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Credito d’imposta formazione 4.0

Credito d’imposta formazione 4.0

Firmato il decreto attuativo sul credito d’imposta formazione 4.0 per incentivare l’acquisizione di competenze nel settore delle tecnologie da parte dei lavoratori dipendenti delle imprese italiane.

Spese agevolabili

Le spese che danno diritto al credito d’imposta sono quelle che le imprese sostengono nel corso del 2018 in attività di formazione del personale dipendente nel settore delle tecnologie, pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali. Più precisamente, si deve trattare di attività formative svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale impresa 4.0, quali:

  • big data e analisi dei dati
  • cloud e fog computing
  • cyber security
  • sistemi cyber-fisici
  • prototipazione rapida
  • sistemi di visualizzazione e realtà aumentata
  • robotica avanzata e collaborativa
  • interfaccia uomo macchina
  • manifattura additiva
  • internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali.

Inoltre, ai fini del beneficio, le conoscenze oggetto delle attività formative agevolabili devono essere applicate negli ambiti elencati nell’allegato A alla legge di bilancio (vendita e marketing, informatica, tecniche e tecnologie di produzione).

Spese sostenute nel 2018

Le spese che danno diritto al credito d’imposta sono quelle che le imprese sostengono nel corso del 2018.

Misura dell’agevolazione

Il credito d’imposta è attribuito nella misura del 40% delle spese relative al solo costo aziendale del personale dipendente per il periodo in cui è occupato nelle attività formative agevolabili.

Importo massimo

Il credito di imposta formazione 4.0 è riconosciuto fino a un importo massimo di 300mila euro per ciascuna impresa beneficiaria.

Limiti di utilizzo del credito di imposta

Il legislatore ha previsto una disciplina alquanto dettagliata del credito d’imposta, stabilendo che esso:

  • deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui sono state sostenute le spese agevolabili e in quelle relative ai periodi d’imposta successivi fino a quando se ne conclude l’utilizzo;
  • non concorre alla formazione del reddito e della base imponibile Irap;
  • non concorre alla determinazione del rapporto rilevante per la deducibilità degli interessi passivi, delle spese e degli altri componenti negativi;
  • è utilizzabile esclusivamente in compensazione a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in cui i costi sono sostenuti;
  • non soggiace ai limiti di utilizzabilità attualmente previsti (limite annuale di 250mila euro per l’utilizzo dei crediti d’imposta ex articolo 1, comma 53, legge 244/2007 e limite massimo di compensabilità di crediti di imposta e contributi, 700mila euro ex articolo 34, legge 388/2000);
  • si applica nel rispetto delle norme europee sulla compatibilità degli aiuti con il mercato interno.

Certificazione dei costi

Per essere ammessi a beneficiare del credito d’imposta è necessario che i costi sostenuti siano certificati dal soggetto incaricato della revisione legale o da un professionista iscritto nel registro dei revisori legali. La certificazione deve essere allegata al bilancio.

Regole particolari sono dettate per le imprese non soggette a revisione legale dei conti. Esse, infatti, devono comunque avvalersi delle prestazioni di un revisore legale o di una società di revisione. In tal caso, il revisore legale (o il professionista responsabile della revisione legale) che ha assunto l’incarico è tenuto a osservare i principi di indipendenza previsti dalla disciplina di settore.

Peraltro, per queste imprese, le spese sostenute per l’attività di certificazione contabile sono ammissibili al credito d’imposta entro il limite massimo di 5mila euro.

Non soggiacciono all’obbligo di certificazione le imprese con bilancio revisionato.

Premio Gaetano Marzotto

Premio Gaetano Marzotto

Parte l’ottava edizione del Premio Gaetano Marzotto che, con oltre 2 milioni e mezzo di euro di montepremi, si conferma la competizione più ricca d’Italia ma anche molto di più.

Premio Gaetano Marzotto cerca nuovi imprenditori e costruttori di futuro che siano in grado di far convivere innovazione, impresa e società. Il Premio vuole contribuire a creare una piattaforma dell’innovazione italiana e le condizioni ambientali per un cambio di paradigma, sostenendo la nascita di nuova impresa in Italia.

Un percorso sempre più nell’ottica dell’ open innovation e di un processo di internazionalizzazione, per una condivisione reale e costruttiva di saperi, visioni, modelli, rischi e benefici tra grandi aziende e giovani imprese innovative, all’interno di una rete sempre più globale.

Sviluppo internazionale, progetti di open innovation con big corporate e un network sempre più allargato di partner, ne fanno ormai una piattaforma di riferimento per il sistema italiano dell’innovazione a supporto delle startup e delle PMI innovative.

Premi

Il montepremi di oltre 2 milioni e mezzo di euro tra premi in denaro e percorsi di affiancamento è ripartito tra le 15 categorie di concorso:

Premio per l’impresa, Premio dall’idea all’impresa, Amazon Launchpad Award, Premio Speciale Accenture, Premio Speciale Amazon Web Services, Premio Speciale Capitol One|Copernico|Marzotto Venture Accelerator, Premio Speciale Cisco, Premio Speciale Corporate Fast Track, Premio Speciale Engineering Ingegneria Informatica, Premio Speciale EY, Premio Speciale Invitalia, Premio Speciale Italcementi | HeidelbergCement Group, Premio Speciale Microsoft, Premio Speciale Repower, Premio Speciale UniCredit Start Lab.

Scadenza per partecipare

Scadenza per partecipare: il 14 maggio.

Per approfondire

Premi e requisiti di partecipazione ai premi

L’importanza di fare ordine, meno e meglio

L’importanza di fare ordine, meno e meglio

Gli ultimi mesi ci hanno regalato parecchie soddisfazioni, confermando che è giusto pianificare ma soprattutto che è giusto a volte essere capaci di chiudere gli occhi e seguire un progetto più ampio fidandoci del nostro istinto.

Nel sito del nostro Studio compare, tra le altre, la foto di una tenda illuminata in piena notte con il claim:

 Non lavoriamo di notte (ma può capitare).

Lo scorso anno è capitato, per dare una mano a qualche cliente come è capitato di affrontare pratiche complicate ma abbiamo comunque avuto la soddisfazione di superare le varie difficoltà che abbiamo incontrato sul nostro cammino.

Come sempre quando ci si guarda indietro si scopre che bisogna approfondire qualche intuizione che nella fretta abbiamo sottovalutato:

  • Il valore della coerenza: ne ho già parlato più volte, è importante in tutto nella strategia, nel percorso formativo, nella scelta del cliente, nell’immagine, ecc;
  • Fare ordine liberandosi delle cose inutili: ridurre l’archivio, ridurre la carta, non accumulare ma razionalizzare;
  • Stabilire le priorità: il nostro motto dovrà essere ” meno e meglio”.
  • Focalizzarsi: un progetto alla volta, pianificare, darsi i tempi, investire su struttura ed organizzazione.

Editoria, pubblicazioni, convegni… da qualche anno ormai (stupendo in alcuni casi editori e colleghi perché rinunciare a fatturato sembra sempre un atto rivoluzionario) seguiamo la regola del “meno e meglio” secondo un piano editoriale di Studio, all’interno di una strategia e di priorità condivise al servizio della qualità della consulenza da servire al cliente che deve essere l’unico vero obiettivo.

Fermandosi a riflettere si liberano energie per tornare a crescere nonostante i mille ostacoli che la burocrazia italiana ci pone ogni giorno.

Complicare è facile,

semplificare é difficile.

Per complicare basta aggiungere,

tutto quello che si vuole:

colori, forme, azioni, decorazioni,

personaggi, ambienti pieni di cose.

Tutti sono capaci di complicare.

Pochi sono capaci di semplificare.

Per semplificare bisogna togliere,

e per togliere bisogna sapere che cosa togliere,

come fa lo scultore quando a colpi di scalpello

toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’é in più.

Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno

una scultura bellissima, come si fa a sapere

dove ci si deve fermare nel togliere, senza rovinare la scultura?

Togliere invece che aggiungere

vuol dire riconoscere l’essenza delle cose

e comunicarle nella loro essenzialità.

Questo processo porta fuori dal tempo e dalle mode….

La semplificazione è il segno dell’intelligenza,

un antico detto cinese dice:

quello che non si può dire in poche parole

non si può dirlo neanche in molte.

Tratto da Verbale Scritto, raccolta di scritti di Bruno Munari

 

Qualche tempo fa ne parlavo proprio con un amico penalista. Ha da poco fondato un nuovo Studio in centro a Milano e mi complimentavo con lui per l’ordine e la serenità che il suo Studio trasmetteva pur essendo impegnato in una causa che lo portava spesso al centro della cronaca nazionale. Colori chiari, arredamento accogliente, luce, tecnologia.

Ora comprendo meglio l’importanza del colore bianco per Apple e la filosofia che ci sta dietro. Dobbiamo anche come professione imparare a vederci ed esser visti diversamente.

La semplificazione è il segno dell’intelligenza

Dobbiamo imparare a fare rete per pianificare prima le procedure e proprio di questo si occuperà il nuovo progetto di cui vi parlerò nei prossimi mesi.

Per semplificare bisogna togliere,

e per togliere bisogna sapere che cosa togliere

Ritrovarsi tra amici per confrontarsi, per approfondire e formalizzare. È un progetto a cui tengo molto e che credo farà piacere a chi ne farà parte ma anche ai lettori che beneficeranno dei frutti.

Togliere invece che aggiungere

vuol dire riconoscere l’essenza delle cose

e comunicarle nella loro essenzialità.

È il primo nostro concreto tentativo di trasformare #progetto1849 in un momento di confronto attivo, sperimentando le nuove tecnologie ed una rete informale aperta a chi ne vorrà far parte.

Startup Survey, la prima indagine nazionale sulle nuove imprese innovative

Startup Survey, la prima indagine nazionale sulle nuove imprese innovative

Riportiamo il comunicato stampa del MISE sulla prima indagine sulle startup in Italia. Alcuni dati appaiono di difficile interpretazione e controintuitivi. Probabilmente perché pur rispettando la definizione normativa molte startup hanno modelli di business più vicini a quello delle tradizionali PMI italiane rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare (ed auspicare).

Frutto della collaborazione tra il Ministero dello Sviluppo economico (DG per la Politica Industriale) e l’Istat, il Rapporto “Startup Survey 2016” illustra i risultati della prima indagine nazionale sulle neoimprese innovative. La platea target è costituita dalle startup innovative registrate al 31 dicembre 2015, beneficiarie del cospicuo pacchetto di agevolazioni introdotto con il decreto-legge 179/2012 (“Startup Act italiano”).

La rilevazione, a carattere censuario, ha visto la partecipazione di ben 2.250 startup innovative, facendo registrare un tasso di risposta del 43,7%. Si tratta di un risultato molto positivo, considerando il carattere volontario della partecipazione all’indagine e la complessità del questionario. Il sottoinsieme dei rispondenti risulta peraltro detenere caratteristiche demografiche molto rappresentative rispetto alla popolazione obiettivo.

Di seguito una sintesi dei principali contenuti del Rapporto.

Il capitale umano

La prima sezione dell’indagine analizza il capitale umano delle startup.

  • I soci operativi (uomini nell’82% dei casi, con un’età media di 43 anni) presentano un livello educativo molto elevato. Il 72,8% di essi ha conseguito un titolo di studio pari o superiore alla laurea triennale, per lo più in materie tecnico-ingegneristiche ed economico-manageriali. Una quota pari al 16% risulta poi aver ottenuto un dottorato di ricerca.
  • Nella gran parte dei casi, i soci delle startup in possesso di titolo di laurea dichiarano di svolgere mansioni coerenti con il proprio percorso di studi (88%).
  • Inoltre, quasi tutti i soci (96%) dichiarano di conoscere almeno una lingua straniera (l’inglese nella maggior parte dei casi, seguito dal francese e dallo spagnolo); la metà ha fatto esperienze di studio o lavoro all’estero.
  • Pur in un contesto di crescente digitalizzazione, il fattore territoriale sembra rivestire un ruolo importante per i soci delle startup italiane: per l’83% la regione sede della startup è la medesima nella quale sono state condotte le principali esperienze formative o lavorative.
  • I contesti familiari di provenienza si caratterizzano per una forte eterogeneità: solo un socio su cinque (20,6%) dichiara di avere un padre imprenditore. Si intravvedono dunque, all’interno del fenomeno delle startup innovative, segnali di mobilità sociale.

Le fonti di finanziamento

La seconda sezione della survey si concentra sull’accesso alla finanza.

  •  Buona parte degli startupper si dichiara pienamente soddisfatto delle fonti di finanziamento a propria disposizione (34,1%), percentuale più elevata nelle regioni del Nord (38,4%) e tra le imprese con fatturato più cospicuo (56%). Un altro 44,2% si dichiara almeno in parte soddisfatto. Per contro, il 21,7% degli imprenditori ritiene che la disponibilità finanziaria della propria startup sia del tutto insufficiente a coprire il fabbisogno.
  • Ben il 65,7% delle imprese dichiara che la forma di finanziamento ottimale che auspicherebbero è rappresentata da un mix tra equity (capitale di rischio) e debito; solo un quarto vorrebbe finanziarsi esclusivamente tramite equity e meno del 10% solo a debito.
  • Con riguardo alle fonti di finanziamento utilizzate dalle startup, risulta che al momento della fondazione il 73,2% delle imprese abbia fatto esclusivamente ricorso alle risorse proprie dei soci fondatori, e che tale fonte sia utilizzata da oltre la metà delle startup anche al momento della rilevazione, benché in misura decrescente.
  • Solo l’8,2% delle startup innovative ha ricevuto in fase di costituzione finanziamenti in equity da fondi di venture capital, business angel o altre imprese, percentuale che sale leggermente al momento della rilevazione (11,2%).
  • Più elevato è il numero di startup che ha avuto accesso al credito bancario: circa un quarto del totale (25,1%), ma tra quelle con oltre 500mila euro di fatturato, la metà (59,7%) ha ricevuto almeno un prestito.

Innovazione

La terza sezione della survey riguarda l’innovazione.

  • La gran parte delle startup innovative (79%) effettua spese in ricerca e sviluppo molto elevate: esse ammontano in media al 47% dei costi totali annui delle aziende intervistate.
  • La marcata propensione all’investimento, soprattutto in asset intangibili, risulta suffragata dall’elevato tasso di immobilizzazioni sull’attivo patrimoniale, che, come si può evincere dal rapporto trimestrale di monitoraggio realizzato dal Mise e dal sistema camerale, supera il 30% alla data di riferimento (31 dicembre 2015), un valore quasi 10 volte superiore alla media allora registrata dal complesso delle società di capitali italiane.
  • Oltre 7 imprese su 10 (74%) hanno realizzato innovazioni di prodotto o servizio, mentre le innovazioni di processo, realizzate dal 37,1% delle startup, sono più diffuse tra le classi di fatturato più alte.
  • Nella maggioranza dei casi (65%) si tratta di forme di innovazione incrementale, ossia migliorativa di un prodotto o di un processo già esistente; il 48,5% delle startup dichiara invece di aver introdotto prodotti radicalmente nuovi.
  • La conoscenza tecnica o scientifica che ha reso possibile l’introduzione dell’innovazione dichiarata deriva per più della metà delle startup (61,9%) da precedenti esperienze professionali nello stesso settore; solo nel 20% dei casi la ricerca universitaria viene identificata come la fonte diretta.
  • Per quanto riguarda le strategie di protezione dell’innovazione, il 17,8% delle startup è titolare di una privativa industriale, il 12,8% depositario e il 9,2% licenziatario.
  • Per contro, dalla rilevazione emerge anche come più della metà delle imprese (58%) non adotti nessun meccanismo formale di tutela della proprietà intellettuale (per esempio, brevettazione) e circa un quarto non persegua nemmeno strategie informali di protezione.

Le agevolazioni

La quarta sezione dell’indagine riguarda il livello di conoscenza e soddisfazione dei neoimprenditori innovativi rispetto alle agevolazioni introdotte con lo Startup Act italiano.

  •  Le misure di policy più conosciute alle aziende sono quelle riguardanti la riduzione dei costi per l’avvio d’impresa e l’accesso semplificato e gratuito al Fondo di Garanzia per le PMI, quest’ultimo noto a quasi 9 startup su 10.
  • Altre misure che riscuotono particolare successo tra gli start upper in termini di utilizzo sono il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo (CIR&S), gli incentivi fiscali per gli investimenti in capitale di rischio, e la maggiore flessibilità prevista per le assunzioni a tempo determinato. Una misura per cui invece molti imprenditori dichiarano scarso interesse o una conoscenza solo superficiale è la possibilità di avviare campagne di equity crowdfunding.
  • Le misure di policy che raccolgono i giudizi più positivi sono, ancora una volta, il Fondo di garanzia per le PMI (valutazione media 4,33 su 5) e il CIR&S (4,02), nonché gli incentivi per gli investimenti in equity.
  • La survey si chiudeva infine con un quesito aperto, per dare agli startupper l’opportunità di esprimere liberamente suggerimenti su come migliorare le misure di policy loro dedicate. Ben il 44% dei rispondenti ha fornito indicazioni, talvolta molto specifiche, su come migliorare il quadro normativo, per un totale di circa un migliaio di suggerimenti.
  • In particolare, la gran parte delle startup ha fornito risposte classificabili nelle seguenti aree d’interesse: accesso al credito bancario (21,4%), imposte e incentivi fiscali (24,8%), e proposte in merito all’alleggerimento di adempimenti e altri oneri burocratici (27,9%).

Per saperne di più

Startup Survey: la prima indagine nazionale sulle nuove imprese innovative

Credito d’imposta ricerca e sviluppo nel settore del software

Credito d’imposta ricerca e sviluppo nel settore del software

“I criteri di qualificazione e classificazione contenuti nel Manuale di Frascati costituiscono in linea di principio fonte interpretativa di riferimento anche agli effetti del Credito d’Imposta R&S”.

Tale indicazione viene fornita dal Ministero dello Sviluppo Economico attraverso la Circolare n. 59990 del 9 febbraio 2018, volta a chiarire alcuni aspetti sull’applicazione della disciplina del credito d’imposta R&S nel settore del software.

Brevi cenni in tema di Credito d’Imposta per investimenti in R&S

Il credito d’imposta, previsto dal Decreto del 27 maggio 2015, emanato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico, è attribuito a tutte le imprese che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020, senza alcun limite in relazione a forma giuridica, settore produttivo (anche agricoltura), dimensioni e regime contabile.

Tale beneficio consiste nella fruizione di un credito pari al 50% delle spese incrementali in Ricerca e Sviluppo, riconosciuto fino ad un massimo annuale di € 20 milioni per beneficiario. Per fruire del credito dovranno essere sostenute spese per un importo almeno pari ad € 30.000,

Sono agevolabili tutte le spese relative a ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale: costi per personale altamente qualificato e tecnico, contratti di ricerca con università, enti di ricerca, imprese, start up e PMI innovative, quote di ammortamento di strumenti e attrezzature di laboratorio, competenze tecniche e privative industriali.

Conseguenze applicative nell’utilizzo del Manuale di Frascati

Il manuale di Frascati, redatto dagli esperti dell’Ocse e dal gruppo NESTI, è un documento che stabilisce la metodologia per raccogliere e utilizzare dati sulla ricerca e sviluppo nei paesi membri dell’Ocse.

Dalle indicazioni contenute nel Manuale di Frascati, emerge che le innovazioni legate al software, per essere classificabili nell’ambito delle attività di sviluppo sperimentale devono essere di tipo incrementale.

Inoltre, viene precisato che il credito d’imposta R&S non ricomprende tutte le attività legate in senso ampio al processo innovativo di un’impresa, ma soltanto le attività riferibili a progetti che presentino: reali contenuti di ricerca e sviluppo e un significativo elemento di novità per il mercato, la cui realizzazione non provenga da un utilizzo di conoscenze e tecnologie già disponibili.

L’applicazione della disciplina agevolativa richiede l’individuazione delle attività che, oltre a soddisfare i requisiti appena descritti, presentino un punto conclusivo della o delle fasi di R&S, il quale, nel caso di attività di sviluppo di software viene identificato con il beta testing.

Documentazione richiesta per fruire dell’agevolazione

Oltre alla documentazione obbligatoria concernente l’effettività, la pertinenza e la congruità dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti, sarà necessario, da parte dell’impresa, predisporre una documentazione riguardante l’ammissibilità delle attività di ricerca e sviluppo svolte dalla quale risultino “gli elementi di novità che il progetto intende perseguire, l’individuazione degli ostacoli di tipo tecnico e scientifico al cui superamento sono legati i lavori svolti, l’avanzamento di tali lavori nell’ambito dei periodi d’imposta agevolabili e, nel caso in cui si tratti di innovazioni che si sostanzino in significativi miglioramenti di prodotti già esistenti sul mercato in cui opera l’impresa, l’indicazione degli elementi nei quali si specificano tali miglioramenti”.

Per approfondimenti

Credito d’imposta ricerca e sviluppo nel settore del software

Analisi di Mediobanca sul settore moda

Analisi di Mediobanca sul settore moda

Il settore della moda italiana rappresenta il 4% del PIL italiano. Secondo il Rapporto Annuale dell’area studi di Mediobanca, le aziende operanti nel settore della moda, nel quinquennio 2012-2016, sono cresciute molto di più di quelle appartenenti al settore manifatturiero.

Gli analisti hanno preso come riferimento 146 aziende della moda italiana, di cui 129 manifatturiere, mentre le restanti sono specializzate nella distribuzione di prodotti di lusso e moda.

Crescita del fatturato per le aziende della moda

Nel quinquennio 2012-2016 il fatturato del settore della moda è cresciuto del 23.3%, rispetto al settore manifatturiero cresciuto del solo 6.6%. Tale incremento, per le aziende della moda, ha comportato la chiusura del bilancio con una crescita pari al 17.3% del risultato netto ed il conseguente aumento dell’assunzione di personale.

Export in crescita

Nel corso degli anni il giro d’affari all’estero è aumentato in modo costante arrivando a rappresentare nel 2016 il 64.4% del totale. La maggior esportatrice (96.7%), facente parte del TOP15 Moda, è Luxottica, gruppo che dal 2017, a seguito della fusione con il gruppo francese Essilor, è leader a livello mondiale nel settore dell’occhialeria.

Conferma il forte orientamento verso i mercati esteri del settore dell’occhialeria il dato, 90.1%, fornito da Mediobanca, relativo alle esportazioni nel settore della moda. Seguono il settore dell’occhialeria, il settore del tessile con esportazioni pari al 69.9% ed il settore della pelletteria pari al 66.6%.

Trend negativo dei margini

Nonostante la crescita di fatturato e utili, nel quinquennio si è registrato un peggioramento dei margini pari ad un punto percentuale. Tale tendenza dovrebbe migliorare attraverso la diffusione, sempre più rapida, dell’e-commerce, in quanto permette la riduzione delle spese per l’apertura di negozi.

La solidità delle aziende della moda

Caratterizzate da abbondanti disponibilità liquide e da un rapporto debiti finanziari – mezzi propri ridotto, le aziende operanti nel settore della moda vantano di una buona capitalizzazione rispetto alle aziende manifatturiere.

Con una liquidità pari ad 881 milioni ed l’assenza di debiti finanziari nel 2016, la società più solida dal punto di vista finanziario è Armani.

Confronto con aziende francesi

Rilevante dato che emerge dal rapporto annuale dell’area studi di Mediobanca è il maggiore fatturato delle aziende francesi rispetto a quelle italiane. Esse infatti, nonostante siano meno solide delle imprese italiane, hanno un giro d’affari ed un trend di crescita molto più elevato.

A supporto di tale affermazione è possibile prendere in considerazione il fatturato della società francese Lvmh, pari ad € 37.6 miliardi nel 2016, il quale è addirittura maggiore del fatturato di tutte le Top 15 Italiane (€ 30.3 miliardi circa).

Per approfondire:

Presentazione del Rapporto Annuale dell’area studi di Mediobanca

Le schede di sintesi della Legge di Bilancio 2018

Le schede di sintesi della Legge di Bilancio 2018

Sono state pubblicate sul sito del dipartimento delle Finanze le schede di sintesi delle misure fiscali contenute nella legge 205/2017.

Le sessantaquattro schede, precedute da un dettagliato elenco, forniscono una visione d’insieme, sintetica, ma esaustiva, degli interventi di carattere tributario adottati con la recente manovra finanziaria di fine anno.

Per ogni misura vengono indicati: il comma di riferimento, una sintetica descrizione, l’obiettivo, perseguito, i destinatari, il periodo di decorrenza e le eventuali azioni necessarie per l’attuazione.

Per approfondire

Le schede di sintesi della Legge di Bilancio 2018

Gli impatti della Legge di Bilancio 2018 sulla disciplina dell’Imposta di Registro

Gli impatti della Legge di Bilancio 2018 sulla disciplina dell’Imposta di Registro

Le modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2018, all’art. 20 del TUR, comportano l’applicazione dell’imposta di registro al singolo atto presentato per la registrazione, indipendentemente dal collegamento con altri atti e soprattutto, indipendentemente dagli elementi che siano desumibili dallo stesso.

Disciplina dell’Imposta di registro previgente

L’art. 20 del D.P.R. n. 131 del 26 aprile 1986, Testo unico imposta di registro, stabiliva che:

“L’imposta è applicata secondo l’intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente.”

Sulla base di tale dettato, prima delle modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2018, la Cassazione riteneva che gli atti presentati alla registrazione dovessero essere tassati per quanto fosse desumibile fuori del loro contenuto, e in particolare, per quanto fosse desumibile dal loro collegamento con altri atti.

Infatti, nei casi di pluralità di atti che presentavano uno stretto collegamento negoziale, l’imposta doveva essere liquidata in considerazione dell’effettivo e complessivo risultato ottenuto dalle parti.

Caso più significativo di questo atteggiamento giurisprudenziale era rappresentato dal conferimento di un’azienda in una società e dalla successiva cessione delle partecipazioni al capitale sociale della società conferitaria. Sia l’atto di conferimento d’azienda in società, sia la cessione di una quota di partecipazione al capitale sociale sono atti sottoposti all’imposta di registro in misura fissa. La cassazione riteneva che i due atti potessero essere considerati come un tutt’uno e quindi riteneva di poter reinterpretare questo collegamento negoziale come un unico contratto di cessione d’azienda, per il quale la legge di registro dispone la tassazione con l’imposta proporzionale, ovvero del 3%.

Nuova disciplina dell’Imposta di Registro

L’art. 1, comma 87, lett. a) della Legge 205 del 28 dicembre 2017 (Legge di Bilancio 2018) dispone che:

“Al testo unico  delle  disposizioni  concernenti  l’imposta  di registro, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 20, comma 1:

  1) le parole: « degli atti presentati »  sono sostituite dalle seguenti: « dell’atto presentato »;

  2) dopo la parola: « apparente » sono aggiunte le seguenti: «  ,sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo,prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi »;”

Pertanto il nuovo dettato dell’art. 20 comma 1 del D.P.R. n. 131 del 26/04/1986 è il seguente:

“L’imposta è applicata secondo l’intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi.”

Rapporto tra norma interpretativa e norma antielusiva

Vi è una linea di confine tra la norma antielusiva, ovvero di riqualificazione antielusiva che l’amministrazione può compiere ai sensi dell’art. 10 bis dello Statuto del contribuente e la norma interpretativa, ovvero di riqualificazione interpretativa che l’amministrazione può compiere ai sensi dell’art. 20 della legge di registro.

L’art. 20 della legge di registro infatti, attribuisce all’amministrazione un “potere interpretativo”, vale a dire che, se dall’analisi dell’atto presentato per la registrazione, emerge che l’aspetto giuridico apparente dell’atto diverge dalla sua effettiva natura giuridica, oppure diverge rispetto ai reali effetti giuridici che da esso derivano, rispetto a quelli che dovrebbero conseguire da tale sua apparenza formale, l’amministrazione può operare una riqualificazione in senso giuridico – sostanziale della fattispecie rispetto a tale apparenza giuridico – formale, ovvero pretendere di applicare la tassazione non in base all’aspetto giuridico esteriore del documento sottoposto alla registrazione, ma alla sua effettiva sostanza giuridica e ai suoi reali effetti giuridici.

Se l’amministrazione intende esercitare un potere di riqualificazione antielusiva dovrà applicare l’art. 10 bis, Legge 212 del 27 luglio 2000, accordando al contribuente le tutele in esso presenti.

Dubbi in merito all’efficacia retroattiva della modifica

La Cassazione, con la sentenza n. 2007 del 26 gennaio 2018, ha, diversamente da autorevole dottrina e da quanto indicato nei lavori preparatori, sancito che la modifica dell’articolo 20 Tur, effettuata dalla legge 205/2017, non ha valenza retroattiva e che, quindi, per tutte le fattispecie originatesi prima del 1° gennaio 2018, l’articolo 20 Tur non può essere letto – nel modo indicato dal suo attuale nuovo testo – come riferito al solo atto presentato per la registrazione (e non ad altri atti che siano ad esso collegati) ed esclusivamente al suo contenuto giuridico.

Startup: verifiche della Guardia di Finanza sulla reale sussistenza dei requisiti di legge

Startup: verifiche della Guardia di Finanza sulla reale sussistenza dei requisiti di legge

Il Tribunale di Udine, durante l’udienza del 18 gennaio 2018, ha stabilito che, nell’ambito delle start up innovative, la natura amministrativa degli atti necessari per l’iscrizione della società nel registro speciale delle imprese con qualifica di start up innovative, non preclude l’accertamento in sede pre fallimentare della reale sussistenza dei requisiti di legge per l’attribuzione di tale qualifica e la conseguente assoggettabilità o meno al fallimento della società.

Fail Fast

L’art. 31, 1° comma del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 221 del 17 dicembre 2012 recita quanto segue:

La start up innovativa non è soggetta a procedure concorsuali diverse da quelle previste dal capo II della legge 27 gennaio 2012, n. 3.”

Infatti, in caso di insuccesso, le start up innovative possono beneficiare di procedure più rapide, ovvero la procedura di composizione delle crisi da sovra indebitamento e di liquidazione del patrimonio, con esonero dalle procedure di fallimento, concordato preventivo e liquidazione coatta amministrativa.

Verifiche in sede pre fallimentare per stabilire l’assoggettabilità al fallimento della start up innovativa

Nel caso di specie, nonostante la disciplina del Fail Fast prevista per le start innovative, il Tribunale di Udine, ha decretato la verifica da parte della Guardia di Finanza dell’effettivo e prevalente svolgimento di attività di sviluppo, di produzione e di commercializzazione di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico, e del rispetto dei requisiti previsti dall’art. 25, 2° comma del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 221 del 17 dicembre 2012.

Se, da tale verifica, dovesse emergere il non rispetto dei requisiti, la start up verrà esclusa dalla disciplina del Fail Fast e sarà assoggettabile a fallimento.

Per approfondire

Tribunale di Udine e verifiche della GdF

Che cosa stiamo imparando sull’innovazione

‪Che cosa stiamo imparando sull’innovazione

In questi mesi con #progetto1849 abbiamo messo in moto una macchina che è difficile rallentare (nonostante la fatica, le difficoltà ed i mille impegni).

Abbiamo amici che hanno deciso di investire in una collaborazione con noi che ci aiutano a non fermarci. ‬Forse è meglio dire che ci costringono a non fermarci, non accettando scuse sulla tabella di marcia. Aiutandoci a crescere… ‬

Gestire un progetto così ambizioso per le nostre dimensioni è contemporaneamente più facile e più difficile del previsto. E per motivi e cause diverse da quelle immaginate.

Ecco che cosa stiamo imparando sulla gestione del cambiamento:

  • Non si cambia da soli, avere dei partner aiuta a rimanere obiettivi e a vedersi anche con gli occhi di altri;
  • se e’ vero che bisogna motivare il team è anche vero (e di questo si parla poco) che spesso è anche il team che ti motiva;
  • persone e competenze, banale, non scopriamo nulla ma tutto ruota intorno a quello;
  • Innovazione e cambiamento sono come il maiale, non si butta via niente. Da questo nostro percorso sta nascendo un nuovo servizio di advisory per startup e pmi innovative. Con una consapevolezza che deriva dall’essere diventati startup anche noi.
  • anche in un settore tradizionale si può innovare, in maniera diversa, a volte con maggiore efficacia pur cambiando poco.
  • la dimensione conta. Non bisogna per forza diventare grandi ma è utile diventare più grandi. È importante rivedere la dimensione minima in relazione alla strategia ed al settore.
  • M&A sarà sempre più centrale nei prossimi anni così come lo sarà il passaggio generazionale. Come ripeto non scopriamo nulla di nuovo ma affrontiamo questi temi con una nuova consapevolezza e progetti più integrati.
  • il fattore tempo è cruciale. Bisogna accelerare, cambiare in fretta ma contemporaneamente ci vuole tempo per assimilare perché ogni cambiamento deve essere sostenibile.
  • bisogna avere il coraggio di investire ( ed in Italia ce ne vuole parecchio).
  • bisogna investire sui giovani garantendo un giusto mix tra entusiasmo ed esperienza. I facili giovanilismi non servono a molto. Bisogna puntare su percorsi formativi e valorizzare chi ha maggiore anzianità e competenze.

Ora arriva il momento più complicato, il non rimanere a metà del guado.

Di certo però ci stiamo divertendo molto.