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Analisi dell’economia lombarda

Analisi dell’economia lombarda.

E’ da qualche tempo che avverto l’esigenza di dati economici ed analisi dedicate a territori specifici, trovando spesso poco significative le medie nazionali. Lavorando principalmente con PMI mi accorgo che spesso i dati che servono sono quelli legati ai mercati di sbocco: spesso regionali per l’Italia e nazionali per i mercati esteri. Nessuno ovviamente pensa che non ci siano interdipendenze forti ormai ovunque ma qualche dato più locale aiuta quanto meno ad analizzare trend e tempi.

Leggo quindi con molto interesse le analisi dedicate alle economie regionali di Banca d’Italia che offrono molti dati interessanti seppur tradiscano i vecchi vizi dei centri studi. Analisi approfondite ma poco “operative” e quindi di difficile utilizzo per l’imprenditore medio. Di seguito una breve sintesi dell’analisi effettuata sull’economia lombarda.

Articolo pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

Analisi dell’ economia lombarda.

La Lombardia sembra essersi comportata tutto sommato bene nel 2015:

  • Una crescita del PIL dell’1,1 per cento in base alle stime di Prometeia.
  • L’espansione nella manifattura avviatasi nel 2014 si è consolidata, in un contesto di aumento della domanda, interna ed estera.
  • Le esportazioni di beni e di servizi hanno continuato a fornire un contributo positivo, nonostante il rallentamento dei flussi verso i paesi esterni all’Unione europea.
  • Il ciclo immobiliare è ripartito.
  • Nel terziario l’espansione dell’attività ha accomunato i vari comparti; le attività legate al turismo hanno beneficiato dell’arrivo dei visitatori dell’Esposizione universale.

Diminuzione degli investimenti

Il sistema produttivo ha risentito della prolungata crisi, con una diminuzione degli investimenti che ha determinato l’invecchiamento dei macchinari installati e ne ha rallentato l’adeguamento alle nuove tecnologie.

Maggiormente capitalizzate

Le imprese stanno ponendo una maggiore attenzione ai profili di solidità finanziaria e si sono fatti più frequenti gli interventi di ricapitalizzazione e di riduzione del grado di indebitamento.

Crescono del differenze tra le performance aziendali

Durante la crisi, si sono accentuate le eterogeneità tra imprese e comparti produttivi della manifattura, con un aumento della dispersione nelle performance aziendali: a fronte di una complessiva riduzione del volume di attività, alcune imprese hanno saputo cogliere nuove opportunità di mercato, superando ampiamente i livelli produttivi del 2007. Nella regione, i risultati migliori sono stati riscontrati nei settori a elevato contenuto tecnologico delle province più industrializzate.

Network di relazioni tra aziende

Con l’obiettivo di attenuare i vincoli connessi con la piccola dimensione, le imprese tendono a formare network di relazioni tra aziende simili per specializzazione o per appartenenza a una medesima filiera produttiva o ad agglomerarsi sul territorio.

Le forme di collaborazione tra aziende nella regione sono composite e spaziano da quelle dedicate a facilitare le attività di innovazione e ricerca, quali i cluster tecnologici e i parchi scientifici, a quelle orientate ad assistere le aziende nelle fasi iniziali della loro attività, come gli incubatori, nonché i tradizionali distretti industriali.

I nove cluster tecnologici

I cluster tecnologici sono forme associative che permettono la collaborazione e lo sviluppo di sinergie tra imprese e altre tipologie di soggetti presenti sul territorio, come università, istituti di ricerca pubblici o privati e distretti tecnologici già esistenti.

L’Ente Regione ne ha riconosciuti nove (aerospazio, agroalimentare, tecnologie per gli ambienti di vita, chimica verde, energia, fabbrica intelligente, mobilità, scienze della vita, smart cities & communities).

Segnali di rallenamento nel 2016

I dati relativi al primo trimestre del 2016 mostrano però segnali di rallentamento che potrebbero avere ripercussioni negative anche sulle scelte di investimento delle aziende.

Per approfondire

Scarica il documento di Banca d’Italia: L’analisi dell’economia lombarda.

 

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Linee guida per la determinazione del mantenimento in caso di separazione e divorzio

Linee guida per la determinazione del mantenimento in caso di separazione e divorzio

Il CNDCEC con la pubblicazione del documento: ”Linee guida sulla consulenza tecnica d’ufficio nei procedimenti in materia di rapporti familiari” ha voluto fornire le best practice di determinazione della posizione reddituale e patrimoniale dei coniugi da parte dell’ausiliario del Giudice cui venga richiesto di stabilire l’an e il quantum dell’assegno di mantenimento nell’ambito delle controversie di separazione o divorzio. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

 

Ruolo del consulente tecnico

Per la complessità della materia fiscale e per le oggettive difficoltà dei giudici e degli avvocati di decifrare la relativa documentazione acquisita agli atti, gli accertamenti di natura tecnica nella cause di famiglia necessitano della nomina di un consulente tecnico, con competenze specifiche, quali quelle dei Commercialisti. Come abbiamo già evidenziato in un precedente articolo, nello svolgimento delle consulenze tecniche in materia di famiglia e nella redazione delle relative perizie, il professionista si trova ad affrontare argomenti particolarmente delicati nell’ambito di conflitti familiari spesso molto accesi. È opportuno cercare di svolgere questi incarichi con professionalità e rispetto per le parti, mantenendo la massima obiettività, cercando di ottenere la collaborazione dei legali e dei consulenti coinvolti, per facilitare per quanto possibile un accordo volontario.

Accertamento della capacità reddituale

Elemento centrale per la determinazione dell’assegno di mantenimento (al coniuge e/o ai figli) è l’accertamento della capacità reddituale dei soggetti coinvolti nel “conflitto familiare”. Ricordando la migliore giurisprudenza:

«In tema di quantificazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge e dei figli, la dichiarazione dei redditi del coniuge onerato ha una funzione tipicamente ed esclusivamente fiscale, mirando a normalizzare ed a porre su un terreno di reciproca fiducia i rapporti tra uffici e contribuente; essa, pertanto, a cagione della sua natura e dello scopo precipuo per il quale è stata formata, non è riferibile con uguale valore a rapporti estranei al sistema tributario, e, conseguentemente, non può avere efficacia vincolante per il giudice chiamato a fissare l’importo dell’assegno di mantenimento».

L’elaborato peritale dell’ausiliario del Giudice, tipicamente un Dottore Commercialista che garantisce competenze specifiche tributarie, aziendalistiche e contabili, dovrà:

“valorizzare il dato fiscale della dichiarazione dei redditi, estendendo l’indagine anche al di là del “perimetro” fiscale/reddituale, incrociando e comparando il dato fiscale con altri elementi rivelatori della capacità di spesa, come ad esempio il patrimonio mobiliare ed immobiliare, ma anche e soprattutto le movimentazioni bancarie lato sensu considerate, al fine di pervenire alla determinazione della effettiva capacità reddituale e finanziaria del soggetto obbligato.”

Obiettivo della guida

Obiettivo della guida è fornire un valido supporto agli accertamenti tecnici di natura patrimoniale – reddituale nella determinazione del contributo di mantenimento dei figli e del coniuge. Le linee guida rappresentano un valido ausilio allo svolgimento dell’attività di CTU nell’ambito dei procedimenti di separazione e divorzi. Il documento si compone di:

  • una prima parte, relativa alle metodologie di accertamento da parte del C.T.U. della posizione reddituale del coniuge oggetto d’indagine;
  • una seconda parte dedicata agli accertamenti di carattere patrimoniale residuali.

Unioni civili e convivenze

Le linee guida si ritengono applicabili anche ai casi di scioglimento dell’unione civile e, nei limiti di compatibilità, alla cessazione della convivenza di fatto in base alla recente approvazione del disegno di legge n. 2081, recante Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.

 

Per saperne di più

Scarica: Linee guida sulla consulenza tecnica d’ufficio nei procedimenti in materia di rapporti familiari

Resta aggiornato

L’analisi del piano nella valutazione di azienda secondo i PIV

L’analisi del piano nella valutazione di azienda secondo i PIV

I metodi finanziari di valutazione danno luogo a stime credibili nella misura in cui, a monte della loro applicazione, vi sia un adeguato approfondimento non solo degli aspetti di business ma anche a quelli riferibili alla dinamica finanziaria e al profilo dell’indebitamento.

Una delle principali difficoltà applicative di tale metodo è proprio la determinazione di flussi previsionali in mancanza di business plan attendibili. Occorre, peraltro, formulare un’attenta analisi dei bilanci presentati sino alla data della valutazione, al fine di apportare le opportune modifiche per la normalizzazione del reddito e dei relativi flussi.

Obiettivo del presente articolo è illustrare in maniera sintetica e schematica le principali criticità nell’analisi del piano di impresa e nella definizione dei flussi prospettici anche sulla base delle buone pratiche suggerite dai PIV, principi italiani di valutazione. Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore.

 

La valutazione non deve essere prudente, ma obiettiva

Il giudizio di valutazione, secondo i principi italiani di valutazione, deve essere formulato obiettivamente e non deve sovra o sottorappresentare il risultato della valutazione.

La valutazione non deve essere prudente, ma obiettiva, cioè ragionevolmente condivisibile da altri esperti indipendenti dotati di adeguate competenze tecniche, esperienza professionale e conoscenza dell’oggetto della valutazione che seguano i medesimi principi di valutazione.

L’avversione al rischio non è prudenza, in quanto qualunque operatore razionale attribuisce maggior peso ai rischi piuttosto che alle chance future. Obiettività non significa dunque neutralità al rischio.

 

L’ opinione dell’esperto

L’ opinione di valore cui giunge l’esperto deve essere:

  1. Razionale (schema logico rigoroso)
  2. Verificabile (verificabilità dei dati ed attendibilità ed autorevolezza delle fonti)
  3. Coerente con l’incarico ricevuto
  4. Affidabile, riducendo la discrezionalità valutativa
  5. Svolta con professionalità (best practice, PIV)
  6. Svolta con Competenza (capacità, esperienza e conoscenza requisiti per accettare l’incarico)

 

L’analisi del piano aziendale

Nella pratica i principali elementi da considerare nell’analisi del piano aziendale sono:

  • l’attività svolta, ovvero i prodotti realizzati e/o i servizi erogati, con particolare riferimento a quelli protetti da marchi e altri diritti sulle opere di ingegno e invenzioni industriali;
  • il posizionamento sul mercato dei prodotti realizzati e/o dei servizi erogati e la fase alla quale è riconducibile il loro ciclo di vita (introduzione, crescita, maturità, declino);
  • il settore e il mercato in cui l’impresa opera, con particolare riguardo al posizionamento dei propri prodotti/servizi rispetto a quello dei concorrenti e agli elementi distintivi aziendali;
  • il modello di business adottato, la tecnologia impiegata nello svolgimento del processo produttivo, le barriere di ingresso esistenti, la capacità produttiva attuale e quella utilizzata, le eventuali certificazioni di prodotto e di sistemi di qualità aziendale;
  • i canali di approvvigionamento dei principali fornitori, le dinamiche di contrattazione e di definizione del prezzo di acquisto con gli stessi;
  • i principali clienti, nonché la loro localizzazione.

La ragionevolezza complessiva del piano

In particolare secondo i PIV nel caso di valutazione l’esperto deve esprimersi sulla ragionevolezza complessiva del piano a lui sottoposto per la determinazione dei flussi e ove necessario deve integrarlo con specifiche motivazioni. Il suo giudizio deve tenere conto:

  1. delle finalità per cui è stato redatto il piano e dell’approvazione o meno da un organo aziendale o di gruppo;
  2. delle esperienze dell’azienda di cui trattasi in materia di gestione programmata;
  3. delle caratteristiche dell’attività svolta dall’azienda e dello scenario di riferimento;
  4. della coerenza strategica del piano, della sua adeguatezza tecnica e della sua operatività;
  5. della ragionevolezza delle ipotesi assunte e delle stime formulate;
  6. della plausibilità dei risultati medio-normali attesi e della loro effettiva sostenibilità;
  7. della ragionevolezza dei rischi impliciti rispetto alle condizioni tipiche della realtà aziendale oggetto di valutazione, del settore di appartenenza e dell’ambito competitivo di riferimento;
  8. del coinvolgimento delle unità di business responsabili dei risultati previsti;
  9. della qualità del processo di pianificazione. 
  10. L’esperto deve infine espressamente segnalare se dal suo esame siano emersi elementi che facciano ritenere inappropriate le indicazioni del piano anche per l’eventuale comparsa di fatti o circostanze nuovi, o al contrario, se tali indicazioni possano costituire una base adeguata per la stima.

 

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Le prossime date tra lezioni e convegni

Le prossime date tra lezioni e convegni

Sta prendendo forma il calendario dei prossimi eventi formativi, tra lezioni e convegni. La maggior parte dei quali avrà come tema principale la Valutazione di Azienda, una delle specializzazioni che più caratterizza il nostro Studio.

Motivo di particolare orgoglio è veder confermate anche questo anno le collaborazioni con le Università.

Nell’autunno dovrebbero aggiungersi ulteriori date su Perizie e valutazioni d’azienda nell’attesa di trovare il tempo per terminare la terza edizione del manuale.

Nella tabella trovate una sintesi delle prossime date.

Data Sede Tipo Argomento
27/04/2016 Studio LaScala Corso La gestione professionale del credito
20/05/2016 Università Bicocca Lezione Valutazione finanziaria (Corso di Laurea Magistrale)
27/05/2016 Università Bicocca Lezione Valutazione finanziaria (Corso di Laurea Magistrale)
07/06/2016 Università Bocconi Lezione SAF Il ruolo del sindaco nel controllo: i casi di incompatibilità e i criteri da seguire.
04/10/2016 ODCEC di Como Corso Le perizie di stima e la valutazione d’azienda

 

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LBO e deducibilità degli interessi passivi

LBO e deducibilità degli interessi passivi

Con circolare n. 6/E del 30/03/2016 l’Agenzia delle Entrate fornisce i chiarimenti necessari a risolvere le incertezze interpretative derivanti dalle operazioni di acquisizione con indebitamento, le c.d. Leveraged buy out (LBO). Sviluppando un quadro generale sulla sostenibilità economica e finanziaria dell’operazione di LBO.

Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Al fine di ridurre i profili di incertezza interpretativa emersi in relazione alle operazioni di acquisizione con indebitamento (di cui si dirà più avanti), la circolare in esame vuole fornire i chiarimenti necessari ad individuare il corretto trattamento fiscale sia dei componenti di reddito connessi alle fonti di finanziamento delle predette operazioni (oggetto del presente articolo), sia dei rendimenti (interessi, dividendi e/o plusvalenze) che sono ritratti in Italia da entità localizzate in altre giurisdizioni UE (e SEE) ed extra UE.

Dall’analisi emerge la liceità fiscale delle operazioni di acquisizione con indebitamento, contribuendo a ridurre le criticità operative che, come segnalato da alcune associazioni di categoria, hanno inciso negativamente sugli investimenti provenienti dall’estero e operati in Italia dagli operatori del cd. “private equity”.

 

Descrizione delle operazioni di acquisizione con indebitamento

Si definisce “operazione di acquisizione con indebitamento” l’acquisizione di un’azienda o di una partecipazione (di controllo o totalitaria) in una determinata società, denominata “target” (“obiettivo” o bersaglio), posta in essere mediante la creazione di un’apposita società veicolo (c.d. SPV – Special Purpose Vehicle – o BidCo o NewCo) che viene finanziata in parte, anche minima, mediante capitale proprio (equity) ed in parte mediante prestiti onerosi (debt).

Tali operazioni di acquisizione con indebitamento (denominate “(merger) leveraged buy-out – MLBO/LBO”), utilizzano, quindi, l’indebitamento come “leva finanziaria” (cd. leverage), ed hanno come obiettivo l’acquisizione di un’impresa (o di una partecipazione) che permetta il controllo della società target.

L’investitore, in principio, costituisce una SPV – un “veicolo di acquisizione”- legalmente separato dalla società target, apportando sia capitale proprio (equity) che capitale di debito, mediante l’accensione di finanziamenti (debt), erogati da soggetti terzi (generalmente istituti di credito) o da entità collegate e/o controllate, utilizzando i fondi ricevuti per l’acquisizione della target. Effettuato il trasferimento delle partecipazioni in capo alla SPV, questa si unisce per incorporazione o fusione inversa con la target company (il soggetto risultante dalla fusione è definito MergerCo), ed i mezzi finanziari necessari per il rimborso del capitale di debito (e dei relativi interessi), ricevuto dalla società veicolo per finanziare l’operazione, sono trasferiti, attraverso un’operazione di riorganizzazione, sugli assets e sui flussi di cassa operativi della società target (attraverso la c.d. tecnica di debt push down).

Le partecipazioni della target company, dopo l’acquisizione e nella fase antecedente alla fusione, rappresentano una garanzia accessoria al rimborso del prestito, essendo concesse in pegno ai sensi dell’articolo 2352 c.c. Dopo la fusione, i finanziatori possono sostituire il pegno su azioni con una garanzia diretta sul patrimonio della società MergerCo.

I finanziamenti ottenuti dalla SPV di norma sono subordinati sia alla creazione della società veicolo sia alla successiva fusione della stessa con la target company, in modo da avvicinare il debito alle attività poste a garanzia del finanziamento, e in grado di generare i flussi di cassa necessari per ripagare il debito.

Gli investitori (ad esempio, i fondi di private equity specializzati nel buy-out) normalmente si specializzano in segmenti di investimento (industria, zona geografica, etc.) ed in particolare quelli che operano nel LBO effettuano operazioni che riguardano principalmente società non quotate, che presentano flussi di cassa idonei a consentire l’implementazione di strategie di massimizzazione del valore che, mediante adeguati interventi, nel breve-medio periodo (3-5 anni) consentano l’ottenimento di un rendimento tramite cessione (exit).

Modalità di deduzione degli interessi passivi

La fusione tra NewCo e target company, ovvero l’esercizio dell’opzione per il regime del consolidato nazionale, di cui agli articoli 117 – 129 del TUIR, consentono la compensazione intersoggettiva degli oneri finanziari connessi al capitale di debito erogato alla SPV.

In particolare possiamo assistere principalmente a due casistiche:

  1. In presenza di fusione, l’onerosità complessiva del debito si “trasferisce” dal reddito imponibile della SPV a quello della MergerCo;
  2. in assenza di fusione, gli oneri finanziari connessi all’indebitamento sono compensati, tra NewCo e Target, mediante l’esercizio dell’opzione per il consolidato fiscale, ai sensi degli articoli da 117 a 129 del TUIR. In tale ipotesi, ai flussi ordinari si affianca un’apposita politica di distribuzione dei dividendi da parte della target alla SPV, per garantire il rimborso delle quote del prestito (ed il pagamento dei relativi interessi).

Le modalità di deduzione degli interessi passivi per i soggetti che rientrano nell’ambito di applicazione dell’IRES sono disciplinate dall’articolo 96 del TUIR.

Articolo 96 – estratto primi 4 commi

Interessi passivi.

In vigore dal 01/01/2016

1. Gli interessi passivi e gli oneri assimilati, diversi da quelli compresi nel costo dei beni ai sensi del comma 1, lettera b), dell’articolo 110, sono deducibili in ciascun periodo d’imposta fino a concorrenza degli interessi attivi e proventi assimilati. L’eccedenza e’ deducibile nel limite del 30 per cento del risultato operativo lordo della gestione caratteristica. La quota del risultato operativo lordo prodotto a partire dal terzo periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007, non utilizzata per la deduzione degli interessi passivi e degli oneri finanziari di competenza, puo’ essere portata ad incremento del risultato operativo lordo dei successivi periodi d’imposta.

2. Per risultato operativo lordo si intende la differenza tra il valore e i costi della produzione di cui alle lettere A) e B) dell’articolo 2425 del codice civile, con esclusione delle voci di cui al numero 10, lettere a) e b), e dei canoni di locazione finanziaria di beni strumentali, cosi’ come risultanti dal conto economico dell’esercizio; per i soggetti che redigono il bilancio in base ai principi contabili internazionali si assumono le voci di conto economico corrispondenti. Ai fini del calcolo del risultato operativo lordo si tiene altresi’ conto, in ogni caso, dei dividendi incassati relativi a partecipazioni detenute in societa’ non residenti che risultino controllate ai sensi dell’articolo 2359, comma 1, n. 1), del codice civile (3).

3. Ai fini del presente articolo, assumono rilevanza gli interessi passivi e gli interessi attivi, nonche’ gli oneri e i proventi assimilati, derivanti da contratti di mutuo, da contratti di locazione finanziaria, dall’emissione di obbligazioni e titoli similari e da ogni altro rapporto avente causa finanziaria, con esclusione degli interessi impliciti derivanti da debiti di natura commerciale e con inclusione, tra gli attivi, di quelli derivanti da crediti della stessa natura. Nei confronti dei soggetti operanti con la pubblica amministrazione, si considerano interessi attivi rilevanti ai soli effetti del presente articolo anche quelli virtuali, calcolati al tasso ufficiale di riferimento aumentato di un punto, ricollegabili al ritardato pagamento dei corrispettivi.

4. Gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati indeducibili in un determinato periodo d’imposta sono dedotti dal reddito dei successivi periodi d’imposta, se e nei limiti in cui in tali periodi l’importo degli interessi passivi e degli oneri assimilati di competenza eccedenti gli interessi attivi e i proventi assimilati sia inferiore al 30 per cento del risultato operativo lordo di competenza.

NB: Articolo composto da 7 commi qui riportato solo in estratto.

 

Il quantum di interessi passivi deducibili, assunti così come espressi dal conto economico, è direttamente correlato al risultato della gestione caratteristica.

Gli interessi passivi derivanti dai finanziamenti ottenuti dalla SVP devono essere assoggettati alle ordinarie regole di determinazione del reddito di impresa e, quindi, essere sottoposti sia alle disposizioni relative alla determinazione dei corrispettivi infragruppo (cd. transfer pricing) sia alle ordinarie disposizioni relative alla deducibilità.

In relazione ai rapporti infragruppo, è necessario che gli interessi passivi pattuiti tra il mutuante ed il mutuatario, nel rispetto delle disposizioni sia interne che convenzionali, non eccedano quelli che sarebbero stati pattuiti tra parti indipendenti per operazioni analoghe o similari in condizioni comparabili, cd. arm’s length principle (artt. 110 co. 7 e 9 co. 3 del TUIR; Convenzione e Linee Guida OCSE).

Nell’ambito dei debiti assunti nelle operazioni di LBO, si ritiene che gli interessi passivi relativi ai prestiti contratti dalla SPV per l’acquisto delle partecipazioni della target company, siano, in linea di principio, funzionali all’acquisizione di quest’ultima, sia nell’ipotesi di fusione, sia nella fattispecie in cui la compensazione intersoggettiva degli interessi avvenga mediante l’opzione per il consolidato fiscale.

In altri termini, per i soggetti IRES, gli interessi passivi derivanti da operazioni di acquisizione con indebitamento devono considerarsi, generalmente, inerenti e, quindi, deducibili, nei limiti di quanto previsto dall’art.96 Tuir e dalle regole relative al transfer pricing, ove applicabili.

Tale conclusione si ritiene pienamente sostenibile tanto nell’ipotesi in cui l’operazione di LBO sia posta in essere da un insieme di soggetti (soci e società del gruppo e finanziatori) esclusivamente residenti in Italia, quanto nell’ipotesi di presenza di soci e/o finanziatori non residenti in Italia.

 

Relazione tra operazioni LBO e norme antielusive

In passato, le operazioni LBO sono state considerate, in alcuni casi, con conformi ai principi generali anti-elusivi, sulla base della natura elusiva della loro struttura di investimento.

Si riteneva, infatti, che l’unica finalità della struttura dell’operazione, se pur basata su strumenti leciti (fusione o consolidato fiscale), fosse quella di consentire la deduzione di interessi passivi e lo scomputo di perdite dal reddito della target diversamente non possibile.

La circolare n.6/E del 2016, a tal fine, rileva come “le operazioni di LBO vedono nella fusione (anche inversa) il logico epilogo dell’acquisizione mediante indebitamento, necessario anche a garantire il rientro, per i creditori, dell’esposizione debitoria. Di fatto, la struttura scelta, rispondendo a finalità extra-fiscali, riconosciute dal Codice Civile e, spesso, imposte dai finanziatori terzi, difficilmente potrebbe essere considerata finalizzata essenzialmente al conseguimento di indebiti vantaggi fiscali. Pertanto, le contestazioni formulate sulla base del principio del divieto di abuso del diritto o sulla base dell’articolo 37-bis del d.P.R. n. 600 del 1973, ovvero dell’articolo 10-bis della legge n. 212 del 2000, in relazione al vantaggio fiscale conseguito attraverso la deduzione degli oneri finanziari, per effetto del debt push down, dovranno essere riconsiderate dagli Uffici ed eventualmente abbandonate, salvo che, nei singoli casi, non si riscontrino altri specifici profili di artificiosità dell’operazione, così come posta in essere nel caso concreto, come nel caso in cui all’effettuazione dell’operazione di LBO abbiano concorso i medesimi soggetti che, direttamente o indirettamente, controllano la società target”.

Di conseguenza, in tutti i casi in cui sia possibile dimostrare che le eccedenze di interessi passivi indeducibili e di perdite (di cui si chiede il riporto) siano esclusivamente quelle relative ai finanziamenti ottenuti dalla SPV per porre in essere un’operazione di acquisizione con indebitamento, non troverà applicazione la disposizione di cui all’articolo 172, comma 7, del TUIR.

 

Per approfondire

Scarica la CIRCOLARE N. 6 /E DEL 30/03/2016

 

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Principi Internazionali di Valutazione

Principi Internazionali di Valutazione

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha approvato la bozza di traduzione in lingua italiana degli International Valuation Standards. L’iniziativa segue, tardivamente, la pubblicazione dei Principi Italiani di Valutazione. Principi, linee guida e procedure non solo fanno sempre più parte della cassetta degli attrezzi del professionista ma, almeno negli obiettivi, dovrebbero garantire una maggiore affidabilità nella determinazione del valore a vantaggio dell’intero sistema economico.

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Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha approvato la bozza di traduzione in lingua italiana degli International Valuation Standards, emanati nel 2013 dall’International Valutation Standards Council (IVSC). Conformemente alle prassi generalmente adottate per la pubblicazione delle traduzioni degli standard internazionali, il Consiglio nazionale dei commercialisti presenta il lavoro di traduzione svolto con una consultazione pubblica che si chiuderà il 20 maggio 2016.

IVS e PIV: linee guida per la valutazione

L’iniziativa segue, tardivamente, la pubblicazione dei Principi Italiani di valutazione che proprio agli International Valuation Standards dichiarano espressamente di ispirarsi recependoli, pur con importanti modifiche.

Non a caso nella traduzione, si è scelto di uniformarsi alla terminologia proposta nei Principi Italiani di Valutazione emanati a luglio 2015 dall’Organismo Italiano di Valutazione, di cui il Consiglio nazionale dei commercialisti è membro.

“I principi internazionali di valutazione contengono procedure per lo svolgimento di incarichi di valutazione in cui si utilizzano concetti e principi generalmente riconosciuti, nonché una guida operativa per un’applicazione coerente di detti principi. L’IVSC promuove altresì principi per disciplinare la condotta e le competenze degli esperti di valutazione. Tali principi sono di competenza del Professional Board dell’IVSC e sono elaborati e pubblicati indipendentemente dai Principi Internazionali di Valutazione (International Valuation Standards, nel prosieguo IVS). “

Obiettivo condiviso

IVS e PIV condividono il medesimo obiettivo: “accrescere il livello di fiducia degli utilizzatori dei servizi di valutazione mediante la statuizione di procedure di valutazione trasparenti e uniformi.”

Principi e procedure

L’esperto valutatore oggi ha numerosi strumenti a sua disposizione per approfondire una specializzazione che sta acquisendo una notevole rilevanza nella professione del Commercialista. Principi, linee guida e procedure non solo fanno sempre più parte della cassetta degli attrezzi del professionista ma, almeno negli obiettivi, dovrebbero garantire una maggiore affidabilità nella determinazione del valore a vantaggio dell’intero sistema economico.

Una grande sfida per la professione

Non resta che citare il Prof. Bini che in una intervista rilasciata in occasione della pubblicazione dei Principi Italiani di Valutazione ha così ben sintetizzato le sfide e gli obiettivi dei professionisti economico-contabili: “Il nuovo contesto economico-finanziario rappresenta una grande sfida per la professione degli esperti di valutazione. In un contesto più incerto, l’errore è sempre in agguato. Per questa ragione in tutto il mondo si è cercato di rispondere alla crisi emanando oltre che principi di valutazione anche documenti in grado di fungere da linee guida (best practices) per l’esperto di valutazione. Si tratta di documenti che si concentrano sul processo valutativo, sulla completezza della base informativa, sulla sostenibilità delle ipotesi, ecc.. Il loro compito consiste nell’identificare un “modus operandi” condiviso a livello professionale che consenta di ridurre la discrezionalità dell’esperto e per questa via anche l’assunzione di rischi inutili. Naturalmente la valutazione è sempre una opinione, non un dato di fatto, e quindi richiede che l’esperto formuli un giudizio (di necessità soggettivo); tuttavia la soggettività va disciplinata, deve cioè essere esercitata nell’ambito di un percorso razionale, trasparente e completo.”

Per approfondire

Scarica i principi in consultazione

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Le valutazioni di bilancio nelle false comunicazioni sociali

Le valutazioni di bilancio nelle false comunicazioni sociali

La riforma dei reati di false comunicazioni sociali introdotta dalla L. 69/2015 ha fatto emergere una discrasia sulla rilevanza penale, e quindi sulla punibilità, del c.d. falso valutativo. In attesa del deposito delle motivazioni della Sentenza delle sezioni unite della Cassazione proviamo ad analizzare il contenuto della Informazione provvisoria n. 7 del 31 Marzo 2016 alla luce delle recenti sentenze in materia.

Articolo pubblicato su Mysolution| Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La L. 69/2015 ha sostituito (a decorrere dal 14/06/2015) gli artt. 2621 e 2622 c.c. ed ha inserito i nuovi artt. 2621-bis e 2621-ter c.c..

La normativa vigente, in estrema sintesi, distingue tra false comunicazioni sociali in società non quotate (art. 2621 c.c.) e false comunicazioni sociali in società quotate (art. 2622 c.c.), sanzionando entrambe le fattispecie come delitto, e punendole con la reclusione da uno a cinque anni, nel caso di società non quotate, e da tre a otto anni, nel caso di falso in società quotate. Sono state, inoltre, introdotte ipotesi attenuate per fatti di lieve entità (art. 2621-bis c.c.), ed una autonoma causa di non punibilità per particolare tenuità (art. 2621-ter c.c.).

I dubbi interpretativi nascono dalla modifica degli artt. 2621 e 2622 c.c.

 

Art.2621 c.c. ante riforma

Art.2621 c.c.
Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni.

La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.”.

Fuori dai casi previsti dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

 

Art.2622 c.c. ante riforma Art.2622 c.c.
Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.

Nel caso di società soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e successive modificazioni, la pena per i fatti previsti al primo comma e’ da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d’ufficio.

La pena è da due a sei anni se, nelle ipotesi di cui al terzo comma, il fatto cagiona un grave nocumento ai risparmiatori.

Il nocumento si considera grave quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall’ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entita’ complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo.

La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi settimo e ottavo, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonche’ da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa.”.

Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da tre a otto anni.

Alle società indicate nel comma precedente sono equiparate:

1) le società emittenti strumenti finanziari per i quali è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;

2) le società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un sistema multilaterale di negoziazione italiano;

3) le società che controllano società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;

4) le società che fanno appello al pubblico risparmio o che comunque lo gestiscono.

Le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

 

 

L’assenza di tale inciso ha portato alla formulazione di interpretazioni nonché di giudizi di legittimità opposti.

La V sezione penale della Corte non è, infatti, riuscita a consolidare al suo interno un’interpretazione univoca di tale riforma, formulando nel tempo sentenze di segno opposto.

Esclusione dei falsi valutativi e punibilità ai soli dati oggettivi – Cassazione n.33774 del 16/06/2015

È possibile ricostruire la spaccatura creatasi all’interno dei giudici della Suprema Corte partendo dalla sentenza n.33774 del 16/06/2015. Questa prima sentenza ha attribuito alla citata riforma delle false comunicazioni sociali un effetto parzialmente abrogativo: si ritiene che il nuovo testo, facendo riferimento a “fatti materiali” delimiti la punibilità ai soli dati oggettivi, escludendo da essi le valutazioni.

Seguendo tale interpretazione, la mancata inclusione nel nuovo testo legislativo dell’inciso sulle valutazioni esprime la “volontà di non attribuire più rilevanza penale alle attività di mera valutazione ovvero alle stime, che caratterizzano alcune voci di bilancio e che rispondono a una pluralità di considerazioni fondate su elementi di varia natura.

E si è pure rilevato che la locuzione “fatti materiali”, senza ulteriori specificazioni, già era stata utilizzata dalla legge n. 154/1991 per circoscrivere l’oggetto del reato di frode fiscale di cui all’art. 4 lett. f) legge n. 516/1982, con il chiaro intento di escludere dall’incriminazione le valutazioni relative alle componenti attive e passive del reddito dichiarato. Come è noto, però, tale scelta è stata poi espressamente superata dal legislatore in occasione della riforma dei reati tributari del 2000, con la quale non solo la menzionata formula è stata modificata, ma specificamente è stata attribuita espressa rilevanza penale alle valutazioni estimative divergenti da quelle ritenute corrette, seppure entro la soglia di tolleranza del 10% (art. 7, comma 2. d. Igs. n. 74/2000).

È del tutto evidente, allora, che l’adozione dello stesso riferimento ai “fatti materiali non rispondenti al vero”, senza alcun richiamo alle valutazioni e il dispiegamento della formula citata anche nell’ambito della descrizione della condotta omissiva consente di ritenere ridotto l’ambito di operatività delle due nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, con esclusione dei cosiddetti falsi valutativi.

Tanto più che i testi riformati degli artt. 2621 e 2622 si inseriscono in un contesto normativo che vede ancora un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 cod. civ. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza), peraltro proprio a precisazione contenutistica della stessa locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”. Tale disposizione continua infatti a punire i medesimi soggetti attivi (“gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società….”) dei reati di cui agli artt. 2621 e 2622 che, nelle comunicazioni dirette alle autorità pubbliche di vigilanza, “espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”.

E, proprio sulla portata contenutistica della condotta descritta nell’art. 2638, questa Corte ha avuto modo di rilevare che l’espressione “fatti materiali, ancorché oggetto di valutazioni” porta solo ad escludere dal perimetro della punibilità le opinioni, le previsioni o le congetture prospettate come tali, cioè quali apprezzamenti di carattere squisitamente soggettivo.

Tale interpretazione della locuzione contenuta nell’art. 2638 cod. civ. allora finisce per ulteriormente supportare la tesi secondo la quale la riforma del 2015 ha fatto ricorso solo alla locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero”, non replicando la precisazione contenuta del previgente art. 2621 e nel vigente citato art. 2638, con l’intento di lasciar fuori dalla fattispecie le valutazioni.

Per quanto riguarda invece le modifiche apportate alla struttura dell’elemento soggettivo, deve osservarsi come il legislatore abbia confermato, riguardo ad entrambe le figure di reato, la necessità di un dolo specifico, caratterizzato dal fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto. La novella non ha invece riproposto la espressa caratterizzazione dello stesso come intenzionale, attraverso la soppressione dell’inciso “con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico”, che era stato introdotto nel 2002. In diretta relazione alla descrizione della condotta ha fatto invece la sua comparsa l’avverbio «consapevolmente», che appare sintomatico della volontà del legislatore di escludere la rilevanza del dolo eventuale.”

La pronuncia della Cassazione fa perno sulla necessaria tipicità della fattispecie penale, che verrebbe elusa dal mantenimento delle valutazioni come oggetto di reato, tenendo anche in considerazione la soppressione delle soglie di punibilità.

Rilevanza penale degli enunciati valutativi – Cassazione n. 890 del 12/11/2015

La successiva pronuncia della Cassazione, sentenza n.890 del 12/11/2015, ribalta la precedente, sostenendo che il riferimento ai “fatti materiali”, indicati nell’art. 2621 c.c., quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non è sufficiente ad escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, anch’essi oggetto di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale.

È indiscusso che “all’ineludibile indagine testuale debba associarsi il richiamo al canone logico-sistematico ed a quello teleologico, ai fini della compiuta focalizzazione dell’impatto della novella sull’assetto normativo preesistente.

Sul primo versante, non v’é dubbio che l’indagine letterale sconti, come di consueto, un quid di relativismo per la non sempre ineccepibile formulazione della struttura espositiva, talora persino in rapporto all’ortodossia sintattico – grammaticale. Tale approssimazione è, notoriamente, frutto non solo di scarso tecnicismo, ma anche della complessità della stessa procedura di elaborazione del testo delle leggi, sovente effetto di successive modifiche ed emendamenti, nel perseguimento di problematici equilibrismi strategici e compromissori, che, a volte, finiscono con lo stravolgere il significato inizialmente concepito. Nondimeno, nel caso di specie, non sembra revocabile in dubbio che la rimozione dal testo previgente della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni” non possa, di per sé, assumere alcuna decisiva rilevanza.

Quella in esame, infatti, è tipica proposizione “concessiva” introdotta da congiunzione (ancorché) notoriamente equipollente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benché”, “quantunque”, “anche se” et similia).

La proposizione concessiva ha, dunque, funzione prettamente esegetica e, di certo, non additiva, di talché la sua soppressione nulla può aggiungere o togliere al contesto semantico di riferimento. Conseguentemente, nel caso di specie, l’elisione di una proposizione siffatta non può, certo, autorizzare la conclusione che si sia voluto immutare l’ambito sostanziale della punibilità del falsi materiali, che, invece, resta impregiudicata, continuando a ricomprendere, come in precedenza, anche i fatti oggetto di mera valutazione. In sostanza, l’intervento in punta di penna del legislatore ha inteso “alleggerire” il precipitato normativo, espungendo una precisazione reputata superflua, siccome mera superfetazione linguistica.

Il problema – costituente il tema d’indagine preannunciato in premessa – riguarda il falso c.d. valutativo o qualitativo, ossia la falsa rappresentazione del fatto oggetto di valutazione. Ma se è indiscusso che solo gli enunciati informativi possono dirsi falsi, è ormai universalmente riconosciuto che il significato di un qualsiasi enunciato dipende dall’uso che se ne fa nel contesto dell’enunciazione, sicché non è la sua struttura linguistica bensì la sua destinazione comunicativa ad assegnare una possibile funzione informativa a un qualsiasi enunciato. Orbene, è risaputo che il bilancio – principale strumento di informazione – si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore, espresso in grandezza numerica. Si tratta, per vero, di attività prettamente speculativa e valutativa, al pari di ogni altra che esprima giudizi di valore.

Non può, allora, dubitarsi che nella nozione di rappresentazione dei fatti materiali e rilevanti (da intendere nelle accezioni anzidette) non possano non ricomprendersi anche – e soprattutto – tali valutazioni.

Orbene, anche le valutazioni espresse in bilancio non sono frutto di mere congetture od arbitrari giudizi di valore, ma devono uniformarsi a criteri valutativi positivamente determinati dalla disciplina civilistica (tra cui il nuovo art. 2426 cod. civ.), dalle direttive e regolamenti di diritto comunitario (da ultimo, la citata direttiva 2013/34/UE e gli standards internazionali Ias/Ifrs) o da prassi contabili generalmente accettate (es. principi contabili nazionali elaborati dall’Organismo Italiano di Contabilità). Il mancato rispetto di tali parametri comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancor’oggi punibile ai sensi del nuovo art. 2621 cod. civi., nonostante la soppressione dell’inutile inciso ancorché oggetto di valutazioni.

In tale prospettiva, non par dubbio che ad assumere rilievo, in ultima analisi, è non tanto la fedele trasposizione (pur sempre problematica) della realtà “oggettiva” della società (c.d. verità oggettiva di bilancio), quanto piuttosto la corrispondenza della stima dei dati esposti a quanto stabilito dalle prescrizioni di legge o da standards tecnici universalmente riconosciuti.

In funzione della ricerca di momenti di conferma – in prospettiva teleologica – non può, poi, essere privo di significato l’inserimento sistematico delle nuove false comunicazioni sociali in un testo normativo anticorruzione (legge 27 maggio 2015, n. 69, recante disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio), ad eloquente riprova della presa d’atto, da parte del legislatore, del dato esperienziale che il falso in bilancio è ricorrente segnale di determinati fenomeni corruttivi, spesso in ragione dell’appostazione contabile di false fatturazioni intese a costituire fondi in nero, destinati al pagamento di tangenti o ad altre illecite attività. Di talché, escludere dall’alveo dei falsi punibili quello valutativo significherebbe frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione.

Può, allora, affermarsi il principio secondo cui nell’art. 2621 cod. civ. il riferimento ai “fatti materiali” oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati. Infatti, qualora intervengano in contesti che implichino accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, anche gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere ad una funzione informativa e possono, quindi, dirsi veri o falsi.”

Irrilevanza penale dei falsi estimativi – Cassazione n. 6916 del 08/01/2016

Con un’ulteriore decisione, sentenza n.6916 del 08/01/2016, la Cassazione torna sui suoi passi, riprendendo la tesi dell’irrilevanza penale dei falsi estimativi, sostenuta nella sentenza n.33774/2015.

Rilevanza penale degli enunciati valutativi ed integrale continuità normativa – Cassazione n. 12793 del 02/03/2016

Successivamente, si assiste ad un’ulteriore “cambio di rotta” con la sentenza n.12793 del 02/03/2016, che riprende l’orientamento della sentenza n.890/2016, secondo il quale sussiste piena e integrale continuità normativa tra l’art.2621 c.c. ante riforma e la sua formulazione attuale, risolvendo, di conseguenza, il problema della sopravvenuta “abrogatio criminis”. Nello specifico, l’eliminazione dell’inciso relativo alle valutazioni, non avendo il fine di costituire un’ipotesi abrogativa di una “categoria”, ha implicitamente ribadito l’irrilevanza del percorso argomentativo attraverso il quale il fatto non corrispondete al vero viene esposto in bilancio, cioè se attraverso un percorso valutativo o riproduttivo di un dato, dovendo escludere la rilevanza penale ai soli apprezzamenti di carattere soggettivo.

L’aspetto discriminante è la rilevanza e la concreta idoneità dell’informazione falsa ad indurre altri in errore.

“ L’espunzione dall’art. 2621 c.c. dell’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” riferito ai “fatti materiali” di cui alla recente riforma del 2015 non può che essere insignificante, stante l’irrilevanza del percorso attraverso il quale si giunge all’esposizione del fatto materiale. L’enfasi con la quale è stata segnalata tale soppressione è probabilmente ascrivibile al fatto che il legislatore del 2002 ha inserito contemporaneamente l’aggettivo “materiali” (in considerazione dell’esigenza di delimitare come detto al portata del reato escludendo gli apprezzamenti “schiettamente” soggettivi) e l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, sicché l’eliminazione di quest’ultimo, senza la contemporanea elisione dell’aggettivo “materiali” ha determinato il convincimento di una riconsiderazione della condotta punibile, secondo voluntas legis non più “valutativa”. Tale interpretazione, tuttavia, tralascia la genesi, l’evoluzione, il contesto di riferimento ed i principi affermati da dottrina e giurisprudenza sino alla sentenza “Crespi”, che inducevano complessivamente ad escludere qualsiasi forma di riconsiderazione della locuzione “fatti materiali”, stante il significato da attribuirsi ad essa, quantunque epurata dal riferimento al sintagma “ancorché oggetto di valutazione”. Peraltro, negare la possibilità che il falso possa realizzarsi mediante “valutazioni” significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per sé necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’art. 2426 c.c..

La sentenza n. 890 del 12/11/2015 evoca nella sostanza tali punti di approdo, laddove rileva che veritiero vuol dire che gli amministratori non sono tenuti a una assoluta verità oggettiva di bilancio, impossibile da raggiungere per i dati stimati, ma impone a quest’ultimi di indicare il valore di quei dati che meglio risponde alla finalità e agli interessi che l’ordinamento vuole tutelare; il bilancio, dunque, è “vero”, di regola, non tanto e non solo perché tende a rappresentare fedelmente l’obiettiva realtà aziendale sottostante, bensì perché si conforma a quanto stabilito dalle prescrizioni legali in proposito. Si tratta di un “vero legale” stante la presenza di una disciplina legislativa che assegna valore cogente a determinate soluzioni elaborate dalla tecnica ragionieristica.

Occorre, infine, dar conto della condivisibile argomentazione spesa sempre nella sentenza n. 890 del 12/11/2015, secondo cui il mantenimento nel corpo dell’art. 2638 c.c. del sintagma “ancorché oggetto di valutazioni” non sarebbe significativo al fine di ritenere che l’elisione di tale sintagma nell’art. 2621 c.c. costituisca sintomo della volontà di rendere penalmente irrilevanti i cd. falsi valutativi, tutelando le due norme beni giuridici diversi. Una diversa interpretazione comporterebbe infatti il risultato paradossale – e forse di dubbia costituzionalità – che la redazione di uno stesso bilancio, recante falsi valutativi, sarebbe penalmente irrilevante se diretto ai soci ed al pubblico e penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza.”

I giudici della V sezione restano divisi tra un’interpretazione letterale, restrittiva della riforma, e un’interpretazione logica, elastica.

Rilevanza penale del falso valutativo secondo la Cassazione a Sezioni unite con l’informazione provvisoria n. 7 del 31 Marzo 2016

A dirimere il conflitto è intervenuta la Cassazione a Sezioni unite, la quale, a sorpresa, ha accolto la soluzione prospettata dall’orientamento minoritario venutosi a formare dopo le modifiche legislative.

Come da informazione provvisoria n.7 della Suprema Corte:

 INFORMAZIONE PROVVISORIA N.7

P.U. 31 Marzo 2016

Questione controversa:

Se, ai fini della configurabilità del delitto di false comunicazioni sociali, abbia tuttora rilevanza il falso “valutativo” pur dopo la riforma di cui alla legge n.69 del 2015.

Soluzione adottata:

Affermativa. Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di “valutazione”, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tale criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni.

Riferimenti normativi:

Cod. civ., artt. 2423-2435-ter, 2621 e segg.; r.d. 16 marzo 1942, n.267, artt. 216 e 223, legge 27 marzo 2015, n.69, artt. 9, 10 e 11.

Le Sezioni unite, aderendo all’impostazione della sentenza n. 890/2016, stabiliscono che «sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo all’esposizione od omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, ci si discosti consapevolmente da essi, senza darne adeguata informazione giustificativa ed in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni».

Si attende il deposito delle motivazioni per meglio comprendere le ragioni che hanno portato i Supremi giudici a confermare la soluzione della rilevanza penale dei falsi valutativi.

Resta aggiornato

 

Recesso del socio nelle società di persone

Recesso del socio nelle società di persone

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Un recente documento della Fondazione Nazionale Commercialisti affronta il recesso del socio nelle società di persone approfondendo alcuni aspetti dai rilevanti risvolti pratici trattandosi, nella specie, dei criteri di valutazione delle quote, dell’avviamento e delle conseguenze prodotte dalla liquidazione della quota sul capitale sociale delle società di persone.

 

Il recesso è un atto unilaterale recettizio che esprime la volontà del socio di abbandonare la compagine sociale, ai sensi dell’art. 2285 c.c. «ogni socio può recedere dalla società quando questa è contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci. Può inoltre recedere nei casi previsti nel contratto sociale ovvero quando sussiste una giusta causa. Nei casi previsti nel primo comma il recesso deve essere comunicato agli altri soci con un preavviso di almeno tre mesi». Costituisce, quindi, una deroga al principio generale dell’indissolubilità unilaterale dei contratti.

Le cause del diritto di recesso

Il diritto di recesso (diritto potestativo spettante ad ogni socio) deriva:

  1. dalla costituzione della società a tempo indeterminato (con preavviso);
  2. dall’inadempimento di obblighi contrattuali da parte degli altri soci (cause convenzionali);
  3. da una giusta causa.

La “giusta causa” all’interno delle società di persone emerge in seguito all’estromissione del socio dall’amministrazione e dalla gestione della società, ovvero al venir meno del vincolo/rapporto fiduciario alla base delle società personali.

Al verificarsi di una causa di recesso sarà necessario procedere al calcolo della quota di competenza del socio recedente. Esso avrà diritto, esclusivamente, al pagamento di una somma di denaro pari al valore della propria quota, non potendo vantare diritti sui beni conferiti sino allo scioglimento della società.

Diritto soltanto ad una somma di danaro

Nel rispetto della tutela dell’interesse esclusivo della società alla conservazione dei valori produttivi, ex art.2289 c.c. «nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota. La liquidazione della quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento. Se vi sono operazioni in corso, il socio o i suoi eredi partecipano agli utili e le perdite inerenti alle operazioni medesime.».

Va segnalato che, una parte minoritaria della dottrina riconosce alla società la facoltà di adempiere, in alternativa al pagamento di una somma di danaro, mediante la restituzione di beni (o quote di essi) in natura, se ciò risulta più conveniente per la società.

La valutazione della quota in caso di recesso

L’art.2289 c.c. fissa un criterio legale di liquidazione della quota, che prende a cardine della valutazione la situazione patrimoniale al momento in cui si verifica il recesso. In base all’orientamento prevalente, il suddetto articolo richiama indirettamente un bilancio ad hoc,  idoneo ad evidenziare l’effettiva consistenza economica della quota.

La Suprema Corte, inoltre, precisa che nella determinazione della suddetta quota occorre tener conto della “effettiva consistenza economica dell’azienda sociale all’epoca dello scioglimento del rapporto, comprendendovi anche il fattore di redditività dell’azienda stessa” (Cass. 10/07/1993 n.7595); sostanzialmente, nella determinazione del quantum debeatur andrà incluso il valore dell’avviamento (positivo o negativo).

In assenza di un metodo legale ed univoco di valutazione delle partecipazioni sociali, è possibile fissare criteri statutari volti a determinare in maniera oggettiva il valore della quota, considerando illegittime solo quelle clausole che conducono al rimborso della partecipazione secondo criteri diversi dal valore di mercato.

Il metodo ritenuto più idoneo a determinare il valore della quota è quello misto patrimoniale/reddituale, caratterizzato dalla ricerca di un valore che tiene conto dell’aspetto patrimoniale senza dimenticare le attese reddituali.

Seguendo tale impostazione, si avrà una rielaborazione dello stato patrimoniale della società, individuando un “patrimonio netto rettificato” valutato nelle sue singole parti, al quale verrà sommato il valore riconosciuto all’avviamento, in modo tale da quantificare il valore della società e di conseguenza il valore della quota da liquidare al socio uscente.

Il pagamento della quota

Il pagamento della quota spettante al socio deve essere fatto entro sei mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto, senza alcuna corresponsione di interessi.

Sulla natura del credito spettante al socio recedente dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenerlo un credito di valuta, che soggiace al principio nominalistico di cui all’art.1277 c.c., rendendo applicabili i principi sul risarcimento del danno conseguente alla mora del debitore.

L’obbligo di liquidare la quota è posto direttamente in capo alla società, e non ai singoli soci restanti. Tale disposto rimane valido anche per le società di persone, le quali pur non avendo personalità giuridica, sono comunque soggetti di diritto, titolari di un autonomo patrimonio.

Di conseguenza, il debito derivante dalla liquidazione della quota al socio uscente deve essere soddisfatto dalla società e, solo in via sussidiaria, dai rimanti soci.

Per approfondire

Scarica il documento: La valutazione delle quote nelle società personali in ipotesi di recesso ed esclusione


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Impatto dei nuovi principi OIV sul procedimento di valutazione delle PMI

Impatto dei nuovi principi OIV sul procedimento di valutazione delle PMI

Il 23 novembre a Palermo avrò il piacere di partecipare ad un importante convegno sull’impatto dei nuovi principi OIV sul procedimento di valutazione delle PMI da parte dei Commercialisti. L’evento è organizzato in collaborazione con Alumni Bocconi e ODCEC Palermo, valido ai fini della formazione professionale.

Lunedì 23 novembre, ore 9.00-13.30
ODCEC Palermo, via Emerico Amari 11
Valido ai fini della Formazione Professionale Continua dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili.
Organizzato dall’area di Palermo e dal Topic Accountants della Bocconi Alumni Association, in collaborazione con ODCEC Palermo.

“Nuovi principi italiani di valutazione d’azienda nelle PMI”

Un’analisi dell’impatto dei nuovi principi emanati dall’OIV sul procedimento di valutazione delle PMI da parte dei Dottori Commercialisti.

PROGRAMMA:

Saluti introduttivi:
Fabrizio Escheri, Presidente ODCEC Palermo
Nicolò La Barbera, Presidente Fondazione Francesco Bianchini Commercialisti Palermo
Dario Marino, Coordinatore Bocconi Alumni Association Palermo

“Problematiche dell’applicabilità dei principi italiani di valutazione d’azienda alle PMI”
Andrea Arrigo Panato, Studio Panato – Milano

“La valutazione delle imprese in crisi”
Raffaele Marcello, Componente CNDCEC con delega ai Principi contabili e di valutazione, Componente del Consiglio di Gestione OIC e del Consiglio dei Garanti OIV

“La valutazione delle imprese in crescita e il costo del capitale”
Paolo Ghiringhelli, Professore Associato Università Bocconi – Dipartimento di Accounting 

Modera: Antonio Coglitore, Consigliere ODCEC Palermo Coordinatore Commissione Formazione e Aggiornamento, Consigliere Fondazione Francesco Bianchini Ordine Commercialisti Palermo

Conclusioni: Maurizio Di Costanzo, Dottore Commercialista-Revisore legale, Team Bocconi Alumni Association Palermo

Per info e partecipazione:

Maggiori informazioni alla pagina dell’ Alumni Bocconi sull’evento: Valutazione d’azienda per le PMI

Scarica il programma completo del convegno


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La valutazione della partecipazione in caso di recesso e la previsione di sconti e premi in statuto

La valutazione della partecipazione in caso di recesso e la previsione di sconti e premi in statuto

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Il Notariato del Triveneto torna ad approfondire il tema del recesso del socio nelle Spa e in particolare il tema della valutazione della partecipazione e l’applicabilità di sconti di minoranza e premi di maggioranza. Approfondiamo la portata della recente massima anche in vista dell’evento formativo gratuito del 13 ottobre 2015 avente a tema “La gestione del conflitto tra soci nelle Srl” in cui andremo ad approfondire il diritto di recesso e la valutazione della partecipazione anche alla luce dei nuovi principi italiani di valutazione e con l’ausilio delle massime del Notariato.

La posizione del Notariato del Triveneto

In una delle recenti massime del Comitato interregionale dei consigli notarili delle tre Venezie che trovate raccolte negli Orientamenti in materia di atti societari 2015 si considera lecita la previsione di un premio di maggioranza o di uno sconto di minoranza nella clausola statutaria di valorizzazione delle azioni per il caso di recesso.

Riportiamo integralmente sia la massima sia il relativo commento per consentire il dovuto approfondimento: H.H.8 (Previsione di un premio di maggioranza o di uno sconto di minoranza nella clausola statutaria di valorizzazione delle azioni per il caso di recesso – 1° pubbl. 9/15 – motivato 9/15). Con riferimento alle cause convenzionali e derogabili di recesso, è legittimo che lo statuto di una società per azioni non quotata disponga che, in sede di liquidazione delle azioni del socio recedente, si preveda un “premio di maggioranza”, da attribuirsi nel caso in cui la partecipazione azionaria del socio uscente garantisca una posizione di controllo in seno alla società, oppure uno “sconto di minoranza”, da applicarsi nell’opposta ipotesi in cui il “pacchetto azionario” sia ininfluente ai fini del controllo societario”.

La valutazione ex art. 2473 c.c.

Tornando al tema del convegno ricordiamo che nella S.r.l. il socio che recede ex art. 2473 c.c. ha diritto al rimborso del valore della propria partecipazione, determinato in proporzione al valore di mercato del patrimonio sociale al momento della dichiarazione di recesso:

“… I soci che recedono dalla società hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale. Esso a tal fine è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso; in caso di disaccordo la determinazione è compiuta tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente”.

La norma non pare quindi prevedere particolari margini per premi e sconti nella valutazione di partecipazioni e l’apertura del notariato è motivata esclusivamente dalla previsione nello statuto della Spa.

Discrezionalità tecnica

Il dettato normativo, coerentemente con la miglior dottrina, pur lasciando all’esperto ampia libertà sui metodi valutativi, obbliga a determinare il valore della partecipazione in base a due criteri fondamentali:

  • criterio proporzionale (escludendo quindi sconti di minoranza/illiquidità o premi di maggioranza);
  • valore di mercato (da non sottovalutare la difficoltà a reperire informazioni pubbliche su valore di mercato partecipazioni o aziende Pmi).

I principi italiani di valutazione

I principi italiani di valutazione recentemente approvati forniscono all’esperto importanti linee guida a cui rifarsi nella valutazione d’azienda e di partecipazioni sociali. I principi italiani di valutazione (Piv), pur con qualche perplessità sulla loro reale applicabilità soprattutto nel caso di valutazione di Pmi, rappresentano una voce autorevole in dottrina e le loro indicazioni per il valutatore delle partecipazioni in caso di recesso sono chiare e prudenti ma esclusivamente riferibili alle valutazioni ai sensi dell’art. 2437-ter, comma 2.

L’unità di valutazione di riferimento nel caso di valutazioni a fini di recesso è rappresentata dall’azienda nel suo complesso. Il valore della singola azione è calcolato pro-quota.

  • Non paiono applicabili né premi di maggioranza, né sconti di minoranza.
  • Sono invece da considerare quegli sconti che si applicano all’impresa nel suo complesso:
    1. gli sconti per la dipendenza da persone chiave;
    2. nei casi di business che assorbono cassa e richiedono futuri finanziamenti, gli sconti per mancanza di liquidabilità.

    Scarica il documento: Orientamenti in materia di atti societari 2015


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