Falso in bilancio e autoriciclaggio

Falso in bilancio e autoriciclaggio

Cosa cambierà con il nuovo disegno di legge

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Il disegno di legge contenente le “Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio” si propone di riformulare integralmente la disciplina del falso in bilancio, modificare quanto previsto dagli articoli 2621 (“False comunicazioni sociali”) e il 2622 (“False comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori”) del codice civile.

 

NORMATIVA ATTUALE

In materia di false comunicazioni sociali la disciplina attualmente vigente stabilisce quanto segue:

all’art. 2621, c.c.:

  • la reclusione fino a 2 anni per gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili  societari, i sindaci e i liquidatori che commettono il fatto al fine di conseguire per sé o per altri ingiusto profitto e in modo da indurre in errore i destinatari;
  • le tre seguenti ipotesi di esclusione di punibilità:
    • le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene;
    • le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento;
    • il fatto è conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

All’art. 2622, c.c.:

  • per le società quotate sono previste:
  • la reclusione da 3 mesi a tre anni per i soggetti di cui all’art. 2621, c.c. che commettono il fatto, non soltanto in modo da indurre in errore i destinatari, ma anche arrecando un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori;
    • una pena più severa (reclusione da 1 a 4 anni);
    • la procedibilità d’ufficio del delitto;
    • la reclusione da 2 a 6 anni, nel caso in cui il fatto procura “grave nocumento ai risparmiatori”;
  • infine le stesse tre ipotesi di esclusione di punibilità previste dall’art. 2621, c.c.

 

LE NOVITÀ DEL DISEGNO DI LEGGE N. 19

Di seguito si intendono illustrare le principali novità proposte nel suddetto disegno di bilancio in tema di falso in bilancio e riciclaggio:

  • le false comunicazioni sociali oggetto dell’art. 2621, c.c. sono considerate reato di pericolo perseguibile d’ufficio. Inoltre, sono punibili con la reclusione da 1 a 5 anni, pena che consente anche le intercettazioni telefoniche;
  • per le società quotate sono previste pene più severe:
    • la reclusione da 2 a 6 anni;
    • la reclusione da 3 a 12 anni se il danno provocato è grave;
  • l’eventuale danno patrimoniale arrecato alla società, ai soci o ai creditori è una aggravante che comporta l’inasprimento della pena;
  • l’eliminazione delle cause di non punibilità;
  • l’inserimento del delitto relativo alla falsità della revisione, tra i reati-presupposto;
  • l’estensione della responsabilità da reato degli enti ai reati tributari;
  • introduzione del reato di auto riciclaggio, definito dal Consiglio superiore della magistratura come “il reimpiego e la reimmissione sul mercato di risorse provenienti da reato, da parte di chi lo abbia commesso”.

 

CONCLUSIONI

La proposta di riforma ha ampia portata e se entrasse in vigore porterebbe notevoli modifiche al nostro ordinamento, innanzitutto introducendo il reato di autoriciclaggio, il reato di falsità della revisione ed estendendo la responsabilità da reato degli enti ai reati tributari.

Inoltre, la riforma configura le false comunicazioni sociali come reato perseguibile d’ufficio non solo per le quotate, ma per tutte le società. L’unica eccezione è costituita dalle società piccole (società con attivo in 3 anni non superiore a 300mila euro, ricavi del triennio non oltre 200mila euro e debiti non oltre i 500mila euro), per cui l’iniziativa di parte è necessaria.

Certamente obiettivo della riforma è potenziare e rendere più efficaci gli strumenti a disposizione della magistratura e delle forze di polizia per contrastare sia i reati tributari e di falso in bilancio, sia il crimine organizzato.

Purtroppo per quanto gli obiettivi paiano condivisibili gli strumenti proposti per raggiungerli destano più di qualche perplessità.

Particolare preoccupazione deriva dall’assenza di previsione di ipotesi di esclusione di punibilità, meccanismo complesso e certamente migliorabile, ma che trovava la sua ragion d’essere nel non voler sanzionare le scarse alterazioni della corretta rappresentazione contabile.

 

 

La tomba del generale, un drago pigro e le domande di un bimbo.

Uno strano week end quello appena passato. Complice un convegno per dentisti organizzato a Predappio mi son ritrovato, accompagnando mia moglie ed il Panatino, a visitare il paese che diede i natali a Mussolini proprio nei giorni dell’anniversario della Marcia su Roma.

Un week end meraviglioso con mio figlio tra castelli fatati (inspiegabilmente chiusi ai turisti) e ristoranti in cui un drago pigro nascosto in un forno a legna sputa fuoco per cucinare la pizza.

Un week end in cui ho rubato qualche minuto per visitare la cripta Mussolini, un po’ nascosta, nell’imbarazzo della gente del posto che, complice anche una certa ritrosia contadina, pare voglia solo dimenticare ciò che è avvenuto durante e dopo il fascismo.

Impossibile visitare alcun chè, la Rocca delle Caminate chiusa per lavori, nessuna indicazione turistica, solo tanta polizia locale, come se in caso di rivoluzione toccasse alla municipale fare da argine.

Una sensazione strana come se Lui fosse ancora lì, come ai tempi del “Parliamo dell’elefante” di Leo Longanesi. Come se quei continui tentativi di cancellare la sua esistenza non facessero altro che ricordarla.

Mio figlio osservando la statua posta sulla tomba mi ha fatto una domanda che mi ha imbarazzato non poco:

“Papà era cattivo?”.

Lui è troppo piccolo e gli ho solo detto che volevo visitare la tomba di un generale, senza entrare troppo in particolari che affronterà meglio da grande senza essere influenzato da papà.

Una domanda però disarmante. Soprattutto se posta nella cripta dove volle essere sepolto insieme ai suoi figli ed alla moglie.

Nella tomba ritrovi l’uomo e non il Duce.

Era cattivo? Fece alcune cose buone e molte tremende. Una parte degli errori più devastanti derivarono da scelte che inizialmente potevano sembrare forse inevitabili politicamente (alleanza con la Germania in primis).

Per definire i cattivi bisogna poi esser ben certi di esser tra i buoni.

Gli italiani lo fermarono o lo incoraggiarono? Si opposero quando ancora era possibile farlo? E tra quei pochi che si opposero quanti lo fecero per amor di libertà e quanti per sostituire una dittatura con un’altra?

Da liberale mi chiedo sempre se la colpa più grande non ricada alla fine su noi italiani che cerchiamo disperatamente un capo da inneggiare in caso di successo e da incolpare in caso di insuccesso. Noi in entrambi i casi ne usciamo puliti, italiani brava gente, e come gli abitanti di Predappio preferiamo dimenticare e non affrontare il passato.

Forse la risposta più giusta è che i cattivi siamo noi, siamo noi che innalziamo a salvatore della Patria persone inadeguate e a furia di eia eia a la là convinciamo un ottimo giornalista di essere un duce infallibile, un buon imprenditore televisivo di essere l’unto del Signore, un buon sindaco di Firenze di essere il premier della rinascita.

Sia chiaro che qui non voglio far alcun confronto (impossibile ed ingeneroso) tra i tre, se non come riferimento al modo con cui gli italiani si rapportano ai leader.

Perché come sarebbe andata a finire è sempre stato già scritto nelle cose ma amiamo illuderci.

Forse questo Paese, un Paese che diede (non dimentichiamolo mai) ampio consenso al fascismo, dovrebbe porsi la domanda che mi ha posto mio figlio e con coraggio provare a darsi delle risposte.

Sarebbe stato cosi cattivo se i giornali avessero fatto inchieste scomode?

Sarebbe stato cosi cattivo se gli imprenditori avessero scelto il libero mercato e non dazi e sussidi?

Sarebbe stato cosi cattivo se il popolo tutto avesse sorriso davanti a certa propaganda?

Sarebbe stato cosi cattivo se ci fosse stata una opposizione credibile?

Per dare delle risposte però occorre guardarsi dentro e questo purtroppo spesso fa male.

 

Legge di stabilità 2015: opportunità e criticità della manovra

Prima lettura della manovra Renzi in 10 punti e qualche riflessione.

Articolo pubblicato su FiscoPiù e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore Giuffrè

Le pur apprezzabili intenzioni di proporre una legge di stabilità espansiva volta ad incrementare occupazione e consumi nascondono numerosi incrementi di imposta tanto da far pensare ad una manovra tesa più a redistribuire che non a ridurre la tassazione.

Il rischio, già contemplato nelle clausole di salvaguardia, è che il maggior debito si tramuti in nuove tasse nel breve periodo ed in aspettative negative che mal si conciliano con un aumento dei consumi e degli investimenti.

 

Le difficoltà economiche in cui versa l’Italia e buona parte dell’Europa hanno portato all’elaborazione di un progetto di bilancio, di cui ad oggi non è stato reso pubblico il testo, mirato principalmente a favorire le imprese e i consumi e, ci si augura, la crescita del Paese.

Le intenzioni dichiarate sono il sostegno ai consumi privati ed un forte incentivo a favorire le nuove assunzioni mediante una consistente riduzione del costo del lavoro.

Particolarmente apprezzabile, quanto meno sul piano teorico, la volontà di voler dedurre la componente lavoro (pur con importanti limitazioni) dalla base imponibile IRAP.

Purtroppo la manovra contiene in più punti provvedimenti volti ad incrementare l’imposizione.

La manovra di stabilità (che fa sue in qualche modo numerose proposte già formulate da Tremonti nel 2011), per quanto ad oggi ci è dato sapere, appare quindi sì una manovra espansiva nelle intenzioni, ma soprattutto una manovra tesa più a redistribuire che non a ridurre la tassazione.

Resta del tutto aperto il tema coperture e tagli di spesa, soprattutto dopo le dimissioni del commissario Cottarelli.

Il rischio, già contemplato nelle clausole di salvaguardia, è che il maggior debito si tramuti in nuove tasse nel breve periodo ed in aspettative negative che mal si conciliano con un aumento dei consumi e degli investimenti.

Di seguito si illustrano sinteticamente alcune delle principali novità previste nella legge di stabilità 2014.

 

1. IRAP, aumenta l’aliquota, ma si riduce la base imponibile.

La bozza della legge di Stabilità prevede il ritorno alla aliquota Irap del 3,9%, retroattivamente, già a partire dal primo gennaio 2014. Nessuna sanzione è prevista per chi ha versato minori acconti previsionali in base all’aliquota del 3,5% prevista dal decreto legge 66/14.

È prevista invece la deducibilità integrale a partire dal 2015 del costo del lavoro dalla base imponibile ai fini IRAP.

La riduzione del carico fiscale Irap sarà però dovuta per i soli contratti di lavoro a tempo indeterminato.

La riforma, anche a causa dell’ incremento retroattivo dell’aliquota IRAP che torna al 3,9%, andrà quindi a penalizzare le imprese caratterizzate da:

  • collaborazioni a progetto;
  • dipendenti a tempo determinato;
  • elevati oneri finanziari.

 

2. Decontribuzione neo assunti

Sono previste importanti agevolazioni: l’esenzione per 3 anni dei contributi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato con il nuovo sistema di tutele crescenti, effettuate a partire da gennaio 2015.

I datori di lavoro del settore privato che nel 2015 effettueranno assunzioni a tempo indeterminato potranno quindi contare, per tre anni, su un esonero della contribuzione complessiva a loro carico, entro il limite di una franchigia pari a 8.060 euro annui (in precedenza era fissato a 6.200 )

  

3. Gli 80 euro: Bonus IRPEF e Bonus bebè

Prevista la stabilizzazione del bonus IRPEF per i lavoratori dipendenti e assimilati con reddito annuo lordo fino a 26 mila euro. Se quindi il bonus da 80 euro diventa strutturale, la platea dei beneficiari non si estende a pensionati e partite IVA.

La manovra prevede inoltre un bonus di 80 euro al mese per i primi tre anni di vita per tutti i bambini, sia italiani che stranieri. Non è chiaro se spetterà di fatto a tutte le famiglie (se la soglia Isee sarà a 90mila euro), oppure a quelle con Isee inferiore a una soglia più bassa ( alcune fonti parlano di una soglia di 30mila euro).

 

4. Regime dei minimi sostituito dal nuovo regime forfetario

Il regime dei minimi subirà importanti modifiche volte ad un generale riordino della normativa. Si presentano le principali novità del regime agevolato che per molti contribuenti diverrà meno attraente:

  • aumento dell’imposta sostitutiva dal 5% al 15% dal 2015;
  • regime agevolato senza limiti di tempo (ferme restando tutte le altre condizioni);
  • soglie di ricavo diversificate in base al tipo di attività svolta (classificazione in base ai codici Ateco 2007) con forte penalizzazione per le attività professionali;
  • possibilità di versare i contributi INPS in proporzione al reddito dichiarato (e non più sui minimali);
  • ulteriori agevolazioni per le nuove attività.

 

5. Ristrutturazioni edilizie e risparmio energetico.

Vengono mantenute le principali agevolazioni su ristrutturazioni edilizie e risparmio energetico. In particolare è prevista una proroga a tutto il 2015 per:

  • Detrazione Irpef del 50% in 10 anni sulle ristrutturazioni edilizie, sui mobili e sui grandi elettrodomestici;
  • Detrazione Irpef e Ires del 65% sui lavori per il risparmio energetico qualificato.

Ad oggi pare aumentare invece dal 4 all’8% la ritenuta sui bonifici per i pagamenti delle spese di ristrutturazione.

 

6. TFR, erogazione anticipata facoltativa.

Prevista per i lavoratori dipendenti del solo settore privato la possibilità di richiedere l’erogazione anticipata dell’accantonamento a Tfr in busta paga dal 2015 al 2018.

Chi opta per il Tfr in busta paga subirà la tassazione ordinaria Irpef sulla retribuzione maggiorata, nonostante inizialmente sembrasse previsto il mantenimento della tassazione separata. Se la misura verrà confermata particolarmente svantaggiati saranno, in base alle prime simulazioni, i lavoratori con un reddito superiore ai 15mila euro.

Ancora da chiarire gli effetti dell’erogazione del TFR sul diritto al “bonus 80 euro” e sul reddito ISEE.

Chi deciderà di continuare ad accantonare il TFR subirà un ulteriore incremento dell’imposta sostitutiva sui redditi derivanti dalle rivalutazioni dei fondi per il Tfr. L’aliquota passerà dall’11 al 17%.

Per bilanciare gli effetti finanziari dell’erogazione del TFR sulle PMI la manovra dovrebbe prevedere l’anticipo delle risorse necessarie da parte degli istituti di credito che si vedrebbero garantire dall’INPS i rischi di eventuali insolvenze.

 

7. Tassazione più elevata per previdenza integrativa e polizze vita

La legge di stabilità torna ancora una volta a modificare la tassazione sulle rendite finanziarie. La manovra prevede inoltre un incremento della tassazione per: fondazioni bancarie, fondi di previdenza complementare, polizze vita, casse di previdenza delle professioni.

L’imposta sostitutiva sul risultato di gestione dei fondi pensione passa dall’11,5% al 20%, con effetto dal periodo d’imposta 2014.

Penalizzati inoltre i professionisti con cassa di previdenza (commercialisti, avvocati, architetti, ecc). Appare particolarmente discutibile infatti dover apprendere che una delle fonti di reperimento di risorse della manovra economica 2015 è l’inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie delle casse dei professionisti, con passaggio dell’aliquota dal 20% al 26%.

Aumento inoltre della tassazione, che passerà al 26%, anche per le plusvalenze delle polizze Vita incassate dagli eredi dell’assicurato. Le polizze, pur restando formalmente esenti da tasse di successione, vedranno proprio al momento della successione un incremento della tassazione di fatto in capo agli eredi.

 

8. Credito di imposta per ricerca e sviluppo

Si prevede il riconoscimento di un credito d’imposta per gli investimenti in ricerca da parte delle imprese fino ad un importo massimo annuale di 5 milioni di euro per beneficiario nella misura del 25 per cento (elevata al 50% se spese contrattualizzate con università e centri di ricerca) delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015.

 

9. Rivalutazione di terreni e partecipazioni

La manovra 2015 riapre nuovamente i termini relativi alla rideterminazione del valore o del costo di acquisto di terreni e partecipazioni non quotate posseduti all’1.1.2015.

Un’agevolazione per sua natura straordinaria, sta diventando praticamente strutturale essendo ormai costantemente riproposta da diversi anni.

Fissata al 30 giugno 2015 la scadenza per la redazione e l’asseverazione della perizia, nonchè per il versamento dell’imposta sostitutiva (o della prima delle tre rate in caso di rateizzazione).

L’imposta da corrispondere dovrà essere pari al 2% del valore risultante dalla perizia per le partecipazioni non qualificate e al 4% per le partecipazioni qualificate.

 

10. Clausole di garanzia ed aumento IVA dal 2016

Nel provvedimento, al fine di fornire all’ Europa una ulteriore tutela sul rispetto dei patti, sono state inserite diverse clausole di garanzia. In particolare si evidenzia la possibilità di un aumento dell’attuale aliquota IVA del 10% di 2 punti nel 2016 e di un altro punto nel 2017 (13%). Ulteriore aumento si potrebbe avere per l’attuale aliquota del 22% che passerebbe al 24% nel 2016, al 25% nel 2017 e al 25,5% (ovvero oltre la soglia europea) nel 2018.

Clausola di salvaguardia
Possibili incrementi aliquote IVA
2014201620172018
10%12%13%13%
22%24%25%25,50%

Ipotizzati inoltre nuovi incrementi per le accise sui carburanti: 700 milioni dal 2018.

 

Conclusioni

La manovra pur lodevole nelle intenzioni presenta, se manterrà l’impostazione attuale, diverse criticità sia di metodo sia di contenuto.

Se da un lato appare infatti complicato ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadino ed Amministrazione finanziaria, continuando a derogare allo Statuto del contribuente con norme di imposizione retroattiva, dall’altro l’assenza di un testo definitivo rende complicato fornire una analisi corretta delle novità.

Il tentativo di tassare il risparmio (sotto tutte le sue forme compreso in particolar modo quello previdenziale e la casa) per favorire una ripresa di consumi ed investimenti rappresenta inoltre una forte ingerenza nelle scelte di allocazione del reddito del contribuente.

Appare inoltre abbastanza probabile un incremento della tassazione a livello locale in assenza di dati certi sui tagli di spesa pubblica.

 

Per approfondire:

La modica quantità del gabelliere migliorista di Mario Seminerio

Non avete più alibi? Ve ne forniamo noi di Mario Seminerio

TFR in busta paga? Prof. Paolo Manasse

Che fare del Tfr? LaVoce.info

Ma i bebè non sono tutti uguali LaVoce.info

 

Le otto sfide delle aziende familiari ed il passaggio generazionale: il caso Luxottica

Le otto sfide delle aziende familiari ed il passaggio generazionale: il caso Luxottica

Una recente ricerca dell’Osservatorio AUB su tutte le aziende familiari italiane con ricavi superiori a 50 milioni di euro, promosso da AIdAF (Associazione italiana delle imprese familiari), appare particolarmente interessante per delineare i futuri trend in cui si trovano o si troveranno coinvolte le imprese italiane e i professionisti che da sempre le accompagnano.

Le otto sfide delle imprese familiari

Delle otto sfide identificate dalla ricerca dell’ Università Bocconi, tre riprendono e rafforzano alcuni trend consolidati negli anni precedenti; le altre cinque, invece, rispondono ad altrettanti approfondimenti tematici affrontati da Osservatorio AUB e AIdAF nel corso del 2013 sui temi della leadership familiare, della cultura familistica territoriale, del private equity, delle acquisizioni, degli investimenti diretti all’estero.

  1. evitare la convivenza (a tutti i costi) tra generazioni;
  2. pianificare la successione al vertice (prima che sia troppo tardi);
  3. superare il “glass ceiling”(ovvero valorizzare la componente femminile);
  4. bilanciare leadership familiare e CdA familiare;
  5. radicarsi in una cultura non familistica;
  6. aumentare le competenze per fare acquisizioni;
  7. cambiare il “focus” geografico degli investimenti diretti all’estero;
  8. conoscere il Private Equity (e il Private Debt);

 “Abbiamo individuato otto sfide”, afferma Guido Corbetta, titolare della Cattedra AIdAF-Alberto Falck, “che le aziende familiari si trovano ad affrontare per rilanciare la propria competitività: evitare la convivenza obbligata tra generazioni, nella forma di amministratori delegati multipli; pianificare la successione al vertice prima che sia troppo tardi; superare il soffitto di vetro che limita la crescita professionale delle donne; bilanciare leadership familiare e Cda familiare; radicarsi in una cultura non familistica; aumentare le competenze per fare acquisizioni; cambiare il focus geografico degli investimenti diretti all’estero; conoscere il private equity”.

Per approfondire: un’analisi dettagliata delle otto sfide

Le criticità del passaggio generazionale

Tra le otto sfide quella relativa al passaggio generazionale appare, per diffusione e criticità, di grande rilevanza. Per garantire la competitività dell’impresa è necessario pianificare per tempo e in modo strategico il passaggio di consegne tra l’imprenditore e l’erede, valutandone con attenzione i principali rischi e le potenziali opportunità.

Il Passaggio generazionale è un processo pluriennale in cui entrano in gioco numerosi fattori: fiscali, amministrativi, giuridici. Non andranno poi sottovalutati i rapporti psicologici tra le persone coinvolte che vedranno sovrapporsi la realtà familiare con quella aziendale.

Obiettivi del passaggio generazionale

  • Tutelare integrità e continuità dell’impresa;
  • evitare conflitti tra gli eredi.

Principali fattori da considerare

  • Caratteristiche peculiari dell’ impresa (dimensione, mercato, tecnologie impiegate, ecc);
  • tipologia di società adottata;
  • entità del patrimonio personale del fondatore e sua capacità di soddisfare gli eredi coinvolti e non coinvolti in azienda;
  • familiari coinvolti nell’attività dell’impresa (ruolo, capacità, esperienze maturate, aspettative personali);
  • esistenza di conflittualità tra eredi (anche solo potenziali e/o non legate all’impresa);
  • disponibilità di competenze manageriali;
  • implicazioni di natura fiscale e giuridica.

Strumenti utilizzabili

Diversi strumenti possono essere utilizzati per agevolare il passaggio generazionale:

  • affidare la gestione dell’azienda a manager esterni che affianchino l’erede fino alla sua piena maturità;
  • costituire patrimoni destinati, team di progetto o società ad hoc per consentire all’erede di prepararsi a sfide future più impegnative;
  • adottare un adeguato modello di “corporate governance”;
  • concludere apposite pattuizioni contrattuali (regolamenti di famiglia, accordi parasociali, etc.)

In merito all’ultimo punto rimando ad un nostro precedente articolo su Patti di famiglia e passaggio generazionale.

Sul tema lAscri, un’associazione dedicata alla prevenzione delle crisi d’impresa che riunisce commercialisti, industriali e uomini della finanza, ha elaborato un interessante pacchetto di proposte che proviamo brevemente sintetizzare:

  • presa di coscienza da parte dell’imprenditore del fatto che un familiare non portato per l’azienda non è un minus;
  • non utilizzare i denari dell’azienda a leva per eventuali liquidazioni ai soci o familiari;
  • coltivare un manager all’interno dell’azienda che possa eventualmente “stampellare” l’emergenza del passaggio generazionale;
  • individuare, in alternativa un manager esterno competente senza pregiudizi e con una visione strategica condivisa;
  • non scartare aprioristicamente l’idea di appoggiarsi ad un fondo qualora non si individui un passaggio generazionale in grado di cavalcare la crescita;
  • il leader di un’azienda familiare deve avere enormi doti di calma e strategia per mantenere coese le persone ed i soci in quanto è importante che ciascuno abbia un proprio ruolo e riconosca implicitamente il leader;
  • in ogni azienda che affronta il passaggio generazionale, la salvaguardia dei posti di lavoro per i dipendenti strategici è estremamente importante in quanto l’azienda è un insieme di persone;
  • prendere coscienza che purtroppo un passaggio generazionale “imposto per tragici eventi” può capitare a tutti;
  • per le aziende fino a certe dimensioni, il commercialista storico può avere un importantissimo ruolo;
  • le banche, attente all’indebitamento dell’azienda, possono ideare sistemi di finanziamento che non pregiudichino l’attività aziendale.

L’analisi del caso Luxottica

Le difficoltà che sta vivendo in questi mesi Luxottica sono da molti analisti attribuite ad un passaggio generazionale travolto da un’involuzione “padronale” che riafferma con forza le esigenze della proprietà familiare rispetto a quelle dell’impresa. Il caso però appare più complesso

«Ciò a cui abbiamo assistito, infatti, è una successione manageriale», osserva Guido Corbetta, titolare della cattedra Aidaf–Ernst & Young di Strategia delle aziende familiari all’Università Bocconi, «mentre il tema della successione proprietaria è ancora lì, e a questo si aggiunge un altro tema, ancora più complesso, quello della successione imprenditoriale».

Il caso Luxottica ripropone la questione della tensione impresa/famiglia nelle grandi imprese familiari. La questione della successione è tutta da costruire.

«Tenendo sempre ben separati proprietà e management e rispettive responsabilità», ammonisce Giulio Sapelli, professore di Storia economica all’Università Statale di Milano, contrario «alle stock option che creano commistione ma favorevole ai bonus monetari».

 Per approfondire: L’analisi del caso Luxottica

 Conclusioni

L’impresa italiana, indipendentemente dalle dimensioni, si trova oggi e sempre più si troverà in futuro a far fronte ad un investimento in cultura imprenditoriale senza precedenti. I professionisti saranno i primi a esserne coinvolti e dovranno come e più di altri accettare la sfida.

Per le piccole imprese, il commercialista potrà avere un ruolo rilevante nel pianificare per tempo il processo di successione e nel suggerire gli strumenti più opportuni anche grazie al rapporto di fiducia che mantiene con i principali membri della famiglia.

 

Documenti utili

L’analisi del caso Luxottica

Un’analisi dettagliata delle otto sfide

Patti di famiglia e passaggio generazionale

 

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Guida alla costituzione di una SRL

Guida alla costituzione di una SRL

La guida alla costituzione di una SRL è divenuta necessaria per fare il punto delle recenti novità normative, spesso contrastanti tra loro.

La dottrina è concorde nell’identificare la nuova società a responsabilità limitata come modello autonomo rispetto alla società per azioni, con caratteri di “accentuata duttilità e fortemente imperniato sull’elemento personale”, dotato di un proprio sistema di norme omogeneo per quanto riguarda la costituzione, l’organizzazione ed il funzionamento dell’ente societario, che era peraltro “l’obiettivo di fondo” della riforma del 2003, ossia “di accentuare il distacco della srl dalla s.p.a. e di farne un modello societario particolarmente elastico, che consenta di valorizzare i profili di carattere personale presenti soprattutto nelle piccole e medie imprese”.

In breve, di realizzare l’idea di srl come tipo di società di capitali che si presta meglio della società per azioni per l’organizzazione di imprese di modeste dimensioni, a base familiare e comunque con compagine societaria ristretta ed attiva.

Numerosi e recenti interventi normativi suggeriscono di fare il punto sulle novità per sfruttare al meglio i nuovi strumenti che il legislatore ha voluto fornire all’ impresa.

Segnaliamo la nuova guida dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma: LE VARIE FORME DI COSTITUZIONE DELLE SRL che affronta in particolare:

  • la riforma della SRL
  • SRL unipersonale
  • SRL semplificata
  • SRL a capitale ridotto (abolita)
  • SRL tra professionisti (Stp)

 Leggi il documento: LE VARIE FORME DI COSTITUZIONE DELLE SRL

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Rent to buy di immobili, analisi del contratto e regime fiscale

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Il Rent to buy di immobili sta acquisendo sempre maggior diffusione a causa della crisi del settore immobiliare. Riportiamo quindi una serie di approfondimenti da parte del Notariato e dell’ AIDC per affrontare una corretta analisi del contratto e del suo regime fiscale.

RENT TO BUY: DEFINIZIONE CIVILISTICA

Riprendiamo la definizione dello Studio n. 490-2013/T del CONSIGLIO NAZIONALE DEL NOTARIATO “Questioni in tema di profili fiscali del c.d. rent to buy: spunti di riflessione”, successivamente aggiornato nelLA “Disciplina dei contratti di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili” come già approfondito da MySolution Post. 

“le operazioni di “rent to buy” sono caratterizzate da una prima fase nel corso della quale il potenziale acquirente acquisisce il godimento dell’immobile corrispondendo un canone periodico e da una seconda fase nel corso della quale il medesimo soggetto acquista (sulla base di un obbligo oppure anche solo di una facoltà, previsti fin dall’inizio) la proprietà del bene pagando una somma a saldo del prezzo, che tiene conto (almeno in parte) di quanto già anticipato nel corso della prima fase. Tempi, modalità ed importi dei pagamenti nelle due fasi possono essere variamente definiti dalle parti in base ai concreti interessi.

Si tratta di operazioni che presentano, quindi, innegabili analogie con (o che possono strutturarsi mediante) figure contrattuali quali la locazione con opzione di acquisto e la locazione collegata con un preliminare di futura vendita (con obbligo unilaterale o bilaterale), cui segue l’atto (l’accettazione dell’opzione o il contratto definitivo) che produce l’effetto traslativo della proprietà. Peraltro alcuni autori avvertono come l’esigenza alla base delle operazioni di “rent to buy” potrebbe essere altresì soddisfatta attraverso un contratto di locazione in cui sia “convenuto che, al termine di esso, la proprietà della cosa sia acquisita al conduttore per effetto del pagamento dei canoni pattuiti”, ai sensi dell’art. 1526, comma 3, cod. civ. (trasferimento che avverrebbe, quindi, in modo automatico, senza richiedere una successiva manifestazione di volontà).

RENT TO BUY: TRATTAMENTO FISCALE

Dopo il recente intervento del Notariato su “Disciplina dei contratti di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili” tocca all’ AIDC Associazione Italiana Dottori Commercialisti affrontare in maniera dettagliata il trattamento fiscale di questa sempre più diffusa struttura contrattuale. È stata infatti recentemente emanata dalla Commissione Norme di Comportamento e di Comune Interpretazione in materia tributaria la Norma di Comportamento n. 191: Trattamento ai fini fiscali del contratto “rent to buy” di immobili.

Ne riportiamo di seguito la massima:

  1. Il contratto denominato “rent to buy” produce, ai fini dell’IVA, dell’Imposta di Registro e delle Imposte Dirette, gli effetti della cessione del bene dal momento della stipula del relativo contratto, ove sia contestualmente convenuto il trasferimento a favore del locatario/acquirente del pieno possesso e godimento del bene e l’automatico trasferimento, vincolante per ambedue le parti del diritto di proprietà al momento del pagamento integrale del prezzo.
  2. Ove la clausola di trasferimento della proprietà al momento dell’integrale pagamento del prezzo non sia vincolante per entrambe le parti ma solo per una di esse, gli effetti fiscali del trasferimento del bene si manifestano successivamente alla stipula del contratto “rent to buy”, cioè al momento della formale cessione del bene.

 

Link ai documenti citati:

 

Le PMI e la Crisi: chi sopravvive alla crisi cresce del 26% ma crolla l’occupazione

Le PMI e la Crisi

Osservatorio Bocconi sulla competitività delle PMI, chi sopravvive alla crisi cresce del 26% ma crolla l’occupazione

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Centoventi miliardi di euro di fatturato e 405.317 posti di lavoro persi, 8.841 imprese scomparse. È questo il costo della crisi secondo la prima rilevazione dell’Osservatorio sulla competitività delle pmi della Sda Bocconi. L’Osservatorio analizza le imprese italiane con fatturato compreso tra 5 e 50 milioni di euro ed evidenzia che delle 55.709 imprese del campione attive all’inizio del 2007, il 15,9% (8.841) ha cessato di esistere entro il 2013. Queste aziende, pur costituendo solo il 6,1% delle imprese italiane, producono il 39% del Pil e occupano 2.291.000 persone. Oltre all’interesse per l’ottimo lavoro ho trovato particolarmente degna di nota l’osservazione del Prof. Visconti che oltre a essere condivisibile è facilmente riscontrabile nella pratica quotidiana. Sempre più ampio il divario tra imprese ben gestite e le pmi che faticano a trovare una via di uscita dalla crisi. “La sensazione è che le pmi stiano proteggendo l’equilibrio finanziario congelando gli investimenti e quindi minando la competitività prospettica. Vi sono poi delle evidenze sulla polarizzazione delle performance delle imprese. Al di là dei processi selettivi che hanno portato alla chiusura di molte imprese, è fuori di dubbio che in molti settori di attività economica la distanza tra le pmi ben gestite e le pmi mal gestite va ampliandosi e sta diventando incolmabile.” (Federico Visconti, Director Executive Education Custom Programs – Corporate Division) Si riportano quindi i dati dell’Osservatorio così come riassunti dal periodico dell’Università Bocconi.

I SOPRAVVISSUTI CORRONO!

I dati dell’Osservatorio mostrano che le imprese sopravvissute registrano tassi di crescita interessanti: +26% tra il 2007 e la fine del 2012, ovvero l’equivalente di una crescita media del 4,8% l’anno, e una crisi accentuata nel 2009 (-5,3%) e un 2012 debole, caratterizzato da una crescita media dell’1,6% e da una metà della popolazione con crescita negativa.  

SEGNI CRESCENTI DI TENSIONE FINANZIARIA

L’analisi del rapporto tra posizione finanziaria netta ed ebitda mostra che le imprese con un’ottima capacità di ripagare il debito (rapporto inferiore a 1,5) sono passate dal 26,7% al 21,3%, mentre quelle in chiara difficoltà finanziaria (rapporto superiore a 7,5) sono cresciute dal 17,1% al 26,3%. Il periodo di pay-back del debito si è allungato di circa un anno e mezzo e dopo una riduzione del rapporto debiti/patrimonio netto di mezzo punto (da 2,9 a 2,5) tra il 2007 e il 2008, l’indicatore non si è più mosso in modo significativo, rimanendo pericolosamente alto.

CALANO GLI INVESTIMENTI

Nel 2012 le pmi hanno ridotto in maniera significativa gli investimenti, nel tentativo di ridurre il debito bancario. L’incidenza degli oneri finanziari, in compenso, è progressivamente diminuita beneficiando della riduzione dei tassi d’interesse.

LA FORZA LA TROVANO IN FAMIGLIA

Nel quadro di una redditività complessivamente buona (Roi medio del 7,6% l’anno nel periodo), le pmi che hanno saputo reggere meglio alla crisi sono quelle con una struttura proprietaria più concentrata, mentre le imprese di dimensioni più ridotte (tra i 5 e i 10 milioni di euro di fatturato) si sono dimostrate più redditizie, ma tradiscono una struttura patrimoniale da rafforzare. Si conferma quindi una delle principali caratteristiche delle pmi, la flessibilità e la capacità di reagire ai cambiamenti.

I CAMPIONI VINCONO PER STORIA E DIMENSIONI

La ricerca individua, infine, 1.165 pmi di successo (il 2,5% della popolazione) che hanno registrato un tasso di crescita positivo e un Roi sempre superiore alla media nel periodo 2007-2012. Tali imprese sono localizzate soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria, hanno dimensioni superiori alla media e una storia più lunga alle spalle. I settori più rappresentati tra le pmi di successo sono il commercio all’ingrosso e il manifatturiero (meccanica, alimentari e bevande e chimico-farmaceutico in testa). Il loro tasso di crescita medio nel periodo è stato pari al 12,4% (circa due volte e mezzo quello degli altri) e la redditività operativa sempre doppia rispetto al resto delle pmi. I settori maggiormente orientati all’export consentono quindi migliori performance in un Paese con domanda interna in costante flessione.   Per approfondire: Le PMI in Italia: tutti i numeri della crisi

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