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La Banca Commerciale Italiana, alcuni ricordi e le precisazioni di uno storico.

La Banca Commerciale Italiana, alcuni ricordi e le precisazioni di uno storico.

Banca Commerciale italiana, ci passo davanti tutte le mattine per raggiungere lo Studio attraversando Brera.
La vecchia COMIT fa un po’ parte della storia di famiglia. Il mio bisnonno faceva parte della sua alta dirigenza ed al liceo alcuni suoi locali ospitavano le riunioni di noi giovani liberali.
Ricordo molto chiaramente i giorni della fusione con Intesa.
Ai tempi facevo pratica da un ex professore della Bocconi che ne era stato dipendente in gioventù. Il suo studio era cliente di entrambe le banche, due filiali poste una di fronte all’altra.
Ed in quei giorni in cui la finanza cattolica si mangiava la finanza laica noi non avevamo dubbi da che parte stare e facevamo silenziosamente il tifo per un mondo che non c’è più.
Perché c’è stato un tempo in cui le imprese erano istituzioni ed il senso di appartenenza ad un certo mondo di valori era fortissimo.

La Pirelli fu un’altra grande impresa che intrecciò il suo destino con quello della mia famiglia ma questa è un’altra storia…. (Storie per il #panatino)

Questo mio pensiero su Facebook dello scorso sabato è stato completato da alcune precisazioni del Prof. Roverato che raccolgo qui per riproporvele e perché sarebbe un peccato lasciare che si perdano nel web. Si parla spesso male dei social ma se ben usati possono diventare una importante occasione di apprendimento o almeno questo si sono dimostrati per me.

Ottimo, gentile Andrea, preparare il #panatino alla “grande” storia: perché quella della COMIT è la storia della modernizzazione del nostro paese, e della sua trasformazione in uno dei grandi player dell’industria manifatturiera mondiale. Che continua ad essere tale, nonostante le nostre contraddizioni e il pessimo (e dilettantistico) ceto politico che, ahimè!, ci ritroviamo.
Due sole annotazioni, anzi tre, a quanto lei scrive, e ai commenti che si sono uniti alle sue parole:

  1. Raffaele Mattioli, banchiere umanista e uomo di raffinata cultura, più che un liberale fu un autentico spirito libero, come dimostrano il suo antifascismo (partecipò alla redazione del manifesto del Partito d’Azione), i suoi rapporti (più intellettuali che politici) con Palmiro Togliatti, la preservazione nei forzieri della Banca dei “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci che la polizia mussoliniana voleva distruggere, l’amicizia con l’economista Piero Sraffa, a lungo collaboratore di John Maynard Keynes ed autore, nel 1960, del fondamentale saggio “Produzione di merci a mezzo di merci”, in cui egli demoliva i principali assunti teorici delle teorie marginalistiche. Di Mattei, e della scommessa che Mattioli fece su quel controverso personaggio: Mattioli intuì che l’iea-business del Commissario liquidatore dell’Agip (puntare sulle risorse energetiche per avviare la ricostruzione di un paese sconfitto, e minato nelle sue infrastrutture) poteva essere una idea vincente: a distanza di così tanti anni, e con il ruolo che l’Eni svolge nel mondo, direi che Mattioli vide giusto, e che Mattei si rivelò un imprenditore pubblico di estrema lungimiranza. Del quale non posso apprezzare il modo disinvolo con il quale comprava il consenso dei politici perché non si opponessero alla crescita esponenzale dell’Eni, ma di cui apprezzo invece la caparbietà con cui costruì le radici dell’unica vera grande impresa globale che ha oggi l’Italia, e che dà oggi molto filo da torcere ai suoi principali competitors. Mattei era un grande corruttore, sì, ma aveva la visione d’insieme dell’imprenditore, in questo caso pubblico, che sa guardare lontano: una “visione” vincente, e fu per questo, forse, che – pur non essendoci sentenze che ci diano certezze in tal senso – egli morì nell’esplosione del suo aereo.

  2. Francesco Cingano fu il degno continuatore di Mattioli e, come lei ricorda, colui che portò la Comit fuori dalle secche in cui l’aveva ridotta Stammati. Mi permetto di linkarle un bel profilo, che riguarda anche Mattioli, scritto nel 2013 da Ferruccio De Bortoli.

  3. Finanza cattolica vs finanza laica, con la vittoria della prima. E se invece di chiamarla cattolica la chiamassimo finanza democristiana? già, perché se la DC è morta e sepolta, la finanza di cui si essa si impossessò grazie alle grandi Casse di Risparmio (in primis la Cariplo), è viva e vegeta! Nei giorni scorsi si è svolta, presente Mattarella, l’Assemblea dell’ACRI-Associazione delle Casse di Risparmio e Fondazioni Bancarie. Presidente di tale Associazione ne è Giuseppe Guzzetti, un democratico cristiano di lungo corso, più che ottuagenario e al suo ennesimo mandato, nonché magna pars della Fondazione Cariplo. Le Fondazioni controllano sia Banca Intesa che Unicredit, E un ex-Presidente del Consiglio ebbe l’improntitudine di affermare l’altr’anno (a margine delle polemiche sul crollo delle Popolari Venete, i cui asset, depurati dalle enormi sofferenze, furono poi “regalate” per 1 euro a Banca Intesa) che il suo Governo aveva buttato la politica fuori dalle banche! Peccato che i vertici delle Fondazioni, che controllano Intesa e Unicredit, ovvero le due principali banche del paese, siano in gran parte espressione della politica locale….

 

Il Panatino e quella sua straordinaria lente di ingrandimento

Il Panatino e quella sua straordinaria lente di ingrandimento

Pubblico solo oggi, per non perderlo, un piccolo pensiero di quasi 2 anni fa finito per caso nelle bozze e chissà perché mai pubblicato.

Mio figlio sta crescendo molto velocemente. Ormai ci avviciniamo ai 5 anni e vive con molta intensità questo suo ruolo di mediano (secondo anno) all’asilo. La sera a cena a casa nostra assistiamo come da copione alla solita rappresentazione comune a molte famiglie:

Papà: “Cosa hai fatto di bello oggi?”

Panatino: “Niente papà…”

Eppure dopo aver recitato la sua parte, basta attendere qualche secondo in silenzio, si illumina tutto descrivendo (con dovizia di particolari, riportando dialoghi dal vivo ed una gestualità divertente e divertita al tempo stesso) qualche piccolo grande episodio della sua giornata.

Ultimamente il suo aneddoto preferito è relativo alla brocca dell’acqua. Solo i più grandi possono versare l’acqua dalla brocca nel bicchiere, aiutando i bimbi più piccoli. Il Panatino è molto fiero di essere considerato dalla maestra un cameriere provetto (“Salvo qualche gocciolina papà, ma poche poche).

E come se fosse armato di una poderosa lente d’ingrandimento i suoi racconti, lunghissimi, animati, e ricchi di particolari si concentrano su piccoli grandi fatti che improvvisamente e per qualche mezz’ora buona richiedono tutta la mia attenzione.

 

 

 

Lentamente come negli anni 60

Lentamente come negli anni 60

Lentamente come negli anni 60, una vacanza dedicata alla riscoperta di noi, del sole, del mare e soprattutto all’ascolto dei pensieri di un bimbo.

Ultime telefonate, ultimo articolo al Sole24Ore, ultimo aggiornamento alla lista dei To Do di settembre e tra poco finalmente raggiungerò il mare. Ultimi giorni passati a lavorare, studiare, progettare e pianificare gli ultimi mesi di questo anno cosi sfidante.

Ed ora i saluti a tutti voi, finalmente potrò rallentare. Provando a vivere lentamente come negli anni 60, abbandonando per un po’ la tecnologia, i social network ed il cellulare.

Meno cola e più chinotto.

Meno super alcolici e più vino.

Meno iphone e più kindle (quello si, fatemelo salvare).

Più passeggiate, più sole, più gioco.

Scrivendo sempre ma su carta.

Facendo colazione al bar con giornale e cappuccino.

Ascoltando più musica e cantando insieme.

Ma siccome il panatino ed io siamo uomini d’azione ci prepariamo anche ad una estate in cui impareremo a nuotare sfidando le onde, faremo legna per l’inverno ed osserveremo il vecchio della montagna fare il burro ascoltandone i racconti.

Mentre nelle notti di luna piena, avvolti nel tabarro, andremo a caccia di vampiri.

Innamorati del sorriso divertito della mamma. Insieme.

 

 

 

Papà posso dirti una cosa?

Papà posso dirti una cosa?

#Panatino quando ha qualcosa di importante da dire, quando ha fatto qualche nuova scoperta sul mondo richiama la mia attenzione con “papà posso dirti una cosa?“. Una sorta di squillo di trombe, di occhio di bue sul palcoscenico, di “ciak si gira!”.
Poi tace per qualche momento, riordina le idee e proclama la sua tesi con un fare simile a Cesare davanti al Senato di Roma. E come il Senato per Cesare, io sono solo spettatore e non un vero interlocutore.
Perché per lui raccontare è un po’ come per me scrivere, un modo per riordinare le idee e metterle a sistema.
Ed io mi presto volentieri a questo gioco delle parti affascinato dai suoi ragionamenti pronto a prestargli quel vocabolo che gli manca a perfezionare l’eloquio.

La comunicazione è soprattutto rispetto

Un modo di fare che noi, ormai sommersi da mille informazioni e dall’urgenza a nostra volta di fornirle, abbiamo in parte dimenticato.
Trovo molto bello (ovviamente sono di parte):
  • che si preoccupi di comunicarmi l’importanza del suo discorso differenziandolo dalle altre cose che racconta facendolo precedere dal formale “papà posso dirti una cosa?”;
  • il silenzio che precede la sua riflessione, per dare pathos ma contemporaneamente strumentale a riordinare le idee;
  • quel bisogno dell’ascoltatore per comprendere in pieno l’importanza della riflessione. Usando così l’ascoltatore anche per imparare qualcosa di più.

Perché per lui: lui è importante, io sono importante, la sua scoperta è importante.

Lo straordinario mondo dei bimbi

E’ un mondo straordinario quello dei bimbi. Da cui non smetterò mai di imparare.

PS la tigre è uno degli animali preferiti dal Panatino.

 

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A lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento

A lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento

Un week end passato a lezione dal Panatino tra lego e gestione del cambiamento. Ieri è tornato a casa tutto fiero con il mio regalo per la festa del papà. Doveva essere una sorpresa ma non ha resistito ed abbiamo anticipato i festeggiamenti.

Da sempre i regali per me sono giochi con cui giocare insieme e così le feste sono molto attese da entrambi.

Ultimamente abbiamo riscoperto una comune passione per i lego. Lui è ovviamente interessato alle bellissime scatole delle serie più pubblicizzate ( guerre stellari, ninjago, ecc.).

Io invece resto sempre un po’ perplesso da costruzioni così belle e complesse che ti disincentivano dal distruggere e ricostruire che poi è proprio il bello dei lego.

Così, complice il nuovo negozio vicino allo Studio, i regali che ricevo per me sono tutti pezzi di lego Classic ( insomma i classici mattoncini sciolti con cui tutti abbiamo giocato per anni).

All’inizio il panatino era un po’ perplesso ma per me era importante che lasciasse libera la fantasia e soprattutto imparasse a distruggere e ricostruire.

Oggi ci divertiamo molto complice anche un buon numero di soldati e di pirati con cui ingaggiamo battaglie per la conquista del tesoro.

Quello che mi ha più sorpreso in questo percorso per imparare insieme a sviluppare la fantasia sono state le mie reazioni.

Io che l’ho sempre incentivato a cambiare modo di giocare mi sono reso conto di quante resistenze ho provato quando ha scelto pezzi diversi dai mattoncini che scelgo io, quando si è messo a mischiare le armi tra soldati e pirati, quando ha davvero rotto ogni barriera per lasciare libera la fantasia.

Morale della favola, ho imparato che il cambiamento e l’innovazione sono un percorso e se pretendi di sapere già quando parti dove arriverai ti stai in qualche modo limitando. Non c’è vero cambiamento se non ti liberi da schemi e preconcetti. Si possono usare anche pezzi piccoli, si possono anche cambiare le armi e le teste agli omini. L’abbiamo imparato giocando in due.

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Quando i bambini abbattono i muri che noi per paura costruiamo

Quando i bambini abbattono i muri che noi per paura costruiamo

Sono giorni di grande lavoro, spesso sono fuori Milano e torno tardi a casa. Mio figlio di 5 anni sente il bisogno di riappropriarsi del poco tempo passato insieme ed è sempre emozionante assistere al suo bisogno di raccontare e condividere racconti ed emozioni. Hanno da poche ore eletto, tra mille polemiche, Trump nuovo presidente degli Stati Uniti. I bambini abbattono i muri che noi per paura costruiamo

Non lo capiamo ma è nostro amico papà!

Sai papà, da oggi all’asilo ho un nuovo amico! E anche Matteo, Massimo Lucio e Iago hanno come me un nuovo amico!

– Davvero? E come si chiama?

Non lo so papà! Non ci ha detto il nome.

– Ma Tommaso che amico è se non vi dice come si chiama?

Non è che non c’è lo dice, è che parla in cinese e non lo capiamo. Neanche Emilio ( migliore amico del #panatino, italo cinese) lo capisce! Ma è nostro amico papà!

Un sorriso ed una speranza

In questo dialogo c’è tutto il mio mondo liberale, il rispetto, la parità dei punti di partenza e forse qualcosa in più.

Ed anche un bieco reazionario come me può imparare qualcosa dai bimbi e mi scappa un sorriso ed una speranza…  

 

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Piccole riflessioni su un mondo che cambia

Piccole riflessioni su un mondo che cambia

Panatino, lego, Halloween, teatro ed altre riflessioni in ordine sparso

Il fine settimana è il momento in cui pensieri e riflessioni trovano il tempo di decantare. In questi giorni ho avuto diverse cose su cui riflettere, piccole cose sia chiaro, ma che non voglio perdere e come di consueto proverò a fissare qui più per me che per il lettore e di questo me ne scuso. Mi rendo conto che è un post lungo, apparentemente disorganico ma credo che ritroverà unità e chiarezza nelle conclusioni.

Halloween

In Italia tutto è divisione, tutto contribuisce a formare schieramenti. Vedo molti amici criticare una festa americana, imposta, soppiantare le feste cattoliche. Mio figlio potrà giocare a dolcetto scherzetto ma in questo fine settimana è andato a visitare la tomba del nonno per la prima volta accompagnato da mia madre e mio fratello. E come tradizione porterà un fiore al bisnonno ed altri parenti sepolti al Monumentale, ascoltandone la storia e passeggiando in silenzio tra tombe di soldati ed eroi. Ancora forse non comprende tutto ma non vi nascondo la mia commozione che si rinnova ogni volta. Forse basta questo, regalare tempo ed emozioni.

Per noi in famiglia non c’è mai stata l’attesa dei dolci ( salvo un laico pane dei morti preso dal panettiere) o dei regali. È sempre stato un momento di forte legame coi valori familiari, di orgoglio di appartenenza, di ricordi di chi non c’è più e di consapevolezza di una storia di cui facciamo parte. Forse è sempre stata una cosa da uomini, anche nelle confessioni più private che avevano luogo in questi giorni. Momenti di fragilità e di forza preziosissimi nella mia educazione.

Lego, amore e fantasia

Non amo ricevere regali e così quando arriva il momento del compleanno chiedo sempre al panatino , desideroso di stupire il papà, di comprarmi un gioco. Questa volta ho chiesto dei lego ma quelli classici, lo scatolone coi mattoncini. Tutti mi hanno guardato strano ma le attuali scatole dei lego sono troppo complicate e ti costringono a costruire astronavi, ecc armato di potenti istruzioni. Nei miei ricordi di bambino, nonostante la passione per tutta la collezione della base spaziale che ancora conservo, i lego sono sempre stati legati alla fantasia, alla libertà di costruire, smontare e ricostruire. Senza vincoli. Ed è molto più divertente giocare così con panatino.

Troppo spesso oggi rinunciamo alla libertà di sognare per inseguire progetti complicati imposti o auto imposti.

La vanità rischia a volte di compromettere la libertà. E non parlo solo di giochi.

Il rischio inaspettato di un grande successo d’immagine

Sono molto felice per il grande successo teatrale del Cirano di Corrado d’Elia al Teatro Litta. So quanto gli attori abbiano lavorato per questo e vedere il costante aggiungersi di repliche straordinarie è davvero una grande emozione. Quando mi riferisco al “successo inaspettato” non è certo quello dello spettacolo che da anni macina trionfi su trionfi. Ma al successo dell’uso dell’immagine.

Vi suggerisco di vedere questo breve video. Il Teatro è per me una grande ed inaspettata fonte di ispirazione.

a. Disciplina

Un attore/regista che ha il coraggio di rimproverare il pubblico (p minuscola) per rispettare il Pubblico (P maiuscola). Perché come dissi tempo fa “ci vuole disciplina per viver di poesia”. Proprio nella parola disciplina sta il primo insegnamento: più ci discostiamo dalle strade battute, più innoviamo, più ci vuole disciplina, più dobbiamo essere bravi.

b. Immagine

La seconda riflessione è nel ruolo che la “fotografia” ha nel teatro di Corrado. Un ruolo potente, evocativo, quasi cinematografico, tanto da spingere gli spettatori (contro ogni regola e buona educazione) a fotografare gli attori disturbando lo spettacolo. In questo caso sono vittima del loro successo. Del loro esser stati tremendamente bravi nel lavorare sull’immagine (non a caso a teatro prima dello spettacolo è possibile visitare una bellissima mostra fotografica sui 20 anni di rappresentazioni). Bisognerà rifletterci.

c. Concentrazione

La terza riflessione è sulla difficoltà che abbiamo per colpa di internet di mantenere la nostra concentrazione. Il Teatro è agli antipodi e ne sconta il prezzo. Forse però ciò che è un limite può diventare un punto di forza straordinario su cui costruire. Tornando alla fantasia, ai tempi lunghi, al lego classico.

 

Senza polemiche, rimboccandosi le maniche

Nel dramma del terremoto vi propongo questo articolo che mi ha colpito molto per l’atteggiamento propositivo:

“La terra è materia viva, non può stare ferma. Norcia fu distrutta dal terremoto del 1702. La ricostruiremo come fecero i nostri antenati. E poi trovo straordinario che sia rimasta in piedi la facciata, col il suo rosone e le statue di Benedetto e di sua sorella, Santa Scolastica. Dopo questa catastrofe, anche la regola benedettina ritroverà nuovo slancio”.

Morale della favola

Piccole riflessioni su un mondo che cambia ma che mi insegnano a ripartire dai fondamentali: a ripartire dalla regola Benedettina per ricostruire la basilica, a riscoprire i tempi lunghi, la fantasia, la libertà di non seguire le istruzioni. Il coraggio di chiedere rispetto per il proprio lavoro e preservarlo anche dalla propria vanità e dal proprio successo. La consapevolezza di dover tornare a fare le cose difficili.

 

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La consapevolezza di quei perchè.

La consapevolezza di quei perchè.

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

 

La lettura rende un uomo completo,

la conversazione lo rende agile di spirito

la scrittura lo rende esatto.

Sir Francis Bacon

 

Prima settimana di rientro al gran completo. Ormai tutti o quasi sono rientrati dalle vacanze. Ho passato diversi giorni isolato dal mondo, dimenticando i fatti di cronaca, leggendo lentamente qualche libro ed ascoltando tutti i “perché” di mio figlio.

È in quell’età in cui con aria seria e profonda ti si avvicina domandandoti: “Perché?”.

Non importa l’argomento, vuole sapere. Ascolta, ci riflette, poi perde concentrazione e torna a giocare. Dopo qualche tempo rielabora le informazioni, che temevi si fossero rivelate troppo noiose e quindi perdute, e rilancia con un suo nuovo: “Perché?”.

La sua grande forza è non avere posizioni predefinite, non dover difendere certezze granitiche, non dover assumere ruoli.

Vuole solo conoscere, smontare i tuoi punti di vista, sapere perché.

Queste conversazioni sono state un esercizio affascinante. In forte contrasto con le conversazioni mordi e fuggi che troviamo sui social, con l’arroganza, la voglia di dire sempre e comunque la propria opinione anche quando un’opinione non la si ha.

Poi per caso in cerca di un argomento per questo editoriale ritrovo un vecchio articolo di Maurizio Goetz che mi è parso decisamente ricco di spunti.

“La velocità di reazione ai cambiamenti è diventato un elemento di sopravvivenza per le imprese che necessariamente sono costrette:

  • a fare di più con minori risorse (incrementare l’efficienza interna)
  • migliorare la competitività esterna
  • aumentare il tasso dello sviluppo innovativo
  • trovare migliori connessioni con i clienti e con tutti gli stakeholder
  • trovare vantaggi competitivi difendibili per un ragionevole arco temporale
  • focalizzare i loro sforzi su pochi obiettivi, ma ben circoscritti.
  • difendere il patrimonio di conoscenze implicite che rischia di venire dissipato
  • affrontare il problema del ricambio generazionale nel management e gestire le resistenze al cambiamento

Tutte queste cose hanno un elemento in comune: la valorizzazione della conoscenza interna ed esterna all’azienda, altrimenti definita come la Knowledge Governance. “

Ed ora unendo i puntini….. ecco la sfida per il rientro: provare ancora una volta a ripensare tutto, fare pulizia, meno conversazioni ma più profonde, meno vanità e più ascolto.

Forse la conoscenza sta tutto in quel “Perché?” così sfontato di un bimbo di 5 anni, e nel tempo necessario per assimilare le risposte e formulare un nuovo e più consapevole “Perchè?”.

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Quel sottile piacere del “dolce far niente”

Quel sottile piacere del “dolce far niente

Ancora pochi giorni e potrò riscoprire per qualche tempo il sottile piacere del “dolce far niente” ( il corsivo nei vecchi libri tradotti da autori inglesi di fine ‘800 era solitamente accompagnato dalla nota “in italiano nel testo” quasi a voler sottolineare, nel bene e nel male, lo stretto legame con il nostro Paese). Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Come ogni estate, al termine delle fatiche di questi ultimi mesi, mi consolo facendo mia la famosa citazione di Jerome Klapka Jerome “È impossibile godere a fondo l’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare.”

 

Disegnare una favola

Durante questa estate vorrei disegnare una favola.  Ne parliamo ormai da tempo con mio figlio (il Panatino), fantastichiamo sui personaggi, sui colori da usare e finalmente avremo il tempo di disegnare, una pagina a testa, questa fantastica avventura. Un percorso da fare insieme. Lui mi insegnerà a dimenticare le regole ed a lasciare libera la fantasia, io gli spiegherò che i disegni non devono essere per forza perfetti e che i colori possono uscire dai bordi. In fondo quello che conta sarà solo sognare un pò insieme…

 

Lezioni americane di Calvino

Nel mio zaino infilerò le famose “Lezioni americane” di Calvino, molto citate, ne ho letti diversi estratti ma mai nella loro interezza. Ogni lezione prende spunto da un valore che Calvino considerava importante e che considerava alla base della letteratura per il nuovo millennio. L’ordine delle lezioni non è casuale; segue, infatti, una gerarchia decrescente; si comincia dalla caratteristica più importante (la leggerezza) e si procede con la trattazione di quelle meno essenziali.

  1. Leggerezza
  2. Rapidità
  3. Esattezza
  4. Visibilità
  5. Molteplicità
  6. Coerenza (solo progettata)

 

Il piacere dell’ozio per riscoprire la forza della parola.

In particolare riporto un passo citato in alcuni commenti che mi è parso molto bello ed in tema con il mio amato ozio, perché oziare è un’ arte tutt’ altro che semplice:

“…Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia,, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media,nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio. Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio a essere colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini, i pù potenti mass-media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola di immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali,confuse, senza principio nè fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita e a cui cerco d’opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura….”

Per queste vacanze più libri, più pennarelli e meno iphone. Lo prometto.

 

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Soave, le quote rosa e la nostalgia di un mondo che sapeva sognare.

Soave, le quote rosa e la nostalgia di un mondo che sapeva sognare.

Ripropongo una breve riflessione di qualche tempo fa che il lettore più attento ricorderà essere già apparsa sul vecchio blog. Oggi la ripubblico qui dopo aver ricevuto una telefonata di una laureanda che sta facendo una tesi su Casa Panato e sulla mia famiglia. Questa ed altre storie sono raccolte in un piccolo libro che ho scritto per mio figlio “E cosi da uomo a uomo cresciamo in due“.

 

Ieri un sovrapporsi di immagini e ricordi. La mia famiglia è originaria di Soave, piccolo centro medioevale vicino a Verona. Lì tutto gira intorno al vino. Leggo che l’alluvione di questi giorni non l’ha risparmiata, che Zaia ha scelto di allagare i campi per salvare la città dalle acque.

In quei campi da piccolo mi portavano per controllare la vendemmia. Alle preoccupazioni di mia madre che ripeteva il più classico “Non sporcarti” rispondeva una vecchia zia, custode delle tradizioni familiari, con un perentorio “non è sbagliato che si sporchi di terra perchè questa terra è sua.”.

C’era ancora la mezzadria e mia zia, una delle poche donne laureate della sua generazione, viveva ancora in un mondo fermo a cavallo tra l’ottocento ed il novecento.

Per lei non c’era bisogno delle quote rosa. Lei era una Panato e la sua gerarchia personale era più o meno:

  • Dio (che era l’inizio e la fine di tutto ma che ovviamente era poco presente negli affari terreni. unica certezza il suo infinito amore per la nostra famiglia e solo in seconda battuta per il resto del genere umano).
  • Il Re (che qualche onore ci aveva concesso in passato ed in nome del quale nonno Edoardo aveva amministrato Soave ed il tribunale militare delle tre Venezie, amico di quel D’Annunziobellissima la costituzione del carnaro– a cui perdonò in nome dell’Italia l’insubordinazione del Regio Esercito) ormai in esilio.
  • Gli uomini di casa Panato della sua generazione, il padre ed il fratello adorati ma ormai scomparsi
  • LEI (che solo per modestia si considerava quarta nella linea di comando, essendo sostanzialmente assenti i primi tre).
  • gli eredi di casa Panato (in cui io rivestivo in qualche modo un ruolo importante per quanto, giunto all’età di 4 anni senza saper scrivere e tenere una forbita corrispondenza epistolare con lei, avevo in qualche modo deluso le sue speranze nei miei confronti)
  • Parenti che non portano il nostro cognome ma che hanno l’onore di averci come consanguinei
  • il sacerdote che veniva penultimo perchè da noi “libera chiesa in libero Stato”.
  • il resto del mondo civilizzato e no.

Ora quello che ho scritto fa sorridere ma era una donna eccezionale che ha saputo tenere unita la famiglia ed i beni della famiglia superando due guerre mondiali, diventando una delle poche donne laureate della sua generazione ed una delle prime donne presidi di liceo.

Trincerata nei suoi valori borghesi visse l’ascesa del fascismo come affronto al RE, il pericolo comunista come attentato ai suoi valori più intimi, sopportò il comando tedesco che occupò casa Panato e successivamente nascose un ufficiale polacco tra mille rischi e pericoli e di cui si pensa fosse segretamente innamorata.

Affrontò portando il lutto l’avvento della Repubblica, ma in tutto questo difese sempre e comunque la famiglia ed il nome che portava.

 
Per far tutto questo in un mondo prettamente maschilista si trincerò dietro quella scala gerarchica iper conservatrice che nel rispetto della forma le consenti sostanzialmente di regnare indisturbata su tutti noi.
 

Più volte ho ricordato la sua figura in parallelo con la maestra Cristina (stesso nome oltre tutto) dei film di Don Camillo e Peppone. Il video ha un inizio un pò lento, saltate i titoli ma vale la pena rivederlo.

Stesse nostalgie dei tempi civili e stessa fissazione per l’italiano, per l’ortografia, per la bella calligrafia in cui non sono mai riuscito ad eccellere.

Il mondo era un pò quello li, quello di un piccolo paese contadino, un mondo di grandi fazioni che si incontravano a messa (“Dio ti benedica figlio mio anche se sei bolscevico”) e facevano pace al bar…. dove il sacerdote non poteva saperne più di Dio e le donne venivano ubbidite in quanto donne e non per la parità.

 
 

 

E guardando le foto di Soave e delle sue vigne allagate, leggendo le paginate de IlSole24Ore sulla confusa e tentennante riforma Letta sull’IMU, un pò di nostalgia per un mondo che nel bene e nel male sapeva sognare mi viene. 

Mi chiedo se riuscirò a consegnare a mio figlio quella capacità e la possibilità di sognare come altri hanno fatto con me.


PS La Carta del Carnaro: “Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella universalità dei comuni giurati:  la vita è bella e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero nella libertà;  l’uomo intiero colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù, per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.

PS2 corsi e ricorsi:

  • Mia madre è parente (ma questa è un’altra storia) di quell’Eleonora Duse  che di D’Annunzio fu amante e musa
  • Oggi Giordano Bruno Guerri è presidente del Vittoriale, ieri dirigeva l’Indipendente che ha chiuso con  un mio intervento in ultima pagina di saluto ai lettori.