Falso in bilancio

Falso in bilancio

 Articolo Falso in bilancio pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La nuova disciplina sul falso in bilancio si applicherà ai reati commessi a partire dal 14 giugno. Un documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti prova a fare una prima analisi delle novità sintetizzando le principali criticità del provvedimento. La “vaghezza” della norma rischia di rendere eccessivamente discrezionale l’operato della magistratura.

 

Le nuove disposizioni intervenute a modificare incisivamente la disciplina del falso in bilancio si applicheranno ai reati commessi a partire dal 14 giugno, data di entrata in vigore del provvedimento legislativo, la c.d. Legge Anticorruzione.

Un documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti prova a fare una prima analisi delle novità sintetizzando le principali criticità del provvedimento: “Abolite le soglie, estesa la fattispecie delittuosa ed eliminate quelle contravvenzionali, i riformati art. artt. 2621 e 2621-bis del codice civile prevedono pene più severe che – in applicazione del principio dell’irretroattività della legge penale più sfavorevole al reo – si applicheranno ai bilanci “approvati” (ma secondo alcuni a quelli “depositati” presso la società) a partire dal 14 giugno.”

Tabella di sintesi

PerseguibilitàCause di non punibilitàPene
Società non fallibilia querelaprevista per particolare tenuità dei fattireclusione da 6 mesi a 3 anni
Società chiused’ufficioprevista per particolare tenuità dei fattireclusione da 1 a 5 anni, per fatti di lieve entità reclusione da 6 mesi a 3 anni
Società quotated’ufficionon previstareclusione da 3 a 8 anni

 

La criticità delle valutazioni

Il Legislatore ha voluto sanzionare l’esposizione in bilancio di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero l’omissioni di fatti materiali rilevanti.

Ciò fa ammettere alla Fondazione Nazionale Commercialisti che, limitatamente all’esclusione dalla fattispecie delittuosa delle “valutazioni” riportate in bilancio, del compimento di fatti di “speciale tenuità” e delle società non fallibili, la nuova disciplina potrebbe risultare – in alcuni casi – addirittura più favorevole al reo e, dunque, essere applicata retroattivamente.

Più severo il giudizio dell’ Avv. Carlo Melzi d’Eril che in un recente articolo afferma:

“Ancora una volta, ci troviamo di fronte a una legislazione penale ad altissimo tasso simbolico: in presenza di una richiesta di tutela si ritiene sufficiente introdurre una disposizione purchessia, senza tenere conto di quanto ha espresso il dibattito nel corso di tutti questi anni.”

La punibilità di errate valutazioni in bilancio avrebbe peraltro aperto al rischio di contenzioso su qualunque bilancio approvato rischiando di rendere ingestibile la predisposizione di un documento fondamentale per la vita della società. Ciò rende la norma in vigore decisamente preferibile ad alcune precedenti versioni successivamente modificate dall’iter parlamentare.

Eccessiva vaghezza della norma

La norma se da un lato introduce la punibilità d’ufficio ( e non su querela di parte se non per le micro imprese) dall’altra si rifà a concetti particolarmente fumosi “Fatti di lieve entità” e “Non punibilita’ per particolare tenuità” che rischiano di lasciare ampio potere interpretativo alla magistratura rafforzandone il ruolo ormai consolidato di supplenza al legislatore.

Norme di legge

Articolo 2621: False comunicazioni sociali.

In vigore dal 14/06/2015 -Modificato da: Legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 9

Fuori dai casi previsti dall’art. 2622 (False comunicazioni delle Società quotate), gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

Articolo 2621 bis: Fatti di lieve entità.

In vigore dal 14/06/2015 – Modificato da: Legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 10

Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la pena da sei mesi a tre anni di reclusione se i fatti di cui all’articolo 2621 sono di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta.

Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la stessa pena di cui al comma precedente quando i fatti di cui all’articolo 2621 riguardano società che non superano i limiti indicati dal secondo comma dell’articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. In tale caso, il delitto è procedibile a querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale.

Articolo 2621 ter: Non punibilità per particolare tenuità.

In vigore dal 14/06/2015 – Modificato da: Legge del 27/05/2015 n. 69 Articolo 10

Ai fini della non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’articolo 131-bis del codice penale, il giudice valuta, in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli articoli 2621 e 2621-bis.

Per approfondire

Copertura delle perdite e rilevanza del risultato di periodo

Copertura delle perdite

Rilevanza del risultato di periodo

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Tempo di bilanci e tempo di soffermarsi ad analizzare i risultati di esercizio e la situazione patrimoniale delle imprese che stanno maggiormente risentendo della crisi. Mai come in questi anni si è dovuta porre la corretta attenzione alla gestione ed in particolare al tema della continuità aziendale già trattato su queste pagine.

La gestione delle perdite, oltre che sulla vita dell’impresa, può inoltre avere riflessi in tema di responsabilità dei soggetti che ricoprono cariche negli organi societari: organo amministrativo e collegio sindacale  in primis.

Il capitale sociale rappresenta una garanzia per i terzi creditori, il codice civile prevede la disciplina dettata dagli artt. 2446 e 2447 per le S.p.a. e dagli artt. 2482 bis e 2482 ter per le S.r.l..

Le società, in presenza di perdite, devono valutarne attentamente agli effetti sul patrimonio, predisporre una situzione infrannuale per valutare la presenza di eventuali perdite di periodo e deliberare come procedere alla copertura delle stesse.

Preciso obbligo degli amministratori è infatti quello di convocare l’assemblea dei soci “senza indugio“, quando risulta che il capitale sociale è diminuito di oltre un terzo sottoponendole una relazione sulla situazione patrimoniale della società.

La situazione patrimoniale aggiornata deve essere redatta con i criteri del bilancio d’esercizio in quanto il capitale, ai sensi del quarto comma dell’art. 2482 bis, c.c., deve essere ridotto sempre in proporzione delle perdite accertate e l’accertamento delle perdite è affidato ad un documento contabile quale è la relazione sulla situazione patrimoniale della società e non al resoconto orale degli eventi sopravvenuti effettuato nella riunione assembleare da parte degli amministratori.

L’assemblea dei soci delibera la copertura della perdita utilizzando le riserve di bilancio ed eventualmente la ricostituzione del capitale sociale anche facendo ricorso ad un nuovo aumento di capitale. È giusto il caso di ricordare che in caso di copertura della perdita di esercizio è necessario  provvedere prima con l’abbattimento delle riserve e, solo successivamente, con la riduzione del capitale sociale.

Nell’ipotesi in cui l’assemblea riduca il capitale per perdite e ne disponga la ricostituzione non è necessaria la contestuale sottoscrizione dell’aumento di capitale da parte dei soci ai quali deve comunque essere riconosciuto il diritto di opzione.

Si segnalano a questo proposito due massime del Consiglio Notarile di Milano di sicuro interesse.

Copertura delle perdite e rilevanza del risultato di periodo

Riportiamo la massima 68 del Consiglio Notarire di Milano in tema di copertura delle perdite e rilevanza degli “utili di periodo”:

L’abbattimento del capitale sociale per perdite può avere luogo solo previo utilizzo delle eventuali riserve, posto che, ove il capitale stesso fosse ridotto nonostante l’esistenza di altre voci di netto patrimoniale, si verserebbe nella diversa fattispecie della riduzione di cui agli articoli 2445 o 2482 c.c., e non in quella di riduzione per perdite.

Tale esigenza implica che l’utile di periodo (cioè il risultato di segno positivo crea-tosi nel tempo compreso tra la chiusura dell’ultimo esercizio e la data di riferimento della situazione infrannuale) debba essere conteggiato ai fini della determinazione della misu-ra della perdita da coprire, tutte le volte che la sua mancata considerazione determine-rebbe riduzione del capitale.

Aumento di capitale in presenza di perdite

Riportiamo la massima 122 del Consiglio Notarire di Milano in tema di aumento di capitale in presenza di perdite:

La presenza di perdite superiori al terzo del capitale, anche tali da ridurre il capitale ad un importo inferiore al minimo legale previsto per le s.p.a. e le s.r.l., non impedisce l’assunzione di una deliberazione di aumento del capitale che sia in grado di ridurre le perdite ad un ammontare inferiore al terzo del capitale e di ricondurre il capitale stesso, se del caso, a un ammontare superiore al minimo legale.

E’ dunque legittimo l’aumento di capitale:

  • in caso di perdite incidenti sul capitale per non più di un terzo;
  • in caso di perdite incidenti sul capitale per più di un terzo, se il capitale non si sia ridotto al di sotto del minimo legale, in sede di “opportuni provvedimenti” ex artt. 2446, comma 1, e 2482-bis, comma 1, c.c.;
  • in caso di perdite incidenti sul capitale per più di un terzo, se il capitale non si sia ridotto al di sotto del minimo legale, in qualsiasi momento antecedente l’assemblea di approvazione del bilancio dell’esercizio successivo rispetto a quello in cui le perdite sono state rilevate;
  • in caso di perdite incidenti sul capitale per più di un terzo, se il capitale non si sia ridotto al di sotto del minimo legale, in sede di assemblea di approvazione del bilancio dell’esercizio successivo rispetto a quello in cui le perdite sono state rilevate, a condizione che si tratti di un aumento di capitale da sottoscrivere tempestivamente in misura idonea a ricondurre le perdite entro il terzo;
  • in caso di perdite incidenti sul capitale per più di un terzo, se il capitale si sia ridotto al di sotto del minimo legale, in sede di assemblea convocata ex artt. 2447 e 2482-ter c.c., a condizione che si tratti di un aumento di capitale da sottoscrivere tempestivamente in misura idonea a ricondurre le perdite entro il terzo.

In ogni caso l’ aumento di capitale non esime dall’osservanza degli obblighi posti dagli artt. 2446, comma 1, e 2482-bis, commi 1, 2 e 3, c.c., in presenza dei quali la situazione patrimoniale rilevante le perdite – se non già pubblicizzata – deve essere allegata al verbale, o comunque con lo stesso depositata nel registro delle imprese.

Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi 2015

 Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi 2015

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Le Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi, pubblicate 28/04/2015, sono finalmente giunte alla seconda edizione essendosi conclusa la fase di consultazione pubblica. Rappresentano un indispensabile documento per chi ( professionisti, sindaci, amministratori ed istituti di credito) si trova a dover valutare il ricorso a nuova finanza per sostenere un’impresa in crisi.

Un primo commento al documento presentato lo scorso anno potete trovarlo in un nostro precedente articolo “Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi 2014

Obiettivo delle linee guida

Obiettivo dichiarato, come nella prima edizione, è quello di fornire un supporto agli operatori al fine di  ridurre le incertezze che si posso incontrare nel finanziamento delle operazioni di ristrutturazione. Le Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi hanno lo scopo di suggerire prassi virtuose e comportamenti che, pur non essendo strettamente imposti dalla legge, possono aumentare il grado di sicurezza delle operazioni di finanziamento

Struttura del documento

La struttura delle Linee guida per il finanziamento delle imprese in crisi non è stata oggetto di  modifiche e si può cosi riassumere:

  • una prima parte, di carattere generale, esamina gli strumenti previsti dalla legge per il risanamento delle imprese, gli attori (professionista e attestatore), il piano di risanamento e infine l’attestazione;
  • una seconda parte analizza, in sezioni specificamente dedicate, i singoli strumenti di soluzione della crisi: piano di risanamento attestato, accordo di ristrutturazione dei debiti, concordato preventivo nelle sue varie forme.

I singoli paragrafi contengono una breve illustrazione del quadro normativo di riferimento, una descrizione dei comportamenti virtuosi e delle opportunità offerte dalla nuova legge, una succinta motivazione degli stessi.

Strumenti per la ristrutturazione di un’impresa in crisi

Una problematica di particolare rilevanza nel concreto è quella legata alla capacità di finanziamento per le imprese in stato di crisi, sia durante la fase di esecuzione del piano, sia durante la così detta “fase interinale” tra la redazione del piano e la sua effettiva esecuzione.

La ristrutturazione di un’impresa in crisi è raramente possibile senza il ricorso a nuovi finanziamenti a titolo di debito. La nuova finanza, infatti, consente di disporre di maggiori risorse sia per la gestione della fase di emergenza, sia per la successiva impostazione del processo di ritorno al valore. D’altro canto l’operazione di finanziamente nè è agevole né è scevra di rischi per le parti e va quindi ben analizzata. Le linee guida vogliono supportare proprio questa analisi.

La guida raccomanda che, in una situazione di crisi d’impresa, è opportuno che l’erogazione di nuovi finanziamenti, la concessione di garanzie e in genere il compimento di atti potenzialmente revocabili e/o atti che possono dar luogo a responsabilità penale o civile siano effettuati nell’ambito di un piano attestato, di un accordo di ristrutturazione dei debiti o di un concordato preventivo (raccomandazione n.1).

L’ordinamento giuridico prevede tre diverse procedure, finalizzate alla gestione e al superamento dello stato di crisi delle imprese. Elemento comune è che l’impresa predisponga un piano di risanamento in cui si individuino le cause, analizzino le possibili alternative e delineino nel dettaglio le strategie e gli interventi concreti volti a superare le difficoltà economiche e finanziarie:

  • il “piano di risanamento attestato” (art. 67, comma 3°, lett. d);
  • l’accordo di ristrutturazione dei debiti (art. 182-bis);
  • il concordato preventivo (art. 160 e seguenti).

I tre strumenti hanno caratteristiche diverse, e si collocano lungo una scala ideale di crescente incisività degli interventi consentiti per il risanamento.

Le principali differenze tra piano di risanamento attestato ed accordo di ristrutturazione dei debiti sono qui brevemente riportate:

  • l’accordo di ristrutturazione è soggetto a pubblicità, il piano attestato non lo è, salvo che il debitore ne chieda la pubblicazione nel registro delle imprese (al fine di ottenere benefici fiscali);
  • l’accordo di ristrutturazione è soggetto ad un vaglio preventivo del tribunale, a differenza del piano attestato, la cui verifica giudiziale è soltanto eventuale e successiva, qualora la crisi non sia stata risolta e degeneri;
  • solo l’accordo di ristrutturazione, in presenza di determinate condizioni, consente la protezione del patrimonio in pendenza delle trattative, sotto la supervisione di un giudice;
  • solo l’accordo di ristrutturazione, con l’intervento di un giudice, consente infine l’ottenimento di finanziamenti assoggettati ad una disciplina di favore e l’effettuazione di pagamenti in condizioni di certezza circa la loro liceità.

La procedura di concordato preventivo, più volte riformata, pare oggi adeguata a garantire ad un’impresa in difficoltà il mantenimento della continuità aziendale. La presentazione della domanda di concordato preventivo consente all’impresa di proteggere il proprio patrimonio da conseguenze pregiudizievoli, connesse sia ad aggressioni di creditori, sia all’impoverimento che consegue alla situazione di difficoltà finanziaria.

Il vantaggio comune alle tre procedure è rappresentato dalla possibilità, in caso di successivo fallimento, di esenzione da revocatoria fallimentare per gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere durante l’esecuzione dei piani.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento rimandiamo al precedente articolo: Guida agli strumenti per la risoluzione della crisi d’impresa

Per approfondire

Documenti liberamente consultabili citati nel testo: 

Crisi da sovraindebitamento e Transazione fiscale

Crisi da sovraindebitamento e Transazione fiscale

Transazione fiscale e composizione della crisi da sovraindebitamento

Evoluzione normativa e giurisprudenziale nella circolare n. 19/E del 6 maggio 2015

 

La circolare n. 19/E del 6 maggio 2015 fornisce chiarimenti relativamente alle modifiche legislative e agli interventi giurisprudenziali in materia di transazione fiscale, nonché ai nuovi istituti riguardanti la crisi dei soggetti esclusi dall’ambito di applicazione delle procedure concorsuali.

 

Transazione fiscale

In tema di transazione fiscale si registrano importanti interventi giurisprudenziali in materia da parte della Corte di cassazione, che si è pronunciata, in particolare, con le sentenze n. 22931 e n. 22932, entrambe depositate il 4 novembre 2011, nonché, in seguito, della Corte costituzionale che, con sentenza 25 luglio 2014, n. 225, ha dichiarato “non fondata la questione di legittimità costituzionale del disposto degli artt. 160 e 182-ter del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, … sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione”, laddove dispongono che la proposta di concordato contenente una transazione fiscale, con riguardo all’IVA, possa prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento.

Crisi da sovraindebitamento

La legge 27 gennaio 2012, n. 3, rubricata “Disposizioni in materia di usura ed estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento”, ha introdotto una specifica normativa applicabile alle situazioni di crisi non assoggettabili alle procedure concorsuali.

In particolare, il Capo II di tale legge, modificato dall’articolo 18 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, ha previsto tre possibili procedimenti per i soggetti esclusi dall’ambito di applicazione della L.F., consistenti:

  • nell’accordo di composizione della crisi;
  • nel piano del consumatore;
  • nella procedura alternativa di liquidazione dei beni.

Per approfondire

Circolare n. 19/E del 06/05/15: Transazione fiscale e composizione della crisi da sovraindebitamento – Evoluzione normativa e giurisprudenziale – pdf


 

Il consulente che preferisco è sporco di grasso

Il consulente che preferisco è sporco di grasso

La dinamica del concordato preventivo ed il ruolo del professionista.

 

In questo periodo di crisi economica mi trovo sempre più spesso a dover predisporre o attestare piani di risanamento.

Fatti ovviamente salvi i casi virtuosi in cui si ha la fortuna di lavorare con ottimi professionisti e con imprenditori consapevoli di quanto accade loro intorno, sempre più spesso mi accorgo che i casi degli “insalvabili” presentano più o meno le caratteristiche che descrivo sotto.

Purtroppo troppo spesso il sistema che gravita intorno all’impresa non da l’allarme, spesso racconta una storia rassicurante che impedisce all’imprenditore di percepire la gravità della crisi per tempo. La prima vera autocritica che il sistema Italia dovrebbe fare è proprio questa: aver spesso ingannato chi fa impresa.

Ormai mi fido solo dei consulenti sporchi di grasso e olio che si mettono con noi ad analizzare costi e procedure in fabbrica, quelli che cambiano la produzione e non propongono miracoli, quelli con la faccia stanca per aver analizzato i dati di vendita, i prezzi, i mercati alternativi. 

Fuggo da quelli sereni e riposati, con camicia bianca impeccabile, quelli che con le banche ci penso io, quelli che è un attimo che ti faccio un piano credibile…. che è una follia che non si trovi un attestatore pronto a firmare….

Ecco, in estrema sintesi ed in maniera non esaustiva, le fasi della crisi, un pò ci rido e banalizzo, ma non sono molto distante dalla realtà (sia chiaro che non sottovaluto né le difficoltà del fare impresa, né la vera e propria rivoluzione che ha attraversato interi settori della nostra economia, in particolare nel preziosissimo mondo della manifattura). 

FASE 1: sonni tranquilli

L’imprenditore è sereno
Negli ultimi 4 o 5 anni l’impresa è sempre stata in perdita, continua a perdere, nessun cambio di rotta viene preso in considerazione. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi.

Le banche sono serene:
Continuano felici a finanziare le perdite, non finanziano più da anni investimenti, solo perdite. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Nel frattempo qualcuno più accorto inizia a chiedere all’imprenditore maggiori garanzie personali o reali sugli immobili che tanto sono l’unico valore vero, che a chiedere ipoteca non si sbaglia mai.

Il commercialista è sereno:
L’impresa ha spalle larghe, La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Magari un paio di operazioni di bilancio, anche lecite, per ricreare il patrimonio, tutti tranquilli, soprattutto il cliente che è meglio non perderlo.

FASE 2: Il risveglio

L’imprenditore è spaventato
Improvvisamente le banche iniziano a muoversi, riducono i fidi, emerge qualche insoluto, scopre che operazioni di bilancio sono servite solo a prender tempo, tempo che purtroppo non è stato utilizzato per risanare l’impresa.

Le Banche si fanno più attente
Qualche software le avvisa che i bilanci non sono cosi solidi, che il patrimonio si sta consumando, qualche incongruità su alcune poste. Il Direttore chiede un incontro, inizia aggressivo, chiede di elaborare un piano di rientro, e trema quando sente le parole piano di ristrutturazione del debito. L’incontro successivo avviene in azienda ed il direttore improvvisamente scopre che l’intera via è tappezzata da cartelli vendesi ed affittasi… il capannone non vale nulla. Dramma.

Il commercialista inizia a preoccuparsi

Come chiuderemo il bilancio quest’anno? Come? han ridotto i fidi? Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti, senza pensare che l’errore delle banche è aver dato troppo, non troppo poco.

FASE 3: inizia a grandinare

L’imprenditore è terrorizzato e paralizzato
Le Banche tagliano i fidi, i fornitori chiedono pagamenti anticipati, non capisce, non si fida, qualcuno propone di rivedere costi e produzione ma non ascolta, è il suo regno, ha già controllato e ricontrollato tutto. Muoviamo il bilancio, parliamo con le banche ma la produzione è perfetta. 

Le Banche temporeggiano
tagliano i fidi ma il debito resta, non si muovono, temono di perdere tutto, aspettano il piano di risanamento.

Il commercialista si inventa stratega
Recupera on line un programmino excel, inizia a fare piani finanziari e ad analizzare i bilanci dei concorrenti, vuole rendersi utile, scopre che non c’è tempo, ma non demorde, studia, ci prova, inizia la serie infinita di riunioni con l’imprenditore che si concludono con l’immancabile: Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti 

FASE 4: Arriva il consulente

Scenario 1: il consulente “ghe pensi mi”
E’ immediatamente simpatico all’imprenditore, è il suo ariete contro le banche cattive che il timido commercialista non è riuscito a convincere.
Non pone problemi ma soluzioni. Tutto ruota intorno alla finanza, l’impresa può continuare cosi e soprattutto non entra in fabbrica, regno incontrastato dell’imprenditore.
Lui sa. Incontra, riunisce, predispone, sceglie i colori delle slide e fattura, fattura, un monte ore impressionante a costi rilevanti. Del resto chi non pagherebbe oro il salvatore dell’impresa?
Poi qualcosa non va, i soldi finiscono, i fornitori non si fidano, le banche sono cattive (anche se la sorte è avversa resta simpatico all’imprenditore). Tutto si avvita, l’attestatore non firma, l’azienda si ferma.

Scenario 2: L’ingegnere, il controller, il commercialista o chi per lui…
Per una serie di coincidenze fortunate (collegio sindacale serio, commercialista preparato, imprenditore che mette in moto la sua rete di relazioni) si presenta un tipo strano, che finchè non capisce non demorde, che conosce excel più di sua moglie, che mette in crisi le certezze dell’imprenditore.
Si trasferisce in azienda, giorni intensi, tutto ruota su produzione e vendite, il resto verrà dopo, deve capire, chiede, chiede, chiede, definisce le procedure, i tagli, la riduzione forza lavoro, tranquillizza gli interlocutori. In questo caso con un pò di fortuna e se non si arriva tardi l’impresa si salva, l’imprenditore (vero motore di tutto) si rimette in gioco, ascolta le domande e trova nuove risposte (perché per esperienza è sempre l’imprenditore che trova le risposte. I consulenti devono solo saper far le domande giuste). 

Il fattore tempo spesso è determinato, oltre che dall’imprenditore, dalla professionalità del collegio sindacale e del commercialista. E’ qui il nostro ruolo, forse il più importante. Lanciare l’allarme in tempo.

Purtroppo a fronte di una crisi feroce e complicata non sempre l’offerta di consulenza (commercialisti compresi, giusto per tranquillizzare le altre categorie e non sottrarci all’autocritica) si dimostra adeguata. Sugli altri attori presenti in scena ( banche, associazioni di categoria, stampa, governo, ecc ), il discorso si fa più complesso…

Iscriviti alla nostra Newsletter

Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi 2014

Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi 2014

Le linee guida cercano di ridurre le incertezze che gli operatori incontrano nel finanziamento delle operazioni di ristrutturazione.

La ristrutturazione di un’impresa in crisi è talvolta possibile anche senza il ricorso a nuovi finanziamenti a titolo di debito. Le opzioni disponibili sono tuttavia più numerose se la ristrutturazione è accompagnata da nuova finanza. La nuova finanza, infatti, consente di disporre di maggiori risorse sia per la gestione della fase di emergenza, sia per la successiva impostazione del processo di ritorno al valore.

La materia in questione si divide in due grandi rami:

  • finanziamento a imprese in crisi nell’ambito di tentativi di salvataggio mediante strumenti stragiudiziali, erogato al fine di consentir loro di uscire dalla situazione di difficoltà pagando tutti i creditori nei termini originari o in quelli diversi eventualmente concordati con ciascuno di loro;
  • finanziamento a imprese in crisi nell’ambito di tentativi di salvataggio mediante procedure concorsuali, erogato al fine di conseguire gli obiettivi della specifica procedura cui l’impresa è assoggettata (valorizzazione dell’attivo e migliore pagamento dei creditori).

Modelli virtuosi di comportamento

Si avverte dunque l’esigenza di costruire modelli virtuosi di comportamento che, valorizzando al meglio i nuovi strumenti messi a disposizione dalla riforma, ove seguiti:

  • costituiscano un significativo elemento di distinzione rispetto a tentativi di risanamento inadeguati, che spesso portano all’insolvenza irreversibile, e
  • nell’eventualità di un insuccesso, che non può mai essere del tutto esclusa, pongano quanto più possibile i partecipanti all’operazione di risanamento al riparo da responsabilità non prevedibili.

Queste “Linee-guida” cercano di ridurre le incertezze che gli operatori incontrano nel finanziamento delle operazioni di ristrutturazione. Esse hanno lo scopo di suggerire prassi virtuose e comportamenti che, pur non essendo strettamente imposti dalla legge, possono aumentare il grado di sicurezza delle operazioni di finanziamento.

Struttura del documento

La struttura delle Linee-guida si può cosi riassumere:

  • una prima parte, di carattere generale, esamina gli strumenti previsti dalla legge per il risanamento delle imprese, gli attori (professionista e attestatore), il piano di risanamento e infine l’attestazione;
  • una seconda parte analizza, in sezioni specificamente dedicate, i singoli strumenti di soluzione della crisi: piano di risanamento attestato, accordo di ristrutturazione dei debiti, concordato preventivo nelle sue varie forme. Laddove essi presentino elementi in comune, per evitare duplicazioni saranno operati rinvii allo strumento già esaminato.

Per approfondire

Segnaliamo la bozza della seconda edizione delle “Linee guida per il finanziamento alle Imprese in crisi” che il dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli studi di Firenze ha trasmesso all’Ordine di Roma per la consultazione pubblica.

La bozza è disponibile anche sul sito internet di Assonime ( www.assonime.it ) e su quello dedicato dell’ Università di Firenze (www.nuovodirittofallimentare.unifi.it).

Ruolo e funzioni Collegio Sindacale nel concordato preventivo

Il Collegio sindacale nel concordato preventivo

Articolo pubblicato su FiscoPiù e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore Giuffrè

La complessa fase di congiuntura economica costringe il dottore commercialista sempre più a doversi confrontare con temi legati alla crisi d’impresa per poter svolgere al meglio i propri compiti e le proprie funzioni. Particolarmente delicato appare il ruolo dell’organo di controllo nel concordato preventivo, ruolo che seppur attivo dovrà esser particolarmente improntato a prudenza e trasparenza.

Nell’analizzare il ruolo del Collegio sindacale (o Sindaco unico) durante le fasi delicate del concordato preventivo si comprende come la mancanza di norme di raccordo tra diritto societario e disciplina della crisi d’impresa rende necessario uno sforzo interpretativo volto a colmare le lacune normative.

In tal senso può essere d’ausilio un recente documento elaborato dall’Unione Nazionale Giovani Commercialisti ed Esperti Contabili in cui vengono esaminati i poteri/doveri dell’organo di controllo (Collegio Sindacale/Sindaco Unico) nelle situazioni di crisi dell’impresa indicando i comportamenti che i sindaci/o devono adottare per evitare di incorrere in responsabilità sia civili che penali. 

Tale documento a supporto delle sue conclusioni fa riferimento alle Norme di comportamento del collegio sindacale (in particolare la norma n. 11), predisposte dal CNDCEC e, nella trattazione della delicata questione concernente l’accertamento della validità del principio della continuità aziendale (c.d. requisito del going-concern), il Principio di Revisione n. 570 predisposto dalla Commissione Paritetica dei Consigli Nazionali dei Dottori Commercialisti e dei Ragionieri. 

L’ analisi può quindi prendere le mosse proprio da tale documento, nel quale vengono indicate e classificate le varie fasi di evoluzione della crisi di impresa e vengono illustrati e suggeriti i comportamenti che l’organo di controllo dovrebbe assumere per non incorrere in responsabilità.

 

Fase 1: Funzione di prevenzione ed accertamento dello stato di crisi

Spetta al Collegio Sindacale il compito di svolgere importanti funzioni nella prevenzione della crisi dell’impresa, si segnalano in particolare gli obblighi di vigilanza di cui all’art. 2446, primo comma c.c..

La crisi d’impresa, infatti, costituisce per coloro i quali svolgono la funzione di Sindaco e di Revisore un segnale di allarme che deve portare a ridefinire il quadro dei rischi e degli obiettivi di revisione e controllo.

La continuità aziendale è il principio base previsto dal codice civile per la redazione del bilancio di esercizio delle imprese in funzionamento. L’art. 2423 – bis del codice civile dispone, infatti, che “ … la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività …”.

La mancanza del requisito della continuità aziendale comporta che il bilancio non possa più essere redatto seguendo i principi di funzionamento ma applicando i criteri di liquidazione, ossia di realizzo delle attività ed estinzione delle passività.

Il monitoraggio costante delle condizioni di continuità aziendale diventa quindi una priorità per gli organi di controllo.

Gli amministratori, i sindaci ed i revisori devono, nell’espletamento delle proprie funzioni, analizzare, dimostrare e verificare che le prospettive future non siano tali da compromettere il requisito della continuità aziendale e, quindi, la redazione dei bilanci secondo gli ordinari principi.

La segnalazione all’assemblea e la denunzia al tribunale rappresentano quei poteri/doveri che la norma e la dottrina hanno assegnato ai sindaci in caso di inerzia degli organi sociali nel trovare una soluzione gestionale alle cause della crisi o, nei casi più gravi, nel proporre ai creditori soluzioni negoziali della crisi.

 

Fase 2: Presentazione della domanda di concordato

In fase di presentazione della domanda di concordato il CNDCEC, diversamente dalla prevalente dottrina, ritiene che il Collegio Sindacale debba limitarsi a verificare i requisiti professionali dell’attestatore, senza deve avere un ruolo attivo né esprimere alcun un giudizio.

In particolare seguendo questa tesi il Collegio sindacale non deve partecipare alla predisposizione del piano. Non si può escludere peraltro a parere di chi scrive quanto meno un coinvolgimento dello stesso, anche al solo fine informativo, volto anche alla tutela dello stesso organo, che potrebbe esser ritenuto responsabile nel caso emergessero irregolarità precedenti e successive alla presentazione del piano, ovvero nella predisposizione dello stesso.

Seguendo invece una interpretazione più interventista del ruolo del collegio sindacale si evidenziano i principali doveri di controllo da esercitarsi in questa fase particolarmente delicata per la vita dell’impresa:

  • accertare la sussistenza dei requisiti di professionalità in capo al soggetto incaricato di attestare la veridicità dei dati e la fattibilità del piano concordatario
  • evidenziare eventuali carenze informative e rilievi tecnici sui dati espressi dall’attestatore, pur senza spingersi ad esprimere un proprio giudizio sul piano, se evidenti ed incidenti nell’adozione dello strumento concorsuale.

 

Fase 3: Concordato preventivo

La società, una volta ammessa al concordato, non interrompe di fatto la propria attività, da ciò discende che il Collegio Sindacale durante il concordato preventivo rimane in carica e continua ad operare in funzione di vigilanza nell’interesse dei soci e della Società ai sensi dell’art. 2403 c.c.

Il collegio sindacale prosegue quindi la sua attività di controllo sull’osservanza delle legge, dello statuto e sull’amministrazione della società, attività che andrà integrata e coordinata con quella posta in essere dagli organi della procedura concorsuale.

In particolare, tra i principali compiti del collegio:

  1. esercitare i propri poteri di intervento
    • partecipazione alle riunioni degli organi sociali;
    • atti di ispezione e controllo;
    • convocazione dell’assemblea
  2. redigere la relazione di cui all’art. 2429 c.c.».

Il CNDCEC ritiene opportuno che il collegio sindacale informi il commissario giudiziale di eventuali irregolarità riscontrate nella gestione, per consentire la tempestiva informazione al tribunale, ai sensi degli artt. 173 (revoca dell’ammissione al concordato) e 185 l.fall. (esecuzione del concordato)   L’organo di controllo dovrà verificare che la domanda non sia presentata in maniera pretestuosa al solo fine di rallentare lo sbocco fallimentare della crisi con un aggravarsi del danno nei confronti del ceto creditorio.

Secondo l’ UNGDCEC: “Se l’attività dell’organo di controllo è orientata, principalmente, alla tutela dell’interesse dei soci, mediante controlli di conformità dell’operato degli amministratori, volti a prevenire eventuali pregiudizi alla situazione patrimoniale della società, il controllo degli organi della procedura di legittimità, e di merito, è diretto a evitare operazioni dell’organo amministrativo lesive degli interessi dei creditori”.

 

Criticità in caso di presentazione di domanda di concordato in bianco

Più complesso e denso di responsabilità il ruolo del Collegio sindacale nel caso in cui l’organo di amministrazione abbia deliberato il deposito della domanda di concordato in bianco.

L’organo di controllo dovrà verificare che la domanda non sia presentata in maniera pretestuosa al solo fine di rallentare lo sbocco fallimentare della crisi con un aggravarsi del danno nei confronti del ceto creditorio. Il collegio sindacale inoltre dovrà:

  •  vigilare circa la completezza della documentazione prodotta dall’impresa (bilanci degli ultimi tre esercizi ed elenco nominativo dei creditori ed indicazione dell’importo di credito);
  • vigilare sul corretto rispetto dei termini posti per la presentazione del piano, l’integrazione della documentazione, nonché per quegli ulteriori obblighi informativi periodici, eventualmente posti con decreto dal Tribunale;
  • vigilare sugli atti compiuti dalla società, nel periodo compreso tra il deposito della domanda sino all’emanazione del decreto ex art. 163 L.F., ciò al fine di verificare se gli eventuali atti di straordinaria amministrazione, posti in essere dalla società, siano stati emessi in conformità dell’espressa autorizzazione da parte del Tribunale, come previsto dal settimo comma dell’art. 161 L.F;
  • assicurare un corretto flusso di informazioni con il commissario giudiziale laddove abbia riscontrato irregolarità nella gestione, in analogia a quanto avviene nel concordato preventivo.  

 

Conclusioni

Durante le fasi di accertamento della crisi e di adozione del concordato preventivo il Collegio sindacale (o sindaco unico) mantiene un ruolo attivo seppur più limitato rispetto a quello normalmente svolto nella società in bonis.

Si troverà a vigilare sull’operato degli amministratori, a collaborare con gli organi nominati dal tribunale, e a vigilare sulla correttezza dei documenti preparatori del piano e sulla sua corretta esecuzione.

Il suo agire dovrà essere improntato a particolare prudenza e trasparenza al fine di scongiurare eventuali sbocchi fallimentari della procedura da cui potrebbero derivare responsabilità sia civili sia penali.

 

Per approfondire:

I poteri/doveri dell’organo di controllo (Collegio Sindacale/Sindaco Unico) nelle situazioni di crisi dell’impresa


Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Il Collegio sindacale nella crisi di impresa

 Breve guida ai poteri/doveri del Collegio sindacale ed analisi dei rapporti con l’organo amministrativo durante la crisi aziendale

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Un recente documento elaborato dall’Unione Giovani Commercialisti ed Esperti Contabili esamina i poteri/doveri dell’organo di controllo (Collegio Sindacale/Sindaco Unico) nelle situazioni di crisi dell’impresa indicando i comportamenti che i sindaci/o devono adottare per evitare di incorrere in responsabilità sia civili che penali. 

Tale documento passa in rassegna le Norme di comportamento del collegio sindacale, predisposte dal CNDCEC e, nella trattazione della delicata questione concernente l’accertamento della validità del principio della continuità aziendale (c.d. requisito del going-concern), il Principio di Revisione n. 570 predisposto dalla Commissione Paritetica dei Consigli Nazionali dei Dottori Commercialisti e dei Ragionieri, che è applicabile anche al Collegio Sindacale che non eserciti la revisione contabile. 

Ho trovato di particolare interesse ed attualità l’analisi delle iniziative del Collegio Sindacale e delle sollecitazioni che lo stesso dovrà rivolgere al Consiglio di Amministrazione in caso di inerzia nell’azione di risanamento o liquidazione aziendale. 

Purtroppo, vista la crisi economica in cui versa il nostro Paese, non appaiono infrequenti i casi di disaccordo sulle prospettive di continuità aziendale tra amministratori da una parte e sindaci e revisori dall’altra. 

La figura del sindaco, soprattutto in caso di sindaco unico, in questi casi riveste un ruolo di grande responsabilità e particolare rilevanza.

In caso di inerzia degli organi societari preposti dovrà essere il Collegio Sindacale, ai sensi dell’art. 2406 c.c., ad attivarsi per non incorrere nelle responsabilità civili e penali (ai sensi dell’art. 217 l.f. è punibile l’imprenditore – e con lui il collegio sindacale per il rimando dell’ art. 2407 c.c.- che abbia compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento ed abbia aggravato il dissesto astenendosi dal richiedere la dichiarazione del fallimento). 

La norma di comportamento n. 11 prevede inoltre che : “Il Collegio sindacale, se nello svolgimento della funzione di vigilanza rileva la sussistenza di fatti idonei a pregiudicare la continuità d’impresa, sollecita gli amministratori a porvi rimedio”.

Se le misure adottate dagli amministratori dovessero risultare inadeguate o in caso di loro inerzia, l’organo di controllo può, o meglio deve, convocare l’Assemblea dei Soci.

Nei casi in cui il ricorso all’assemblea non abbia avuto luogo o i suoi esiti non siano ritenuti adeguati, l’organo di controllo può proporre la denunzia al tribunale ex art. 2409 cod. civ. (ad eccezione delle S.r.l.), qualora:

  • vi sia la sussistenza di fondati sospetti circa la commissione di gravi irregolarità da parte degli amministratori;
  • esista un danno potenziale di valore significativo;
  • sia stato rilevato il perdurare delle irregolarità;
  • venga continuata l’attività sociale con gravi rischi legati all’aggravamento del dissesto, nonostante il conclamato stato di insolvenza.

Legittimato alla denuncia al tribunale è l’organo di controllo nel suo insieme e presupposto della denuncia è una specifica delibera dell’organo di controllo stesso.

Importante inoltre rilevare che se le spese di ispezione giudiziaria sono a carico della società, le spese processuali sono a carico di chi, infondatamente, ha iniziato il procedimento o ha resistito allo stesso. Rappresentando quest’ ultimo elemento un deterrente per azioni imprudenti. 

Per approfondire:

Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Crisi da sovraindebitamento

Breve guida alla crisi da sovraindebitamento

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La legge n. 3 del 27 gennaio 2012, “Procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio”, in vigore dal 29 febbraio 2012 e successivamente modificata dal D.L. n. 179/2012 (convertito nella Legge n. 221 del 17 dicembre 2012) ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento la nuova procedura concorsuale destinata al superamento della crisi da sovraindebitamento di debitori non fallibili, tra cui anche consumatore, imprenditore agricolo e start up innovativa. 

Procedura che potrebbe rivestire particolare interesse sia per i debitori sia per i professionisti per il ruolo che questi si troveranno a ricoprire.

Il vantaggio più rilevante della normativa va identificato nel beneficio della “esdebitazione” per il debitore meritevole. Questa è una importante novità per il nostro ordinamento poiché in precedenza i soggetti non fallibili ai sensi dell’art. 2740 c.c. rimanevano esposti a responsabilità patrimoniale perpetua (salvo appunto limitazioni stabilite dalla legge). 

L’Odcec di Roma ha recentemente presentato uno Studio per la costituzione dell’Organismo di Composizione della Crisi. Lo studio è stato realizzato dalla Commissione Crisi da Sovraindebitamento dell’Ordine, anche grazie ai preziosi contributi di magistrati e professionisti appartenenti ad altre categorie interessate dalle nuove disposizioni, raccolti nel corso degli eventi formativi organizzati dalla stessa Commissione nel corso del 2013.

Lo Studio inoltre riassume le importanti modifiche alla Legge n. 3/2012, introdotte dal D.L. n. 179/2012, delineandone l’assetto definitivo; in particolare:

  • ha attribuito ai professionisti in possesso dei requisiti per la nomina a curatore fallimentare i compiti e le funzioni dell’O.C.C. in via permanente (e non solo transitoria in attesa dei regolamenti attuativi come prevedeva la prima formulazione della legge);
  • ha definito la figura del consumatore come possibile beneficiario di un’apposita procedura di composizione della crisi da introdursi attraverso la proposta di un piano (caratterizzata dall’assenza di un procedimento volto ad acquisire l’adesione o il dissenso dei creditori, ma basata esclusivamente su una valutazione giudiziale di fattibilità della proposta e di meritevolezza del consumatore);
  • inciso sul contenuto del piano prevedendo la possibilità di un pagamento anche non integrale dei creditori privilegiati (con l’esclusione di determinati crediti tributari e previdenziali, dei quali è possibile la sola dilazione di pagamento);
  • stabilito la vincolatività della proposta omologata anche nei confronti dei creditori che non abbiano aderito alla proposta;
  • ridotto al 60% la soglia prevista per il raggiungimento dell’accordo tra debitore non consumatore e creditori;
  • introdotto la possibilità di una procedura alternativa di liquidazione di tutti i beni del debitore, anche se consumatore;
  • introdotto l’istituto della esdebitazione.

In precedenza, aveva trattato la questione, soffermandosi maggiormente sulle particolarità della disciplina, il Gruppo di lavoro sulla Crisi da sovraindebitamento dell’Odcec di Torino con una Scheda introduttiva alle procedure di composizione della Crisi da sovraindebitamento.

 

Per approfondire:

Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Corsi e convegni 2014

Crisi, risanamento e perizie di stima.

I nostri convegni di fine 2014

Le prossime settimane, da qui a dicembre, saranno particolarmente intense per l’attività formativa. I temi saranno quelli consueti, le perizie di stima nella crisi d’impresa e nelle operazioni straordinarie, declinati in esempi pratici e casi aziendali.

In particolar modo cercheremo di approfondire gli aspetti che il Dottore Commercialista potrebbe trovarsi ad affrontare nei diversi ruoli di consulente, sindaco, advisor e perito attestatore. Analizzeremo in particolar modo La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale cercando di fornire una breve Guida agli strumenti per la risoluzione della crisi d’impresa .

Come sempre la parte più interessante sarà il confronto con i partecipanti. Mi auguro inoltre di incontrare come spesso accade molti amici e lettori del nostro sito e di MySolution|Post.

Master MySolution – date e sedi:

  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 13 Novembre 2014 – Gorizia
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 14 Novembre 2014 – Pordenone
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 19 Novembre 2014 – Brescia
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 26 Novembre 2014 – Olbia
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 27 Novembre 2014 – Cagliari
  • Master Il Pratico 2014:“Perizie di stima e valutazione d’azienda” 28 Novembre 2014 – Viterbo
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale”  3 Dicembre 2014 – Verona

Scuola di specializzazione per Esperti in procedure concorsuali – date e sedi: