Articoli

PMI e Startup tra ambizioni, fraintendimenti e crisi di identità.

PMI e Startup tra ambizioni, fraintendimenti e crisi di identità.

In Italia giochiamo ad auto ingannarci tra buonismo e tentativi consolatori.
Abbiamo il più alto numero di micro imprese tra i Paesi d’ Europa e ci siamo completamente dimenticati di loro e delle loro esigenze facendo finta che siano tutte startup.

Contemporaneamente, crogiolandoci sul numero delle nuove startup, trattiamo queste ultime come PMI creando solo confusione, fornendo dati e statistiche sbagliate, ingannando il Paese.

Secondo una ricerca di Startup Europe Partnership le startup italiane non crescono. Sono solo 135 quelle che da startup sono passate alla fase di scaleup, sono riuscite a crescere velocemente scalando il loro mercato (si veda il grafico qui sotto). Rociola in sintesi ricorda quello che tutti sanno: le startup italiane non si comportano da startup innovative semplicemente perché in gran parte sono micro imprese nonostante rispondano ai requisiti laschi della normativa.

Per approfondire su ilSole24Ore

Leggi l’intero articolo su ilSole24Ore: La Francia studia da startup nation mentre in Italia le imprese sono in crisi di identità

L’economia della cultura è una straordinaria palestra per la gestione dell’impresa che cambia.

L’economia della cultura è una straordinaria palestra per la gestione dell’impresa che cambia.

In questi ultimi giorni mi sono trovato a riflettere sull’esperienza accumulata in quella che i più chiamano economia della cultura.

Da anni seguo per motivi professionali il mercato dell’editoria in cui sono stato e sono coinvolto a diversi livelli e più recentemente nel mondo del Teatro (come chi ha la pazienza di seguirmi sui principali social ben sa).

Un mondo in cui sono entrato con un certo scetticismo.

Nonostante la cultura per definizione aiuti ad aprire la mente per una serie di vecchi retaggi anche politici ed ideologici è in realtà un mondo molto chiuso ed autoreferenziale.

Detto questo lo affronto portandomi dietro (con tutti i limiti e le distorsioni del caso, sia chiaro) l’ottica del commercialista affascinato dal progetto e di chi fa impresa.

E devo ammettere di aver sottovalutato l’effetto dirompente dell’esperienza maturata in questi anni.

L’economia della cultura è una straordinaria palestra per la gestione dell’impresa che cambia.

Editoria e Teatro ti costringono:

  • a ragionare con risorse scarse;
  • ad essere flessile lavorando in settori in perenne crisi;
  • a cercare di valorizzare le competenze con nuovi prodotti/servizi perché la sola gestione ordinaria del core business non ti consente la sostenibilità del progetto;
  • a investire in piccole “scialuppe” (non oso definirle startup) per tentare nuovi approcci, nuovi business model, spesso con l’obiettivo di ridevinire l’organizzazione e intaccare centri di potere che ingessano la struttura impedendole di cambiare.

Uno straordinario modello di business

Solo oggi mi rendo conto di che straordinario modello di business possa diventare anche per imprese di altri settori. Per le imprese di servizi, per le imprese e le professioni basate sulla valorizzazione della conoscenza certamente.

Fare impresa oggi è una grande sfida. Si è sempre pensato che l’impresa dovesse, finanziando, aiutare la cultura (vero). Oggi forse è il momento di prendere consapevolezza che la cultura può diventare un grimaldello per rinnovare l’impresa.

Castiglioni aveva già capito tutto

Rubando le parole all’architetto Achille Castiglioni (che aveva già capito tutto):

“Se non siete curiosi, lasciate perdere. Se non vi interessano gli altri, ciò che fanno e come agiscono, allora quello del designer non è un mestiere per voi. Non pensate di diventare gli inventori del mondo. Non è così, e non deve esserlo. Cominciate ad allenarvi alla autoironia e l’autocritica. Liberatevi dall’ossessione di volere, ad ogni costo, tutto inquadrare, tutto catalogare, tutto giudicare con il metro della tendenza è del tipo o, peggio, del premio ed è successo. Un buon progetto nasce non dall’ambizione di lasciare un segno, ma dalla volontà di instaurare uno scambio, anche piccolo con l’ignoto personaggio che userà l’oggetto da voi progettato.”

Studio Panato #perilteatro

Il questo contesto si inserisce il progetto “Studio Panato #perilteatro”, per questo proviamo su queste pagine a lanciare un sasso sperando che qualcuno più peparato di noi possa aiutarci ad alimentare il confronto e la discussione. Perché la cultura non deve elemosinare una sponsorizzazione ma pretendere di venir retribuita per il servizio che offre. Imparando però ad aprirsi alla società, uscendo dai circoli per iniziati e soprattutto facendo cultura veramente. Cosa che non è cosi scontata ed è forse la parte più sfidante di tutta la faccenda.

Per seguire un percorso

Questo ed altri miei articoli li trovate pubblicati su Econopoly del Sole24Ore (Numeri, idee e progetti per il futuro).

Per restare aggiornati potete iscrivervi alla nostra newsletter o seguirci sui nostri social network (li trovate il alto a sinistra sopra il logo del nostro Studio).

Superammortamento 250% e Piano Industria 4.0

Superammortamento 250% e Piano Industria 4.0

Appare estremamente interessante il Piano Industria 4.0 presentato in questi giorni a Milano. Confermato pare il superammortamento al 140% ed introduzione dell’iperammortamento fino al 250% sugli investimenti in tecnologie. Si prevede inoltre un credito d’imposta per gli investimenti incrementali sul fronte della ricerca e sviluppo con aliquota raddoppiata (dal 25% al 50%) rispetto all’attuale versione. Tutti questi interventi (se confermati) dovrebbero entrare nella prossima Legge di Bilancio 2017, che il Governo presenterà alle Camere entro il 15 ottobre. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Definizione Industria 4.0

Un processo che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa attraverso l’uso di tecnologie abilitanti quali: big data, open data, Internet of Things, cloud computing, analytics, stampa 3D, ecc.

Le tecnologie obiettivo del piano

  • Robot collaborativi interconnessi e rapidamente programmabili
  • Stampanti in 3D connesse a software di sviluppo digitali
  • Realtà aumentata a supporto dei processi produttivi
  • Simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi
  • Integrazione informazioni lungo la catena del valore dal fornitore al consumatore
  • Comunicazione multidirezionale tra processi produttivi e prodotti
  • Cloud e gestione di elevate quantità di dati su sistemi aperti
  • Sicurezza durante le operazioni in rete e su sistemi aperti
  • Big Data: analisi di un’ ampia base dati per ottimizzare prodotti e servizi

 I benefici attesi 

  • Flessibilità: Maggiore flessibilità attraverso la produzione di piccoli lotti ai costi della grande scala
  • Velocità: Maggiore velocità dal prototipo alla produzione in serie attraverso tecnologie innovative
  • Produttività: Maggiore produttività attraverso minori tempi di set-up, riduzione errori e fermi macchina
  • Qualità: Migliore qualità e minori scarti mediante sensori che monitorano la produzione in tempo reale
  • Competitività: Maggiore competitività del prodotto grazie a maggiori funzionalità derivanti dall’Internet delle cose

Superammortamento

    • Iperammortamento: Incremento aliquota per investimenti I4.0 dall’attuale 140% al 250%
    • Tempistiche: Al fine di garantire la massima attrattività della manovra, estensione dei termini per la consegna del bene al 30/06/18 previo ordine e acconto >20% entro il 31/12/17
    • Superammortamento: Proroga del superammortamento con aliquota al 140% ad eccezione di veicoli ed altri mezzi di trasporto che prevedono una maggiorazione ridotta al 120%

Finanza a supporto di Industria 4.0, VC e startup

  • Detrazioni fiscali fino al 30% per investimenti fino a 1 €M in start-up e PMI innovative
  • Assorbimento da parte di società “sponsor” delle perdite di start-up per i primi 4 anni
  • PIR – Agevolazione fiscale mediante detassazione capital gain su investimenti a medio/lungo termine
  • Programma “acceleratori di impresa”, finanziare la nascita di nuove imprese con focus I4.0 con combinazione di strumenti agevolativi e attori istituzionali (CDP)
  • Fondi di investimento dedicati all’industrializzazione di idee e brevetti ad alto contenuto tecnologico (CDP)
  • Fondi VC dedicati a start-up I4.0 in co-matching (CDP / Invitalia)

Per approfondire

Scarica la presentazione del Piano nazionale Industria 4.0

Iscriviti alla nostra Newsletter

IQUII: Non siamo una startup, siamo una società di consulenza

IQUII: Non siamo una startup, siamo una società di consulenza

 

“C’è una cosa che contraddistingue le persone (e le cose) davvero serie:

non prendere troppo sul serio sé stessi, ma solo gli altri e ciò che va fatto”.

Douglas Adams

 

Qualche giorno ho letto un interessante comunicato stampa, seguito da diverse interviste. Un amico ha ceduto parte delle quote della sua impresa entrando così a far parte di un gruppo multinazionale. Una bella azienda ed una bella operazione. Molti si sono giustamente soffermati sulla decisione imprenditoriale di aprire il capitale a terzi perdendo la maggioranza. Scelta cruciale e faticosa. Maggiori approfondimenti sul tema le troverete nelle interviste che cito più avanti in questo articolo ma la mia curiosità si è concentrata su un altro aspetto che spesso è sottovalutato ma che credo meriti maggiore attenzione. Articolo pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

La notizia

IQUII, Digital Company creata da Fabio e Mirko Lalli nel 2011, è entrata a far parte del gruppo Be Think, Solve, Execute S.p.A. (“Be” in breve), principale multinazionale di consulenza in Europa nel settore finanziario, che ne ha acquisito il 51%.

Obiettivo crescita sostenibile

“Il team è cresciuto da 2 persone a 17 in 5 anni. La crescita è stata anno su anno piuttosto lineare e solida dal punto di vista del fatturato e della marginalità. Crescere, senza esagerare ma per rendere il modello sostenibile: questo è stato il nostro motto per anni”, spiega Fabio Lalli.

Più che una startup, una società di consulenza, quasi una boutique.

Noi siamo una società di consulenza, una boutique quasi, come la definiscono i miei ragazzi e dopo 5 anni di crescita e validazione di un modello di sviluppo che abbiamo creato, abbiamo sentito l’esigenza di consolidare e crescere più velocemente per mettere alla prova IQUII su una scala più grande.”

 

Una possibilità di crescita per il team

“È un passaggio importante per noi e siamo convinti – commenta Fabio Lalli, CEO di IQUII – che l’ingresso di IQUII nel gruppo Be sia l’inizio di una seconda fase di crescita che ci consentirà di poter consolidare e sviluppare ulteriormente il modello realizzato fino ad oggi. La complementarietà della nostra competenza con quella di Be e con il suo piano di sviluppo ci ha subito sintonizzati su una comune visione di mercato e di valori. Il nostro team crescerà in numero e competenza puntando ancora di più ad un modello di consulenza digitale sempre più efficace e innovativo per i clienti”.

Ridotta presenza on line

“La mia presenza si è ridotta per più motivi: il primo è professionale e riguarda la focalizzazione. Se vuoi far correre qualcosa, devi spingerla come si deve e per farlo devi esser concentrato e con le forze al 100%. Quando è nata IQUII ho deciso di tagliare via le cose che non erano funzionali alla crescita della mia azienda. Di conseguenza (e qui il secondo motivo) se vuoi equilibrare il tempo da dedicare ad impresa e famiglia, a qualcosa devi rinunciare. Per cui meno eventi (se non quelli realmente utili), meno momenti di perdita di tempo e discussioni futili in rete e soprattutto meno obiettivi ma meglio focalizzati e misurabili”.

 

Mentalità organizzativa ed attenzione ai dettagli per fare la differenza e diventare più appetibili.

Fabio è un amico e dopo aver letto il comunicato stampa e l’intervista su StartupItalia (da cui ho attinto in più punti) l’ho contattato e si è subito prestato ad un veloce confronto telefonico. Da tempo sono convinto che per crescere e per definire alleanze (la crescita dimensionale è ormai un obiettivo fondamentale) sia necessario risultare “compatibili” e di conseguenza più “appetibili”. È una cosa che ho notato di recente collaborando con diversi studi di avvocati d’affari che in un paio di casi mi hanno dato la forte sensazione di lavorare per diventare facilmente assimilabili con realtà di maggiori dimensioni e quindi più interessanti sul mercato per eventuali fusioni tra studi. Operazione ovviamente non in conflitto, tutt’altro, con la ricerca di offrire il miglior servizio al cliente. Mi interessava quindi approfondire la cosa e validare questa intuizione con il diretto interessato.

DOMANDA Quanto è contato avere avuto un passato da consulente nell’aver creato Iquii come struttura facilmente assimilabile da una multinazionale? Credo che sempre di più l’appetibilità di una PMI derivi non solo dalla forza sul mercato ma anche da avere una struttura, una organizzazioni che sia capace in qualche modo di dialogare facilmente con una multinazionale (approccio, procedure, ecc.).

RISPOSTA (sintesi mia sicuramente imprecisa ma sia il lettore sia Fabio mi perdoneranno): “E’ contato per circa l’70% a occhio. Il resto è un fattore differenziante (creativo, di brand, di altro). Il saper parlare la stessa lingua fa la differenza, ed il comprendere le dinamiche ed in molti casi i processi ti permette di muoverti ed agire più rapidamente. La differenza è soprattutto nella mentalità organizzativa e focalizzazione sull’obiettivo: non procedure, ma approccio. Le procedure in una realtà di minore dimensioni sono (e devono esser) più snelle mentre quelle delle grandi company rischiano di esser eccessive ed inapplicabili gran parte delle volte, perché ingesserebbero troppo la struttura facendo perdere tutto il vantaggio di essere PMI snella. La mentalità organizzativa che mi porto dietro dalle precedenti esperienze nella consulenza invece è fatta di capacità di gestione e di attenzione ai dettagli. Una email ben scritta, un’immagine coordinata, una riunione preparata con attenzione per non far perdere tempo ai partecipanti, sono un biglietto da visita importante che ti posiziona diversamente. È un modo di lavorare che ti fa diventare più appetibile perché più facilmente assimilabile. Poi ovviamente ciò che conta di più sono i risultati ma questo è l’approccio che ti aiuta ad aprire porte e fare goal”.

Morale della favola

La storia di IQUII e dei fratelli Fabio e Mirko Lalli ci offre diversi spunti di riflessione:

  1. Essere curiosi, aprirsi, sperimentare (indigeni digitali, mondo startup ecc);
  2. Sapere quando smettere (o meglio esser capaci di non restare prigionieri dello storytelling sulle startup) e focalizzarsi sul progetto, sull’innovazione, sul proprio business model, sul raggiungimento di risultati economici;
  3. “Meno obiettivi ma meglio focalizzati e misurabili”;
  4. Ricordarsi che crescere è importante e che si può crescere anche trovando nuovi soci. In questo caso avere una azienda con un buon approccio organizzativo può rivelarsi molto utile per diventare più appetibili sul mercato.

Una bella storia di impresa ancora tutta da scrivere ma su cui occorre riflettere perché gli spunti che regala sono tanti. A partire dal fatto che fare innovazione non significa dimenticare i fondamentali del fare impresa.

Iscriviti alla nostra Newsletter

Adottiamo una Startup

Adottiamo una Startup

Iniziamo il nuovo anno con mille idee, alcune ancora devono prendere una forma razionale, altre sono già strutturate in progetti.

Il primo post dell’anno avrebbe dovuto essere come tradizione un bilancio di ciò che abbiamo fatto ed un previsionale su ciò che resta ancora da fare. L’ho iniziato a scrivere, credetemi, e uscirà a breve, ma le cose fatte sono così tante che l’impresa è diventata complessa.

Dare fiducia a chi ha una bella storia imprenditoriale da raccontare

Così provo a gettare il cuore oltre l’ostacolo con un progetto che da un po’ mi frulla in testa e che vorrei provare a rendere più concreto: adottare una startup.

In rete nascono idee, ci si confronta, si conoscono imprese giovani o con giovani che stanno crescendo e sono alle prese con un passaggio generazionale impegnativo. Ecco vorrei provare a dare fiducia a queste imprese, piccole o grandi ma con una bella storia.

Nulla di eroico o troppo impegnativo ma provare a scegliere parte dei fornitori di Studio Panato tra queste realtà (peccato non aver sfruttato l’occasione degli omaggi natalizi per acquistare prodotti di qualità da regalare) raccontando la nostra esperienza on line, intervistandoli, dando visibilità a chi lavora bene.

Un servizio da costruire insieme

Mi piacerebbe inoltre provare ad adottare, con un percorso più strutturato, una StartUp, con un servizio da costruire insieme a prezzi calmierati.

Un servizio da costruire insieme a prezzi calmierati ma non gratuito, perché si premia la voglia di fare impresa e le imprese devono stare sul mercato.

Non facciamo beneficenza, acquisteremo solo ottimi prodotti da imprese con una bella storia imprenditoriale da raccontare, adotteremo una impresa interessante per crescere insieme fornendole il supporto necessario in ambito fiscale, societario e per quanto possibile strategico.

L’innovazione deve essere reale, di prodotto o di processo.

Linee guida del progetto

Non so ancora qualche criterio utilizzare per la selezione ma queste potrebbero essere alcune linee guida attorno a cui costruire il progetto: “Adottiamo una StartUp“:

  • l’impresa non deve per forza essere una StartUp in senso stretto ma anche una PMI che affronta un passaggio generazionale con un progetto di cambiamento radicale;
  • il prodotto/servizio deve convincerci, ci deve entusiasmare, insomma ci deve divertire l’idea di lavorare insieme;
  • il team deve essere strutturato, devono essere convinti e determinati e con un buon CV;
  • età media inferiore ai 35 anni;
  • saranno preferiti i progetti in qualche modo collegati con l’università (o perché spin off o perché incubati, ecc);
  • aiutiamo il loro progetto per esserne contaminati;

Ancora devo ragionare su come strutturare il tutto, è un po’ più di una semplice idea, un po’ meno di un progetto operativo.

Resta comunque un buon modo per iniziare l’anno.

Auguri.

Iscriviti alla nostra newsletter

 

 

Diventare imprenditori innovativi

Diventare imprenditori innovativi

Esce oggi “Diventare imprenditori innovativi“, la prima guida di Corriere Imprese, che raccoglie i contributi di imprenditori, professionisti e attori dell’ecosistema startup.

Rappresenta la mia prima collaborazione con il Corriere della Sera, un mix di ispirazione (le 9 mosse per innovare il proprio business, le 10 domande da porsi) e approfondimenti sulle nuove leggi per startup e Pmi innovative.

La Guida comprende i contributi di: Alberto Baban, Sandro Mangiaterra, Elena Mauro, Anna Amati e Meta Group, Marco Camisani Calzolari, Mattia Corbetta, Andrea Granelli, Alberto Mason e il Trend Lab di InnovArea, Rosario Emmi, , Milena Prisco, Giancarlo Giudici, Dorotea Rigamonti e Paolo Ernesto Crippa, Emanuela Sabbatino, Luca Simone Scarani, Antonello Gaviraghi. e del sottoscritto Andrea Arrigo Panato che si è occupato di Fail Fast ovvero delle procedure alternative al fallimento per le start up.

Note personali

Corriere Imprese è un dorso di Corriere Veneto e al di là dell’indubbio prestigio derivante dall’aver potuto contribuire ad un progetto promosso da Corriere della Sera e da Alberto Baban Presidente Piccola Industria e, come tale, Vicepresidente di Confindustria, confesso che la parte più bella sarà raccontarlo a mia nonna (un po’ Venezia, un po’ Chioggia), per lei scrivere in buon italiano ha contato sempre di più che far di conto. E poi il Corrierone è sempre il Corrierone, e se veneto vale doppio.

Per appprofondire

Buona lettura.

Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Il business plan non serve (solo) alle start up

Il business plan non serve (solo) alle start up

 Articolo su business plan pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Professionisti ed imprese devono tornare a pensare come start up. Smettere di pensare al cambiamento come ad un grande evento episodico e ciclico (quando va bene). Una ricerca dell’Università Bocconi condotta da Gianluca Salviotti e Severino Meregalli della SDA Bocconi in collaborazione con SAP Italia evidenzia l’estrema complessità della gestione delle PMI.

I motivi sono presto detti:

  • CONTESTO ECONOMICO E NORMATIVO: difficile situazione economica del Paese e dell’area Euro sommata all’ evoluzione imprevedibile del quadro normativo.
  • MERCATO: il livello e il tipo di domanda difficilmente prevedibile.
  • INTERNAZIONALIZZAZIONE: processo virtuoso e necessario vista anche la riduzione della domanda interna si scontra con una bassa abitudine ad una adeguata pianificazione dell’investimento. Inoltre Le complessità che le imprese si trovano a fronteggiare con l’internazionalizzazione sono dovute soprattutto alla logistica e alla moltiplicazione dei sistemi normativi da tenere in considerazione
  • BANCHE E CREDITO: Le difficoltà di accesso al credito, infine, hanno sensibilmente ridotto le possibilità di fare investimenti strutturali e le prospettive di crescita mediante fusioni e acquisizioni
  • COMPETENZE: mai come in questi ultimi anni gestire una PMI richiede competenze finanziarie, manageriali, di marketing che non sempre sono riscontrabili all’interno dell’impresa. Paradossalmente mai come oggi internet, università e centri studi ci mettono a disposizione informazioni autorevoli e a basso costo.

Per far fronte a tutti questi fattori e riuscire a governarli l’impresa deve provare ad avere maggiore fiducia nella pianificazione e riprendere a formalizzare piani di impresa che andranno costantemente aggiornati, monitorati e modificati.

Il business plan non deve esser visto come un enorme documento faticoso e costoso, ma come un agile strumento che tenga sotto controllo le aree di rischio ed evidenzi le strategie ed i margini di manovra dell’impresa.

Sarà facile scoprire che il documento ci aiuterà a misurare il grado di dinamicità dell’impresa (cosa è cambiato da un anno con l’altro? Quali nuove collaborazioni? Quali nuovi prodotti e/o mercati?) ed interesserà non solo all’impresa ma ci aiuterà ad ampliare il dialogo con le banche e terzi finanziatori. Senza ovviamente dimenticare l’utilità per la pianificazione fiscale e finanziaria.

Tutto questo però è solo accademia se non si vive il piano d’impresa come occasione di creare valore, aprendo l’impresa a nuovi stimoli, studiando il settore dimenticando o provando a dimenticare le nostre granitiche certezze, provando a studiare altri settori, altre imprese da cui provare a rubare intuizioni e modelli di business. Spesso, soprattutto per una pmi, la parte interessante non sono i numeri ma la curiosità che il business plan deve stimolare nell’imprenditore e nel professionista che lo assiste.

Utilissimo poi provare a far redigere il piano dal figlio/figlia dell’imprenditore in ottica di passaggio generazionale. Gli consentirà di provare a ripensare l’impresa di famiglia, approfondendo le strategie e scontrandosi con modi di lavorare consolidati. Un ottimo strumento per far crescere sia l’erede, sia l’impresa.

 Per approfondire

Scarica documento: Linee guida alla redazione del business plan (CNDCEC)


Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Perché le startup iniziano a diventare interessanti.

Perché le startup iniziano a diventare interessanti.

Un estratto dell’articolo pubblicato su Econopoly de IlSole24Ore on line

Da sempre osservo con curiosità e, lo ammetto senza pudori, incredulità il fenomeno startup. La normativa di vantaggio, pur lodevole negli obiettivi e per gli strumenti messi a disposizione delle imprese, si scontra con le inefficienze di un sistema Paese che fa estrema fatica ad attrarre risorse e talenti.

Le stesse startup molto spesso si sono rivelate strutture un po’ ingenue ed effimere all’interno di una bolla gonfiata da consulenti, incubatori e grandi imprese in cerca più che altro di migliorare la propria reputazione sul mercato. Spesso il racconto giornalistico ed economico ha confuso tra freelance e imprese innovative, tra incubatori e coworking.

Differente invece, e ben più considerevole, l’impatto culturale del fenomeno startup. In un Paese come il nostro, in cui l’impresa è stata spesso vittima di ideologie politiche superate e di numerosi preconcetti, parlare di startup ha consentito a molti di avere un alibi per ricredersi e affrontare in maniera propositiva il tema del fare impresa.

Oggi, a differenza di qualche anno fa, osserviamo una serie di fattori che stanno facendo crescere il fenomeno startup verso una nuova maturazione, rendendolo estremamente più interessante…

Continua a leggere su ECONOPOLY…


NB: Econopoly è il nuovo progetto editoriale de IlSole24Ore che vuole parlare di economia in maniera seria e documentata, come è nello stile de IlSole24Ore, e che vuole fornire un contributo di idee e proposte per il futuro da spiegare, anche e soprattutto, con la forza dei numeri.

Continua a leggere

DISRUPTIVE INNOVATION

DISRUPTIVE INNOVATION

LECTIO MAGISTRALIS di UMBERTO BERTELÈ

 

Vi propongo una interessante lectio magistralis sul tema di DISRUPTIVE INNOVATION  tenutasi il 24 marzo 2015 nell’aula “Carlo De Carli” del Politecnico di Milano.

La lectio è stata dedicata a un tema molto sentito a livello internazionale, ma entrato da poco nel dibattito del nostro Paese: la rivoluzione che l’ultima ondata di innovazioni digitali sta provocando nel sistema delle imprese, con la crescita vorticosa di alcuni soggetti e la caduta precipitosa di altri.

Molti punti interessanti non sono stati approfonditi ma credo possa offrire comunque un interessante spunto di riflessione sia per la panoramica dei cambiamenti in atto in molti settori economici, sia come efficace promemoria nel farci percepire l’urgenza di provare a ripensare quello che è il nostro modo di porci nell’arena competitiva del settore in cui operiamo.

Business model alternativi

Un fenomeno dilagante nell’economia, che mettendo in pista business model alternativi può portare alla sparizione di interi settori o comunque stravolgerne le logiche competitive. Un fenomeno così a macchia d’olio e ramificato da far sostenere ad alcuni autori che ogni attività economica può essere oggetto di riconcezione alla luce delle potenzialità offerte dall’ultima ondata di tecnologie digitali e dalle trasformazioni negli stili di vita da esse indotte.

Per approfondire:


Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Riproponiamo un articolo di qualche anno fa ma ancora attuale.

Credo che sia venuto il momento di riflettere sulle cause di questa crisi che sembra essere senza via d’uscita. Purtroppo per anni ci siamo vantati di essere un Paese ad imprenditorialità diffusa. Grandi talenti, gran voglia di lavorare, gran voglia di farcela mettendosi in proprio, questi i vanti delle italiche genti cantate da menestrelli, ISTAT e professori universitari. In parte è vero, il genio italico ha fatto molto, ma se vogliamo dircela tutta molti fattori spingevano verso l’apertura di nuove imprese (non a caso spesso incentivate dal vecchio datore di lavoro):

  • il limite dei 15 dipendenti;
  • il fatto che aprire una partita iva o esser socio di società costasse meno (soprattutto in passato) in termini contributivi rispetto ad esser lavoratore dipendente;
  • ricordiamo poi che imprenditori e partite iva fatturano a prodotto/servizio e non a ore (chi lavora in proprio provi velocemente a fare il conto dei propri straordinari…);
  • la possibilità di evadere il fisco;
  • certamente la voglia di fare e di costruire la propria impresa.

Nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica

Per molti anni ciò che veniva richiesto ad un imprenditore era di saper produrre.  Finanza, mktg, lingue straniere… nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica e delle ore che passavi con i tuoi operai.

Poi improvvisamente l’euro, la Cina, internet e ancora gli arabi, Dubai, l’innovazione.

Ma non era cosi grave, certo le imprese non andavano più come un tempo ma gli immobili volavano, la borsa tirava e la famiglia di certo non si impoveriva. E se in azienda si iniziava ad avere il fiato corto, be nessun problema, un giorno si e l’altro pure le banche chiamavano per offrire soldi a tassi bassi. In fin dei conti aumentano i debiti ma la cassa è sempre piena, la crisi prima o poi passerà e se le banche son le prime a credere nella mia impresa che problema c’è?

Tutto bene signor comandante!

Tutto bene fino alla crisi finanziaria, le banche si svegliano, tirano i cordoni della borsa ed improvvisamente tutto quello che non funziona emerge immediatamente. In pochi anni pretendiamo dal nostro imprenditore che conosca le lingue, che capisca che internazionalizzazione è cosa diversa che esportare, che si confronti con ottimi prodotti provenienti dall’estero a prezzi più bassi, molto piu bassi… Improvvisamente si sommano diversi fattori:

  • le imprese sono vecchie e fuori mercato
  • stretta del credito
  • debiti derivanti da anni di perdite subite senza mai cambiare (tanto c’è la banca)
  • immobili crollano e non si vendono più (neanche le banche li vogliono, eppure li amavano tanto…)
  • lo Stato ha fame.

E si, lo Stato ha fame.

Perchè se non fai utili, non paghi le tasse, e lo Stato ha fame, sempre più fame. Ora che immobili e borsa non rendono più come prima (anche se la borsa continua ad illudersi e ad illuderci) ci tocca lavorare per vivere e scopriamo che non ci sono infrastrutture, che manca la banda, che i treni sono lenti, che il sud è irraggiungibile, che Trieste patria delle Generali è irraggiungibile!

Troppi discorsi da bar sul made in Italy

Ed in Italia si smette di comprare o comunque si è più attenti, troppi discorsi da bar sul made in Italy, che se non si trasforma in qualità percepita non serve a nulla, freghi solo i russi e temo ancora per poco. E nessuno prova a riflettere su cosa sia davvero il made in Italy, che non è solo produrre in Italia a prezzo doppio. Il caro non sempre è lusso. E se non si trasforma in margini poi …

Per placar gli animi per fortuna che ci son le startup

Che poi in molti casi non sono altro che le vecchie partite iva. E’ un fenomeno importante ma che va depurato da illusioni, interessi particolari di sponsor e consulenti, ecc. Hanno tutti criticato Briatore per il suo intervento in Bocconi ma nessuno ha sottolineato una grande verità che è stata detta.

Una impresa deve far utili.

E a dirlo non è solo Briatore. Ricordo, ancora studiavo, una domanda fatta a Henry Kissinger ad un convegno sempre in Bocconi. Ai tempi andava molto di moda il tema della responsabilità sociale dell’impresa.  Lui rispose molto secco: il primo dovere di una impresa è quello di far utili, pagare gli stipendi ai dipendenti e remunerare gli azionisti.  Ma non voglio chiudere queste riflessioni senza una nota di ottimismo, proviamo a capir le cause, smettiamo di combattere finti problemi, questo Paese ha energie e risorse per risollevarsi, la cultura imprenditoriale sta crescendo molto (merito anche del fenomeno startup e dei mille convegni), alto artigianato, turismo, eccellenze industriali sono ciò che dobbiamo valorizzare per ripartire. E poi le università, si sono finalmente aperte alle imprese, molto devono ancora fare per aiutarci a far sistema e diffondere innovazione ma questa apertura è una risorsa straordinaria che va incoraggiata, sviluppata. Incontro tutti i giorni imprenditori che stan crescendo, che sopportano mille fatiche, che han dovuto ribaltare completamente la loro impresa ma che stan crescendo. Io continuo ad aver fiducia ma il primo passo per risolvere un problema è conoscerne le cause e su questo il dibattito è ancora molto latente.

Iscriviti alla nostra Newsletter