente provocatorio ma che credo centri bene un problema troppo spesso sottovalutato.

In Studio stiamo affrontando un periodo (fortunatamente) molto intenso. Come spesso accade è proprio quando si stressa la struttura e si stringono più forti interazioni coi clienti che emergono criticità da correggere ed opportunità da cogliere.

Abbiamo ricevuto alcune proposte di fusione con altri Studi molto importanti, abbiamo incrementato le collaborazioni con altri professionisti, abbiamo dovuto confrontare il nostro modo di lavorare con quello di altri, comprese come sempre le strutture amministrative delle imprese clienti.

Stiamo preparando un convegno sul futuro della professione e siamo stati coinvolti in un interessante progetto di evangelizzazione digitale per PMI e studi professionali.

E’ iniziata la collaborazione con un importante editore che ci ha costretto ad usare strumenti (app, cloud, ecc. tipici del mondo startup per coordinarci e gestire il flusso di lavoro).

Tutto questo ci ha portato a specchiarci in noi stessi ponendo la questione di come innovare. O meglio di come innovare in futuro i flussi e la creazione di valore tra noi ed il cliente e tra noi e gli altri professionisti con cui collaboriamo.

Il mondo sta cambiando molto velocemente e sento in qualche modo il bisogno di fermare su carta qualche riflessione emersa in questi confronti e nei diversi incontri che ho avuto (anche nello scrivere non sono poi così innovativo come potete vedere).

Parliamo tanto di innovazione, forse troppo, dimenticandoci che non sempre tanta tecnologia si traduce in vera innovazione.

Troppe chiacchiere e troppi pregiudizi

Sul tema ho già scritto parecchio ma ogni tanto è utile ritornare sull’argomento. Le startup tanto osannate nel loro ambiente e sostenute dalla politica e dalle grandi imprese sono per molti imprenditori tradizionali una bolla tra moda e speculazione.

C’è sicuramente una parte di vero ma così facendo perdiamo la straordinaria opportunità di confrontarci con nuovi modi di competere sul mercato ed in alcuni casi di riconfigurare il mercato stesso.

Proviamo a fare a meno dei capitali (pubblici) di ventura

Da più parti si invoca l’intervento di fondi ed investitori istituzionali (spesso in realtà si invoca l’aiuto pubblico).  Proviamo per un attimo a dimenticare il solito Pantalone e rimboccarci le maniche.

Professionisti e PMI devono imparare a rubare idee da altri settori, dalle giovani startup. Riconfigurare intuizioni magari acerbe per farle proprie ed integrarle con l’ esperienza maturata da chi fa impresa da anni.

Poca concretezza ed assenza di case study

Mancano case study, mancano esempi concreti da seguire e quelli che ci sono sono spesso male analizzati da giornalisti che rielaborano comunicati stampa ben fatti.

Per chi ha tempo e voglia di approfondire Lanieri è una startup molto interessante finanziata e sostenuta da Reda che è entrata a far parte della compagine societaria.

In molti articoli leggiamo delle ottime e meritate performance di Lanieri (anche se è normale attendersi che piccoli numeri iniziali supportati da finanziamenti importanti portino ad incrementi percentuali notevoli di fatturato).

La parte davvero interessante e poco analizzata sono le motivazioni che hanno portato una impresa tradizionale (Reda è una eccellenza nei tessuti) ad investire in una startup ed in un team giovane e motivato. Quello è il vero case history, quella è la storia da raccontare.

Analisi dei dati per gestire la velocità del cambiamento

L’elemento dirompente di vero cambiamento è il dato. Oggi anche le piccole imprese possono (volendo) disporre senza costi straordinari e con una relativa facilità di gestione di dati notevoli.

Diventa quindi una competenza strategica la capacità di identificare, gestire, analizzare i dati per creare valore nei processi di business.

Capacita tanto più necessaria quanto più il mercato di riferimento risulta soggetto a cambiamenti rilevanti di mercato. Oggi è possibile avere a disposizione dati forniti in tempo reale, contestuali, e selezionati. Non è cosa da poco.

Ci vuole coraggio a smettere di decidere di pancia

Mentre ci entusiasmiamo per la disponibilità di dati ci dimentichiamo che per utilizzarli ci vuole coraggio. Si coraggio. Continuo a leggere meravigliosi articoli sull’utilizzo di big data (ultimamente anche di small data) ecc.

Nessuno però pone l’accento sul problema vero, per utilizzarli ci vuole coraggio.

L’ imprenditore medio è sempre stato abituato ragionare di pancia perché i margini lo consentivano, le ridotte dimensioni dell’impresa lo consentivano, perché l’operare in un mercato sostanzialmente statico ed in qualche modo protetto (dalla liretta, dal marchio made in Italy, ecc) lo consentiva.

Oggi oltra all’intuito ed alla creatività ha bisogno di una base informativa maggiore e migliore informazione sui clienti, i concorrenti, i prodotti e i servizi altrimenti non riesce a gestire un mercato profondamente cambiato.

Usare i dati però presuppone molto coraggio perché evidenzia errori, perché pone di fronte a scelte per anni rimandate, perché evidenziano le contraddizioni spesso insite nell’impresa familiare. Dove spesso risolvere problemi in azienda significa crearne in casa.

Di tutto questo non se ne parla mai ed invece si dovrebbe per definire dei percorsi di consapevolezza, per aiutare gli imprenditori a sentirsi meno soli davanti a sfide urgenti come queste.

Rubiamo il segreto nascosto delle startup

Si parla tanto di digital transformation delle imprese manifatturiere ed artigiane contaminandole con quelle dei servizi innovativi e tecnologici. In realtà si usano parole difficili ed evocative in assenza di casi concreti da raccontare. Il mondo startup è fatto da realtà effimere e da altre sicuramente solide. Bisogna imparare a confrontarsi, imparare umilmente altri punti di vista, lasciarsi stupire per poi utilizzare quelle intuizioni che ci saranno utili a rinnovare la nostra proposta di prodotto/servizio, il nostro modo di essere sul mercato.

Recentemente ho preso un aperitivo con il fondatore di Credimi, startup giovane ma dalle spalle larghe (per la storia e la competenza nel settore del fondatore, per i soci finanziari che ha saputo raccogliere intorno al progetto, per i partner dell’iniziativa).

Propongono un nuovo modo di finanziare l’impresa (anticipo fatture). Io però sono rimasto affascinato dal progetto di credito di filiera, dagli investimenti concordati che potrebbe consentire di realizzare alle imprese coinvolte, dal sottolineare che l’innovazione non è mai confinata alla singola impresa (come spesso si crede) ma a tutta la catena del valore. Sono rimasto affascinato dalle analisi sulla solidità finanziaria dell’impresa, a come questo servizio oggi strumentale all’anticipo fatture potrebbe invece aprire nuovi servizi di consulenza, ecc.

Ciò che ho imparato va molto oltre alla semplice scoperta di un nuovo potenziale fornitore.

Andiamo a parlare nei capannoni

La vera sfida della competitività va giocata necessariamente partendo da PMI/Innovazione/Territori in cui imprese sono radicate. Senza il forte coinvolgimento delle nostre PMI, l’economia non riparte.

Si fanno molti convegni e molte tavole rotonde tra gli addetti ai lavori ma non si riesce a formare e informare le aziende affinché si rinnovino ed adottino strumenti atti ad accrescere la competitività.

L’iniziativa di Berto Salotti di portare professori universitari e giornalisti a presentare i loro libri a Meda nel proprio showroom l’ho trovata straordinaria.  È un imprenditore legato al proprio territorio che fa da “garante” su argomenti spesso considerati dai suoi colleghi troppo “distanti” e teorici. E lo fa portando i professori in azienda, in maniche di camicia. Geniale. Il capannone diventa la nuova piazza riscoprendo il distretto.

 

Open innovation è tutta questione di organizzazione

Diciamocelo chiaramente, la tecnologia non sempre fa innovazione. Troppo spesso releghiamo l’innovazione al semplice acquisto di tecnologia (che sia una semplice app piuttosto che un impianto da milioni di euro). L’innovazione è soprattutto implementazione organizzativa, introduzione di nuovi processi atti a valorizzare e sfruttare una tecnologia che altrimenti diventa totem e moda effimera.

La tecnologia digitale deve essere inserita in un processo continuo di innovazione soprattutto strategica. Interi mercati sono stati stravolti, costretti a ristrutturarsi dalle fondamenta (basta pensare alla musica ma anche all’informazione) . La strategia è troppo spesso trascurata e tenuta separata dall’innovazione. Bisogna riscoprire i fondamentali.

L’open innovation avrà successo se l’organizzazione saprà essere permeabile al cambiamento e saprà lasciarsi contaminare dalle startup. Lo sforzo organizzativo è titanico ed è lì che si vince la sfida dell’innovazione.

Pretendiamo una pubblica amministrazione che sappia fare innovazione

Dobbiamo pretendere unapubblica amministrazione che sappia fare innovazione, che rinnovi i propri processi digitalmente non semplicemente come avviene oggi riproponendo le vecchie logiche on line. Perché la PA deve diventare esempio ed essa stessa case history per le imprese di servizi diventando utile, semplice, risolutiva delle istanze di cittadini e amministrazioni.

Morale della favola

Innovare nelle imprese e professioni tradizionali non è così entusiasmante e divertente come si vuol far credere. è faticoso, significa rimettere in discussione realtà consolidate e spesso di successo, modificare equilibri all’interno di organizzazioni rodate, ecc. Innovare è faticoso e va detto. Innovare è necessario ed è meglio farlo subito e cogliere il vantaggio di farlo per primi.

Quanto ciò inciderà sul nostro Studio lo racconterò più avanti. Per ora stiamo lavorando sodo e la fatica è compensata dalla straordinaria qualità dei compagni di viaggio.

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Convegno sul futuro della professione

Convegno sul futuro della professione

Convegno sul futuro della professione, il 27 marzo presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Milano.

Il 27 marzo, grazie all’iniziativa di Fabio Battaglia ex presidente dell’Ordine di Arezzo, sono stato invitato a discutere con alcuni amici sul futuro della professione.

Un futuro che si giocherà tra specializzazioni necessarie e adempimenti incombenti, tra pressioni del mercato e regole deontologiche, tra riforme normative e innovazione tecnologica.

E’ un momento di riflessione che credo sarà molto utile per testare nuove idee, ascoltare critiche costruttive e trovare nuovi spunti sul futuro di una professione oggi più che mai al centro dello scenario economico del Paese con tutti i vantaggi e tutte le contraddizioni che questo comporta.

Mi auguro di vedere una ampia partecipazione dei colleghi ma soprattutto di studenti e praticanti, i più interessati e sicuramente i più stimolanti nel confronto. Abbiamo bisogno di idee nuove, di nuovi rapporti con imprese e Ministero/Agenzia delle Entrate.

Innovare per riscoprire la tradizione

Affronterò il tema dell’innovazione nei servizi professionali, in maniera strana in realtà, ricordando quanto l’innovazione se ben gestita non dovrà far altro che recuperare la tradizione.

I fondamenti della nostra professione sono troppo spesso dimenticati sull’altare delle mille scadenze. Tema a me molto caro e già affrontato in passato: La consapevolezza di dovere molto a molti. Ma a qualcuno di più.

Non nascondo di aver provato una forte emozione nel rendermi conto che gran parte dell’innovazione che pensavo di aver portato in Studio altro non è che una riscoperta dei valori fondamentali, certo aggiornati, di una tradizione che nonostante una discontinuità traumatica è riuscita a tramandarsi di padre in figlio.

Convegno del 27 marzo

Vi aspetto quindi, per chi fosse interessato, al Convegno sul futuro della professione, il 27 marzo presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Milano. Sul sito dell’ ODCEC tutti i dettagli e la consueta comunicazione istituzionale.

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Rent to buy di azienda

Rent to buy di azienda

L’innovativa formula contrattuale di rent to buy di azienda è stata presentata dal Notariato come risultato di una ricerca promossa dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dal Dipartimento di scienze giuridiche dell’ Università di Firenze, con l’obiettivo di proporre il modello del rent to buy, regolamentato dal legislatore nel 2014 per il settore immobiliare, anche al trasferimento di azienda.

Il rent to buy di azienda consentirebbe attraverso il collegamento tra due contratti (in genere affitto di azienda e preliminare di cessione di azienda) di entrare subito nel godimento dei beni dell’azienda, inizialmente in affitto con pagamento di un canone periodico (fase “rent”), e successivamente diventarne proprietari (fase “buy”) in un periodo di tempo prefissato attraverso l’acquisto vero e proprio e il pagamento del relativo prezzo, dal quale vengono scomputati, in tutto o in parte, i canoni pagati in precedenza.

Vantaggi per chi compra:

  • si ottiene il godimento dei beni dell’azienda senza corrispondere fin da subito l’intero prezzo;
  • si ottiene più facilmente un finanziamento al momento dell’acquisto per il minor importo del prezzo ancora dovuto, in considerazione di quanto anticipato con i canoni.

Vantaggi per chi vende:

  • si facilita l’alienazione dei beni che altrimenti potrebbero restare privi di acquirenti;
  • si consegue un immediato introito finanziario;
  • si alleggeriscono i costi di gestione, che possono essere addebitati al detentore.

L’operazione, dunque, presenta una serie di profili interessanti sia per le imprese sia per gli istituti finanziatori: la creazione per l’acquirente di uno “storico creditizio”; l’accantonamento di parte di quanto versato per l’affitto d’azienda come acconto prezzo; la possibilità di accantonare ulteriore liquidità con il proprio lavoro per l’acquisto finale; la posticipazione di tutti i costi e le imposte; la possibilità di vendere la propria azienda cedendo i contratti.

Per approfondire

Per scaricare lo studio: http://elibrary.fondazionenotariato.it/indice.asp?pub=54&mn=3

 

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Master su valutazione di azienda ed operazioni straordinarie

Master su valutazione di azienda ed operazioni straordinarie

Riproponiamo anche quest’anno il Master su Perizie di stima e valutazione di azienda ma con una formula ampliata e rinnovata e con il supporto di un nuovo editore: Euroconference. Tre giornate piene per analizzare una tra le più interessanti specializzazioni della professione di Dottore Commercialista, quella che più caratterizza il nostro Studio.

Presentazione

Il percorso è indirizzato a quanti vogliono approfondire l’applicazione della valutazione d’azienda nelle principali operazioni di finanza straordinaria. I Principi Italiani di Valutazione hanno contribuito da una parte a rafforzare i confini di una specializzazione sempre più caratterizzante la nostra professione, dall’altra ad aumentare i rischi e le responsabilità per l’esperto. Per questo è necessaria una maggiore preparazione professionale come più volte sottolineato anche dal CNDCEC. Durante il corso si farà frequente riferimento a casi pratici e a tecnicalità utilizzabili anche nell’assistenza ordinaria all’impresa.

Programma

Il programma del Master su valutazione di azienda ed operazioni straordinarie organizzato insieme ad Euroconference.

I Incontro

  • Il nuovo scenario economico e normativo in cui opera il professionista, le operazioni di M&A e la creazione di valore per il cliente
  • L’ impatto dei PIV sulla valutazione di azienda, sulla figura del perito ed i maggiori rischi professionali
  • La predisposizione dell’incarico professionale tra limitazione della responsabilità e doveri di trasparenza nei confronti del cliente
  • La valutazione sull’attendibilità della base informativa e l’attività di due diligence

II Incontro

  • Individuazione e definizione del perimetro delle aziende/rami da valutare
  • La scelta del metodo di valutazione
  • Analisi dei principali metodi di valutazione di azienda
  • Principali criticità valutative
  • La valutazione delle partecipazioni sociali
  • Analisi e commento di una perizia di stima (Caso pratico)

III Incontro

  • La valutazione di azienda nelle principali operazioni straordinarie, analisi della normativa civilistica
  • La valutazione nel recesso del socio
  • La valutazione di aziende in crisi ed analisi delle linee guida
  • La redazione e verifica delle ipotesi alla base di un piano aziendale di risanamento (Caso pratico)
  • Cenni sulla responsabilità dell’esperto

Città e date

Bologna 1 giornata 14-mar
  2 giornata 29-mar
  3 giornata 10-apr
Milano 1 giornata 15-mar
  2 giornata 28-mar
  3 giornata 11-apr
     
Verona 1 giornata 16-mar
  2 giornata 30-mar
  3 giornata 12-apr

Programma completo

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