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Le valutazioni di bilancio nelle false comunicazioni sociali

Le valutazioni di bilancio nelle false comunicazioni sociali

La riforma dei reati di false comunicazioni sociali introdotta dalla L. 69/2015 ha fatto emergere una discrasia sulla rilevanza penale, e quindi sulla punibilità, del c.d. falso valutativo. In attesa del deposito delle motivazioni della Sentenza delle sezioni unite della Cassazione proviamo ad analizzare il contenuto della Informazione provvisoria n. 7 del 31 Marzo 2016 alla luce delle recenti sentenze in materia.

Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La L. 69/2015 ha sostituito (a decorrere dal 14/06/2015) gli artt. 2621 e 2622 c.c. ed ha inserito i nuovi artt. 2621-bis e 2621-ter c.c..

La normativa vigente, in estrema sintesi, distingue tra false comunicazioni sociali in società non quotate (art. 2621 c.c.) e false comunicazioni sociali in società quotate (art. 2622 c.c.), sanzionando entrambe le fattispecie come delitto, e punendole con la reclusione da uno a cinque anni, nel caso di società non quotate, e da tre a otto anni, nel caso di falso in società quotate. Sono state, inoltre, introdotte ipotesi attenuate per fatti di lieve entità (art. 2621-bis c.c.), ed una autonoma causa di non punibilità per particolare tenuità (art. 2621-ter c.c.).

I dubbi interpretativi nascono dalla modifica degli artt. 2621 e 2622 c.c.

 

Art.2621 c.c. ante riforma

Art.2621 c.c.
Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni.

La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.”.

Fuori dai casi previsti dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

 

Art.2622 c.c. ante riforma Art.2622 c.c.
Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.

Nel caso di società soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e successive modificazioni, la pena per i fatti previsti al primo comma e’ da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d’ufficio.

La pena è da due a sei anni se, nelle ipotesi di cui al terzo comma, il fatto cagiona un grave nocumento ai risparmiatori.

Il nocumento si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall’ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entita’ complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo.

La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi settimo e ottavo, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonche’ da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.”.

Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da tre a otto anni.

Alle società indicate nel comma precedente sono equiparate:

1) le società emittenti strumenti finanziari per i quali è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;

2) le società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un sistema multilaterale di negoziazione italiano;

3) le società che controllano società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;

4) le società che fanno appello al pubblico risparmio o che comunque lo gestiscono.

Le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

 

 

L’assenza di tale inciso ha portato alla formulazione di interpretazioni nonché di giudizi di legittimità opposti.

La V sezione penale della Corte non è, infatti, riuscita a consolidare al suo interno un’interpretazione univoca di tale riforma, formulando nel tempo sentenze di segno opposto.

Esclusione dei falsi valutativi e punibilità ai soli dati oggettivi – Cassazione n.33774 del 16/06/2015

È possibile ricostruire la spaccatura creatasi all’interno dei giudici della Suprema Corte partendo dalla sentenza n.33774 del 16/06/2015. Questa prima sentenza ha attribuito alla citata riforma delle false comunicazioni sociali un effetto parzialmente abrogativo: si ritiene che il nuovo testo, facendo riferimento a “fatti materiali” delimiti la punibilità ai soli dati oggettivi, escludendo da essi le valutazioni.

Seguendo tale interpretazione, la mancata inclusione nel nuovo testo legislativo dell’inciso sulle valutazioni esprime la “volontà di non attribuire più rilevanza penale alle attività di mera valutazione ovvero alle stime, che caratterizzano alcune voci di bilancio e che rispondono a una pluralità di considerazioni fondate su elementi di varia natura.

E si è pure rilevato che la locuzione “fatti materiali”, senza ulteriori specificazioni, già era stata utilizzata dalla legge n. 154/1991 per circoscrivere l’oggetto del reato di frode fiscale di cui all’art. 4 lett. f) legge n. 516/1982, con il chiaro intento di escludere dall’incriminazione le valutazioni relative alle componenti attive e passive del reddito dichiarato. Come è noto, però, tale scelta è stata poi espressamente superata dal legislatore in occasione della riforma dei reati tributari del 2000, con la quale non solo la menzionata formula è stata modificata, ma specificamente è stata attribuita espressa rilevanza penale alle valutazioni estimative divergenti da quelle ritenute corrette, seppure entro la soglia di tolleranza del 10% (art. 7, comma 2. d. Igs. n. 74/2000).

È del tutto evidente, allora, che l’adozione dello stesso riferimento ai “fatti materiali non rispondenti al vero”, senza alcun richiamo alle valutazioni e il dispiegamento della formula citata anche nell’ambito della descrizione della condotta omissiva consente di ritenere ridotto l’ambito di operatività delle due nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, con esclusione dei cosiddetti falsi valutativi.

Tanto più che i testi riformati degli artt. 2621 e 2622 si inseriscono in un contesto normativo che vede ancora un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 cod. civ. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza), peraltro proprio a precisazione contenutistica della stessa locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”. Tale disposizione continua infatti a punire i medesimi soggetti attivi (“gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società….”) dei reati di cui agli artt. 2621 e 2622 che, nelle comunicazioni dirette alle autorità pubbliche di vigilanza, “espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”.

E, proprio sulla portata contenutistica della condotta descritta nell’art. 2638, questa Corte ha avuto modo di rilevare che l’espressione “fatti materiali, ancorché oggetto di valutazioni” porta solo ad escludere dal perimetro della punibilità le opinioni, le previsioni o le congetture prospettate come tali, cioè quali apprezzamenti di carattere squisitamente soggettivo.

Tale interpretazione della locuzione contenuta nell’art. 2638 cod. civ. allora finisce per ulteriormente supportare la tesi secondo la quale la riforma del 2015 ha fatto ricorso solo alla locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”, non replicando la precisazione contenuta del previgente art. 2621 e nel vigente citato art. 2638, con l’intento di lasciar fuori dalla fattispecie le valutazioni.

Per quanto riguarda invece le modifiche apportate alla struttura dell’elemento soggettivo, deve osservarsi come il legislatore abbia confermato, riguardo ad entrambe le figure di reato, la necessità di un dolo specifico, caratterizzato dal fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto. La novella non ha invece riproposto la espressa caratterizzazione dello stesso come intenzionale, attraverso la soppressione dell’inciso “con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico”, che era stato introdotto nel 2002. In diretta relazione alla descrizione della condotta ha fatto invece la sua comparsa l’avverbio «consapevolmente», che appare sintomatico della volontà del legislatore di escludere la rilevanza del dolo eventuale.”

La pronuncia della Cassazione fa perno sulla necessaria tipicità della fattispecie penale, che verrebbe elusa dal mantenimento delle valutazioni come oggetto di reato, tenendo anche in considerazione la soppressione delle soglie di punibilità.

Rilevanza penale degli enunciati valutativi – Cassazione n. 890 del 12/11/2015

La successiva pronuncia della Cassazione, sentenza n.890 del 12/11/2015, ribalta la precedente, sostenendo che il riferimento ai “fatti materiali”, indicati nell’art. 2621 c.c., quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non è sufficiente ad escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, anch’essi oggetto di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale.

È indiscusso che “all’ineludibile indagine testuale debba associarsi il richiamo al canone logico-sistematico ed a quello teleologico, ai fini della compiuta focalizzazione dell’impatto della novella sull’assetto normativo preesistente.

Sul primo versante, non v’é dubbio che l’indagine letterale sconti, come di consueto, un quid di relativismo per la non sempre ineccepibile formulazione della struttura espositiva, talora persino in rapporto all’ortodossia sintattico – grammaticale. Tale approssimazione è, notoriamente, frutto non solo di scarso tecnicismo, ma anche della complessità della stessa procedura di elaborazione del testo delle leggi, sovente effetto di successive modifiche ed emendamenti, nel perseguimento di problematici equilibrismi strategici e compromissori, che, a volte, finiscono con lo stravolgere il significato inizialmente concepito. Nondimeno, nel caso di specie, non sembra revocabile in dubbio che la rimozione dal testo previgente della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni” non possa, di per sé, assumere alcuna decisiva rilevanza.

Quella in esame, infatti, è tipica proposizione “concessiva” introdotta da congiunzione (ancorché) notoriamente equipollente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benché”, “quantunque”, “anche se” et similia).

La proposizione concessiva ha, dunque, funzione prettamente esegetica e, di certo, non additiva, di talché la sua soppressione nulla può aggiungere o togliere al contesto semantico di riferimento. Conseguentemente, nel caso di specie, l’elisione di una proposizione siffatta non può, certo, autorizzare la conclusione che si sia voluto immutare l’ambito sostanziale della punibilità del falsi materiali, che, invece, resta impregiudicata, continuando a ricomprendere, come in precedenza, anche i fatti oggetto di mera valutazione. In sostanza, l’intervento in punta di penna del legislatore ha inteso “alleggerire” il precipitato normativo, espungendo una precisazione reputata superflua, siccome mera superfetazione linguistica.

Il problema – costituente il tema d’indagine preannunciato in premessa – riguarda il falso c.d. valutativo o qualitativo, ossia la falsa rappresentazione del fatto oggetto di valutazione. Ma se è indiscusso che solo gli enunciati informativi possono dirsi falsi, è ormai universalmente riconosciuto che il significato di un qualsiasi enunciato dipende dall’uso che se ne fa nel contesto dell’enunciazione, sicché non è la sua struttura linguistica bensì la sua destinazione comunicativa ad assegnare una possibile funzione informativa a un qualsiasi enunciato. Orbene, è risaputo che il bilancio – principale strumento di informazione – si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore, espresso in grandezza numerica. Si tratta, per vero, di attività prettamente speculativa e valutativa, al pari di ogni altra che esprima giudizi di valore.

Non può, allora, dubitarsi che nella nozione di rappresentazione dei fatti materiali e rilevanti (da intendere nelle accezioni anzidette) non possano non ricomprendersi anche – e soprattutto – tali valutazioni.

Orbene, anche le valutazioni espresse in bilancio non sono frutto di mere congetture od arbitrari giudizi di valore, ma devono uniformarsi a criteri valutativi positivamente determinati dalla disciplina civilistica (tra cui il nuovo art. 2426 cod. civ.), dalle direttive e regolamenti di diritto comunitario (da ultimo, la citata direttiva 2013/34/UE e gli standards internazionali Ias/Ifrs) o da prassi contabili generalmente accettate (es. principi contabili nazionali elaborati dall’Organismo Italiano di Contabilità). Il mancato rispetto di tali parametri comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancor’oggi punibile ai sensi del nuovo art. 2621 cod. civi., nonostante la soppressione dell’inutile inciso ancorché oggetto di valutazioni.

In tale prospettiva, non par dubbio che ad assumere rilievo, in ultima analisi, è non tanto la fedele trasposizione (pur sempre problematica) della realtà “oggettiva” della società (c.d. verità oggettiva di bilancio), quanto piuttosto la corrispondenza della stima dei dati esposti a quanto stabilito dalle prescrizioni di legge o da standards tecnici universalmente riconosciuti.

In funzione della ricerca di momenti di conferma – in prospettiva teleologica – non può, poi, essere privo di significato l’inserimento sistematico delle nuove false comunicazioni sociali in un testo normativo anticorruzione (legge 27 maggio 2015, n. 69, recante disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio), ad eloquente riprova della presa d’atto, da parte del legislatore, del dato esperienziale che il falso in bilancio è ricorrente segnale di determinati fenomeni corruttivi, spesso in ragione dell’appostazione contabile di false fatturazioni intese a costituire fondi in nero, destinati al pagamento di tangenti o ad altre illecite attività. Di talché, escludere dall’alveo dei falsi punibili quello valutativo significherebbe frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione.

Può, allora, affermarsi il principio secondo cui nell’art. 2621 cod. civ. il riferimento ai “fatti materiali” oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati. Infatti, qualora intervengano in contesti che implichino accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, anche gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere ad una funzione informativa e possono, quindi, dirsi veri o falsi.”

Irrilevanza penale dei falsi estimativi – Cassazione n. 6916 del 08/01/2016

Con un’ulteriore decisione, sentenza n.6916 del 08/01/2016, la Cassazione torna sui suoi passi, riprendendo la tesi dell’irrilevanza penale dei falsi estimativi, sostenuta nella sentenza n.33774/2015.

Rilevanza penale degli enunciati valutativi ed integrale continuità normativa – Cassazione n. 12793 del 02/03/2016

Successivamente, si assiste ad un’ulteriore “cambio di rotta” con la sentenza n.12793 del 02/03/2016, che riprende l’orientamento della sentenza n.890/2016, secondo il quale sussiste piena e integrale continuità normativa tra l’art.2621 c.c. ante riforma e la sua formulazione attuale, risolvendo, di conseguenza, il problema della sopravvenuta “abrogatio criminis”. Nello specifico, l’eliminazione dell’inciso relativo alle valutazioni, non avendo il fine di costituire un’ipotesi abrogativa di una “categoria”, ha implicitamente ribadito l’irrilevanza del percorso argomentativo attraverso il quale il fatto non corrispondete al vero viene esposto in bilancio, cioè se attraverso un percorso valutativo o riproduttivo di un dato, dovendo escludere la rilevanza penale ai soli apprezzamenti di carattere soggettivo.

L’aspetto discriminante è la rilevanza e la concreta idoneità dell’informazione falsa ad indurre altri in errore.

“ L’espunzione dall’art. 2621 c.c. dell’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” riferito ai “fatti materiali” di cui alla recente riforma del 2015 non può che essere insignificante, stante l’irrilevanza del percorso attraverso il quale si giunge all’esposizione del fatto materiale. L’enfasi con la quale è stata segnalata tale soppressione è probabilmente ascrivibile al fatto che il legislatore del 2002 ha inserito contemporaneamente l’aggettivo “materiali” (in considerazione dell’esigenza di delimitare come detto al portata del reato escludendo gli apprezzamenti “schiettamente” soggettivi) e l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, sicché l’eliminazione di quest’ultimo, senza la contemporanea elisione dell’aggettivo “materiali” ha determinato il convincimento di una riconsiderazione della condotta punibile, secondo voluntas legis non più “valutativa”. Tale interpretazione, tuttavia, tralascia la genesi, l’evoluzione, il contesto di riferimento ed i principi affermati da dottrina e giurisprudenza sino alla sentenza “Crespi”, che inducevano complessivamente ad escludere qualsiasi forma di riconsiderazione della locuzione “fatti materiali”, stante il significato da attribuirsi ad essa, quantunque epurata dal riferimento al sintagma “ancorché oggetto di valutazione”. Peraltro, negare la possibilità che il falso possa realizzarsi mediante “valutazioni” significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per sé necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’art. 2426 c.c..

La sentenza n. 890 del 12/11/2015 evoca nella sostanza tali punti di approdo, laddove rileva che veritiero vuol dire che gli amministratori non sono tenuti a una assoluta verità oggettiva di bilancio, impossibile da raggiungere per i dati stimati, ma impone a quest’ultimi di indicare il valore di quei dati che meglio risponde alla finalità e agli interessi che l’ordinamento vuole tutelare; il bilancio, dunque, è “vero”, di regola, non tanto e non solo perché tende a rappresentare fedelmente l’obiettiva realtà aziendale sottostante, bensì perché si conforma a quanto stabilito dalle prescrizioni legali in proposito. Si tratta di un “vero legale” stante la presenza di una disciplina legislativa che assegna valore cogente a determinate soluzioni elaborate dalla tecnica ragionieristica.

Occorre, infine, dar conto della condivisibile argomentazione spesa sempre nella sentenza n. 890 del 12/11/2015, secondo cui il mantenimento nel corpo dell’art. 2638 c.c. del sintagma “ancorché oggetto di valutazioni” non sarebbe significativo al fine di ritenere che l’elisione di tale sintagma nell’art. 2621 c.c. costituisca sintomo della volontà di rendere penalmente irrilevanti i cd. falsi valutativi, tutelando le due norme beni giuridici diversi. Una diversa interpretazione comporterebbe infatti il risultato paradossale – e forse di dubbia costituzionalità – che la redazione di uno stesso bilancio, recante falsi valutativi, sarebbe penalmente irrilevante se diretto ai soci ed al pubblico e penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza.”

I giudici della V sezione restano divisi tra un’interpretazione letterale, restrittiva della riforma, e un’interpretazione logica, elastica.

Rilevanza penale del falso valutativo secondo la Cassazione a Sezioni unite con l’informazione provvisoria n. 7 del 31 Marzo 2016

A dirimere il conflitto è intervenuta la Cassazione a Sezioni unite, la quale, a sorpresa, ha accolto la soluzione prospettata dall’orientamento minoritario venutosi a formare dopo le modifiche legislative.

Come da informazione provvisoria n.7 della Suprema Corte:

 INFORMAZIONE PROVVISORIA N.7

P.U. 31 Marzo 2016

Questione controversa:

Se, ai fini della configurabilità del delitto di false comunicazioni sociali, abbia tuttora rilevanza il falso “valutativo” pur dopo la riforma di cui alla legge n.69 del 2015.

Soluzione adottata:

Affermativa. Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di “valutazione”, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tale criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni.

Riferimenti normativi:

Cod. civ., artt. 2423-2435-ter, 2621 e segg.; r.d. 16 marzo 1942, n.267, artt. 216 e 223, legge 27 marzo 2015, n.69, artt. 9, 10 e 11.

Le Sezioni unite, aderendo all’impostazione della sentenza n. 890/2016, stabiliscono che «sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo all’esposizione od omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, ci si discosti consapevolmente da essi, senza darne adeguata informazione giustificativa ed in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni».

Si attende il deposito delle motivazioni per meglio comprendere le ragioni che hanno portato i Supremi giudici a confermare la soluzione della rilevanza penale dei falsi valutativi.

Resta aggiornato

 

Rilevanza penale delle valutazioni di bilancio

Rilevanza penale delle valutazioni di bilancio

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Rilevanza penale delle valutazioni di bilancio torna di attualità. La Corte di Cassazione, con l’informazione provvisoria n. 13 del 2015, sostiene che il falso c.d. valutativo sia tuttora punibile: “… enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale.”

Grazie ad una tempestiva segnalazione di Alessandro De Nicola apprendo che il 13 novembre 2015, la Suprema Corte ha pubblicato un documento di “Informazione Provvisoria” in cui si sostiene la “rilevanza penale degli enunciati valutativi, [poiché] sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale”.

Articolo 2621 cc è stato recentemente modificato dalla legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 9 in vigore dal 14/06/2015 che ha soppresso l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”. Appariva quindi in qualche modo superato il tema della rilevanza penale delle valutazioni di bilancio.

Articolo 2621 – False comunicazioni sociali.

Fuori dai casi previsti dall’art. 2622 (False comunicazioni sociali delle società quotate) gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione e’ imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La Corte di Cassazione con sentenza del 30 luglio 2015, n. 33774, come giustamente ricorda De Nicola, ha sostenuto che l’eliminazione del riferimento alle “valutazioni” di bilancio dagli articoli 2621-2622 del Codice Civile in materia di “falso in bilancio” ha comportato la sopravvenuta irrilevanza delle stesse a fini penali.

La Corte di Cassazione, con l’informazione provvisoria n. 13 del 2015, sostiene invece che il falso c.d. valutativo sia tuttora punibile.

“Nell’ art. 2621 c.c. il riferimento ai “fatti materiali” quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non vale ad escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale. Infatti, quando intervengano in contesti che implichino l’accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere una funzione informativa e possono dirsi veri o falsi.”

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza appare comunque una pronuncia importante sulla rilevanza penale delle valutazioni di bilancio ed in contraddizione con quanto sostenuto con la Cass. Pen., Sez. V, Informazione Provvisoria n. 13 del 2015.


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Falso in bilancio

Falso in bilancio

 Articolo Falso in bilancio pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La nuova disciplina sul falso in bilancio si applicherà ai reati commessi a partire dal 14 giugno. Un documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti prova a fare una prima analisi delle novità sintetizzando le principali criticità del provvedimento. La “vaghezza” della norma rischia di rendere eccessivamente discrezionale l’operato della magistratura.

 

Le nuove disposizioni intervenute a modificare incisivamente la disciplina del falso in bilancio si applicheranno ai reati commessi a partire dal 14 giugno, data di entrata in vigore del provvedimento legislativo, la c.d. Legge Anticorruzione.

Un documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti prova a fare una prima analisi delle novità sintetizzando le principali criticità del provvedimento: “Abolite le soglie, estesa la fattispecie delittuosa ed eliminate quelle contravvenzionali, i riformati art. artt. 2621 e 2621-bis del codice civile prevedono pene più severe che – in applicazione del principio dell’irretroattività della legge penale più sfavorevole al reo – si applicheranno ai bilanci “approvati” (ma secondo alcuni a quelli “depositati” presso la società) a partire dal 14 giugno.”

Tabella di sintesi

Perseguibilità Cause di non punibilità Pene
Società non fallibili a querela prevista per particolare tenuità dei fatti reclusione da 6 mesi a 3 anni
Società chiuse d’ufficio prevista per particolare tenuità dei fatti reclusione da 1 a 5 anni, per fatti di lieve entità reclusione da 6 mesi a 3 anni
Società quotate d’ufficio non prevista reclusione da 3 a 8 anni

 

La criticità delle valutazioni

Il Legislatore ha voluto sanzionare l’esposizione in bilancio di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero l’omissioni di fatti materiali rilevanti.

Ciò fa ammettere alla Fondazione Nazionale Commercialisti che, limitatamente all’esclusione dalla fattispecie delittuosa delle “valutazioni” riportate in bilancio, del compimento di fatti di “speciale tenuità” e delle società non fallibili, la nuova disciplina potrebbe risultare – in alcuni casi – addirittura più favorevole al reo e, dunque, essere applicata retroattivamente.

Più severo il giudizio dell’ Avv. Carlo Melzi d’Eril che in un recente articolo afferma:

“Ancora una volta, ci troviamo di fronte a una legislazione penale ad altissimo tasso simbolico: in presenza di una richiesta di tutela si ritiene sufficiente introdurre una disposizione purchessia, senza tenere conto di quanto ha espresso il dibattito nel corso di tutti questi anni.”

La punibilità di errate valutazioni in bilancio avrebbe peraltro aperto al rischio di contenzioso su qualunque bilancio approvato rischiando di rendere ingestibile la predisposizione di un documento fondamentale per la vita della società. Ciò rende la norma in vigore decisamente preferibile ad alcune precedenti versioni successivamente modificate dall’iter parlamentare.

Eccessiva vaghezza della norma

La norma se da un lato introduce la punibilità d’ufficio ( e non su querela di parte se non per le micro imprese) dall’altra si rifà a concetti particolarmente fumosi “Fatti di lieve entità” e “Non punibilita’ per particolare tenuità” che rischiano di lasciare ampio potere interpretativo alla magistratura rafforzandone il ruolo ormai consolidato di supplenza al legislatore.

Norme di legge

Articolo 2621: False comunicazioni sociali.

In vigore dal 14/06/2015 -Modificato da: Legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 9

Fuori dai casi previsti dall’art. 2622 (False comunicazioni delle Società quotate), gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

Articolo 2621 bis: Fatti di lieve entità.

In vigore dal 14/06/2015 – Modificato da: Legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 10

Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la pena da sei mesi a tre anni di reclusione se i fatti di cui all’articolo 2621 sono di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta.

Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la stessa pena di cui al comma precedente quando i fatti di cui all’articolo 2621 riguardano società che non superano i limiti indicati dal secondo comma dell’articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. In tale caso, il delitto è procedibile a querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale.

Articolo 2621 ter: Non punibilità per particolare tenuità.

In vigore dal 14/06/2015 – Modificato da: Legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 10

Ai fini della non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’articolo 131-bis del codice penale, il giudice valuta, in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli articoli 2621 e 2621-bis.

Per approfondire

Ci stiamo sbagliando ragazzi, ci siamo dimenticati delle imprese e della nostra manifattura.

Ci stiamo sbagliando ragazzi, ci siamo dimenticati delle imprese e della nostra manifattura.

Articolo pubblicato sul mensile Strade e qui riprodotto per gentile concessione dell’editore

Troppi alibi, troppo rumore. Ci siamo dimenticati delle imprese, di chi produce, di chi fa fatica a costruire un progetto e lo difende con tutta la forza che ha.

Perché non parliamo più di PMI? In questi anni ci aspetta una sfida importante: far crescere le competenze e la dimensione delle nostre imprese. Aprire orizzonti geografici e culturali è ormai condizione indispensabile alla loro sopravvivenza. Certo la strada è in salita e si continuano a contare i fallimenti di chi non c’è riuscito.

La soluzione però è credere nelle imprese, aiutarle, sostenerle, liberarle dai mille vincoli burocratici che tolgono soldi e tempo. Oggi i costi della burocrazia rubano risorse al progetto imprenditoriale ed al futuro. Senza semplificazioni e certezza del diritto possiamo scordarci delle imprese e di attrarre nuovi investimenti.

Il sogno è figlio della libertà e della semplicità.

Questo Paese proprio non riesce ad immaginarsi diverso, a credere in se stesso e nelle sue potenzialità, ad avere il coraggio di rialzarsi.

Per provare a cambiare ci raccontiamo storie, consolatorie in parte, che non rappresentano né ciò che siamo né ciò che vorremmo essere. L’Italia del miracolo economico ritrovava se stessa sognando l’America. Sognavamo il frigo, la pelliccia ed il macchinone americano ed abbiamo creato la dolce vita, la 500, la vespa e “Vacanze romane”. Il sogno si declinava in una realtà un po’ provinciale forse ma che aveva la forza straordinaria di diventare a sua volta sogno per gli stranieri.

Oggi quella capacità di sognare o se preferite quella capacità di definire una visione di Paese ci è preclusa da una burocrazia che rende tutto difficile. Il sogno è figlio della libertà e della semplicità.

L’ Italia dei regimi speciali e delle deroghe eterne

Questa è l’ Italia  dei regimi speciali e delle deroghe eterne, che sogna la california e le sue startup ma non riesce a riformare in maniera coerente il regime dei minimi.

Non riusciamo a comprendere che è inutile creare una normativa di vantaggio se poi dimentichiamo quelli che sono gli elementi fondamentali per favorire lo sviluppo delle imprese: lotta alla criminalità, fisco equo, semplificazioni e certezza del diritto sono le vere battaglie da combattere.

Essendo però battaglie complicate uno Stato pigro e ruffiano preferisce vincere piccole ed inutili risse di quartiere. Piccole vittorie del tutto inutili ma capaci di far fare gran titoli a giornalisti sempre alla ricerca di facili notizie.

L’innovazione non nasce solo da qualche agevolazione fiscale, nasce soprattuto da Università, da centri di ricerca, da multinazionali che investono, da aziende che fungono da incubatori per i propri dipendenti.  

Il nostro è ancora un Paese manifatturiero e non possiamo permetteci di abbandonare o dimenticare chi produce. È li che si tutelano o creano posti di lavoro.

Per evitare equivoci non parlo di incentivi, non parlo di strutture a sostegno, ma di lasciare l’imprenditore libero di fare impresa: meno burocrazia, leggi più stabili, intervenendo magari riducendo costo del lavoro e tasse, quello si.

Tolleriamo leggi incostituzionali pur di salvaguardare il gettito

Crediamo seriamente che qualcuno sia incentivato ad investire in Italia finchè saran tollerate sentenze come quella sulla Tobin Tax in cui le esigenze di gettito ssiano considerate più rilevanti delle questioni di diritto? Sentenze che consentiranno al legislatore di promulgare leggi incostituzionali per far cassa certo della tolleranza della Corte?

Siamo certi che la costante confusione fiscale possa portare sviluppo e progresso? Sia chiaro non parlo (dovrei ma per carità di Patria mi taccio) del livello ormai inaccettabile di imposizione, parlo della mole e della complessità degli adempimenti.

Una tecnologia che non porta vantaggi e semplificazioni

Oggi potremmo cavalcare la tecnologia e la fatturazione elettronica consentendo maggiori controlli ed una semplificazione sostanziale degli adempimenti, anche contabili. Preferiamo invece subire l’innovazione senza cavalcarla e senza indicare con forza una direzione modernizzatrice per tutto il sistema.

La tecnologia oggi potrebbe consentire facilmente una contabilità semiautomatizzata (fatture elettroniche e flussi bancari immediatamente recepiti in contabilità) che porterebbe una riduzione dei costi amministrativi e contemporaneamente una estrema facilità di controlli da parte del fisco.

Perché dobbiamo conservare gli scontrini della farmacia quando attraverso la tessera sanitaria potrebbero già essere recepiti dallo Stato nelle dichiarazioni dei redditi?

Perché l’operazione 730 invece di migliorare il rapporto fisco /contribuente si è risolta nell’ennesima vessazione contro il cittadino e contro i professionisti che improvvisamente si ritrovano ad essere fideiussori del prelievo tributario?

La tecnologia invece di diventare uno strumento di maggior dialogo e di semplificazione del rapporto stato/cittadino è diventata un’arma potentissima a tutela di una burocrazia sempre più complessa ed estesa.

L’incrocio delle banche dati non deve essere solo uno strumento di repressione dell’evazione ma soprattutto uno strumento per limitare le dichiarazioni, le comunicazioni del cittadino liberandolo da adempimenti oggi pleonastici.

L’abuso del diritto e l’involontario sarcasmo del Destinazione Italia

Attendiamo ormai da troppo tempo chiarimenti in tema di abuso di diritto.

La sentenza della Cassazione n. 2193/2012, tra le altre, rivendica l’esistenza nell’ordinamento tributario del generale divieto di abuso del diritto, che consente il disconoscimento degli effetti di qualunque negozio posto in essere solo per vantaggi fiscali senza la presenza di valide ragioni economiche.

Lasciatemi solo ricordare in merito quanto dichiarato, non senza una certa dose di involontario sarcasmo, dallo stesso Governo italiano nel Destinazione Italia:

“Il concetto di abuso del diritto è nato nell’ambito dell’Unione europea, per effetto di alcune sentenze della Corte di Giustizia limitate al comparto dei tributi armonizzati, e ha successivamente avuto uno sviluppo anche in Italia a seguito di alcune pronunce della Corte di Cassazione. Si tratta, quindi, di una fattispecie giurisprudenziale che confonde e rende incerto, con importanti ripercussioni penali, il confine fra evasione ed elusione fiscale e colpisce anche quei comportamenti del contribuente che, pur leciti, mirano a ottenere vantaggi non previsti dal legislatore. Una interpretazione troppo estensiva della definizione di abuso mina le certezze necessarie alle imprese per un’adeguata pianificazione fiscale.”

Siamo davvero sicuri che tutto ciò possa incentivare un amministratore di una impresa estera ad aprire una sede in Italia?

La qualità dell’azione di governo deve misurarsi nella riduzione dell’intervento dello Stato.

Vorrei immaginare un Paese diverso, in cui l’azione di governo si misuri nella riduzione dell’intervento e del perimetro dello Stato.

Un Paese in cui la spesa corrente sia, se non ridotta, parzialmente convertita in spesa per investimenti. Un Paese in cui le grandi opere ed i grandi eventi come Expo servano ad immaginarci diversi.

Liberiamo il mercato da rendite di posizione, da monopoli, da oligarchie ormai decotte e chi fa impresa tornerà a sporcarsi le mani e ad investire.

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Falso in bilancio e autoriciclaggio

Falso in bilancio e autoriciclaggio

Cosa cambierà con il nuovo disegno di legge

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Il disegno di legge contenente le “Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio” si propone di riformulare integralmente la disciplina del falso in bilancio, modificare quanto previsto dagli articoli 2621 (“False comunicazioni sociali”) e il 2622 (“False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori”) del codice civile.

 

NORMATIVA ATTUALE

In materia di false comunicazioni sociali la disciplina attualmente vigente stabilisce quanto segue:

all’art. 2621, c.c.:

  • la reclusione fino a 2 anni per gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili  societari, i sindaci e i liquidatori che commettono il fatto al fine di conseguire per sé o per altri ingiusto profitto e in modo da indurre in errore i destinatari;
  • le tre seguenti ipotesi di esclusione di punibilità:
    • le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene;
    • le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento;
    • il fatto è conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

All’art. 2622, c.c.:

  • per le società quotate sono previste:
  • la reclusione da 3 mesi a tre anni per i soggetti di cui all’art. 2621, c.c. che commettono il fatto, non soltanto in modo da indurre in errore i destinatari, ma anche arrecando un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori;
    • una pena più severa (reclusione da 1 a 4 anni);
    • la procedibilità d’ufficio del delitto;
    • la reclusione da 2 a 6 anni, nel caso in cui il fatto procura “grave nocumento ai risparmiatori”;
  • infine le stesse tre ipotesi di esclusione di punibilità previste dall’art. 2621, c.c.

 

LE NOVITÀ DEL DISEGNO DI LEGGE N. 19

Di seguito si intendono illustrare le principali novità proposte nel suddetto disegno di bilancio in tema di falso in bilancio e riciclaggio:

  • le false comunicazioni sociali oggetto dell’art. 2621, c.c. sono considerate reato di pericolo perseguibile d’ufficio. Inoltre, sono punibili con la reclusione da 1 a 5 anni, pena che consente anche le intercettazioni telefoniche;
  • per le società quotate sono previste pene più severe:
    • la reclusione da 2 a 6 anni;
    • la reclusione da 3 a 12 anni se il danno provocato è grave;
  • l’eventuale danno patrimoniale arrecato alla società, ai soci o ai creditori è una aggravante che comporta l’inasprimento della pena;
  • l’eliminazione delle cause di non punibilità;
  • l’inserimento del delitto relativo alla falsità della revisione, tra i reati-presupposto;
  • l’estensione della responsabilità da reato degli enti ai reati tributari;
  • introduzione del reato di auto riciclaggio, definito dal Consiglio superiore della magistratura come “il reimpiego e la reimmissione sul mercato di risorse provenienti da reato, da parte di chi lo abbia commesso”.

 

CONCLUSIONI

La proposta di riforma ha ampia portata e se entrasse in vigore porterebbe notevoli modifiche al nostro ordinamento, innanzitutto introducendo il reato di autoriciclaggio, il reato di falsità della revisione ed estendendo la responsabilità da reato degli enti ai reati tributari.

Inoltre, la riforma configura le false comunicazioni sociali come reato perseguibile d’ufficio non solo per le quotate, ma per tutte le società. L’unica eccezione è costituita dalle società piccole (società con attivo in 3 anni non superiore a 300mila euro, ricavi del triennio non oltre 200mila euro e debiti non oltre i 500mila euro), per cui l’iniziativa di parte è necessaria.

Certamente obiettivo della riforma è potenziare e rendere più efficaci gli strumenti a disposizione della magistratura e delle forze di polizia per contrastare sia i reati tributari e di falso in bilancio, sia il crimine organizzato.

Purtroppo per quanto gli obiettivi paiano condivisibili gli strumenti proposti per raggiungerli destano più di qualche perplessità.

Particolare preoccupazione deriva dall’assenza di previsione di ipotesi di esclusione di punibilità, meccanismo complesso e certamente migliorabile, ma che trovava la sua ragion d’essere nel non voler sanzionare le scarse alterazioni della corretta rappresentazione contabile.