Il consulente che preferisco è sporco di grasso

Il consulente che preferisco è sporco di grasso

La dinamica del concordato preventivo ed il ruolo del professionista.

 

In questo periodo di crisi economica mi trovo sempre più spesso a dover predisporre o attestare piani di risanamento.

Fatti ovviamente salvi i casi virtuosi in cui si ha la fortuna di lavorare con ottimi professionisti e con imprenditori consapevoli di quanto accade loro intorno, sempre più spesso mi accorgo che i casi degli “insalvabili” presentano più o meno le caratteristiche che descrivo sotto.

Purtroppo troppo spesso il sistema che gravita intorno all’impresa non da l’allarme, spesso racconta una storia rassicurante che impedisce all’imprenditore di percepire la gravità della crisi per tempo. La prima vera autocritica che il sistema Italia dovrebbe fare è proprio questa: aver spesso ingannato chi fa impresa.

Ormai mi fido solo dei consulenti sporchi di grasso e olio che si mettono con noi ad analizzare costi e procedure in fabbrica, quelli che cambiano la produzione e non propongono miracoli, quelli con la faccia stanca per aver analizzato i dati di vendita, i prezzi, i mercati alternativi. 

Fuggo da quelli sereni e riposati, con camicia bianca impeccabile, quelli che con le banche ci penso io, quelli che è un attimo che ti faccio un piano credibile…. che è una follia che non si trovi un attestatore pronto a firmare….

Ecco, in estrema sintesi ed in maniera non esaustiva, le fasi della crisi, un pò ci rido e banalizzo, ma non sono molto distante dalla realtà (sia chiaro che non sottovaluto né le difficoltà del fare impresa, né la vera e propria rivoluzione che ha attraversato interi settori della nostra economia, in particolare nel preziosissimo mondo della manifattura). 

FASE 1: sonni tranquilli

L’imprenditore è sereno
Negli ultimi 4 o 5 anni l’impresa è sempre stata in perdita, continua a perdere, nessun cambio di rotta viene preso in considerazione. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi.

Le banche sono serene:
Continuano felici a finanziare le perdite, non finanziano più da anni investimenti, solo perdite. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Nel frattempo qualcuno più accorto inizia a chiedere all’imprenditore maggiori garanzie personali o reali sugli immobili che tanto sono l’unico valore vero, che a chiedere ipoteca non si sbaglia mai.

Il commercialista è sereno:
L’impresa ha spalle larghe, La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Magari un paio di operazioni di bilancio, anche lecite, per ricreare il patrimonio, tutti tranquilli, soprattutto il cliente che è meglio non perderlo.

FASE 2: Il risveglio

L’imprenditore è spaventato
Improvvisamente le banche iniziano a muoversi, riducono i fidi, emerge qualche insoluto, scopre che operazioni di bilancio sono servite solo a prender tempo, tempo che purtroppo non è stato utilizzato per risanare l’impresa.

Le Banche si fanno più attente
Qualche software le avvisa che i bilanci non sono cosi solidi, che il patrimonio si sta consumando, qualche incongruità su alcune poste. Il Direttore chiede un incontro, inizia aggressivo, chiede di elaborare un piano di rientro, e trema quando sente le parole piano di ristrutturazione del debito. L’incontro successivo avviene in azienda ed il direttore improvvisamente scopre che l’intera via è tappezzata da cartelli vendesi ed affittasi… il capannone non vale nulla. Dramma.

Il commercialista inizia a preoccuparsi

Come chiuderemo il bilancio quest’anno? Come? han ridotto i fidi? Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti, senza pensare che l’errore delle banche è aver dato troppo, non troppo poco.

FASE 3: inizia a grandinare

L’imprenditore è terrorizzato e paralizzato
Le Banche tagliano i fidi, i fornitori chiedono pagamenti anticipati, non capisce, non si fida, qualcuno propone di rivedere costi e produzione ma non ascolta, è il suo regno, ha già controllato e ricontrollato tutto. Muoviamo il bilancio, parliamo con le banche ma la produzione è perfetta. 

Le Banche temporeggiano
tagliano i fidi ma il debito resta, non si muovono, temono di perdere tutto, aspettano il piano di risanamento.

Il commercialista si inventa stratega
Recupera on line un programmino excel, inizia a fare piani finanziari e ad analizzare i bilanci dei concorrenti, vuole rendersi utile, scopre che non c’è tempo, ma non demorde, studia, ci prova, inizia la serie infinita di riunioni con l’imprenditore che si concludono con l’immancabile: Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti 

FASE 4: Arriva il consulente

Scenario 1: il consulente “ghe pensi mi”
E’ immediatamente simpatico all’imprenditore, è il suo ariete contro le banche cattive che il timido commercialista non è riuscito a convincere.
Non pone problemi ma soluzioni. Tutto ruota intorno alla finanza, l’impresa può continuare cosi e soprattutto non entra in fabbrica, regno incontrastato dell’imprenditore.
Lui sa. Incontra, riunisce, predispone, sceglie i colori delle slide e fattura, fattura, un monte ore impressionante a costi rilevanti. Del resto chi non pagherebbe oro il salvatore dell’impresa?
Poi qualcosa non va, i soldi finiscono, i fornitori non si fidano, le banche sono cattive (anche se la sorte è avversa resta simpatico all’imprenditore). Tutto si avvita, l’attestatore non firma, l’azienda si ferma.

Scenario 2: L’ingegnere, il controller, il commercialista o chi per lui…
Per una serie di coincidenze fortunate (collegio sindacale serio, commercialista preparato, imprenditore che mette in moto la sua rete di relazioni) si presenta un tipo strano, che finchè non capisce non demorde, che conosce excel più di sua moglie, che mette in crisi le certezze dell’imprenditore.
Si trasferisce in azienda, giorni intensi, tutto ruota su produzione e vendite, il resto verrà dopo, deve capire, chiede, chiede, chiede, definisce le procedure, i tagli, la riduzione forza lavoro, tranquillizza gli interlocutori. In questo caso con un pò di fortuna e se non si arriva tardi l’impresa si salva, l’imprenditore (vero motore di tutto) si rimette in gioco, ascolta le domande e trova nuove risposte (perché per esperienza è sempre l’imprenditore che trova le risposte. I consulenti devono solo saper far le domande giuste). 

Il fattore tempo spesso è determinato, oltre che dall’imprenditore, dalla professionalità del collegio sindacale e del commercialista. E’ qui il nostro ruolo, forse il più importante. Lanciare l’allarme in tempo.

Purtroppo a fronte di una crisi feroce e complicata non sempre l’offerta di consulenza (commercialisti compresi, giusto per tranquillizzare le altre categorie e non sottrarci all’autocritica) si dimostra adeguata. Sugli altri attori presenti in scena ( banche, associazioni di categoria, stampa, governo, ecc ), il discorso si fa più complesso…

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Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Riproponiamo un articolo di qualche anno fa ma ancora attuale.

Credo che sia venuto il momento di riflettere sulle cause di questa crisi che sembra essere senza via d’uscita. Purtroppo per anni ci siamo vantati di essere un Paese ad imprenditorialità diffusa. Grandi talenti, gran voglia di lavorare, gran voglia di farcela mettendosi in proprio, questi i vanti delle italiche genti cantate da menestrelli, ISTAT e professori universitari. In parte è vero, il genio italico ha fatto molto, ma se vogliamo dircela tutta molti fattori spingevano verso l’apertura di nuove imprese (non a caso spesso incentivate dal vecchio datore di lavoro):

  • il limite dei 15 dipendenti;
  • il fatto che aprire una partita iva o esser socio di società costasse meno (soprattutto in passato) in termini contributivi rispetto ad esser lavoratore dipendente;
  • ricordiamo poi che imprenditori e partite iva fatturano a prodotto/servizio e non a ore (chi lavora in proprio provi velocemente a fare il conto dei propri straordinari…);
  • la possibilità di evadere il fisco;
  • certamente la voglia di fare e di costruire la propria impresa.

Nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica

Per molti anni ciò che veniva richiesto ad un imprenditore era di saper produrre.  Finanza, mktg, lingue straniere… nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica e delle ore che passavi con i tuoi operai.

Poi improvvisamente l’euro, la Cina, internet e ancora gli arabi, Dubai, l’innovazione.

Ma non era cosi grave, certo le imprese non andavano più come un tempo ma gli immobili volavano, la borsa tirava e la famiglia di certo non si impoveriva. E se in azienda si iniziava ad avere il fiato corto, be nessun problema, un giorno si e l’altro pure le banche chiamavano per offrire soldi a tassi bassi. In fin dei conti aumentano i debiti ma la cassa è sempre piena, la crisi prima o poi passerà e se le banche son le prime a credere nella mia impresa che problema c’è?

Tutto bene signor comandante!

Tutto bene fino alla crisi finanziaria, le banche si svegliano, tirano i cordoni della borsa ed improvvisamente tutto quello che non funziona emerge immediatamente. In pochi anni pretendiamo dal nostro imprenditore che conosca le lingue, che capisca che internazionalizzazione è cosa diversa che esportare, che si confronti con ottimi prodotti provenienti dall’estero a prezzi più bassi, molto piu bassi… Improvvisamente si sommano diversi fattori:

  • le imprese sono vecchie e fuori mercato
  • stretta del credito
  • debiti derivanti da anni di perdite subite senza mai cambiare (tanto c’è la banca)
  • immobili crollano e non si vendono più (neanche le banche li vogliono, eppure li amavano tanto…)
  • lo Stato ha fame.

E si, lo Stato ha fame.

Perchè se non fai utili, non paghi le tasse, e lo Stato ha fame, sempre più fame. Ora che immobili e borsa non rendono più come prima (anche se la borsa continua ad illudersi e ad illuderci) ci tocca lavorare per vivere e scopriamo che non ci sono infrastrutture, che manca la banda, che i treni sono lenti, che il sud è irraggiungibile, che Trieste patria delle Generali è irraggiungibile!

Troppi discorsi da bar sul made in Italy

Ed in Italia si smette di comprare o comunque si è più attenti, troppi discorsi da bar sul made in Italy, che se non si trasforma in qualità percepita non serve a nulla, freghi solo i russi e temo ancora per poco. E nessuno prova a riflettere su cosa sia davvero il made in Italy, che non è solo produrre in Italia a prezzo doppio. Il caro non sempre è lusso. E se non si trasforma in margini poi …

Per placar gli animi per fortuna che ci son le startup

Che poi in molti casi non sono altro che le vecchie partite iva. E’ un fenomeno importante ma che va depurato da illusioni, interessi particolari di sponsor e consulenti, ecc. Hanno tutti criticato Briatore per il suo intervento in Bocconi ma nessuno ha sottolineato una grande verità che è stata detta.

Una impresa deve far utili.

E a dirlo non è solo Briatore. Ricordo, ancora studiavo, una domanda fatta a Henry Kissinger ad un convegno sempre in Bocconi. Ai tempi andava molto di moda il tema della responsabilità sociale dell’impresa.  Lui rispose molto secco: il primo dovere di una impresa è quello di far utili, pagare gli stipendi ai dipendenti e remunerare gli azionisti.  Ma non voglio chiudere queste riflessioni senza una nota di ottimismo, proviamo a capir le cause, smettiamo di combattere finti problemi, questo Paese ha energie e risorse per risollevarsi, la cultura imprenditoriale sta crescendo molto (merito anche del fenomeno startup e dei mille convegni), alto artigianato, turismo, eccellenze industriali sono ciò che dobbiamo valorizzare per ripartire. E poi le università, si sono finalmente aperte alle imprese, molto devono ancora fare per aiutarci a far sistema e diffondere innovazione ma questa apertura è una risorsa straordinaria che va incoraggiata, sviluppata. Incontro tutti i giorni imprenditori che stan crescendo, che sopportano mille fatiche, che han dovuto ribaltare completamente la loro impresa ma che stan crescendo. Io continuo ad aver fiducia ma il primo passo per risolvere un problema è conoscerne le cause e su questo il dibattito è ancora molto latente.

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Controlli sulle società estinte, le responsabilità di liquidatori e soci.

Controlli sulle società estinte, le responsabilità di liquidatori e soci.

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La retroattività della disposizione che fissa la sopravvivenza fiscale delle società estinte sta suscitando forti perplessità e raccoglie le critiche sia dei magistrati sia degli avvocati (siamo inoltre in attesa dell’interpretazione della Fondazione Nazionale dei Commercilisti che dovrebbe comunque uniformarsi alle critiche pressochè unanimi). L’ Agenzia delle Entrate, al contrario, ribadisce la propria posizione a difesa dell’ ultrattività delle società estinte.

 

Segnalo un recente approfondimento del CNF sulla ultrattività fiscale delle società estinte. Norma che non pare riuscire a placare le numerose polemiche sorte sulla sua interpretazione. Torno quindi su un argomento già trattato nell’articolo su “Responsabilità dei Liquidatori” che merita di non essere sottovalutato per la sua portata generale.

Il Legislatore con l’art. 28, comma 4, d. lgs. n. 175 del 21 novembre 2014, (pubblicato in G.U. n. 277 del 28 novembre 2014 Serie Generale), entrato in vigore il 13 dicembre 2014, ha stabilito che “ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione dal Registro delle imprese”.

In specie, il Legislatore ha previsto che la società, cancellata dal Registro delle Imprese e, quindi, estinta alla stregua della nuova formulazione di cui all’art. 2495 c.c., comunque permanga in vita per cinque anni dalla domanda di cancellazione con riferimento limitato agli “atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi”.

In una recente nota del Consiglio Nazionale Forense, la commissione interna per le problematiche in materia tributaria sintetizza le criticità di una norma mal scritta e mal coordinata.

La norma rappresenta una deroga al regime generale. In particolare, esclusivamente per i creditori di tributi e contributi, ed in relazione agli atti menzionati dalla norma, la società cancellata dal registro delle imprese non perde fiscalmente la soggettività e la capacità processuale per cinque anni dalla richiesta di cancellazione.

Quale sorte per i crediti tributari della società estinta?

Non vi è alcun cenno espresso normativo, invece, alla sorte della società estinta, con riferimento ai crediti dalla stessa già vantati nei confronti dell’Ente impositore ed opposti in giudizio, prima della cancellazione dal registro delle imprese.

Dottrina e Giurisprudenza si troveranno, perciò, ad interpretare l’applicabilità della normativa derogatoria con riferimento agli atti del contenzioso, aventi ad oggetto i dinieghi di rimborso.

AdE e l’interpretazione di norma procedurale

L’interpretazione delle nuove disposizioni, segnatamente della portata dell’art. 28 d.lgs. 175/14, è stata affidata dall’Agenzia a due Circolari: la n. 31/14 e la n. 6/15 del 19 febbraio 2015.

In particolare, con circolare n. 31/E del 30 dicembre 2014, in particolare, l’Agenzia delle Entrate prende atto della norma in deroga al regime delle società cancellate, ex art. 2495 c.c., ritenendo che “trattandosi di norma procedurale, si ritiene che la stessa trova applicazione anche per attività di controllo fiscale riferite a società che hanno già chiesto la cancellazione dal registro delle imprese o già cancellate dallo stesso registro prima della data di entrata in vigore del decreto in commento”.

Inversione dell’onere della prova sui liquidatori

Lo stesso ha modificato il regime dell’onere della prova, in tema di responsabilità dei liquidatori, invertendolo a carico di quest’ultimo; nonché ha introdotto, a favore dell’Ente impositore, la presunzione, salvo prova contraria, di proporzionalità del valore del denaro e dei beni sociali ricevuti in assegnazione alla quota di capitale detenuta dal socio od associato.

Dubbi interpretativi produrranno incremento del contenzioso.

La norma così come formulata dal legislatore, nella prospettiva di agevolare la posizione dell’Agenzia, rischia di incrementare in maniera considerevole il contenzioso con i relativi danni per l’erario. Nella recente nota che alleghiamo, il Consiglio nazionale forense ribadisce che «la proclamazione della natura procedimentale, di immediata applicazione dell’articolo 28 del decreto semplificazioni, appare non giuridicamente protetta» e rischia di «generare un enorme contenzioso che probabilmente non era nelle intenzioni del legislatore». La retroattività appare inoltre incompatibile con i principi generali contenuti negli articoli 3 e 10 dello Statuto del contribuente.

Per approfondire

GLI EFFETTI DELLA CANCELLAZIONE DELLE SOCIETÀ DAL REGISTRO DELLE IMPRESE, TRA NORMA GENERALE E “NORMA IN DEROGA” marzo 2015

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Ci stiamo sbagliando ragazzi, ci siamo dimenticati delle imprese e della nostra manifattura.

Ci stiamo sbagliando ragazzi, ci siamo dimenticati delle imprese e della nostra manifattura.

Articolo pubblicato sul mensile Strade e qui riprodotto per gentile concessione dell’editore

Troppi alibi, troppo rumore. Ci siamo dimenticati delle imprese, di chi produce, di chi fa fatica a costruire un progetto e lo difende con tutta la forza che ha.

Perché non parliamo più di PMI? In questi anni ci aspetta una sfida importante: far crescere le competenze e la dimensione delle nostre imprese. Aprire orizzonti geografici e culturali è ormai condizione indispensabile alla loro sopravvivenza. Certo la strada è in salita e si continuano a contare i fallimenti di chi non c’è riuscito.

La soluzione però è credere nelle imprese, aiutarle, sostenerle, liberarle dai mille vincoli burocratici che tolgono soldi e tempo. Oggi i costi della burocrazia rubano risorse al progetto imprenditoriale ed al futuro. Senza semplificazioni e certezza del diritto possiamo scordarci delle imprese e di attrarre nuovi investimenti.

Il sogno è figlio della libertà e della semplicità.

Questo Paese proprio non riesce ad immaginarsi diverso, a credere in se stesso e nelle sue potenzialità, ad avere il coraggio di rialzarsi.

Per provare a cambiare ci raccontiamo storie, consolatorie in parte, che non rappresentano né ciò che siamo né ciò che vorremmo essere. L’Italia del miracolo economico ritrovava se stessa sognando l’America. Sognavamo il frigo, la pelliccia ed il macchinone americano ed abbiamo creato la dolce vita, la 500, la vespa e “Vacanze romane”. Il sogno si declinava in una realtà un po’ provinciale forse ma che aveva la forza straordinaria di diventare a sua volta sogno per gli stranieri.

Oggi quella capacità di sognare o se preferite quella capacità di definire una visione di Paese ci è preclusa da una burocrazia che rende tutto difficile. Il sogno è figlio della libertà e della semplicità.

L’ Italia dei regimi speciali e delle deroghe eterne

Questa è l’ Italia  dei regimi speciali e delle deroghe eterne, che sogna la california e le sue startup ma non riesce a riformare in maniera coerente il regime dei minimi.

Non riusciamo a comprendere che è inutile creare una normativa di vantaggio se poi dimentichiamo quelli che sono gli elementi fondamentali per favorire lo sviluppo delle imprese: lotta alla criminalità, fisco equo, semplificazioni e certezza del diritto sono le vere battaglie da combattere.

Essendo però battaglie complicate uno Stato pigro e ruffiano preferisce vincere piccole ed inutili risse di quartiere. Piccole vittorie del tutto inutili ma capaci di far fare gran titoli a giornalisti sempre alla ricerca di facili notizie.

L’innovazione non nasce solo da qualche agevolazione fiscale, nasce soprattuto da Università, da centri di ricerca, da multinazionali che investono, da aziende che fungono da incubatori per i propri dipendenti.  

Il nostro è ancora un Paese manifatturiero e non possiamo permetteci di abbandonare o dimenticare chi produce. È li che si tutelano o creano posti di lavoro.

Per evitare equivoci non parlo di incentivi, non parlo di strutture a sostegno, ma di lasciare l’imprenditore libero di fare impresa: meno burocrazia, leggi più stabili, intervenendo magari riducendo costo del lavoro e tasse, quello si.

Tolleriamo leggi incostituzionali pur di salvaguardare il gettito

Crediamo seriamente che qualcuno sia incentivato ad investire in Italia finchè saran tollerate sentenze come quella sulla Tobin Tax in cui le esigenze di gettito ssiano considerate più rilevanti delle questioni di diritto? Sentenze che consentiranno al legislatore di promulgare leggi incostituzionali per far cassa certo della tolleranza della Corte?

Siamo certi che la costante confusione fiscale possa portare sviluppo e progresso? Sia chiaro non parlo (dovrei ma per carità di Patria mi taccio) del livello ormai inaccettabile di imposizione, parlo della mole e della complessità degli adempimenti.

Una tecnologia che non porta vantaggi e semplificazioni

Oggi potremmo cavalcare la tecnologia e la fatturazione elettronica consentendo maggiori controlli ed una semplificazione sostanziale degli adempimenti, anche contabili. Preferiamo invece subire l’innovazione senza cavalcarla e senza indicare con forza una direzione modernizzatrice per tutto il sistema.

La tecnologia oggi potrebbe consentire facilmente una contabilità semiautomatizzata (fatture elettroniche e flussi bancari immediatamente recepiti in contabilità) che porterebbe una riduzione dei costi amministrativi e contemporaneamente una estrema facilità di controlli da parte del fisco.

Perché dobbiamo conservare gli scontrini della farmacia quando attraverso la tessera sanitaria potrebbero già essere recepiti dallo Stato nelle dichiarazioni dei redditi?

Perché l’operazione 730 invece di migliorare il rapporto fisco /contribuente si è risolta nell’ennesima vessazione contro il cittadino e contro i professionisti che improvvisamente si ritrovano ad essere fideiussori del prelievo tributario?

La tecnologia invece di diventare uno strumento di maggior dialogo e di semplificazione del rapporto stato/cittadino è diventata un’arma potentissima a tutela di una burocrazia sempre più complessa ed estesa.

L’incrocio delle banche dati non deve essere solo uno strumento di repressione dell’evazione ma soprattutto uno strumento per limitare le dichiarazioni, le comunicazioni del cittadino liberandolo da adempimenti oggi pleonastici.

L’abuso del diritto e l’involontario sarcasmo del Destinazione Italia

Attendiamo ormai da troppo tempo chiarimenti in tema di abuso di diritto.

La sentenza della Cassazione n. 2193/2012, tra le altre, rivendica l’esistenza nell’ordinamento tributario del generale divieto di abuso del diritto, che consente il disconoscimento degli effetti di qualunque negozio posto in essere solo per vantaggi fiscali senza la presenza di valide ragioni economiche.

Lasciatemi solo ricordare in merito quanto dichiarato, non senza una certa dose di involontario sarcasmo, dallo stesso Governo italiano nel Destinazione Italia:

“Il concetto di abuso del diritto è nato nell’ambito dell’Unione europea, per effetto di alcune sentenze della Corte di Giustizia limitate al comparto dei tributi armonizzati, e ha successivamente avuto uno sviluppo anche in Italia a seguito di alcune pronunce della Corte di Cassazione. Si tratta, quindi, di una fattispecie giurisprudenziale che confonde e rende incerto, con importanti ripercussioni penali, il confine fra evasione ed elusione fiscale e colpisce anche quei comportamenti del contribuente che, pur leciti, mirano a ottenere vantaggi non previsti dal legislatore. Una interpretazione troppo estensiva della definizione di abuso mina le certezze necessarie alle imprese per un’adeguata pianificazione fiscale.”

Siamo davvero sicuri che tutto ciò possa incentivare un amministratore di una impresa estera ad aprire una sede in Italia?

La qualità dell’azione di governo deve misurarsi nella riduzione dell’intervento dello Stato.

Vorrei immaginare un Paese diverso, in cui l’azione di governo si misuri nella riduzione dell’intervento e del perimetro dello Stato.

Un Paese in cui la spesa corrente sia, se non ridotta, parzialmente convertita in spesa per investimenti. Un Paese in cui le grandi opere ed i grandi eventi come Expo servano ad immaginarci diversi.

Liberiamo il mercato da rendite di posizione, da monopoli, da oligarchie ormai decotte e chi fa impresa tornerà a sporcarsi le mani e ad investire.

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Guida alle StartUp Innovative

Guida alle StartUp Innovative,

dalle agevolazioni fiscali all’uso del work for equity

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Il Legislatore, mediante il Decreto 179 sulle Startup innovative, ha inteso agevolare “la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico, la nuova imprenditorialità e l’occupazione, in particolare giovanile, creando le condizioni sistemiche favorevoli alle imprese capaci di introdurre beni, servizi e modalità produttive innovativi ad alto valore tecnologico”.

Coerentemente ad un cosi ambizioso obiettivo, sono state introdotte una vasta schiera di misure di sostegno a favore di startup innovative e incubatori certificati, ivi incluse le semplificazioni degli adempimenti amministrativi, l’intervento gratuito e prioritario del Fondo di Garanzia per le Piccole e Medie Imprese sui prestiti bancari ed il riconoscimento di benefici fiscali e contributivi per la remunerazione di dipendenti e prestatori di servizi esterni – aspetto, quest’ultimo, su cui si è concentrata la recente Guida all’uso dei piani azionari e del work for equity.

Le principali agevolazioni per le startup innovative

Il regime di vantaggio adottato ha rivoluzionato profondamente il regime normativo entro cui operano questo particolare tipo di imprese. Riepiloghiamo senza pretesa alcuna di esaustività le principali agevolazioni previste per le start up agevolative:

  1. Esonero da diritti camerali e imposte di bollo;
  2. Gestione societaria flessibile soprattutto in tema di diritti e partecipazioni;
  3. Facilitazioni nel ripianamento delle perdite;
  4. Disciplina del lavoro ad hoc;
  5. Facoltà di remunerazione flessibile;
  6. Remunerazione di collaboratori e fornitori di servizi attraverso strumenti di partecipazione al capitale, regime fiscale di vantaggio;
  7. Credito d’imposta per l’assunzione di personale altamente qualificato;
  8. Introduzione di incentivi fiscali per investimenti in startup provenienti da persone fisiche (detrazioni Irpef del 19%) e giuridiche (deduzioni dell’imponibile Ires del 20%);
  9. Introduzione dell’equity crowdfunding;
  10. Accesso semplificato, gratuito e diretto per le startup al Fondo di Garanzia per le Piccole e Medie Imprese;
  11. Sostegno ad hoc nel processo di internazionalizzazione delle startup da parte dell’Agenzia ICE;
  12. Fail-fast: ovvero non assoggettabilità delle start up innovative alla disciplina del fallimento.

Per un maggiore approfondimento si rimanda alla Scheda di sintesi della policy a sostegno delle startup innovative  (aggiornata a marzo 2015)

Guida alle agevolazioni fiscali in favore delle startup innovative

Il regime fiscale delle StartUp Innovative è stato ampiamente analizzato nella circolare 16/E della Agenzia delle Entrate “Agevolazioni fiscali in favore delle start-up innovative e degli incubatori certificatiche fornisce i primi chiarimenti interpretativi e, ripercorrendo le norme, offre un quadro organico delle agevolazioni che riguardano le Startup innovative. Come già illustrato in un mio precedente articolo, la trasposizione della stessa in lingua inglese mira ad informare un pubblico più vasto sull’ambito di applicazione degli sconti fiscali introdotti dal decreto legge 179/2012, volti a favorire la nascita e crescita di nuove imprese innovative, mediante investimenti agevolati nel capitale, ad aumentare l’impiego di personale altamente qualificato e attrarre capitali esteri in Italia.

Guida all’uso dei piani azionari e del work for equity.

La recente Guida all’uso dei piani azionari e del work for equity del Ministero per lo Sviluppo Economico ha l’obiettivo di illustrare sinteticamente le opportunità offerte dal Decreto-Legge 179 del 18 ottobre 20121 in materia di remunerazione ed incentivazione dei dipendenti e prestatori di servizi esterni alle società che si qualificano come startup innovative e incubatori certificati.

L’obiettivo dei suddetti benefici è rinvenibile nella volontà di consentire alle startup innovative e agli incubatori certificati di dotarsi di efficienti strumenti di fidelizzazione e incentivazione del management, in un settore in cui il capitale umano risulta di particolare importanza, nonché di accedere a prestazioni professionali qualificate che, in ragione della loro onerosità, non potrebbero essere altrimenti fruite dalle startup innovative, specie in una fase iniziale dell’attività d’impresa – com’è, per definizione, quella in cui esse operano – in cui sovente si registra una carenza di liquidità.

Per approfondire

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Responsabilità dei liquidatori

Estinzione della società e responsabilità dei liquidatori: novità introdotte dal Decreto semplificazioni fiscali 2014.

 Articolo pubblicato su FiscoPiù e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore Giuffrè

Introduzione

Il decreto legislativo n. 175 dello scorso 21 novembre, cosiddetto “Decreto semplificazioni”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 novembre 2014, ha innovato profondamente sia la disciplina in tema di accertamento delle società di capitali cancellate dal Registro delle imprese sia la responsabilità dei liquidatori delle stesse. Di seguito si approfondisce in particolar modo quanto previsto dall’art. 28 intitolato “Coordinamento, razionalizzazione e semplificazione di disposizioni in materia di obblighi tributari”.

Estensione del periodo di accertamento

Il comma 4 del citato articolo estende la possibilità per l’Amministrazione Finanziaria di accertare le società di capitali per i 5 anni successivi alla data di richiesta della cancellazione dal registro delle imprese, stabilendo che: “Ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese.”

Questa previsione se da un lato consente all’Amministrazione Finanziaria di poter contrastare o perlomeno limitare il più possibile eventuali manovre elusive con la possibilità di effettuare maggiori controlli ed azioni di recupero, dall’altro rende più incerto l’iter della procedura di liquidazione e successiva cancellazione.

Intensificazione del regime di responsabilità dei liquidatori

Il comma 5 inasprisce il regime di responsabilità personale in capo ai liquidatori disciplinato dall’art. 36, comma 1 del dpr 602/1973.

Nello specifico si attribuisce ai liquidatori l’onere di provare di aver provveduto alla soddisfazione dei crediti tributari prima dell’assegnazione dei beni ai soci o associati ovvero di aver soddisfatto crediti di ordine superiore rispetto a quelli tributari:

All’articolo 36 del decreto del Presidente della  Repubblica  29 settembre 1973, n. 602, sono apportate le seguenti modificazioni:   a) il comma primo è sostituito dal seguente:  «I liquidatori dei soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche che non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione  medesima  e per quelli anteriori rispondono in proprio del pagamento delle imposte se non provano di aver soddisfatto i crediti  tributari  anteriormente all’assegnazione di  beni ai soci o associati, ovvero di avere soddisfatto crediti di ordine  superiore a  quelli  tributari. Tale responsabilità è commisurata all’importo dei crediti d’imposta che avrebbero trovato capienza in sede di graduazione dei crediti.»”

Il previgente comma 1, art. 36, dpr 602/1973 era formulato nel modo seguente:

I liquidatori dei soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche che non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori  rispondono in proprio del pagamento delle imposte se soddisfano crediti di ordine inferiore a quelli tributari o assegnano beni ai soci o associati  senza  avere prima soddisfatto i crediti tributari. Tale  responsabilità è commisurata all’importo dei crediti di imposta che avrebbero  trovato capienza in sede di graduazione dei crediti.”

Dal confronto tra i due testi normativi, emerge che le novità introdotte consistono proprio nel fatto che i liquidatori dovranno dar prova dell’avvenuta soddisfazione di crediti di ordine superiore a quelli tributari, ovvero dei crediti tributari prima dell’assegnazione dei beni ai soci, per evitare di rispondere con il proprio patrimonio personale per le imposte dovute nel periodo della liquidazione e in quelli precedenti.

Responsabilità degli amministratori di soggetti IRES

Le medesime responsabilità previste dall’art. 36 del DPR 602/73 per i liquidatori si applicano agli amministratori in carica all’atto dello scioglimento della società o dell’ente se non si sia provveduto alla nomina dei liquidatori.

Le stesse responsabilità sono altresì estese agli amministratori che hanno compiuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione operazioni di liquidazione ovvero hanno occultato attività sociali anche mediante omissioni nelle scritture contabili.

Responsabilità dei soci di soggetti IRES

I soci o associati, che hanno ricevuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione danaro o altri beni sociali in assegnazione dagli amministratori o hanno avuto in assegnazione beni sociali dai liquidatori durante il tempo della liquidazione, sono responsabili del pagamento delle imposte dovute nei limiti del valore dei beni stessi, salvo le maggiori responsabilita’ stabilite dal codice civile.

Presunzione in tema di assegnazione dei beni ai soci

Sempre il comma 5 dell’art. 28 modifica l’art. 36 dpr 602/1973 con l’aggiunta del periodo seguente: Il valore del denaro e dei beni sociali ricevuti in assegnazione si presume proporzionalmente equivalente alla quota di capitale detenuta dal socio od associato, salva la prova contraria.”

Il valore del denaro o dei beni assegnati rappresentano il limite entro cui i soci sono obbligati al pagamento delle imposte dovute.

Decorrenza della nuova normativa

Nell’ art. 28 del decreto “Semplificazioni” non è prevista nessuna indicazione esplicita sulla decorrenza della norma. Ciò ha fatto sorgere non pochi dubbi poiché appare sostenibile sia attribuirle efficacia retroattiva sia, al contrario, efficacia successiva alla data di entrata in vigore del decreto.

Si ricorda a questo proposito che il suddetto decreto semplificazioni è entrato in vigore il 13 dicembre 2014.

Coordinamento con la norma civilistica

Con riferimento al contenuto dell’art. 28 del decreto semplificazioni è utile chiarire, per facilitare il coordinamento tra le norme, quando un soggetto giuridico può considerarsi estinto per l’ordinamento civilistico.

Il riformato art. 2495, c.c. intitolato “Cancellazione della società” recita: “Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese. Ferma restando l’estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l’ultima sede della società.”

Dal testo riportato è chiaro che la richiesta di cancellazione della società è subordinata all’approvazione del bilancio finale di liquidazione e che una volta avvenuta l’effettiva cancellazione la società è comunque estinta, anche se è data possibilità ai creditori non soddisfatti di rivalersi nei confronti dei soci.

Nel ribadire ciò la sentenza della Cassazione n. 17564 del 18 luglio 2013 afferma che: “l’efficacia costitutiva della cancellazione, che è disposta dall’ ufficio del R.I. sotto la sorveglianza del giudice, che attiene al controllo formale del procedimento, determinando la estinzione della stessa, configura un fenomeno di tipo successorio in virtù del quale le obbligazioni di essa si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente a seconda che, pendente societate, essi fossero o meno illimitatamente responsabili per i debiti sociali. In virtù di questo autorevole dictum, quindi, la xxx s.r.l. in liquidazione non poteva proporre ricorso per cassazione, in quanto il proposto mezzo deve provenire, a pena di inammissibilità, dai soci della stessa. In altri termini, una volta estinta, la società attrice o convenuta, ricorrente o resistente non può essere soggetto e protagonista della vicenda processuale che la riguarda.”

Quanto riportato finora fa emergere la notevole portata delle novità introdotte dal comma 4, art. 28  del decreto qualora se ne ammettesse l’ efficacia retroattiva: è come se la società risorgesse seppur “ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società”.

Ratio e limiti della nuova norma

La ratio della nuova norma va ricercata nella relazione illustrativa di accompagnamento, in cui si sostiene che le finalità del comma 4 sono le seguenti:

  • “coordinare le disposizioni dell’articolo 2495 del codice civile come novellato dalla riforma del diritto societario attuata con il D. Lgs. n. 6 del 2003 (che ha disciplinato gli effetti della cancellazione delle società di capitali dal Registro delle imprese, tra i quali l’estinzione delle stesse) e le norme in materia di validità ed efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni ed interessi dovuti dalle società cancellate dal registro delle imprese”;
  • “evitare che le azioni di recupero poste in essere dagli enti creditori possano essere vanificate”;
  • evitare particolari turbative ai contribuenti conseguenti alla concentrazione dei controlli nel periodo di scioglimento e liquidazione, con evidenti effetti anche sull’efficacia e l’economicità dell’azione amministrativa, prevedendo che ai fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società abbia effetto, trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione dal Registro delle imprese”.

Se da una parte il legislatore cerca di rispondere ad esigenze di economicità, di rafforzamento degli strumenti di contrasto ai comportamenti elusivi, dall’altra manca di delineare in modo più puntuale le modalità e gli effetti della decorrenza del decreto sui soggetti interessati, ossia le società di capitali in liquidazione, i relativi soci e liquidatori.

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Eppure il collegio sindacale serve!

 Eppure il collegio sindacale serve!

Guida alle norme di comportamento del collegio sindacale

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Eppure il collegio sindacale serve, serve in primis all’impresa e all’imprenditore come verifica attenta e puntuale della legalità delle scelte aziendali del rispetto dei principi di corretta amministrazione. Serve a verificare la continuità aziendale e a monitorare i potenziali rischi di crisi. Un collegio sindacale formato da validi professionisti rappresenta un valore importante per l’impresa e spesso lo dimentichiamo.

In un recente articoloPerché difendo il notariato, un po’ meno i notai, commentando il ddl Concorrenza, ho ricordato quanto sia importante in un libero mercato che il cliente eserciti la sua facoltà di scelta del professionista più preparato, lamentando che spesso per molti clienti un notaio vale l’altro, salvo poi lamentarsi dell’inutilità dello stesso.

Se vogliamo più concorrenza dobbiamo anche imparare ad esercitarla scegliendo il professionista che porterà maggior valore con la sua consulenza all’ azienda. Molti notai sono ottimi professionisti e forniscono un contributo di grande valore alle imprese che decidono di utilizzare la loro professionalità.

Se il tema dell’articolo riguardava il ruolo del notariato, il collega Paolo Ingrao mi ha giustamente fatto notare che spesso capita la stessa cosa per il collegio sindacale. L’imprenditore sottovaluta l’importanza del ruolo e non cerca, a parità di costo, i professionisti più preparati. 

Eppure il collegio sindacale serve!

Serve in primis all’impresa e all’imprenditore come verifica attenta e puntuale della legalità delle scelte aziendali del rispetto dei principi di corretta amministrazione. Serve a verificare la continuità aziendale e a monitorare i potenziali rischi di crisi. 

Proviamo brevemente a sintetizzare i compiti degli organi di controllo richiamando quanto già previsto nelle norme di comportamento:

  1. al collegio sindacale compete il dovere (art. 2403 c.c.) di vigilare sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione ed in particolare sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento;
  2. all’incaricato della revisione legale, ai sensi dell’art. 2409 – bis c.c. e ai sensi dell’art. 14 del d.lgs. 39/2010, compete il dovere di:
  • esprimere con apposita relazione un giudizio sul bilancio di esercizio e sul bilancio consolidato, ove redatto;
  • verificare nel corso dell’esercizio la regolare tenuta della contabilità sociale e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili.

Un collegio sindacale formato da validi professionisti rappresenta un valore importante per l’impresa e spesso lo dimentichiamo. Uno strumento qualificato di confronto per l’organo amministrativo che troppo spesso vede nel controllo una limitazione e non una tutela.

Norme di comportamento del collegio sindacale

Oggi l’argomento torna d’attualità poiché le Norme di comportamento del collegio sindacale sopra richiamate sono da poco state aggiornate e poste in pubblica consultazione prima della definitiva approvazione da parte del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC).

Le Norme di comportamento del collegio sindacale suggeriscono e raccomandano modelli comportamentali da adottare per svolgere correttamente l’incarico di sindaco. Si tratta di norme di deontologia professionale rivolte a tutti i professionisti iscritti nell’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili emanate in conformità a quanto disposto nel vigente Codice deontologico della professione. Ogni Norma è composta da Principi, corredati da Riferimenti Normativi essenziali e da Criteri applicativi, volti a fornire ai sindaci gli strumenti operativi per lo svolgimento delle proprie funzioni ed è accompagnata da brevi Commenti che analizzano e chiariscono le scelte adottate, nonché le problematiche interpretative che più spesso emergono nella prassi.

le Norme di comportamento del collegio sindacale sono applicabili all’organo di controllo sia nella composizione collegiale che nella composizione monocratica (sindaco unico), in quanto compatibili.

Pubblica consultazione

Le Norme di comportamento del collegio sindacale sono poste in pubblica consultazione prima della definitiva approvazione da parte del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC).

Il CNDCEC invita, quindi, l’intera professione, le Istituzioni e tutti i soggetti interessati a presentare osservazioni e commenti in merito al documento. I contributi dovranno essere inviati, entro il 21 aprile 2015, alla Fondazione Nazionale dei Commercialisti al seguente indirizzo mail: consultazione@fncommercialisti.it

Al termine della consultazione, tenuto conto delle osservazioni pervenute, il CNDCEC approverà il testo definitivo delle Norme.

Perché difendo il notariato, meno alcuni notai

Perché difendo il notariato,

un po’ meno alcuni notai

Articolo pubblicato in estratto sul mensile Strade

Il DDl concorrenza ha scatenato su twitter l’intervento di numerosi notai che hanno deciso di far sentire la propria voce contro quello che reputano un attacco alle loro prerogative.

Dico subito che trovo l’intervento del Governo poco coraggioso e mal coordinato. Pare si voglia timidamente riformare il sistema senza avere il coraggio di indicare una direzione chiara e coerente.

Inutile dire che le successive correzioni e l’incongruenza tra comunicato stampa e testo del decreto non aiutano a ben sperare.

Dico subito, inoltre, che il notariato va difeso nel suo ruolo di garante, ma va anche riformato (meglio sarebbe autoriformato ma le professioni tutte paiono allergiche al cambiamento) sicuramente all’interno di un ripensamento più ampio di tutto il sistema dei controlli e delle pubblicità degli atti a partire da una profonda riforma di catasto, registri e camere di commercio.

Il ruolo del notaio si è evoluto profondamente in questi ultimi anni, soprattutto nelle grandi città dove la concorrenza si è fatta più forte ed ha portato risultati decisamente positivi (meno in realtà di provincia dove i cambiamenti son più lenti ad arrivare).

Su Milano (porto ovviamente la mia esperienza, con tutti i limiti del caso) operano professionisti eccellenti con cui confrontarsi è sempre un piacere.

Nella mia attività professionale (principalmente operazioni straordinarie, risanamento d’imprese, tutela del patrimonio familiare) il ruolo del notaio è importantissimo ed il confronto costante con il mio notaio di fiducia è estremamente prezioso. Certo il notaio bisogna saperlo scegliere, saperne utilizzare la professionalità,  sfruttarne le conoscenze.

Esistono notai che chiedono ai commercialisti di preparare l’atto e poi si limitano meccanicamente a controllare e firmare? Certo! Come in tutte le categorie ci sono ottimi professionisti ed altri che sfruttano la rendita di posizione.

Già oggi però il cliente può scegliere, deve scegliere di confrontarsi con professionisti di qualità.

La concorrenza nasce soprattutto da un cliente consapevole ed esigente.

Per esperienza i soldi risparmiati usando il notaio “più a buon mercato” non si sono mai rivelati un buon affare. Perché, e qui il limite è culturale, bisogna ricordare che i notai (come in tutte le professioni, ed in tutti i lavori) non sono tutti uguali.

Mi trovo spesso a difendere il ruolo del notaio coi miei clienti che sono sorpresi dal fatto che per la cessione quote io ritenga ancora utile affidarmi ad un professionista esterno allo studio.

Non tutti gli atti sono standard e spesso abbiamo trovato soluzioni utili ad entrambi i contraenti proprio grazie all’intervento di un notaio preparato che ha portato valore e non solo una firma.

La stessa stesura di uno statuto merita spesso (non sempre) di passare al doppio vaglio commercialista/notaio.

Diverso invece il discorso relativo alla liquidazione della Srl senza l’intervento del Notaio, novità che ha spesso reso più snella e meno onerosa la procedura.

Per questo se vogliamo riformare il settore dobbiamo partire da alcuni capisaldi:

  • Il cittadino è giusto che chieda maggior concorrenza ma in primis deve esso stesso iniziare a contribuire scegliendo il notaio più preparato;
  • La bussola di ogni riforma deve essere la tutela non solo dei diritti ma soprattutto del Diritto inteso come sistema coerente a tutela del cittadino.

Detto questo molte critiche poste da alcuni notai a tutela del loro ruolo le trovo assurde, qui ne riassumo qualcuna:

  • Siamo gente che lavora 12 ore al giorno (non siete i soli);
  • Facciamo servizio di tesoreria per lo Stato senza esser pagati (i vantaggi credo compensino gli svantaggi);
  • Gli avvocati non sono in grado di vendere box (diamogli fiducia…);
  • Affidare alcuni atti ad altri professionisti creerebbe rischi di riciclaggio e favorirebbe la criminalità (che ad oggi peraltro non pare debellata);
  • Pubblici ufficiali, fedeli servitori della Repubblica (qui nessuno sta in trincea sul Piave, né commercialisti, né notai);
  • Ecc..

Difficile sostenere che il notaio sia sottopagato e diciamo che ci sono fedeli servitori della Repubblica che fanno una vita più dura.

Per questo trovo che molti motivi a difesa del ruolo del Notaio siano stati usati a sproposito aprendo il lato a facili critiche.

Qui da difendere non sono posizioni di privilegio ma, lo ribadisco, il Diritto in quanto sistema coordinato e coerente a tutela del cittadino.

Qualche competenza, oggi prerogativa dei notai, potrebbe essere estesa ad altre categorie professionali? Probabilmente si, ma all’interno di una riforma strutturata e coerente capace di indicare in maniera chiara il ruolo dell’istituzione notarile valorizzandola, senza creare doppi binari e differenti tutele per il cittadino.

Le tariffe notarili sono alte? Forse su alcuni atti standard, certamente se utilizzi il notaio come un timbrificio (ma qui la colpa è soprattutto del cliente che si accontenta), se invece studi con lui la pratica, se analizzi pro e contro dell’atto e possibili ipotesi alternative… se in sintesi usi il notaio per quello che dovrebbe essere, ed in molti casi è, probabilmente son soldi ben spesi. Forse aumentare il numero dei Notai potrebbe essere un primo passo verso una maggiore concorrenza ed in attesa di una riforma ampia e coerente del settore.

Per questo difendo il Notariato, un po’ meno alcuni notai.

PS Stesse considerazioni ovviamente possono essere estese a tutte le libere professioni (commercialisti in primis) che, pur incapaci di autoregolamentarsi, restano un valore per tutto il sistema economico. A condizione ovviamente che le professioni… restino libere e libere resteranno solo se capaci di rinunciare ad alcuni privilegi per tornare a svolgere pienamente il loro ruolo a tutela del cittadino.

Ricordati di chi sei figlio.

Ricordati di chi sei figlio

Il passaggio generazionale di Studio Panato spiegato agli studenti della Università Bocconi

Oggi ho partecipato in qualità di ospite ad una lezione del corso piccole e medie imprese in Bocconi. Il Professor Federico Visconti, che ringrazio, mi ha offerto l’opportunità di portare la mia testimonianza agli studenti dell’ Università, provando a raccontare quello che è stato il mio percorso professionale, la storia e l’evoluzione di Studio Panato.

Una bellissima occasione per ripercorrere le tappe, le sfide e le paure di quando ho iniziato a lavorare fino ai primi successi ed alla consapevolezza di una professionalità più matura.

È sempre bello ritornare in Bocconi, ricordare quante amicizie sono nate tra quei banchi, quanto le devo per avermi fornito gli strumenti per superare le mille difficoltà che ognuno di noi incontra nella vita.

L’eterna sfida del cambiamento

Tema dell’incontro era affrontare, attraverso un’esperienza concreta, alcuni temi quali: passaggio generazionale, evoluzione della professione, startup e contaminazione delle attività tradizionali. Il tutto portando l’esempio di Studio Panato e di altre realtà che hanno saputo affrontare la crisi e che mi hanno fornito più di uno spunto di riflessione come Berto Salotti, Centro Medico SantAgostino, ed altri. Un’ultima parte era risevata all’avventura di MySolution | Post e al mondo dell’editoria.

Realtà spesso differenti tra loro ma caratterizzate dalla voglia di mettersi in gioco e ridisegnare il business model del settore in cui operano.

Un’esperienza davvero piacevole complice una classe attenta e stimolante.Raccontare di noi riserva sempre delle sorprese, dover mettere nero su bianco la nostra storia ci fa trovare nuove o spesso sottovalutate connessioni in un eterno gioco, da “unisci i puntini”.

Ricordati di chi sei figlio

Mi sono scoperto dedicare una parte importante della presentazione agli insegnamenti ricevuti da mio padre: frasi, racconti, sensazioni di cui, senza accorgermene e senza consapevolezza alcuna, ho fatto tesoro negli anni successivi.

Insegnamenti che non riguardavano direttamente la gestione dello Studio (ho perso mio padre a diciannove anni, era troppo presto per un confronto di quel tipo) ma che sicuramente hanno influenzato il mio modo di intendere la professione.

Qui ne riporto alcuni, per come sono stato capace di sintetizzarli:

  • L’importanza del nome;
  • Ciò che fai lo fai entro i quaranta anni, poi consolidi;
  • Saper delegare è importante;
  • Solo se sei bravo ti diverti in quello che fai;
  • Non basta esser bravo, devi farlo sapere.

Tra innovazione e tradizione

Non nascondo di aver provato una forte emozione nel rendermi conto che gran parte dell’innovazione che pensavo di aver portato in Studio altro non è che una riscoperta dei valori fondamentali, certo aggiornati, di una tradizione che nonostante una discontinuità traumatica è riuscita a tramandarsi di padre in figlio.

La consapevolezza di dovere molto a molti. Ma a qualcuno di più. 

Oggi è stata una giornata speciale, alla soddisfazione professionale di aver portato la nostra testimonianza in Università si è aggiunto il riaffiorare di ricordi personali molto importanti e la consapevolezza di dovere molto a molti. Ma a qualcuno di più.