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Superammortamento 250% e Piano Industria 4.0

Superammortamento 250% e Piano Industria 4.0

Appare estremamente interessante il Piano Industria 4.0 presentato in questi giorni a Milano. Confermato pare il superammortamento al 140% ed introduzione dell’iperammortamento fino al 250% sugli investimenti in tecnologie. Si prevede inoltre un credito d’imposta per gli investimenti incrementali sul fronte della ricerca e sviluppo con aliquota raddoppiata (dal 25% al 50%) rispetto all’attuale versione. Tutti questi interventi (se confermati) dovrebbero entrare nella prossima Legge di Bilancio 2017, che il Governo presenterà alle Camere entro il 15 ottobre. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Definizione Industria 4.0

Un processo che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa attraverso l’uso di tecnologie abilitanti quali: big data, open data, Internet of Things, cloud computing, analytics, stampa 3D, ecc.

Le tecnologie obiettivo del piano

  • Robot collaborativi interconnessi e rapidamente programmabili
  • Stampanti in 3D connesse a software di sviluppo digitali
  • Realtà aumentata a supporto dei processi produttivi
  • Simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi
  • Integrazione informazioni lungo la catena del valore dal fornitore al consumatore
  • Comunicazione multidirezionale tra processi produttivi e prodotti
  • Cloud e gestione di elevate quantità di dati su sistemi aperti
  • Sicurezza durante le operazioni in rete e su sistemi aperti
  • Big Data: analisi di un’ ampia base dati per ottimizzare prodotti e servizi

 I benefici attesi 

  • Flessibilità: Maggiore flessibilità attraverso la produzione di piccoli lotti ai costi della grande scala
  • Velocità: Maggiore velocità dal prototipo alla produzione in serie attraverso tecnologie innovative
  • Produttività: Maggiore produttività attraverso minori tempi di set-up, riduzione errori e fermi macchina
  • Qualità: Migliore qualità e minori scarti mediante sensori che monitorano la produzione in tempo reale
  • Competitività: Maggiore competitività del prodotto grazie a maggiori funzionalità derivanti dall’Internet delle cose

Superammortamento

    • Iperammortamento: Incremento aliquota per investimenti I4.0 dall’attuale 140% al 250%
    • Tempistiche: Al fine di garantire la massima attrattività della manovra, estensione dei termini per la consegna del bene al 30/06/18 previo ordine e acconto >20% entro il 31/12/17
    • Superammortamento: Proroga del superammortamento con aliquota al 140% ad eccezione di veicoli ed altri mezzi di trasporto che prevedono una maggiorazione ridotta al 120%

Finanza a supporto di Industria 4.0, VC e startup

  • Detrazioni fiscali fino al 30% per investimenti fino a 1 €M in start-up e PMI innovative
  • Assorbimento da parte di società “sponsor” delle perdite di start-up per i primi 4 anni
  • PIR – Agevolazione fiscale mediante detassazione capital gain su investimenti a medio/lungo termine
  • Programma “acceleratori di impresa”, finanziare la nascita di nuove imprese con focus I4.0 con combinazione di strumenti agevolativi e attori istituzionali (CDP)
  • Fondi di investimento dedicati all’industrializzazione di idee e brevetti ad alto contenuto tecnologico (CDP)
  • Fondi VC dedicati a start-up I4.0 in co-matching (CDP / Invitalia)

Per approfondire

Scarica la presentazione del Piano nazionale Industria 4.0

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Perché continuiamo ad entusiasmarci per le PMI

Perché continuiamo ad entusiasmarci per le PMI

… e perché dovreste tornare a farlo anche voi

Da qualche anno ormai le care vecchie PMI sono un po’ ai margini del dibattito culturale e politico del nostro Paese. I motivi sono vari: sono piccole, spesso in crisi e poi diciamoci la verità, secondo la vulgata imperante, tremendamente meno sexy ed affascinanti delle più giovani ed intriganti startup. Eppure queste sono conclusioni a cui può giungere solo la pigrizia dell’osservatore.

L’articolo che segue è pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Tornare ad entusiasmarsi parlando di PMI

Qualche giorno fa ho tenuto una lezione per la Scuola di Alta Formazione della Fondazione dei Dottori Commercialisti di Milano all’interno di un bel corso per esperti attestatori di piani di risanamento. Al termine ho proseguito il confronto con uno dei relatori ed alcuni partecipanti al più classico aperitivo milanese.

Ci siamo scoperti ad entusiasmarci raccontando le rispettive esperienze con alcune PMI che seppur piccole ed oggetto di profondi piani di risanamento rappresentano delle eccellenze nel loro settore.

Fortemente provate dalla crisi, le PMI hanno saputo trovare la forza di rialzarsi e di tornare a crescere, soprattutto quando presidiano nicchie di eccellenza sul mercato.

“In Italia in base ai dati 2014 forniti da AIDAF si stima che le aziende familiari siano circa 784.000 – pari ad oltre l’85% del totale aziende- e pesino in termini di occupazione circa il 70%. Sotto il profilo dell’incidenza delle aziende familiari, il contesto italiano risulta essere in linea con quello delle principali economie europee quali Francia (80%), Germania (90%), Spagna (83%) e UK (80%), mentre l’elemento differenziante rispetto a questi paesi è rappresentato dal minor ricorso a manager esterni da parte delle famiglie imprenditoriali: il 66%   delle aziende familiari italiane ha tutto il management composto da componenti della famiglia, mentre in Francia questa situazione si riscontra nel 26% delle aziende familiari ed in UK solo nel 10%.”

Le criticità da superare

Alle tipiche difficoltà del sistema Italia si sommano molto spesso alcune criticità che tutti ben conosciamo e che ritroviamo in molti interventi su questo tema:

  • Piccola dimensione;
  • Scarsa attenzione ai margini;
  • Eccessivo ruolo del fondatore che finisce per deresponsabilizzare i pochi manager presenti in azienda;
  • Sistemi di controllo e di analisi del rischio scarsamente strutturati;
  • Scarsa presenza di consulenza di qualità (si, in parte la colpa è anche nostra, poca attenzione all’analisi del mercato, alla strategia, alla valutazione dell’impresa);
  • Scarsa pianificazione del passaggio generazionale.

Tutti problemi in realtà non cosi irrisolvibili soprattutto se confrontati con i risultati del Paese in alcuni settori a livello internazionale.

Il Made in Italy è ancora una carta vincente

Secondo l’International Trade Centre nel 2014 l’Italia ha consolidato la sua posizione nell’indice di competitività del commercio mondiale. Tre sono i settori in cui l’Italia si conferma come il Paese più competitivo (grazie al design e all’alto di gamma):

  • Tessile;
  • Abbigliamento;
  • prodotti in cuoio.

In altri 5 settori il nostro Paese conserva un lusinghiero secondo posto (superati solo dalla Germania):

  • manufatti di base (metalli e prodotti in metallo, ceramiche, ecc.);
  • meccanica non elettronica;
  • apparecchi elettrici;
  • mezzi di trasporto e manufatti diversi (tra cui occhiali, articoli in plastica, gioielleria).

L’Italia conquista inoltre il sesto posto negli alimentari trasformati.

Cambiare la consulenza per cambiare le imprese

Certamente resta sempre più ampio il divario tra imprese ben gestite ed imprese che faticano a trovare una via di uscita dalla crisi. Organizzazione e strategia sono diventate componenti essenziali per il consolidamento e la crescita di qualsiasi azienda che dovrà affrontare un cambiamento radicale nel modo di percepire se stessa e la propria formula imprenditoriale. L’evoluzione del mercato che tende a prediligere gli estremi (low cost o eccellenza) a discapito della produzione di fascia media non può far altro che portare ad accellerare questi processi.

Le soluzioni? Probabilmente sono diverse e devono essere specifiche per ogni impresa, nessuna bacchetta magica. Sicuramente tra le alternative da valutare in alcuni casi c’è l’apertura del capitale a soci esterni o l’assunzione di nuovi manager. Sicuramente la consulenza deve imparare a dedicare meno tempo alle slide e tornare a sporcarsi di più le mani di grasso.

Deve riappropriarsi delle competenze che le sono proprie e fornire all’impresa quella cassetta per gli attrezzi necessaria a competere in mercati in trasformazione:

  • analisi del settore e degli scenari competitivi;
  • sviluppare sistemi di controllo di gestione adeguati (anche non complessi ma che forniscano le informazioni utili per monitorare le chiavi strategiche);
  • capacità di sviluppare strategie in base a scenari differenti;
  • ecc.

Aprire CdA e collegi sindacali a professionisti esperti

Spesso si sottovaluta la più semplice e meno invasiva nomina in CdA o nel Collegio sindacale di professionisti esperti e di fiducia della famiglia. Del resto il ruolo principe dell’Amministratore indipendente e del Sindaco dovrebbe proprio essere il confronto critico sulle strategie di impresa nonostante oggi sia troppo spesso derubricato a controlli formali a basso costo.

L’impresa di famiglia in questo modo evita la tanto temuta perdita di identità ma inizia un percorso per rendersi più autonoma e strutturata rispetto alla famiglia stessa.

Una nota personale

In questi giorni ricordiamo un amico che non c’è più, che incarnava bene la figura del consulente che sa essere palestra di confronto, anche severo, senza impedirti di credere in un progetto ed a cui MySolution|Post deve molto.

Ci sono consulenti che diventano amici, che ti fan sentire meno solo, che sai che stanno lavorando per te e con te e non per vendere un progetto. Persone rare e preziosissime capaci di grandi generosità, di regalare insegnamenti preziosi ma anche di impartire “severe” lezioni.

Perché un buon professionista altro non è che una persona capace di difendere i sogni trasformandoli in progetti.


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Voucher per Internazionalizzazione

Voucher per Internazionalizzazione

Articolo Voucher per Internazionalizzazione pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha definito le modalità operative e i termini per la richiesta e concessione dei “Voucher per l’internazionalizzazione”, finalizzati a sostenere le PMI e le reti di imprese nella loro strategia di accesso e consolidamento nei mercati internazionali

Con decreto del Direttore Generale per le politiche internazionali e la promozione degli scambi del 23 giugno 2015, il Ministero dello Sviluppo Economico ha definito le modalità operative e i termini per la richiesta e concessione dei “Voucher per l’internazionalizzazione”, finalizzati a sostenere le PMI e le reti di imprese nella loro strategia di accesso e consolidamento nei mercati internazionali con 10 milioni di risorse stanziate, ai sensi del DM 15 maggio 2015.

Obiettivo del presente bando è incentivare l’internazionalizzazione delle PMI italiane che troppo spesso non sfruttano appieno le loro potenzialità e l’effetto trainante del “Made in Italy”. La maggior parte delle nostre imprese infatti ragiona ancora in una logica da semplice esportatore trascurando molte delle opportunità offerte da un percorso più consapevole all’ internazionalizzazione.

Il bando intende incoraggiare le PMI che si propongono di guardare ai mercati oltreconfine attraverso una figura specializzata (il cd. Temporary Export Manager o TEM) capace di studiare, progettare e gestire i processi e i programmi sui mercati esteri.

L’impresa che decide di sviluppare il proprio business all’estero necessita di competenze differenziate (dalle linguistiche alle manageriali, dalle fiscali alle legali), che non possono essere sottovalutate o banalizzate. Il Bando, con tutte le ovvie limitazioni di simili iniziative, tende proprio a vincere le resistenze culturali tipiche delle PMI per aiutarle ad aprirsi a contributi manageriali esterni.

Finalità

L’intervento consiste in un contributo a fondo perduto sotto forma di VOUCHER , ovvero un sostegno economico a copertura di servizi erogati per almeno 6 mesi a tutte quelle PMI che intendono guardare ai mercati oltreconfine attraverso una figura specializzata (il cd. Temporary Export Manager o TEM) capace di studiare, progettare e gestire i processi e i programmi sui mercati esteri.

Beneficiari

Micro, piccole e medie imprese (PMI) costituite in forma di società di capitali, anche in forma cooperativa, e le Reti di imprese tra PMI, che abbiano conseguito un fatturato minimo di 500mila euro in almeno uno degli esercizi dell’ultimo triennio. Tale vincolo non sussiste nel caso di Start-up iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese, di cui art. 25 comma 8 L.179/2012).

Caratteristiche dell’intervento

Singoli voucher a fondo perduto di 10mila euro per l’inserimento in azienda di un temporary export manager per almeno sei mesi. Per avere accesso al voucher l’impresa deve intervenire con un cofinanziamento che, per il primo bando è di almeno 3mila euro (il costo complessivo sostenuto dall’impresa per il servizio deve essere, pertanto di almeno 13mila euro).

Elenco delle società fornitrici di servizi

L’azienda deve rivolgersi ad una Società fornitrice dei servizi scegliendola tra quelle inserite nell’ apposito elenco presso il Ministero, che sarà pubblicato entro il giorno 1 settembre 2015.

Tempi di presentazione dell’istanza

Le istanze di accesso finalizzate e firmate digitalmente dovranno essere presentate esclusivamente online  a partire dalle ore 10.00 del 22 settembre 2015 e fino al termine ultimo delle ore 17.00 del 2 ottobre 2015.

Per approfondire

Bando del MISE su Voucher per Internazionalizzazione


 

Gli imprenditori soli, traditi da epica sbagliata

Gli imprenditori soli, traditi da epica sbagliata

Un estratto dell’articolo pubblicato su Econopoly de IlSole24Ore on line

Il suicidio di Egidio Maschio, patron della Maschio Gaspardo, mi spinge ancora una volta ad affrontare un tema che sembrava ormai superato, dimenticato da chi si occupa ogni giorno di scrivere l’epica di questo Paese.

Il termine “epica” deriva dal greco antico πος (epos) che significa “parola”, ed in senso più ampio “racconto”, “narrazione”. Un poema epico è un componimento letterario che narra le gesta, storiche o leggendarie, di un eroe o di un popolo, mediante le quali si conservava e tramandava la memoria e l’identità di una civiltà o di una classe politica (fonte Wikipedia).

È da qualche anno che ci rifletto. Oggi quanto è accaduto mi aiuta meglio a formulare un pensiero che il lettore più attento avrà la voglia di completare e perfezionare.

Il primo suicidio eccellente che ricordo fu quello di Raul Gardini, l’uomo che osò sfidare la politica e la chimica italiana, il giocatore di poker, il grande amante della vela e del Moro di Venezia. Un vincente, un eroe per noi giovani bocconiani, la prima vittima di un racconto sbagliato, della profonda discrasia dell’immagine del sé e di una realtà che da troppo tempo violentata si ribellava violentemente all’epica.

A quei tempi, non avevo ancora vent’anni, non riuscii a comprendere il motivo del gesto, sempre che si possa comprendere pienamente il motivo di un suicidio.

Oggi invece comprendo meglio, non giustifico, ma comprendo quanto meno, se non il gesto, le cause.

Quanti imprenditori improvvisamente non riescono più a capire cosa stia accadendo al mercato e alla propria azienda. Quanti imprenditori abituati ad essere padroni ma anche padri soffrono nel non poter più aiutare i propri dipendenti, nel non poter più svolgere quella vera e propria funzione sociale che spesso l’impresa, la fabbrica ha nei piccoli paesi della provincia italiana che con la fabbrica sono un tutt’uno.

Tormento ben descritto da Francesco Jori sul Mattino di Padova nell’articolo “L’identità nordestina smarrita”:

“Forse lui aveva perso ben altro, la mappa di se stesso, della propria identità, smarrita nel labirinto di un mondo del lavoro così altro rispetto a quello di cui era stato orgoglioso protagonista, in duri ma esaltanti decenni di fatica”.

È l’epica che sta uccidendo questo Paese

Continua a leggere su ECONOPOLY…


NB: Econopoly è il nuovo progetto editoriale de IlSole24Ore che vuole parlare di economia in maniera seria e documentata, come è nello stile de IlSole24Ore, e che vuole fornire un contributo di idee e proposte per il futuro da spiegare, anche e soprattutto, con la forza dei numeri.

Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Riproponiamo un articolo di qualche anno fa ma ancora attuale.

Credo che sia venuto il momento di riflettere sulle cause di questa crisi che sembra essere senza via d’uscita. Purtroppo per anni ci siamo vantati di essere un Paese ad imprenditorialità diffusa. Grandi talenti, gran voglia di lavorare, gran voglia di farcela mettendosi in proprio, questi i vanti delle italiche genti cantate da menestrelli, ISTAT e professori universitari. In parte è vero, il genio italico ha fatto molto, ma se vogliamo dircela tutta molti fattori spingevano verso l’apertura di nuove imprese (non a caso spesso incentivate dal vecchio datore di lavoro):

  • il limite dei 15 dipendenti;
  • il fatto che aprire una partita iva o esser socio di società costasse meno (soprattutto in passato) in termini contributivi rispetto ad esser lavoratore dipendente;
  • ricordiamo poi che imprenditori e partite iva fatturano a prodotto/servizio e non a ore (chi lavora in proprio provi velocemente a fare il conto dei propri straordinari…);
  • la possibilità di evadere il fisco;
  • certamente la voglia di fare e di costruire la propria impresa.

Nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica

Per molti anni ciò che veniva richiesto ad un imprenditore era di saper produrre.  Finanza, mktg, lingue straniere… nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica e delle ore che passavi con i tuoi operai.

Poi improvvisamente l’euro, la Cina, internet e ancora gli arabi, Dubai, l’innovazione.

Ma non era cosi grave, certo le imprese non andavano più come un tempo ma gli immobili volavano, la borsa tirava e la famiglia di certo non si impoveriva. E se in azienda si iniziava ad avere il fiato corto, be nessun problema, un giorno si e l’altro pure le banche chiamavano per offrire soldi a tassi bassi. In fin dei conti aumentano i debiti ma la cassa è sempre piena, la crisi prima o poi passerà e se le banche son le prime a credere nella mia impresa che problema c’è?

Tutto bene signor comandante!

Tutto bene fino alla crisi finanziaria, le banche si svegliano, tirano i cordoni della borsa ed improvvisamente tutto quello che non funziona emerge immediatamente. In pochi anni pretendiamo dal nostro imprenditore che conosca le lingue, che capisca che internazionalizzazione è cosa diversa che esportare, che si confronti con ottimi prodotti provenienti dall’estero a prezzi più bassi, molto piu bassi… Improvvisamente si sommano diversi fattori:

  • le imprese sono vecchie e fuori mercato
  • stretta del credito
  • debiti derivanti da anni di perdite subite senza mai cambiare (tanto c’è la banca)
  • immobili crollano e non si vendono più (neanche le banche li vogliono, eppure li amavano tanto…)
  • lo Stato ha fame.

E si, lo Stato ha fame.

Perchè se non fai utili, non paghi le tasse, e lo Stato ha fame, sempre più fame. Ora che immobili e borsa non rendono più come prima (anche se la borsa continua ad illudersi e ad illuderci) ci tocca lavorare per vivere e scopriamo che non ci sono infrastrutture, che manca la banda, che i treni sono lenti, che il sud è irraggiungibile, che Trieste patria delle Generali è irraggiungibile!

Troppi discorsi da bar sul made in Italy

Ed in Italia si smette di comprare o comunque si è più attenti, troppi discorsi da bar sul made in Italy, che se non si trasforma in qualità percepita non serve a nulla, freghi solo i russi e temo ancora per poco. E nessuno prova a riflettere su cosa sia davvero il made in Italy, che non è solo produrre in Italia a prezzo doppio. Il caro non sempre è lusso. E se non si trasforma in margini poi …

Per placar gli animi per fortuna che ci son le startup

Che poi in molti casi non sono altro che le vecchie partite iva. E’ un fenomeno importante ma che va depurato da illusioni, interessi particolari di sponsor e consulenti, ecc. Hanno tutti criticato Briatore per il suo intervento in Bocconi ma nessuno ha sottolineato una grande verità che è stata detta.

Una impresa deve far utili.

E a dirlo non è solo Briatore. Ricordo, ancora studiavo, una domanda fatta a Henry Kissinger ad un convegno sempre in Bocconi. Ai tempi andava molto di moda il tema della responsabilità sociale dell’impresa.  Lui rispose molto secco: il primo dovere di una impresa è quello di far utili, pagare gli stipendi ai dipendenti e remunerare gli azionisti.  Ma non voglio chiudere queste riflessioni senza una nota di ottimismo, proviamo a capir le cause, smettiamo di combattere finti problemi, questo Paese ha energie e risorse per risollevarsi, la cultura imprenditoriale sta crescendo molto (merito anche del fenomeno startup e dei mille convegni), alto artigianato, turismo, eccellenze industriali sono ciò che dobbiamo valorizzare per ripartire. E poi le università, si sono finalmente aperte alle imprese, molto devono ancora fare per aiutarci a far sistema e diffondere innovazione ma questa apertura è una risorsa straordinaria che va incoraggiata, sviluppata. Incontro tutti i giorni imprenditori che stan crescendo, che sopportano mille fatiche, che han dovuto ribaltare completamente la loro impresa ma che stan crescendo. Io continuo ad aver fiducia ma il primo passo per risolvere un problema è conoscerne le cause e su questo il dibattito è ancora molto latente.

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Aspettando il ritorno del Re

Un Paese che si destreggia tra la timidezza del Ministro e l’abuso dei comunicati stampa.

Articolo pubblicato in estratto sul mensile Strade

L’invocazione al ritorno del Re nel nostro caso, nonostante le più che legittime nostalgie visto il livello di questa Repubblica, in realtà non è altro che l’auspicio del ritorno della Politica a svolgere un ruolo di guida nel Paese.

In Italia assistiamo da una parte ad una ingerenza abnorme dello Stato nella vita dei cittadini, dall’altra paradossalmente ad una drammatica perdita di ruolo della classe politica.

Dopo aver passato anni ad invocare l’arrivo dei tecnici abbiamo evidentemente convinto l’alta burocrazia di questo Paese di poter svolgere un ruolo che in una moderna democrazia liberale non dovrebbe né potrebbe spettarle mai.

Assistiamo impotenti agli effetti devastanti di un equivoco a cui purtroppo rischiamo di assuefarci.

La burocrazia è la tassa più odiosa

Qualche giorno fa, in una intervista rilasciata a IlSole24ore, Mark Weinberger, global chairman e ceo di Ernst Young dichiara:

“Qual è la peggiore tassa che grava sulle imprese estere che vogliono investire e fare business in Italia? La burocrazia. I tempi lunghi della burocrazia. Le stratificazioni della burocrazia. Gli imprenditori mirano a fare affari, non vogliono passare il tempo a sbrogliare pratiche.”

 

Alluvione: sanzioni si, sanzioni no, sanzioni forse…

Negli stessi giorni viene pubblicato il seguente comunicato stampa da parte dell’Agenzia delle Entrate a parziale rettifica del precedente Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze:

 

Alluvione: no sanzioni a sostituti d’imposta se impossibilitati a versare le ritenute nei tempi dovuti

L’Agenzia delle Entrate potrà decidere di non applicare sanzioni nei confronti dei sostituti di imposta che operano nelle zone colpite dall’alluvione verificatasi tra il 10 e il 14 ottobre 2014 e che hanno versato in ritardo le ritenute. Il decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 20 ottobre 2014, come è noto, ha previsto la sospensione dei termini dei versamenti e degli adempimenti tributari nelle zone colpite dall’alluvione dello scorso mese che ha interessato i territori delle Regioni Liguria, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia, escludendo dalla suddetta sospensione le ritenute che devono essere operate e versate dai sostituti d’imposta. In caso di impossibilità dei sostituti ad effettuare i versamenti delle ritenute alla scadenza prevista per il mese di ottobre, a causa dei disagi procurati dal maltempo a stretto ridosso della medesima scadenza, l’Agenzia delle Entrate valuterà la possibilità di non applicare le sanzioni ai sostituti suddetti, in applicazione di quanto previsto dall’art. 6, comma 5, del decreto legislativo n. 472 del 1997. Tale norma dispone la non punibilità delle violazioni tributarie se esse sono state commesse per forza maggiore.

In sintesi, pur con un intervento a favore del contribuente, l’Agenzia corregge la posizione ufficiale del Ministero e si riserva di non applicare sanzioni. Creando nel cittadino quanto meno una gran confusione a livello di gerarchia delle fonti del diritto. Tutto questo mediante l’utilizzo del nobile strumento del comunicato stampa.

Il regime dei controlli nelle Srl: le inspiegabili timidezze del Ministro

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, sempre in questi giorni, in riposta a una interrogazione del deputato Giulio Cesare Sottanelli in merito alla portata applicativa dell’articolo 2477 del Codice civile così come modificato dall’articolo 35, comma 2, Dl 5/2012 (legge 35/2012) ha recentemente dichiarato che

“l’interpretazione delle norme non rientra nelle attribuzioni del ministro della Giustizia che è titolare di meri poteri di vigilanza sull’esercizio della professione notarile che non si estendono al sindacato inerente l’applicazione e l’interpretazione delle norme di legge”

Forse è opportuno fornire qualche spiegazione ai meno addetti ai lavori.

La riforma del sistema dei controlli nelle società di capitali appare oggi mal coordinata ed ha dato origine a due diverse linee interpretative entrambe supportate da autorevole dottrina e giurisprudenza.

In sintesi il controllo sulle srl dovrebbe essere sia di legalità sulla gestione sia contabile, secondo una delle due interpretazioni sarebbe possibile limitarlo, attraverso la nomina del solo revisore, a quello contabile. Sposando questa tesi la norma consentirebbe la sostanziale elusione del controllo di gestione delle Srl.

Il lettore può ben comprendere l’importanza di un chiarimento in merito, chiarimento che non comporta per lo Stato alcun effetto sulle entrate fiscali. Certo un intervento potrebbe andar ad infastidire la lobby confindustriale e quella dei professionisti (commercialisti ed avvocati in primis).

Detto questo (e dichiarato il mio conflitto di interesse rientrando nella categoria dei commercialisti) ricordo anche che Ministri e Ministeri fin troppo frequentemente utilizzano lo strumento del Decreto e che spesso ci troviamo ad utilizzare norme che non sono altro che interpretazioni autentiche di norme precedenti.

Senza volermi addentrare in tecnicismi che non mi appartengono, da un Ministro mi sarei aspettato una dichiarazione più o meno di questo tenore:

  1. Comprendo la gravità e l’incertezza della situazione;
  2. Le imprese hanno bisogno di operare in un sistema semplice e chiaro;
  3. Il Ministero ed il Governo (finanche Casa Savoia se occorresse ) si faranno carico nel prossimo futuro di predisporre un provvedimento, nella forma e con gli strumenti legislativi ritenuti più opportuni, atto a chiarire quanto richiesto.

 

Nulla di tutto questo è stato fatto, anzi secondo quanto riportato in un articolo sempre de IlSole24Ore il Ministro avrebbe ribadito che:

«l’avallo dell’una o dell’altra (tesi) non è compito che rientra nelle attribuzioni del ministro della Giustizia» che non può fare «interpretazione delle norme di legge» .

Ora in queste condizioni voi capite bene che se una legge non è chiara non resterà che attendere il giudizio della Magistratura (per ora equamente divisa a sostegno delle due tesi contrapposte) o la prassi dei Registri delle Imprese chiamati, in sede di iscrizione, a pronunciarsi sulla validità delle delibere societarie.

Inutile dire che il ritorno ad una corretta distinzione e definizione dei ruoli e dei poteri è quanto mai urgente per le imprese, per gli investitori e per i cittadini.

Il ruolo di supplenza svolto dall’alta burocrazia e dalla magistratura, più volte denunciato da numerosi opinionisti, difficilmente giungerà a soluzione se continuamo a destreggiarci tra comunicati stampa e la timidezza dei Ministri.

Servono ingegneri non comunicatori

Serve un sistema che supporti gli investimenti e l’innovazione

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

In Italia, come troppo spesso accade, invece di rimboccarci le maniche e provare a costruire il futuro cerchiamo le più intriganti scorciatoie cosi ricche di soddisfazioni nel breve periodo ed altrettanto aride nel lungo. Si indica la comunicazione on line come futuro per le nostre PMI dimenticando che in un mercato maturo serve innovazione di prodotto e di processo.

Rubo ad un recente tweet di Edoardo Natuzzi, imprenditore ed opinionista su diversi quotidiani, il titolo a questo post. In Italia, come troppo spesso accade, invece di rimboccarci le maniche e provare a costruire il futuro cerchiamo le più intriganti scorciatoie cosi ricche di soddisfazioni nel breve periodo ed altrettanto aride nel lungo.

Assistiamo ad una ampia campagna stampa, supportata dalla comunicazione governativa, che si concentra su incubatori, startup, comunicazione on line.

Troppo spesso ci sentiamo dire che il nuovo mercato delle nostre PMI deve essere il mondo e che il mondo si raggiunge con Internet, con l’e-commerce, con social media.

Purtroppo ci si dimentica che oltre a questo innovazione ed internet stessa ormai devono avere alla base attività di ricerca, di sviluppo di nuovi processi organizzativi, innovazioni produttive e competenze economiche non banali.

In sintesi ci stiamo comportando come se il mercato fosse ancora in fase pionieristica sottovalutando che le principali aziende sul mercato hanno smesso di frequentare i garage da parecchio tempo.

Google ed Apple studiano e lavorano su progetti in ambito biomedicale. Perché ai nostri ragazzi non lo spieghiamo? Non è più esser su facebook il futuro, non lo è più da tempo.

Riporto da Wikipedia una definizione pomposa e forse fin troppo ambiziosa:

L’ingegnere è un professionista qualificato in ingegneria, ossia quella vasta disciplina che sfrutta le conoscenze matematiche, fisiche e chimiche per applicarle alla tecnica utilizzata in tutti gli stadi di progettazione, realizzazione e gestione di dispositivi, macchine, strutture, sistemi e impianti finalizzati allo sviluppo del genere umano e della società.

In sintesi: si cresce se si studia, se si fa fatica, se si investe.

Se confrontiamo i dati Unioncamere con la Ricerca Pmi Zurich 2014 presentata nelle scorse settimane scopriamo che le nostre piccole e piccolissime imprese, pur mediamente più ricche di quelle degli altri Paesi investono poco su nuove strategie per espandersi e crescere, applicando soprattutto strategie difensive e conservative.

  • solo il 22,5% del campione italiano vede tra le principali opportunità di questa fase la ricerca e la conquista di «nuovi segmenti di clientela.
  • l’attenzione maggiore è nel mettere a punto strategie di tagli di costi. Considerando che la crisi dura ormai da anni temo che ci sia rimasto davvero poco da tagliare.

La ricerca evidenzia inoltre che le PMI italiano sono sotto la media europea in:

  • «diversificazione di prodotti e servizi (14% noi, contro la media Ue di 18,5%),
  • «nuovi canali commerciali»,come il Web (13% a 18%);
  • adozione di «nuove tecnologie» (10% a 13%);
  • «espansione in mercati esteri» (10,5% a 12,1%).

Dalla ricerca emerge inoltre che nessun Paese europeo ha una quota di Pmi online minore della nostra.

Siamo però sicuri che il problema sia solo avere un sito? Siamo sicuri che non sia necessario avere strutture di ricerca (università, ecc..) maggiormente meritocratiche? Siamo sicuri che, rimprendendo il tweet di Edoardo Natuzzi, non servano più ingegneri? Siamo sicuri che internet sia solo uno strumento, potentissimo sia chiaro, ma che dietro ad un sito non sia tutta l’organizzazione aziendale a dover cambiare?

Perché un sito in realtà non è altro che un business plan. I nostri artigiani vendono on line solo se hanno prodotti di qualità da offrire. Perché il Made in Italy deve tornare ad essere qualcosa di più di un prodotto costoso prodotto in Italia.

Questo Paese, complici pesanti conflitti di interessi, rischia di essere troppo indulgente con se stesso ed ingannare i propri ragazzi che devono invece rappresentare una risorsa importante su cui investire.

Ogni iniziativa utile ad aprire nuovi orizzonti ad imprese e professionisti è bene accetta ma prima definiamo bene gli obiettivi. Se sbagliamo quelli sbagliamo tutto.

Startup, un corso gratuito dall’Università di Stanford

Startup, un corso gratuito dall’Università di Stanford

L’Università di Stanford, in collaborazione con Y-Combinator, ha lanciato quest’anno un corso dal titolo “How to Start a Startup”. Un mix di lezioni dal vivo, letture da fare a casa e discussioni online per chiunque voglia avviare una startup o l’ha già fatto. 

Il tema Startup è di gran moda ma spesso ci si dimentica che le logiche e i processi tipici delle startup si stanno dimostrando efficaci ad accelerare lo sviluppo di realtà aziendali già esistenti, attraverso l’introduzione di tecnologie disruptive, con l’introduzione di modelli di business che guardano a nuovi mercati o di nuovi prodotti che cambiano profondamente il posizionamento dell’ impresa stessa.

Il corso che vi segnaliamo può essere quindi di interesse sia per il neo imprenditore, sia per chi sta ridisegnando la propria impresa a seguito di un passaggio generazionale o per riposizionarsi sul mercato.

L’ Università di Stanford offre gratuitamente un corso on line la cui particolarità è che le lezioni sono tenute da imprenditori di successo. 

Il corso ha un sito ufficiale nel quale è possibile vedere l’elenco delle lezioni e i topic coperti. Io però vi consiglio di affiancargli il sito non ufficiale che forse è organizzato un po’ meglio.

Per le discussioni e l’invio dei propri progetti è stato creato sia un gruppo facebook che un canale reddit ad-hoc.

Per approfondire: Dall’università di Stanford un corso per lanciare una startup

 

 

Le PMI e la Crisi: chi sopravvive alla crisi cresce del 26% ma crolla l’occupazione

Le PMI e la Crisi

Osservatorio Bocconi sulla competitività delle PMI, chi sopravvive alla crisi cresce del 26% ma crolla l’occupazione

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Centoventi miliardi di euro di fatturato e 405.317 posti di lavoro persi, 8.841 imprese scomparse. È questo il costo della crisi secondo la prima rilevazione dell’Osservatorio sulla competitività delle pmi della Sda Bocconi. L’Osservatorio analizza le imprese italiane con fatturato compreso tra 5 e 50 milioni di euro ed evidenzia che delle 55.709 imprese del campione attive all’inizio del 2007, il 15,9% (8.841) ha cessato di esistere entro il 2013. Queste aziende, pur costituendo solo il 6,1% delle imprese italiane, producono il 39% del Pil e occupano 2.291.000 persone. Oltre all’interesse per l’ottimo lavoro ho trovato particolarmente degna di nota l’osservazione del Prof. Visconti che oltre a essere condivisibile è facilmente riscontrabile nella pratica quotidiana. Sempre più ampio il divario tra imprese ben gestite e le pmi che faticano a trovare una via di uscita dalla crisi. “La sensazione è che le pmi stiano proteggendo l’equilibrio finanziario congelando gli investimenti e quindi minando la competitività prospettica. Vi sono poi delle evidenze sulla polarizzazione delle performance delle imprese. Al di là dei processi selettivi che hanno portato alla chiusura di molte imprese, è fuori di dubbio che in molti settori di attività economica la distanza tra le pmi ben gestite e le pmi mal gestite va ampliandosi e sta diventando incolmabile.” (Federico Visconti, Director Executive Education Custom Programs – Corporate Division) Si riportano quindi i dati dell’Osservatorio così come riassunti dal periodico dell’Università Bocconi.

I SOPRAVVISSUTI CORRONO!

I dati dell’Osservatorio mostrano che le imprese sopravvissute registrano tassi di crescita interessanti: +26% tra il 2007 e la fine del 2012, ovvero l’equivalente di una crescita media del 4,8% l’anno, e una crisi accentuata nel 2009 (-5,3%) e un 2012 debole, caratterizzato da una crescita media dell’1,6% e da una metà della popolazione con crescita negativa.  

SEGNI CRESCENTI DI TENSIONE FINANZIARIA

L’analisi del rapporto tra posizione finanziaria netta ed ebitda mostra che le imprese con un’ottima capacità di ripagare il debito (rapporto inferiore a 1,5) sono passate dal 26,7% al 21,3%, mentre quelle in chiara difficoltà finanziaria (rapporto superiore a 7,5) sono cresciute dal 17,1% al 26,3%. Il periodo di pay-back del debito si è allungato di circa un anno e mezzo e dopo una riduzione del rapporto debiti/patrimonio netto di mezzo punto (da 2,9 a 2,5) tra il 2007 e il 2008, l’indicatore non si è più mosso in modo significativo, rimanendo pericolosamente alto.

CALANO GLI INVESTIMENTI

Nel 2012 le pmi hanno ridotto in maniera significativa gli investimenti, nel tentativo di ridurre il debito bancario. L’incidenza degli oneri finanziari, in compenso, è progressivamente diminuita beneficiando della riduzione dei tassi d’interesse.

LA FORZA LA TROVANO IN FAMIGLIA

Nel quadro di una redditività complessivamente buona (Roi medio del 7,6% l’anno nel periodo), le pmi che hanno saputo reggere meglio alla crisi sono quelle con una struttura proprietaria più concentrata, mentre le imprese di dimensioni più ridotte (tra i 5 e i 10 milioni di euro di fatturato) si sono dimostrate più redditizie, ma tradiscono una struttura patrimoniale da rafforzare. Si conferma quindi una delle principali caratteristiche delle pmi, la flessibilità e la capacità di reagire ai cambiamenti.

I CAMPIONI VINCONO PER STORIA E DIMENSIONI

La ricerca individua, infine, 1.165 pmi di successo (il 2,5% della popolazione) che hanno registrato un tasso di crescita positivo e un Roi sempre superiore alla media nel periodo 2007-2012. Tali imprese sono localizzate soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria, hanno dimensioni superiori alla media e una storia più lunga alle spalle. I settori più rappresentati tra le pmi di successo sono il commercio all’ingrosso e il manifatturiero (meccanica, alimentari e bevande e chimico-farmaceutico in testa). Il loro tasso di crescita medio nel periodo è stato pari al 12,4% (circa due volte e mezzo quello degli altri) e la redditività operativa sempre doppia rispetto al resto delle pmi. I settori maggiormente orientati all’export consentono quindi migliori performance in un Paese con domanda interna in costante flessione.   Per approfondire: Le PMI in Italia: tutti i numeri della crisi

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