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Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione.

Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione.

Quante chiacchiere su questa fantomatica innovazione è un titolo volutamente provocatorio ma che credo centri bene un problema troppo spesso sottovalutato.

In Studio stiamo affrontando un periodo (fortunatamente) molto intenso. Come spesso accade è proprio quando si stressa la struttura e si stringono più forti interazioni coi clienti che emergono criticità da correggere ed opportunità da cogliere.

Abbiamo ricevuto alcune proposte di fusione con altri Studi molto importanti, abbiamo incrementato le collaborazioni con altri professionisti, abbiamo dovuto confrontare il nostro modo di lavorare con quello di altri, comprese come sempre le strutture amministrative delle imprese clienti.

Stiamo preparando un convegno sul futuro della professione e siamo stati coinvolti in un interessante progetto di evangelizzazione digitale per PMI e studi professionali.

E’ iniziata la collaborazione con un importante editore che ci ha costretto ad usare strumenti (app, cloud, ecc. tipici del mondo startup per coordinarci e gestire il flusso di lavoro).

Tutto questo ci ha portato a specchiarci in noi stessi ponendo la questione di come innovare. O meglio di come innovare in futuro i flussi e la creazione di valore tra noi ed il cliente e tra noi e gli altri professionisti con cui collaboriamo.

Il mondo sta cambiando molto velocemente e sento in qualche modo il bisogno di fermare su carta qualche riflessione emersa in questi confronti e nei diversi incontri che ho avuto (anche nello scrivere non sono poi così innovativo come potete vedere).

Parliamo tanto di innovazione, forse troppo, dimenticandoci che non sempre tanta tecnologia si traduce in vera innovazione.

Troppe chiacchiere e troppi pregiudizi

Sul tema ho già scritto parecchio ma ogni tanto è utile ritornare sull’argomento. Le startup tanto osannate nel loro ambiente e sostenute dalla politica e dalle grandi imprese sono per molti imprenditori tradizionali una bolla tra moda e speculazione.

C’è sicuramente una parte di vero ma così facendo perdiamo la straordinaria opportunità di confrontarci con nuovi modi di competere sul mercato ed in alcuni casi di riconfigurare il mercato stesso.

Proviamo a fare a meno dei capitali (pubblici) di ventura

Da più parti si invoca l’intervento di fondi ed investitori istituzionali (spesso in realtà si invoca l’aiuto pubblico).  Proviamo per un attimo a dimenticare il solito Pantalone e rimboccarci le maniche.

Professionisti e PMI devono imparare a rubare idee da altri settori, dalle giovani startup. Riconfigurare intuizioni magari acerbe per farle proprie ed integrarle con l’ esperienza maturata da chi fa impresa da anni.

Poca concretezza ed assenza di case study

Mancano case study, mancano esempi concreti da seguire e quelli che ci sono sono spesso male analizzati da giornalisti che rielaborano comunicati stampa ben fatti.

Per chi ha tempo e voglia di approfondire Lanieri è una startup molto interessante finanziata e sostenuta da Reda che è entrata a far parte della compagine societaria.

In molti articoli leggiamo delle ottime e meritate performance di Lanieri (anche se è normale attendersi che piccoli numeri iniziali supportati da finanziamenti importanti portino ad incrementi percentuali notevoli di fatturato).

La parte davvero interessante e poco analizzata sono le motivazioni che hanno portato una impresa tradizionale (Reda è una eccellenza nei tessuti) ad investire in una startup ed in un team giovane e motivato. Quello è il vero case history, quella è la storia da raccontare.

Analisi dei dati per gestire la velocità del cambiamento

L’elemento dirompente di vero cambiamento è il dato. Oggi anche le piccole imprese possono (volendo) disporre senza costi straordinari e con una relativa facilità di gestione di dati notevoli.

Diventa quindi una competenza strategica la capacità di identificare, gestire, analizzare i dati per creare valore nei processi di business.

Capacita tanto più necessaria quanto più il mercato di riferimento risulta soggetto a cambiamenti rilevanti di mercato. Oggi è possibile avere a disposizione dati forniti in tempo reale, contestuali, e selezionati. Non è cosa da poco.

Ci vuole coraggio a smettere di decidere di pancia

Mentre ci entusiasmiamo per la disponibilità di dati ci dimentichiamo che per utilizzarli ci vuole coraggio. Si coraggio. Continuo a leggere meravigliosi articoli sull’utilizzo di big data (ultimamente anche di small data) ecc.

Nessuno però pone l’accento sul problema vero, per utilizzarli ci vuole coraggio.

L’ imprenditore medio è sempre stato abituato ragionare di pancia perché i margini lo consentivano, le ridotte dimensioni dell’impresa lo consentivano, perché l’operare in un mercato sostanzialmente statico ed in qualche modo protetto (dalla liretta, dal marchio made in Italy, ecc) lo consentiva.

Oggi oltra all’intuito ed alla creatività ha bisogno di una base informativa maggiore e migliore informazione sui clienti, i concorrenti, i prodotti e i servizi altrimenti non riesce a gestire un mercato profondamente cambiato.

Usare i dati però presuppone molto coraggio perché evidenzia errori, perché pone di fronte a scelte per anni rimandate, perché evidenziano le contraddizioni spesso insite nell’impresa familiare. Dove spesso risolvere problemi in azienda significa crearne in casa.

Di tutto questo non se ne parla mai ed invece si dovrebbe per definire dei percorsi di consapevolezza, per aiutare gli imprenditori a sentirsi meno soli davanti a sfide urgenti come queste.

Rubiamo il segreto nascosto delle startup

Si parla tanto di digital transformation delle imprese manifatturiere ed artigiane contaminandole con quelle dei servizi innovativi e tecnologici. In realtà si usano parole difficili ed evocative in assenza di casi concreti da raccontare. Il mondo startup è fatto da realtà effimere e da altre sicuramente solide. Bisogna imparare a confrontarsi, imparare umilmente altri punti di vista, lasciarsi stupire per poi utilizzare quelle intuizioni che ci saranno utili a rinnovare la nostra proposta di prodotto/servizio, il nostro modo di essere sul mercato.

Recentemente ho preso un aperitivo con il fondatore di Credimi, startup giovane ma dalle spalle larghe (per la storia e la competenza nel settore del fondatore, per i soci finanziari che ha saputo raccogliere intorno al progetto, per i partner dell’iniziativa).

Propongono un nuovo modo di finanziare l’impresa (anticipo fatture). Io però sono rimasto affascinato dal progetto di credito di filiera, dagli investimenti concordati che potrebbe consentire di realizzare alle imprese coinvolte, dal sottolineare che l’innovazione non è mai confinata alla singola impresa (come spesso si crede) ma a tutta la catena del valore. Sono rimasto affascinato dalle analisi sulla solidità finanziaria dell’impresa, a come questo servizio oggi strumentale all’anticipo fatture potrebbe invece aprire nuovi servizi di consulenza, ecc.

Ciò che ho imparato va molto oltre alla semplice scoperta di un nuovo potenziale fornitore.

Andiamo a parlare nei capannoni

La vera sfida della competitività va giocata necessariamente partendo da PMI/Innovazione/Territori in cui imprese sono radicate. Senza il forte coinvolgimento delle nostre PMI, l’economia non riparte.

Si fanno molti convegni e molte tavole rotonde tra gli addetti ai lavori ma non si riesce a formare e informare le aziende affinché si rinnovino ed adottino strumenti atti ad accrescere la competitività.

L’iniziativa di Berto Salotti di portare professori universitari e giornalisti a presentare i loro libri a Meda nel proprio showroom l’ho trovata straordinaria.  È un imprenditore legato al proprio territorio che fa da “garante” su argomenti spesso considerati dai suoi colleghi troppo “distanti” e teorici. E lo fa portando i professori in azienda, in maniche di camicia. Geniale. Il capannone diventa la nuova piazza riscoprendo il distretto.

 

Open innovation è tutta questione di organizzazione

Diciamocelo chiaramente, la tecnologia non sempre fa innovazione. Troppo spesso releghiamo l’innovazione al semplice acquisto di tecnologia (che sia una semplice app piuttosto che un impianto da milioni di euro). L’innovazione è soprattutto implementazione organizzativa, introduzione di nuovi processi atti a valorizzare e sfruttare una tecnologia che altrimenti diventa totem e moda effimera.

La tecnologia digitale deve essere inserita in un processo continuo di innovazione soprattutto strategica. Interi mercati sono stati stravolti, costretti a ristrutturarsi dalle fondamenta (basta pensare alla musica ma anche all’informazione) . La strategia è troppo spesso trascurata e tenuta separata dall’innovazione. Bisogna riscoprire i fondamentali.

L’open innovation avrà successo se l’organizzazione saprà essere permeabile al cambiamento e saprà lasciarsi contaminare dalle startup. Lo sforzo organizzativo è titanico ed è lì che si vince la sfida dell’innovazione.

Pretendiamo una pubblica amministrazione che sappia fare innovazione

Dobbiamo pretendere unapubblica amministrazione che sappia fare innovazione, che rinnovi i propri processi digitalmente non semplicemente come avviene oggi riproponendo le vecchie logiche on line. Perché la PA deve diventare esempio ed essa stessa case history per le imprese di servizi diventando utile, semplice, risolutiva delle istanze di cittadini e amministrazioni.

Morale della favola

Innovare nelle imprese e professioni tradizionali non è così entusiasmante e divertente come si vuol far credere. è faticoso, significa rimettere in discussione realtà consolidate e spesso di successo, modificare equilibri all’interno di organizzazioni rodate, ecc. Innovare è faticoso e va detto. Innovare è necessario ed è meglio farlo subito e cogliere il vantaggio di farlo per primi.

Quanto ciò inciderà sul nostro Studio lo racconterò più avanti. Per ora stiamo lavorando sodo e la fatica è compensata dalla straordinaria qualità dei compagni di viaggio.

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Voucher per Internazionalizzazione

Voucher per Internazionalizzazione

Articolo Voucher per Internazionalizzazione pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha definito le modalità operative e i termini per la richiesta e concessione dei “Voucher per l’internazionalizzazione”, finalizzati a sostenere le PMI e le reti di imprese nella loro strategia di accesso e consolidamento nei mercati internazionali

Con decreto del Direttore Generale per le politiche internazionali e la promozione degli scambi del 23 giugno 2015, il Ministero dello Sviluppo Economico ha definito le modalità operative e i termini per la richiesta e concessione dei “Voucher per l’internazionalizzazione”, finalizzati a sostenere le PMI e le reti di imprese nella loro strategia di accesso e consolidamento nei mercati internazionali con 10 milioni di risorse stanziate, ai sensi del DM 15 maggio 2015.

Obiettivo del presente bando è incentivare l’internazionalizzazione delle PMI italiane che troppo spesso non sfruttano appieno le loro potenzialità e l’effetto trainante del “Made in Italy”. La maggior parte delle nostre imprese infatti ragiona ancora in una logica da semplice esportatore trascurando molte delle opportunità offerte da un percorso più consapevole all’ internazionalizzazione.

Il bando intende incoraggiare le PMI che si propongono di guardare ai mercati oltreconfine attraverso una figura specializzata (il cd. Temporary Export Manager o TEM) capace di studiare, progettare e gestire i processi e i programmi sui mercati esteri.

L’impresa che decide di sviluppare il proprio business all’estero necessita di competenze differenziate (dalle linguistiche alle manageriali, dalle fiscali alle legali), che non possono essere sottovalutate o banalizzate. Il Bando, con tutte le ovvie limitazioni di simili iniziative, tende proprio a vincere le resistenze culturali tipiche delle PMI per aiutarle ad aprirsi a contributi manageriali esterni.

Finalità

L’intervento consiste in un contributo a fondo perduto sotto forma di VOUCHER , ovvero un sostegno economico a copertura di servizi erogati per almeno 6 mesi a tutte quelle PMI che intendono guardare ai mercati oltreconfine attraverso una figura specializzata (il cd. Temporary Export Manager o TEM) capace di studiare, progettare e gestire i processi e i programmi sui mercati esteri.

Beneficiari

Micro, piccole e medie imprese (PMI) costituite in forma di società di capitali, anche in forma cooperativa, e le Reti di imprese tra PMI, che abbiano conseguito un fatturato minimo di 500mila euro in almeno uno degli esercizi dell’ultimo triennio. Tale vincolo non sussiste nel caso di Start-up iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese, di cui art. 25 comma 8 L.179/2012).

Caratteristiche dell’intervento

Singoli voucher a fondo perduto di 10mila euro per l’inserimento in azienda di un temporary export manager per almeno sei mesi. Per avere accesso al voucher l’impresa deve intervenire con un cofinanziamento che, per il primo bando è di almeno 3mila euro (il costo complessivo sostenuto dall’impresa per il servizio deve essere, pertanto di almeno 13mila euro).

Elenco delle società fornitrici di servizi

L’azienda deve rivolgersi ad una Società fornitrice dei servizi scegliendola tra quelle inserite nell’ apposito elenco presso il Ministero, che sarà pubblicato entro il giorno 1 settembre 2015.

Tempi di presentazione dell’istanza

Le istanze di accesso finalizzate e firmate digitalmente dovranno essere presentate esclusivamente online  a partire dalle ore 10.00 del 22 settembre 2015 e fino al termine ultimo delle ore 17.00 del 2 ottobre 2015.

Per approfondire

Bando del MISE su Voucher per Internazionalizzazione


 

Riscoprirsi artigiani

Riscoprirsi artigiani

Tradizione, innovazione, eccellenza rafforzate dalla contaminazione

Articolo Riscoprirsi artigiani pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Il Triveneto si riscopre la laboratorio di una nuova cultura imprenditoriale, nata dall’incontro tra il saper fare artigiano e l’accademia, che mira a far crescere l’azienda rendendola più competitiva in un mercato che riconosce un elevato valore alla produzione d’eccellenza.

 

Sotto le ceneri di questa crisi forse sta nascendo qualcosa di nuovo, forse una nuova consapevolezza. Una delle zone più colpite, il Triveneto, da qualche tempo sembra stia diventando un interessante laboratorio di una nuova cultura imprenditoriale, nata dall’incontro tra il saper fare artigiano e l’accademia, che fa crescere l’azienda rendendola più competitiva in un mercato che riconosce un elevato valore alla produzione d’eccellenza (che resta comunque cosa diversa rispetto al mercato del “lusso”).

Proviamo quindi, seguendo quanto proposto dal documento, a riscoprirci artigiani, ripensando le imprese di famiglia, il passaggio generazionale, la nostra formula imprenditoriale.

Il Manifesto per il saper fare del futuro

È stato recentemente presentato un interessante documento il “Manifesto per il saper fare del futuro”, che vuole essere un punto di partenza da cui riscoprire una tradizione di Made in Italy di cui essere orgogliosi.

«L’artigianato, pur salvaguardando la propria fisionomia maturata nel tempo, deve confrontarsi oggi con tutti gli aspetti che i nuovi contesti richiedono: innovazione tecnologica, informatizzazione dei processi e dei prodotti, contaminazione delle esperienze, uso del design, strategie di comunicazione, formazione continua, qualità delle produzioni».

 Le parole d’ordine

Ecco, allora, alcune parole che possono costituire, magari arricchite di ulteriori suggestioni, i parametri fondamentali di un rilancio. Concetti che paiono banali ma che andranno declinati ed applicati diversamente a seconda dell’impresa, della sua storia e del settore in cui opera:

  • Innovazione;
  • Contaminazione di competenze e di esperienze;
  • Cultura;
  • Comunicazione;
  • Incontro/scontro fra tecnologie tradizionali e nuove;
  • Digitalizzazione;
  • Formazione per far crescere le competenze interne e il capitale umano;
  • Eccellenza;
  • Design;
  • Nuovi mercati.

Contaminazione

Particolarmente interessante l’insistenza (più che motivata a mio parere) sul concetto di contaminazione che pare oggi l’unico vero sistema utile ad apprendere velocemente come gestire il cambiamento. La sfida di oggi è quella di sapersi scegliere il competitor, e con esso l’arena competitiva in cui operare, giusto che non sempre sono quelli tradizionali.:

 “Un ruolo chiave è giocato dalla contaminazione dell’esperienza “classica”, propria della tradizione e della maestria artigiana, con le “nuove” competenze apprese dal mercato globale. Mettere assieme esperienze e generazioni appartenenti a contesti diversi non può far altro che creare nuova linfa per l’imprenditoria che decida di mettersi in gioco. Conseguentemente, scelta strategica dell’impresa artigiana diviene il rapporto con tutte le realtà che permettono di scavalcare i vecchi sistemi di fare impresa ed “entrare nel futuro”.”

La creazione di punti di contatto fra imprese appartenenti a settori e a storie diversi è funzionale ad instaurare relazioni che potranno divenire proficue per:

  • l’impresa “eccellente”, che entrerà in contatto con imprese che possono contribuire a nuovi successi con idee e competenze;
  • l’impresa con il potenziale d’eccellenza latente, che farà tesoro di quanto appreso e, conseguentemente, potrà adattare alle sue esigenze l’esperienza e le scelte già compiute da altri.

Conclusioni

Se organizzazione e strategia, fino a pochi anni fa, erano parole d’ordine ostentate ma poco applicate da una minoranza di PMI, ora sono diventate componenti essenziali per il consolidamento e la crescita di qualsiasi azienda che dovrà affrontare un cambiamento radicale nel modo di percepire se stessa e la propria formula imprenditoriale.

L’evoluzione del mercato che tende ormai a prediligere gli estremi (low cost o eccellenza) a discapito della produzione di fascia media non può far altro che portare ad accellerare questi processi.

Concetti che meriterebbero di essere approfonditi leggendo un vecchio ma sempre attuale libro di Collins “O meglio o niente. Come si vince la mediocrità e si raggiunge l’eccellenza” oggi purtroppo non più pubblicato ma di cui conservo gelosamente una copia.

Per approfondire

Scarica il Manifesto per il saper fare del futuro


 

Attacco al Made in Italy, il cerchio si stringe.

Attacco al Made in Italy

Articolo pubblicato in estratto sul mensile Strade

La scarsa competitività del Paese sta modificando la percezione di un marchio “Made in Italy” tradizionalmente molto trasversale e rivolto ad un pubblico ampio e variegato. Se da una parte ci consola che il marchio “Made in Italy” sia sempre più focalizzato sull’alta gamma, appare preoccupante che per i marchi premium questo non rappresenti più un elemento cosi distintivo.

Premessa: il caso Report/Moncler

Abbiamo assistito tutti, o quantomeno abbiamo letto i relativi commenti ed articoli, alla puntata di Report sul caso Moncler.

Non voglio qui affrontare il dramma delle oche (che non sottovaluto), né l’opportunità che una televisione pubblica si permetta di sindacare sui margini di una azienda privata, attaccando non un comparto (se gli altri produttori di piumini si comportano diversamente allora mi taccio) ma una singola impresa, quotata.

Toccherà a Moncler, nei modi che riterrà più opportuni, difendersi e dimostrare l’infondatezza delle accuse.

Non mi interessa neanche analizzare con attenzione il caso di cattiva gestione della crisi dei responsabili comunicazione di Moncler.

Tutto questo è stato affrontato in rete da mille articoli. Non saprei aggiungere nulla di più.

Ascoltare gli imprenditori

Ho trovato invece molto interessante ascoltare gli Imprenditori, sia Ruffini sia Cucinelli.

Purtroppo i giornalisti erano troppo impegnati a dimostrare una tesi ed hanno dato poco peso ad affermazioni che credo siano invece molto interessanti e che mi hanno riportato alla mente un articolo di qualche giorno fa.

Mi ha colpito in particolare la riproposizione di una intervista dell’amministratore Ruffini, che mi ero perso e che è passata un po’ sotto traccia, in cui dichiarava che a lui non interessa il concetto di made in Italy, Moncler è un marchio che sceglie il meglio ovunque lo trovi.

Dichiarazione più che legittima sia chiaro. Mi ha colpito molto sia il contenuto sia il fatto di non esserne rimasto personalmente scandalizzato.

Sicuramente inutile puntare sul made in Italy per un marchio percepito come francese.

Non avevo però mai sentito un attacco, indiretto se volete, cosi forte e sincero al “prodotto in Italia”.

Sia chiaro, so benissimo che i maggiori stilisti producono all’estero ma so anche che cercano tutti di nasconderlo o farlo dimenticare.

Il made in Italy è sempre stato (e per il lusso resta) un plusvalore importante.

Lo stesso Cucinelli, così lodato da Report, ha fatto una affermazione molto interessante, anche questa passata sotto traccia essendo l’attenzione puntata sul mantenimento dei posti di lavoro in Italia.

Cucinelli ha detto che per lui il made in Italy è un plusvalore perché il suo è un marchio di lusso a differenza di altre aziende che lavorando in segmenti premium possono avere visioni differenti. L’affermazione non è banale. Significa che il cerchio si stringe per molte imprese.

Se da una parte ci consola che il marchio “Made in Italy” sia sempre più focalizzato sull’alta gamma, appare preoccupante che per i marchi premium questo non rappresenti più un elemento cosi distintivo. Per intenderci, se Ferrari è lusso, Bmw è premium.

Ciò che sta accadendo ha effetti importanti sulla filiera. La scarsa competitività del Paese sta modificando la percezione di un marchio “made in Italy” tradizionalmente molto trasversale e rivolto ad un pubblico ampio e variegato. Se pensiamo all’ Italia degli anni 60 il nostro Paese rappresentava la dolce vita ma anche la gioia di possedere la 500, non necessariamente la Ferrari.

In Italia non si fanno più feste

Segnalo un bellissimo articolo de ilSole24ore La modernità italiana di Giuliano Da Empoli del 30 settembre 2014. Articolo che vi invito a leggere integralmente e di cui riporto un paio di affermazioni che mi hanno colpito in particolar modo:

“Il problema della moda italiana non sono le tasse. Il problema della moda italiana non sono le infrastrutture. Il problema della moda italiana non è l’inefficienza della pubblica amministrazione. Il problema della moda italiana è la depressione italiana. Come si fa a vendere al mondo il sogno di un luogo abitato dalla leggerezza e dall’eleganza se quello si è progressivamente trasformato nel suo esatto contrario: un Paese sempre più impaurito e cattivo, nel quale la gente si impoverisce e l’ultima festa divertente risale al 1987?” Di Giuliano Da Empoli – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/sCH322

Update: Interpreto le premesse come ovviamente provocatorie e come tali le cito. E’ evidente che tasse e mancanza di infrastrutture unite ad una burocrazia soffocate rappresentano una delle cause della “tristezza” del Paese.

E ancora sempre sul Made in Italy:

“Non un fenomeno di élite, ma di massa: l’orgoglio di avere qualcosa da dire al mondo, e l’intelligenza di farlo senza prendersi troppo sul serio. Come il set della Dolce vita dove, scrive Tullio Kezich, «tirava sempre l’aria di non fare un accidente, di sfuggire agli impegni, di bruciare il padiglione. Eppure si lavorava, se questa è la parola, fino a veder spuntare l’alba».” Di Giuliano Da Empoli – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/sCH322

Conclusioni

Non sono un esperto di mktg e quindi chiedo scusa se posso aver fatto un po’ di confusione su termini e posizionamenti.

Per evitare fraintendimenti non sostengo che oggi il Made in Italy non rappresenti più un valore immediatamente spendibile dalle aziende, dico invece che inizia ad appannarsi, inizia una discesa che va contrastata non con tutele legali ma lavorando sull’immagine e l’attrattività del Paese a tutti i livelli.

Update: quello che mi preme sottolineare è che l’Italia probabilmente per riscoprire il vero valore del Made in Italy deve tornare ad essere percepito come un Paese in cui è bello vivere, un Paese non legato solo ad una immagine di prodotti di gran lusso (storicamente attribuibile alla Francia che ultimamente tendiamo a rincorrere – complici anche i numerosi acquisti di nostre aziende effettuati da produttori di lusso d’oltralpe) ma tornare a riscoprire e promuovere i nostri piccoli lussi quotidiani riscoprendo il nostro “saper viver bene”.

Chiedo a chi è più bravo di aiutarmi, magari nei commenti o nelle conversazioni on line, a sviluppare o a correggere una intuizione forse un po’ superficiale ma credo non del tutto sbagliata.

 

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