Principi italiani di valutazione: l’inizio di una nuova professione?

Principi italiani di valutazione: l’inizio di una nuova professione?

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La domanda pare quasi una provocazione. Certamente l’importante lavoro che la Fondazione OIV sta predisponendo avrà impatti importanti sugli esperti di valutazione aziendale. La materia è indiscutibilmente affascinante e lo studio della prima bozza di documento fornisce ad un lettore attento costanti stimoli di approfondimento e ricerca.

Importante sarà verificarne effettiva applicabilità alla valutazione delle piccole medie imprese che hanno caratteristiche e criticità loro proprie.

Obiettivo dichiarato della Fondazione OIV è ridurre in maniera significativa le discrezionalità di valutazione, per quanto ragionevolmente possibile, e di supportare l’esperto nell’attività peritale.

“Il nuovo contesto economico-finanziario rappresenta una grande sfida per la professione degli esperti di valutazione. In un contesto più incerto, l’errore è sempre in agguato. Per questa ragione in tutto il mondo si è cercato di rispondere alla crisi emanando oltre che principi di valutazione anche documenti in grado di fungere da linee guida (best practices) per l’esperto di valutazione.”

E ancora… “La valutazione richiede che l’esperto formuli un giudizio (di necessità soggettivo); tuttavia la soggettività va disciplinata, deve cioè essere esercitata nell’ambito di un percorso razionale, trasparente e completo.”

Mauro Bini docente di Finanza aziendale in Bocconi, presidente del Consiglio di gestione della Fondazione Oiv e membro del Professional Board dell’IVSC.

 La sfida non è banale e spingerà verso una maggiore specializzazione dei professionisti, Dottori commercialisti ed Esperti contabili in primis. I principi italiani di valutazione (PIV) infatti rappresenteranno da una parte una maggiore tutela per l’esperto che ci si uniformerà ma i professionisti meno preparati si esporranno a maggiori rischi di responsabilità personale.

Importante, vista la derivazione dai principi internazionali, sarà verificarne l’applicabilità effettiva sulla valutazione delle PMI, principale oggetto di analisi dei professionisti italiani.

La valutazione

La valutazione richiede l’esercizio di un giudizio. Affinché tale giudizio sia fondato su basi solide è indispensabile che l’esperto disponga di adeguate competenze tecniche, di una buona esperienza professionale e delle necessarie conoscenze in merito all’oggetto della valutazione, all’eventuale settore o mercato di riferimento ed alle caratteristiche della valutazione medesima.

Le valutazioni costituiscono un importante supporto per assumere decisioni e per assolvere disposizioni di  legge, regolamenti o principi contabili.

La missione dell’OIV

“La missione dell’OIV consiste nel promuovere la qualità delle  valutazioni e per questa via di accrescere la fiducia dell’utilizzatore finale delle valutazioni (che normalmente non è il committente). In questo ruolo l’OIV organizza diversi tipi di iniziative: le best practices sono incontri volti ad approfondire particolari esigenze per la comunità di esperti di valutazione domestica, le conferenze internazionali sono incontri volti ad un confronto con le pratiche più evolute a livello internazionale”,  spiega in una recente intervista Mauro Bini docente di Finanza aziendale in Bocconi, presidente del Consiglio di gestione della Fondazione Oiv e membro del Professional Board dell’IVSC.

La struttura dei principi italiani di valutazione (PIV)

Il piano approvato dal Consiglio dei garanti dell’OIV prevede che i PIV si compongano di quattro parti:

  • Parte Prima. La rete concettuale di base (conceptual framework), che comprende il glossario;
  • Parte Seconda. I principi generali di valutazione relativi all’incarico e al processo valutativo;
  • Parte Terza. I principi per la valutazione di specifiche attività/passività ( beni immateriali, beni reali, strumenti finanziari, rapporti giuridici, passività finanziarie e potenziali, ecc.) nonché di complessi aziendali in funzionamento e delle interessenze partecipative nei medesimi;
  • Parte quarta. I principi per applicazioni specifiche (particolari aziende e particolari contesti (tra cui 122 le valutazioni di bilancio).

I PIV entreranno in vigore – per una eventuale volontaria adesione – solo con la pubblicazione dell’intero corpo dei principi.

 

Patti di famiglia e passaggio generazionale

Patti di famiglia, uno strumento per il passaggio generazionale nelle PMI

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

In Italia esiste un gran numero di imprese che saranno destinate nel breve periodo ad affrontare il tema del passaggio generazionale. È un momento particolarmente critico nella vita dell’impresa che può arrivare a minarne la continuità e a mettere a rischio, in un periodo complesso come l’attuale, ulteriori posti di lavoro.

Con la legge n. 55 del 14 febbraio 2006 e successive modificazioni, il legislatore ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico l’istituto del “patto di famiglia” che consente al titolare dell’impresa di anticipare il momento del trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni sociali ai discendenti o al discendente che si reputi più adatto alla gestione dell’impresa.

Il patto di famiglia è un contratto plurilaterale che consente di realizzare molteplici obiettivi:

  • prevenire ed evitare l’insorgere di liti ereditarie;
  • tutelare il valore e la capacità occupazionale delle aziende familiari;
  • assegnare il controllo societario ai soggetti ritenuti dall’imprenditore capaci di garantire la continuità gestionale dell’impresa.

Nozione

In base all’art. 768 bis e seguenti è patto di famiglia il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti.

Forma del patto di famiglia

A pena di nullità il contratto deve essere concluso per atto pubblico.

Necessaria la partecipazione del coniuge e dei legittimari

Al contratto devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore. Gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote.

Opportunità della perizia

Per evitare liti ed incomprensioni tra eredi si suggerisce la predisposizione di una perizia di stima sull’azienda o sulle quote al fine di determinare i corretti conguagli tra i partecipanti all’atto.

Rischio di assenze e vizi del consenso

Il patto può essere impugnato dai partecipanti. L’azione si prescrive nel termine di un anno.

All’apertura della successione dell’imprenditore, il coniuge e gli altri legittimari che non abbiano partecipato al contratto possono chiedere ai beneficiari del contratto stesso il pagamento di quanto loro dovuto in base alle normali norme successorie.

Vantaggi fiscali

I trasferimenti effettuati attraverso i patti di famiglia ex art. 768 bis c.c., a favore dei discendenti e del coniuge, di aziende o rami di esse, di quote sociali e di azioni non sono soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni.

Il beneficio spetta limitatamente alle partecipazioni mediante le quali è acquisito o integrato il controllo ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile.

Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso.

Il mancato rispetto di questa condizione comporta la decadenza dal beneficio ed il pagamento sia dell’imposta in misura ordinaria sia della relativa sanzione amministrativa.

La norma è volta a favorire il passaggio generazionale delle aziende di famiglia tutelandone la continuità.

 

Per approfondire

Patti di famiglia, per garantire il passaggio generazionale e la continuità d’impresa

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Crisi da sovraindebitamento

Breve guida alla crisi da sovraindebitamento

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

La legge n. 3 del 27 gennaio 2012, “Procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio”, in vigore dal 29 febbraio 2012 e successivamente modificata dal D.L. n. 179/2012 (convertito nella Legge n. 221 del 17 dicembre 2012) ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento la nuova procedura concorsuale destinata al superamento della crisi da sovraindebitamento di debitori non fallibili, tra cui anche consumatore, imprenditore agricolo e start up innovativa. 

Procedura che potrebbe rivestire particolare interesse sia per i debitori sia per i professionisti per il ruolo che questi si troveranno a ricoprire.

Il vantaggio più rilevante della normativa va identificato nel beneficio della “esdebitazione” per il debitore meritevole. Questa è una importante novità per il nostro ordinamento poiché in precedenza i soggetti non fallibili ai sensi dell’art. 2740 c.c. rimanevano esposti a responsabilità patrimoniale perpetua (salvo appunto limitazioni stabilite dalla legge). 

L’Odcec di Roma ha recentemente presentato uno Studio per la costituzione dell’Organismo di Composizione della Crisi. Lo studio è stato realizzato dalla Commissione Crisi da Sovraindebitamento dell’Ordine, anche grazie ai preziosi contributi di magistrati e professionisti appartenenti ad altre categorie interessate dalle nuove disposizioni, raccolti nel corso degli eventi formativi organizzati dalla stessa Commissione nel corso del 2013.

Lo Studio inoltre riassume le importanti modifiche alla Legge n. 3/2012, introdotte dal D.L. n. 179/2012, delineandone l’assetto definitivo; in particolare:

  • ha attribuito ai professionisti in possesso dei requisiti per la nomina a curatore fallimentare i compiti e le funzioni dell’O.C.C. in via permanente (e non solo transitoria in attesa dei regolamenti attuativi come prevedeva la prima formulazione della legge);
  • ha definito la figura del consumatore come possibile beneficiario di un’apposita procedura di composizione della crisi da introdursi attraverso la proposta di un piano (caratterizzata dall’assenza di un procedimento volto ad acquisire l’adesione o il dissenso dei creditori, ma basata esclusivamente su una valutazione giudiziale di fattibilità della proposta e di meritevolezza del consumatore);
  • inciso sul contenuto del piano prevedendo la possibilità di un pagamento anche non integrale dei creditori privilegiati (con l’esclusione di determinati crediti tributari e previdenziali, dei quali è possibile la sola dilazione di pagamento);
  • stabilito la vincolatività della proposta omologata anche nei confronti dei creditori che non abbiano aderito alla proposta;
  • ridotto al 60% la soglia prevista per il raggiungimento dell’accordo tra debitore non consumatore e creditori;
  • introdotto la possibilità di una procedura alternativa di liquidazione di tutti i beni del debitore, anche se consumatore;
  • introdotto l’istituto della esdebitazione.

In precedenza, aveva trattato la questione, soffermandosi maggiormente sulle particolarità della disciplina, il Gruppo di lavoro sulla Crisi da sovraindebitamento dell’Odcec di Torino con una Scheda introduttiva alle procedure di composizione della Crisi da sovraindebitamento.

 

Per approfondire:

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Corsi e convegni 2014

Crisi, risanamento e perizie di stima.

I nostri convegni di fine 2014

Le prossime settimane, da qui a dicembre, saranno particolarmente intense per l’attività formativa. I temi saranno quelli consueti, le perizie di stima nella crisi d’impresa e nelle operazioni straordinarie, declinati in esempi pratici e casi aziendali.

In particolar modo cercheremo di approfondire gli aspetti che il Dottore Commercialista potrebbe trovarsi ad affrontare nei diversi ruoli di consulente, sindaco, advisor e perito attestatore. Analizzeremo in particolar modo La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale cercando di fornire una breve Guida agli strumenti per la risoluzione della crisi d’impresa .

Come sempre la parte più interessante sarà il confronto con i partecipanti. Mi auguro inoltre di incontrare come spesso accade molti amici e lettori del nostro sito e di MySolution|Post.

Master MySolution – date e sedi:

  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 13 Novembre 2014 – Gorizia
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 14 Novembre 2014 – Pordenone
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 19 Novembre 2014 – Brescia
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 26 Novembre 2014 – Olbia
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale” 27 Novembre 2014 – Cagliari
  • Master Il Pratico 2014:“Perizie di stima e valutazione d’azienda” 28 Novembre 2014 – Viterbo
  • Master MySolution: “Crisi d’impresa e risanamento aziendale”  3 Dicembre 2014 – Verona

Scuola di specializzazione per Esperti in procedure concorsuali – date e sedi:

 

La valutazione d’azienda nel concordato preventivo

La valutazione d’azienda nel concordato preventivo

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 La valutazione dell’azienda in crisi va operata a “valori di mercato” tenendo presente la particolare situazione finanziaria in cui si trova rettificando eventualmente i valori applicando al valore corrente di funzionamento un coefficiente di deprezzamento, variabile da caso a caso, per stimare il valore di realizzo o di liquidazione e per scontare gli eventuali rischi di continuità aziendale.

La crisi d’impresa rappresenta un argomento di gran moda in dottrina, data l’importanza crescente che ha assunto negli ultimi anni, nonché per l’aumentare della rischiosità delle attività economiche anche a causa della congiuntura che l’economia nazionale, ma non solo, sta attraversando.

In tale contesto assume rilievo il tema della valutazione delle aziende in crisi nell’ambito delle procedure e del concordato preventivo in particolare.

Il criterio del valore di mercato normalmente accettato appare certamente di non facile applicazione. Lo stimatore, per poter valutare l’azienda o il ramo d’azienda oggetto della perizia, dovrà certamente attenersi alle best practice ed ai criteri valutativi comunemente accettati dalla dottrina aziendalistica, utilizzando quello tra loro che maggiormente si adatta alle peculiari caratteristiche dell’oggetto di stima.

Il documento del CNDCEC “La relazione giurata estimativa del professionista nel concordato preventivo e nel concordato fallimentare” per quanto datato offre numerosi spunti al perito attestatore.

Metodi patrimoniali

Il metodo patrimoniale è sicuramente quello meno problematico. L’azienda e i singoli beni da cui è composta possono sicuramente essere valutati anche secondo criteri di funzionamento (in caso di continuità aziendale), ma con il deprezzamento derivante dalla particolare situazione.

Per quanto concerne, la concreta valutazione dei singoli beni per i quali la stima investa anche professionalità tecniche, pare assai logico che il professionista stimatore si avvalga, a sua volta, delle prestazioni professionali di ingegneri, architetti, geometri, ecc. di volta in volta da individuarsi in relazione alla natura del bene da stimare (terreni edificabili, fabbricati a destinazione speciale, programmi software, ecc.), ferma restando, in ogni caso, la responsabilità in capo al professionista stimatore per le valutazioni oggetto di giuramento.

Metodi reddituale e finanziario

Alcuni dei metodi valutativi più comunemente usati si fondano su flussi reddituali e finanziari futuri, ricavabili da piani industriali predisposti dall’organo di governo dell’impresa che difficilmente, nel caso di aziende appartenenti a società in concordato preventivo ed affittate ad un soggetto terzo, potranno essere nella disponibilità del perito attestatore.

Parimenti con particolare attenzione dovranno esser trattate le principali criticità derivanti dalla valutazione dell’avviamento. Da una parte difficilmente potrà essere valutato un avviamento positivo nel caso in cui l’impresa sia, formalmente o sostanzialmente, cessata o in profonda crisi tale da far temere per la continuità aziendale. Dall’altra parte invece il caso in cui l’azienda sia funzionante, grazie alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale da parte dell’affittuario. In questo caso bisognerà tener conto non solo del valore dell’avviamento ma anche le eventuali clausole di conguaglio del contratto di affitto e tutto ciò che potrebbero comportare per l’attivo concordatario.

Sintesi

La valutazione dell’azienda in crisi va operata a “valori di mercato” tenendo presente la particolare situazione finanziaria in cui si trova rettificando eventualmente i valori “in caso di liquidazione”.

Il perito dovrà ricercare più che il semplice valore normale o valore corrente che l’azienda ha sul mercato in caso di normale funzionamento, il valore corrente in caso di situazione di crisi aziendale: applicando al valore corrente di funzionamento un coefficiente di deprezzamento, variabile da caso a caso, per stimare il valore di realizzo o di liquidazione.

L’azienda può quindi essere valutata secondo criteri di funzionamento (se c’è continuità aziendale), ma con l’eventuale deprezzamento derivante dalla particolare situazione aziendale.

 

Per approfondire: La relazione giurata estimativa nel concordato preventivo e nel concordato fallimentare

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Il recesso del socio di S.r.l.

Il recesso del socio ai sensi dell’art. 2473 c.c., la valutazione delle partecipazioni e le massime del Notariato

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 

Il recesso del socio è tema particolarmente complesso e delicato nella vita di una società. Il socio di S.r.l. può recedere dalla società nei casi espressamente previsti per legge o nell’atto costitutivo. Nel presente articolo si provvede ad analizzare quanto previsto dalla normativa in vigore con l’ausilio delle massime del Notariato milanese e del Notariato del triveneto.

Riferimenti normativi

  • Notariato milanese, massima n. 74;
  • Notariato del triveneto, massime I.H.1, I.H.3, I.H.5, I.H.7, I.H.8, I.H.9, I.H.13, I.H.14 e I.H.16;
  • Codice civile, art. 2473 .

Premessa

La dichiarazione di recesso ha natura di atto unilaterale recettizio, risolutivamente condizionato ex lege alla revoca della delibera legittimante il recesso o alla messa in liquidazione volontaria della società, pertanto produce effetti dalla data del suo ricevimento. A partire da tale data, come confermato dalla massima I.H.5 dei notai del triveneto, i diritti sociali connessi alla partecipazione per la quale è stato esercitato il recesso sono sospesi, conservando il socio recedente esclusivamente la titolarità formale della partecipazione finalizzata alla liquidazione della stessa.

La dichiarazione di recesso è irrevocabile una volta pervenuta alla società. Il valore della partecipazione da liquidare deve essere determinato con riferimento a detta data.

Nella tabella seguente è riportato un elenco dei principali presupposti del diritto di recesso del socio.

Presupposti diritto di recesso del socioRiferimenti
Decisioni che consentono diritto di recesso al socio dissenziente, assente o astenutoArt. 2473 c.c.
cambiamento dell’oggetto sociale
cambiamento del tipo di società
fusione o scissione
revoca dello stato di liquidazione
trasferimento della sede all’estero
eliminazione di una o più cause di recesso previste dall’atto costitutivo
compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto della società determinato nell’atto costitutivo
compimento di operazioni che comportano una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell’art. 2468, comma 4 , c.c. (diritti riguardanti l’amministrazione o il riparto degli utili)
Cause convenzionali di recesso del socioAtto costitutivo
Particolari disposizioni in materia di recesso per le società soggette ad attività di direzione e coordinamentoArt. 2473 c.c.
Nel caso di società contratta a tempo indeterminato il diritto di recesso compete al socio in ogni momento e può essere esercitato con un preavviso di almeno centottanta giorni; l’atto costitutivo può prevedere un periodo di preavviso di durata maggiore purché non superiore ad un annoArt. 2473 c.c.

 

Attenzione

In base alla massima del Comitato Notarile del Triveneto I.H.1 si deve ritenere che per le S.r.l. non sia sufficiente una qualsiasi modifica dell’oggetto sociale, anche se di lieve entità, per legittimare il socio non consenziente ad esercitare il recesso. Nonostante l’art. 2473 c.c. parli semplicemente di “cambiamento dell’oggetto”, la prassi notarile reputa necessario un cambiamento sostanziale e significativo dell’attività sociale. Il recesso è possibile ad esempio in caso di ingresso della società in nuovi settori produttivi che aumentino in maniera considerevole il rischio di impresa.

 

Attenzione

In base alla massima del Comitato Notarile del Triveneto I.H.3 l’introduzione di un termine di durata in una società a tempo indeterminato, poiché va ad eliminare una causa di recesso, attribuisce ai soli soci assenti o dissenzienti tale diritto.

Cause convenzionali di recesso

La massima n. 74 del Notariato milanese chiarisce che l’atto costitutivo di S.r.l. può legittimamente prevedere il diritto di recesso, oltre che nelle ipotesi previste dalla legge:

  1. al verificarsi di (altri) determinati eventi, siano essi rappresentati da deliberazioni di organi sociali, ovvero da atti o fatti diversi, di qualsiasi natura;
  2. al verificarsi di una “giusta causa”, non specificamente determinata dall’atto costitutivo o dallo statuto;
  3. al mero volere del socio recedente (c.d. recesso “ad nutum”) salva la necessità, in quest’ultimo caso, del preavviso di almeno 180 giorni, previsto dagli artt. 2437, comma 3 , c.c., e 2473, comma 2 , c.c..

Il diritto di recesso derivante da cause convenzionali può essere attribuito dall’atto costitutivo o dallo statuto sia alla generalità dei soci, sia ad alcuni di essi.

La determinazione del valore di liquidazione delle quote, sempre secondo la massima n. 74 del Notariato milanese (non sempre concordi giurisprudenza e dottrina), nelle ipotesi di cause convenzionali di recesso, può essere definita sulla base di criteri contenuti nell’atto costitutivo o nello statuto, anche in deroga rispetto ai criteri di liquidazione fissati dalla legge per le cause legali di recesso.

Limiti statutari al diritto di recesso

In base a quanto previsto dall’art. 2469, comma 2 , c.c., lo statuto della S.r.l., in presenza di una clausola di mero gradimento o di intrasferibilità delle partecipazioni, può stabilire un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato.

 

Attenzione

La clausola di sospensione del diritto di recesso, secondo la prassi notarile milanese, può essere introdotta anche in sede di modificazione dell’atto costitutivo, stabilendo in tal caso che il termine (massimo) di due anni decorra dalla introduzione della clausola ovvero dalla sottoscrizione della partecipazione ovvero ancora dall’acquisto di una partecipazione già esistente.

 

Quando il recesso non può essere esercitato o è privo di efficacia

Il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se:

  • la società revoca la delibera che lo legittima;
  • ovvero se è deliberato lo scioglimento della società.

In mancanza di un termine determinato per legge si ritiene che la società possa adottare la revoca della delibera che legittima il recesso, ovvero la delibera di scioglimento della società, entro il termine di centottanta giorni previsto per l’eventuale rimborso delle partecipazioni (massima I.H.7).

La revoca della delibera che legittima il recesso, ancorché adottata nei termini di legge, non rende inesercitabile tale diritto o inefficace quello già esercitato nell’ipotesi in cui la delibera revocata abbia prodotto effetti sostanziali nel periodo di validità (ad esempio sono stati compiuti atti di amministrazione finalizzati al perseguimento del diverso oggetto sociale deliberato e poi revocato) (massima I.H.8).

La massima I.H.9 del Notariato del triveneto prende in esame l’ipotesi in cui venga deliberato lo scioglimento della società, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 2473 c.c..

La delibera di revoca dello scioglimento, finalizzata a rendere inesercitabile il recesso o inefficace quello già esercitato, è possibile solo nei seguenti casi:

  1. che il socio originario recedente abbia manifestato il suo consenso, rinunciando al rimborso della partecipazione;
  2. che il socio originario recedente abbia ottenuto il rimborso della partecipazione.

 

Recesso del socio e valutazione delle quote ex art. 2473 c.c.

Nella S.r.l. il socio che recede ex art. 2473 c.c. ha diritto al rimborso del valore della propria partecipazione, determinato in proporzione al valore di mercato del patrimonio sociale al momento della dichiarazione di recesso: «I soci che recedono dalla società hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale. Esso a tal fine è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso; in caso di disaccordo la determinazione è compiuta tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente».

Il dettato normativo, coerentemente con la miglior dottrina, pur lasciando all’esperto ampia libertà sui metodi valutativi, obbliga a determinare il valore della partecipazione in base a due criteri fondamentali:

  • criterio proporzionale (escludendo quindi sconti di minoranza/illiquidità o premi di maggioranza);
  • valore di mercato.

La massima del Comitato Notarile Triveneto I.H.13 chiarisce infatti che l’atto costitutivo, data l’assenza di un metodo legale e univoco di valutazione delle partecipazioni, può prevedere criteri statutari volti a determinare in maniera oggettiva il valore della partecipazione.

Sono da ritenersi lecite le clausole volte a determinare il valore dell’avviamento secondo calcoli matematici rapportati alla redditività degli esercizi precedenti.

Sono invece da ritenersi illecite le clausole che tengano in considerazione i soli valori contabili. Sono parimenti illegittime le clausole che determinano il valore di rimborso della partecipazione secondo criteri diversi dal valore di mercato.

L’organo amministrativo (sentito il parere del collegio sindacale e del soggetto incaricato della revisione contabile) dovrà predisporre una situazione patrimoniale straordinaria dalla quale emerga il valore della partecipazione determinato in proporzione al valore di mercato del patrimonio sociale riferito al momento della comunicazione del recesso.

 

Attenzione

Detta situazione non sarà quindi redatta secondo gli ordinari criteri di valutazione del bilancio d’esercizio essendo la finalità differente. La prassi notarile del triveneto con la massima I.H.16 prende atto dell’oggettiva incertezza di risultato che caratterizza il procedimento di determinazione del valore di liquidazione della partecipazione del socio recedente, incertezza che si traduce in una difficile valutazione dell’opportunità di esercitare il diritto al disinvestimento. Si ritiene quindi possibile per il socio recedente – nel rispetto del procedimento legale di determinazione del valore di liquidazione – condizionare risolutivamente la propria dichiarazione di recesso all’ottenimento di una valutazione minima. La prassi notarile non ritiene invece possibile che tale dichiarazione possa essere sospensivamente condizionata al verificarsi dei medesimi eventi.

 

Modalità di rimborso della quota

Il rimborso delle partecipazioni per cui è stato esercitato il diritto di recesso deve essere eseguito entro centottanta giorni dalla comunicazione del medesimo fatta alla società.

Non è possibile, in base alla massima notarile I.H.14 del triveneto, derogare statutariamente al termine di centottanta giorni previsto dal comma 4 dell’art. 2473 c.c., per il rimborso della partecipazione al socio receduto.

Il rimborso può avvenire anche mediante acquisto da parte degli altri soci proporzionalmente alle loro partecipazioni oppure da parte di un terzo concordemente individuato da soci medesimi. Qualora ciò non avvenga, il rimborso è effettuato utilizzando riserve disponibili; in quest’ultimo caso si applica l’art. 2482 c.c. e, qualora sulla base di esso non risulti possibile il rimborso della partecipazione del socio receduto, la società viene posta in liquidazione.

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Affitto di azienda

Affitto di azienda, elementi, forma e obblighi del contratto

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

L’ affitto di azienda è uno strumento particolarmente flessibile, utilizzato sia nelle operazioni di finanza straordinaria, sia nella gestione del passaggio generazionale, sia nei processi di risanamento aziendale per minimizzare i rischi dell’acquirente e salvaguardare il valore aziendale. La flessibilità però comporta una particolare attenzione da parte del professionista nella stesura del contratto al fine di limitare le cause di potenziale conflitto tra affittante ed affittuario.

Riferimenti normativi

  • Codice civile, artt. 1615 e segg., 2561 e 2562 .

Definizione

L’ affitto di azienda è quel contratto con il quale il proprietario (affittante), dietro corrispettivo, si obbliga a far godere l’azienda ad altro soggetto (affittuario), il quale deve gestirla, senza modificarne la destinazione e in modo da conservare l’efficienza dell’organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni delle scorte. L’art. 2555 c.c. definisce l’azienda come “il complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”. La possibilità di stipulare contratti di affitto aventi ad oggetto l’azienda è prevista dall’art. 2562 c.c., il quale si limita a prevedere che all’affitto d’azienda si applichino le medesime norme previste dall’art. 2561 c.c. in tema di usufrutto d’azienda.

Forma del contratto

Il contratto di affitto di azienda deve essere redatto con atto pubblico (o scrittura privata autenticata) depositato, per l’iscrizione nel Registro delle imprese, a cura del notaio rogante, nei 30 giorni successivi all’operazione.

Finalità

L’ affitto di azienda è uno strumento contrattuale duttile che può consentire alle parti il raggiungimento di diverse finalità:

  • operazione strumentale ad altre operazioni straordinarie quali cessione o fusione d’azienda; in particolare con l’inserimento di clausole contrattuali adeguate può limitare i rischi di sopravvenienze passive a carico del futuro compratore e la relativa (e spesso costosa) attività di due diligence;
  • passaggio generazionale: consente di verificare la capacità imprenditoriale dell’erede senza perdere la proprietà dell’azienda. L’affitto in sostanza può rappresentare un periodo di prova garantendo all’attuale imprenditore la tutela e la salvaguardia dei propri interessi e del capitale aziendale;
  • nella patologia aziendale consente l’esercizio temporaneo dell’attività in caso di crisi finanziaria o fallimento, salvaguardando l’integrità dei beni aziendali e dell’avviamento. Il concordato preventivo mediante contratto di affitto e opzione di cessione dell’azienda ne è l’esempio più classico. L’operazione spesso a tutela delle parti è subordinata alla approvazione degli organi della procedura. Si ricorda in particolare che in base all’art. 79 L.F. : “Il fallimento non è causa di scioglimento del contratto d’affitto d’azienda, ma entrambe le parti possono recedere entro 60 giorni, corrispondendo alla controparte equo indennizzo che, nel dissenso delle parti, è determinato dal giudice delegato, sentiti gli interessati”. Inoltre l’indennizzo dovuto dal curatore è qualificato come credito prededucibile.

Spesso, anche al fine di limitare responsabilità e contestazioni tra le parti, l’affittuario è costituito da una nuova società (newco) appositamente costituita per l’operazione.

Normativa di riferimento

L’ affitto di azienda è normato dall’art. 2562 c.c., che a sua volta richiama l’art. 2561 c.c. relativo all’usufrutto: “L’usufruttuario dell’azienda deve esercitarla sotto la ditta che la contraddistingue. Egli deve gestire l’azienda senza modificarne la destinazione e in modo da conservare l’efficienza dell’organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte. Se non adempie tale obbligo o cessa arbitrariamente dalla gestione dell’azienda, si applica l’art. 1015 [cessazione dell’usufrutto]. La differenza tra le consistenze d’inventario all’inizio e al termine dell’usufrutto è regolata in danaro, sulla base dei valori correnti al termine dell’usufrutto”. Vista l’esigenza di colmare le lacunose disposizioni in materia di affitto d’azienda non rimane che rifarsi per quanto possibile agli articoli sulla locazione (artt. 1615 e segg. c.c. ).

Attenzione  Non potendo disporre di una normativa dettagliata in materia si suggerisce di sopperire con contratti di affitto particolarmente dettagliati, ovviando contrattualmente a quanto non previsto dal legislatore.

Obblighi dell’affittante

Obbligo di consegna dell’azienda  In base all’art. 1617 c.c. il locatore è tenuto a consegnare la cosa, con i suoi accessori e le sue pertinenze, in stato da servire all’uso e alla produzione a cui è destinata.

Diritti di controllo  Il locatore può chiedere la risoluzione del contratto se l’affittuario non destina al servizio della cosa i mezzi necessari per la gestione di essa, se non osserva le regole della buona tecnica, ovvero se muta stabilmente la destinazione economica della cosa (art. 1618 c.c.). Inoltre il locatore può accertare in ogni tempo, anche con accesso in luogo, se l’affittuario osserva gli obblighi che gli incombono (art. 1619 c.c.).

Attenzione  In caso di affitto d’azienda si suggerisce di prevedere espressamente anche la possibilità di effettuare controlli nella contabilità aziendale per monitorare l’andamento economico/patrimoniale.

Divieto di concorrenza

In base all’art. 2557 c.c. chi aliena l’azienda deve astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta. Il patto di astenersi dalla concorrenza in limiti più ampi di quelli previsti dal comma 1 art. 2557 c.c. è valido, purché non impedisca ogni attività professionale dell’alienante. Esso non può eccedere la durata di cinque anni dal trasferimento. Se nel patto è indicata una durata maggiore o la durata non è stabilita, il divieto di concorrenza vale per il periodo di cinque anni dal trasferimento. Nel caso di usufrutto o di affitto dell’azienda il divieto di concorrenza disposto dal comma 1 art. 2557 c.c. vale nei confronti del proprietario o del locatore per la durata dell’usufrutto o dell’affitto.

Attenzione  La disposizione nulla dice per la concorrenza dell’affittuario (al termine dell’affitto). Opportuno quindi prevedere adeguata regolamentazione contrattuale a tutela dell’avviamento.

Manutenzioni

Salvo patto contrario, il locatore è tenuto ad eseguire a sue spese, durante l’affitto, le riparazioni straordinarie. Le altre sono a carico dell’affittuario (art. 1621 c.c.).

Attenzione  Non è sempre facile la distinzione, pertanto è opportuna una dettagliata indicazione contrattuale di ciò che si debba intendere per spese ordinarie e straordinarie. Le parti devono prevedere contrattualmente in modo dettagliato i rispettivi obblighi ed impegni al fine di limitare potenziali cause di conflitto.

Attenzione  Importante in particolar modo valutare l’opportunità di prevedere eventuali manutenzioni programmate previste dalle case produttrici di particolari impianti.

Cooperazione

L’affittante ha un generale dovere di cooperazione con l’affittuario (ad es. per facilitare il passaggio di consegne, i rapporti con la clientela, le pratiche necessarie per l’ottenimento o la voltura delle autorizzazioni amministrative, ecc.).

Obblighi dell’affittuario

Obblighi principali

Nella gestione aziendale i principali obblighi che fanno capo all’affittuario sono:

  1. esercitare l’attività sotto la ditta che la contraddistingue, se il concedente vi ha acconsentito;
  2. non modificare la destinazione economica dell’azienda;
  3. provvedere alla conservazione dell’efficienza dell’organizzazione degli impianti e le normali dotazioni di scorte;
  4. corrispondere il canone dovuto, nei tempi e con le modalità stabilite contrattualmente;
  5. non lasciare inattiva l’azienda.

Durante la sua gestione l’affittuario può, salvo diversi limiti stabiliti contrattualmente, vendere beni che, nella normale operatività dell’azienda, sono destinati a tale scopo; può modificare o sostituire impianti, macchinari e attrezzature varie. L’affittuario, inoltre, ex art. 1620 c.c., può intraprendere tutte quelle iniziative che ritenga opportune per produrre un aumento di reddito o creino un incremento del valore aziendale, purché esse non importino obblighi per il locatore o non gli arrechino pregiudizio, e siano conformi all’interesse della produzione. È fatto invece espresso divieto, salvo diversa previsione contrattuale, di subaffittare e/o cedere l’affitto senza il consenso dell’affittante (art. 1624 c.c.). La violazione di tale divieto è causa di risoluzione del contratto d’affitto d’azienda.

Elementi del contratto

Elementi obbligatoriElementi facoltativi
Canone, tempi e modalità di pagamentoRegolamentazione degli obblighi di manutenzione
Mantenimento della destinazione dell’aziendaDefinizione del momento di cessazione del contratto
Consegna dell’azienda da parte del concedente in condizioni idonee allo svolgimento dell’attivitàAmpiezza del divieto di concorrenza ed eventuali deroghe
 Differenze inventariali
 Valorizzazione dell’avviamento
 Successione nei contratti
 Rimanenze
 Crediti e debiti
 Clausola risolutiva espressa
 Successione nei contratti

Successione nei contratti

In base a quanto previsto dall’art. 2558 c.c., se non è pattuito diversamente, l’acquirente dell’azienda subentra nei contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa che non abbiano carattere personale. Il terzo contraente può tuttavia recedere dal contratto entro tre mesi dalla notizia del trasferimento, se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità dell’alienante. I contratti originari (posti in essere dall’affittante) eventualmente ancora in essere al termine del rapporto tornano in capo all’affittante come quelli stipulati dall’affittuario ancora esistenti al termine dell’affitto. Non si trasferiscono all’affittante i contratti ex novo stipulati dall’affittuario (giurisprudenza a volte contraddittoria).

Attenzione

Importante definire nel contatto di affitto d’azienda i rapporti con terze parti.

Attenzione

Definire i contratti che passano con l’azienda. Non tutti i contratti consentono il subentro automatico (es. leasing).

Gestione delle rimanenze

Solitamente in assenza di previsione normativa si preferisce prevedere nel contratto di affitto le modalità di gestione delle rimanenze mediante l’inserimento di clausole contrattuali da definirsi tra le parti. Le modalità solitamente preferite sono:

  • redazione di un inventario analitico da allegare al contratto, al termine del quale le rimanenze verranno restituite nella stessa quantità e pari valore, conguagliando l’eventuale differenza in denaro (assieme alle altre differenze inventariali);
  • vendita dell’intero magazzino esistente all’affittuario.

Contratti di lavoro

I rapporti di lavoro seguono l’azienda nel passaggio dal proprietario all’affittuario ed in quello successivo dall’affittuario all’affittante. La Corte di Cassazione, con sentenza 20 aprile 1985, n. 2644, ha chiarito che il trasferimento implica per l’affittante la responsabilità solidale per tutti i debiti dell’affittuario verso i dipendenti e relativi a rapporti di lavoro, inclusi quelli di natura assicurativa e previdenziale. Detta responsabilità non è derogabile dalle parti con conseguente nullità di ogni patto contrario. Solo i lavoratori potranno infatti rinunciare alle loro tutele e liberare l’ex datore di lavoro mediante le previste procedure conciliative/sindacali.

Crediti e debiti

All’affitto d’azienda non si applicano gli artt. 2559 e 2560 c.c. relativi ai debiti e crediti dell’azienda ceduta. È necessario quindi disciplinare detti rapporti nel contratto. Si riportano gli articoli di legge a completezza di informazione poiché nella maggior parte dei casi l’affitto termina con una cessione dell’azienda stessa all’affittuario.

Art. 2559 c.c. – Crediti relativi all’azienda cedutaLa cessione dei crediti relativi all’azienda ceduta, anche in mancanza di notifica al debitore o di sua accettazione, ha effetto, nei confronti dei terzi, dal momento dell’iscrizione del trasferimento nel Registro delle imprese. Tuttavia il debitore ceduto è liberato se paga in buona fede all’alienante. Art. 2560 – Debiti relativi all’azienda cedutaL’alienante non è liberato dai debiti, inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta, anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito.Nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori.

Differenze inventariali al termine del periodo di affitto

Conguaglio

L’azienda, al termine del contratto d’affitto, risulta composta in tutto o in parte da beni diversi rispetto a quelli originari. Appare quindi fortemente consigliata la redazione di un inventario all’inizio e al termine del rapporto. La differenza tra le consistenze dell’inventario all’inizio e al termine dell’affitto viene regolata in denaro, sulla base dei valori correnti a tale ultima data (art. 2561, comma 4 , c.c.).

Avviamento

Dottrina (favorevole) e giurisprudenza (contraria) sono divise sul diritto dell’affittuario al compenso per l’incremento eventualmente apportato all’avviamento dell’azienda da lui condotta. Pare quindi opportuno prevedere clausole contrattuali con specifica descrizione del metodo per la valutazione dell’avviamento.

Scioglimento del contratto

Lo scioglimento del contratto può avvenire per estinzione, recesso e risoluzione. Nella tabella che segue viene riportata una breve sintesi.

Estinzione e recessoRisoluzione
Scadenza: se è prevista una durata le parti non possono recedere in pendenza del contrattoInadempimento 
Se il contratto non prevede un termine, può essere estinto, ai sensi dell’art. 1616 c.c., con adeguato preavvisoClausola risolutiva espressa 
Affittante e affittuario possono stabilire contrattualmente sia il recesso in presenza di giusta causa o gravi motivi, sia il recesso in assenza di gravi motivi o giusta causaVizi dell’azienda 
 Impossibilità (art. 1463 c.c.) ed eccessiva onerosità sopravvenuta (art. 1467 c.c.)

Conclusioni

L’affitto d’azienda è uno strumento versatile, scarsamente normato, che può consentire il raggiungimento di molteplici obiettivi. La flessibilità però comporta una particolare attenzione da parte del professionista nella stesura del contratto al fine di limitare le cause di potenziale conflitto tra affittante ed affittuario.

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La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale

La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Le difficili condizioni economiche e di mercato in cui le imprese sono costrette ad operare costringono gli organi societari e i professionisti che li supportano a porre particolare attenzione nel processo di predisposizione dei bilanci ed impongono agli stessi un’attenta riflessione sui rischi di continuità aziendale e sull’informativa che dovrà essere resa nel suo complesso all’interno del bilancio e delle relazioni obbligatorie.

Riferimenti normativi

  • Codice civile, artt. 2423-bis e 2428;
  • Principio contabile IAS 1;
  • Principio contabile OIC 5;
  • CNDCEC, documento n. 570;
  • Banca d’Italia, Consob e Isvap, documento 6 febbraio 2009, n. 2;
  • UNGDCEC, documento del 25 maggio 2010;
  • Assirevi, documento di ricerca n. 176 del 2013.

Continuità aziendale e valutazione delle voci di bilancio

La continuità aziendale rappresenta la capacità dell’impresa di continuare ad operare “in funzionamento” per un futuro prevedibile (il cui orizzonte temporale è ragionevolmente stimabile in 12 mesi dalla data di riferimento del bilancio).

La redazione del bilancio nella prospettiva della continuità aziendale è incompatibile con l’intenzione o la necessità di porre l’azienda in liquidazione o di cessare l’attività ovvero di assoggettarla a procedure concorsuali.

L’art. 2423-bis c.c. stabilisce che “la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività, nonché tenendo conto della funzione economica dell’elemento dell’attivo e del passivo considerato”.

La continuità operativa dell’impresa influisce quindi sulla formazione del bilancio di esercizio inteso come strumento di informazione patrimoniale, finanziaria ed economica dell’impresa in funzionamento.

In particolare, le valutazioni di bilancio potrebbero non essere più adeguate a “rappresentare in modo veritiero e corretto” la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio.

A puro titolo di esempio, nel concreto:

  • impianti e macchinari: in ipotesi di continuità aziendale sono valutati considerando la vita utile e la recuperabilità mediante l’uso. In ipotesi di liquidazione aziendale il criterio principe è quello del valore di realizzo. Lo stesso concetto di ammortamento perde in questo caso di significato;
  • rimanenze di magazzino: in continuità aziendale il loro valore è determinato come “minore fra costo e prezzo di mercato”, in liquidazione il criterio di valutazione è dato dal “valore di realizzo”. 

Attenzione

Importante e non scevra di responsabilità, sia in capo agli amministratori sia all’organo di controllo, quindi la valutazione della capacità dell’azienda di continuare ad operare sul mercato in quanto va ad incidere direttamente sui criteri di formazione del bilancio e del risultato di esercizio.

Informativa di bilancio

L’organo amministrativo della società è tenuto ad esprimersi sull’esistenza del presupposto della continuità aziendale e, qualora riscontri incertezze che possano comportare dubbi sulla capacità di operare in ipotesi di funzionamento, deve renderne conto agli stakeholder fornendo le opportune informazioni nelle note al bilancio.

Lo IAS 1 nello specifico recita: “Nella fase di preparazione del bilancio, la direzione aziendale deve effettuare una valutazione della capacità dell’entità di continuare ad operare come entità in funzionamento. Il bilancio deve essere redatto nella prospettiva della continuazione dell’attività a meno che la direzione aziendale non intenda liquidare l’entità o interrompere l’attività o non abbia alternative realistiche a ciò. Qualora la direzione aziendale sia a conoscenza, nel fare le proprie valutazioni, di significative incertezze per eventi o condizioni che possano comportare l’insorgere di seri dubbi sulla capacità di continuare a operare come un’entità in funzionamento, tali incertezze devono essere evidenziate”.

Il principio fa riferimento a “significative incertezze“ e a “seri dubbi sulla capacità di continuare a operare”, volendo chiaramente individuare quelle situazioni aziendali rappresentate da circostanze gravi e straordinarie.

Sempre lo IAS 1 così prosegue: “Nel determinare se il presupposto della continuazione dell’attività è applicabile, la direzione aziendale tiene conto di tutte le informazioni disponibili sul futuro, che è relativo ad almeno, ma non limitato, a dodici mesi dopo la data di riferimento del bilancio. Il grado di analisi dipende dalle specifiche circostanze di ciascun caso. Se l’entità ha un pregresso di attività redditizia e dispone di facile accesso alle risorse finanziarie, si può raggiungere la conclusione che il presupposto della continuità aziendale sia appropriato senza effettuare analisi dettagliate. In altri casi, la direzione aziendale può aver bisogno di considerare una vasta gamma di fattori relativi alla redditività attuale e attesa, ai piani di rimborso dei debiti e alle potenziali fonti di finanziamento alternative, prima di ritenere che sussista il presupposto della continuità aziendale”.

L’art. 2428 c.c. prevede la descrizione nella Relazione sulla gestione dei principali rischi e incertezze cui la società è esposta: “Il bilancio deve essere corredato da una relazione degli amministratori contenente un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società e dell’andamento e del risultato della gestione nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato, anche attraverso imprese controllate, con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti, nonché una descrizione dei principali rischi e incertezze cui la società è esposta”.

L’organo amministrativo e i professionisti che lo assistono nella redazione del bilancio dovranno quindi ricordare che un’informazione adeguata non può prescindere dall’analizzare le cause della crisi e dall’indicare le azioni che la società ha assunto o sta assumendo al fine di:

  • ridurre le incertezze legate alla continuità aziendale;
  • generare flussi di cassa positivi nel breve periodo e riequilibrare la situazione economico-finanziaria (ad es. piani di ristrutturazione del debito, aumento del capitale, riduzione significative dei costi, cessioni di asset non strategici, ecc.).

L’informativa di bilancio deve inoltre illustrare in modo adeguato le motivazioni a sostegno di tali soluzioni. Soltanto attraverso una effettiva completezza e trasparenza informativa sarà possibile per il lettore del bilancio valutare la ragionevolezza della conclusione finale in merito all’adozione del presupposto della continuità aziendale.

L’informativa nelle note al bilancio assume fondamentale importanza ed elemento di supporto anche per il revisore al fine di valutare la coerenza dell’informativa stessa e le conclusioni raggiunte dagli amministratori circa l’appropriatezza del presupposto della continuità aziendale.

Periodo temporale di riferimento

Lo IAS 1 considera ai fini della valutazione della continuità aziendale un futuro prevedibile che abbia un orizzonte temporale di almeno dodici mesi dalla data di riferimento del bilancio d’esercizio.

La stessa prassi contabile italiana fa riferimento ad un intervallo di dodici mesi con espresso richiamo, in tal senso, nel principio di revisione n. 570. Il principio contabile OIC 5, in piena coerenza, attribuisce il concetto di “going concern”, ad una “azienda come complesso funzionante e destinato a continuare a funzionare almeno per i dodici mesi successivi alla data di riferimento del bilancio”.

Indicatori di rischio sulla continuità aziendale

Nel seguito vengono elencati alcuni esempi di eventi o circostanze riportati nel documento n. 570 del CNDCEC che possono comportare seri rischi per l’impresa e che, presi singolarmente o nel loro complesso, possono far sorgere significativi dubbi riguardo il presupposto della continuità aziendale.

Essi rappresentano la sintesi delle principali cause di dissesto delle imprese e si dividono in:

Indicatori finanziari

  • situazione di deficit patrimoniale o di capitale circolante netto negativo;
  • prestiti a scadenza fissa e prossimi alla scadenza senza che vi siano prospettive verosimili di rinnovo o di rimborso;
  • oppure eccessiva dipendenza da prestiti a breve termine per finanziare attività a lungo termine;
  • indicazioni di cessazione del sostegno finanziario da parte dei finanziatori e altri creditori;
  • bilanci storici o prospettici che mostrano cash flow negativi;
  • principali indici economico-finanziari negativi;
  • consistenti perdite operative o significative perdite di valore delle attività che generano cash flow;
  • mancanza o discontinuità nella distribuzione dei dividendi;
  • incapacità di saldare i debiti alla scadenza;
  • incapacità nel rispettare le clausole contrattuali dei prestiti;
  • cambiamento delle forme di pagamento concesse dai fornitori dalla condizione “a credito” alla condizione “pagamento alla consegna”;
  • incapacità di ottenere finanziamenti per lo sviluppo di nuovi prodotti ovvero per altri investimenti necessari. 

Indicatori gestionali

  • perdita di amministratori o di dirigenti chiave senza riuscire a sostituirli;
  • perdita di mercati fondamentali, di contratti di distribuzione, di concessioni o di fornitori importanti;
  • difficoltà nell’organico del personale o difficoltà nel mantenere il normale flusso di approvvigionamento da importanti fornitori. 

Altri indicatori

  • capitale ridotto al di sotto dei limiti legali o non conformità ad altre norme di legge;
  • contenziosi legali e fiscali che, in caso di soccombenza, potrebbero comportare obblighi di risarcimento che l’impresa non è in grado di rispettare;
  • modifiche legislative o politiche governative dalle quali si attendono effetti sfavorevoli all’impresa. 

Attenzione

La sopravvivenza o il fallimento di un’impresa, in difficoltà o meno, non possono essere sempre e comunque facilmente prevedibili. La valutazione dei rischi sulla continuità aziendale è attività tutt’altro che agevole e non può essere confinata all’utilizzo di semplici check list che hanno però il pregio di fornire comunque al professionista un utile strumento di analisi e, non ultimo, di difesa delle proprie scelte.

Molte crisi aziendali, non ci stancheremo di ripeterlo, sono collegate ad eventi non prevedibili.

Fattori che limitano il rischio di continuità aziendale

La valutazione del presupposto della continuità aziendale è attività complessa che comporta un’analisi approfondita di una molteplicità di aspetti, quantitativi e qualitativi. Alcuni elementi possono ridurre l’incertezza e ridurre la portata del rischio, si ricordano in particolare:

  • l’esistenza di un piano di ristrutturazione aziendale;
  • la possibilità di procedere ad un aumento di capitale sociale;
  • la capacità di creare flussi di cassa positivi mediante operazioni di leasing, factoring, finanziamenti, ecc.;
  • la possibilità di cedere asset non strategici;
  • la possibilità di rinviare investimenti senza che ciò influisca in maniera determinante e negativa nella capacità di produrre reddito;
  • la possibilità di ristrutturare l’indebitamento o di dilazionare nel tempo il rimborso dei debiti scaduti;
  • una struttura di costi fissi non preponderante rispetto ai costi variabili tali da consentire di aumentare la marginalità dei prodotti;
  • la capacità di innovazione dei propri prodotti a favore della marginalità degli stessi (tecnica, commerciali o di marketing);
  • la possibilità di entrare in mercati alternativi, di reperire nuovi clienti strategici, fare aggregazioni o sottoscrivere contratti di forniture vantaggiosi. 

Procedure di revisione

Il revisore, nel valutare la situazione economico-finanziaria dell’impresa e i suoi riflessi sulla continuità aziendale, deve mettere in atto opportune procedure di revisione che possono essere cosi riassunte:

  • analisi dei dati previsionali, dei piani aziendali economico/finanziari e delle ipotesi sottostanti;
  • valutazione dell’attendibilità del sistema informativo aziendale;
  • valutazione della coerenza dei dati previsionali con i consuntivi;
  • verifica della capacità di mantenere gli impegni presi, il corretto e tempestivo pagamento dei debiti, ecc.;
  • analisi attenta delle garanzie prestate a terzi;
  • valutazione della correttezza dei rapporti in essere con parti correlate;
  • analisi dei rischi legali e delle cause in corso;
  • valutazione dei piani aziendali (progetti di cessione di beni, prestiti o ristrutturazione di debiti, riduzione o differimento di spese, aumenti di capitale) attribuendo particolare importanza agli interventi che possono avere effetti positivi sui flussi di cassa nel breve periodo. 

Rischio di frode aziendale

Nei casi in cui sorgono dubbi sulla continuità aziendale, è opportuno che amministratori, sindaci e revisori aumentino le verifiche e i controlli sui rischi di errori dovuti a comportamenti non intenzionali o dovuti a vere e proprie frodi in bilancio (principio di revisione n. 240).

I rischi di insolvenza, la paura di veder ridursi i fidi bancari, ecc. possono spingere la direzione aziendale a presentare un’informativa economico-finanziaria non del tutto conforme alla rappresentazione veritiera e corretta della situazione. Il tutto al fine di ingannare gli utilizzatori del bilancio, influenzando la loro percezione della performance e della redditività aziendale.

Solitamente, in questi casi, le aree maggiormente a rischio, così come identificate nel principio di revisione n. 240, riguardano:

  • iscrizione di ricavi gonfiati o non iscrizione di rettifiche di ricavi di competenza (note accredito, sconti, ecc.);
  • presenza di costi nascosti ma di competenza;
  • capitalizzazioni non corrette;
  • mancate svalutazioni o accantonamenti;
  • cambiamenti di stime o di principi adottati;
  • iscrizione di incassi anticipati (esempio: Ri.Ba.);
  • contenziosi o richieste di terzi non valutati adeguatamente;
  • presenza di contratti derivati non di copertura o rinnovo degli stessi;
  • informativa carente o generica (rischi, covenants, garanzie);
  • autenticità della documentazione prodotta. 

Informativa sulla continuità aziendale

Il documento congiunto Banca d’Italia/Consob/Isvap n. 2 del 6 febbraio 2009 include anche un paio di bozze tratte dal documento “An update for directors of listed companies: going concern and liquidity risk” del Financial Reporting Council.

Si riporta un esempio di come può essere fornita l’informazione sulle valutazioni alla base dell’applicazione del presupposto di continuità aziendale relative a una società che presenta una rilevante esposizione alle incertezze legate al contesto economico di riferimento tali da far sorgere dubbi significativi sulla continuità aziendale.

Esempio

Vengono richiamate le parti del bilancio in cui sono descritte le attività del Gruppo, insieme con i fattori che verosimilmente ne influenzeranno il futuro sviluppo, la performance e la posizione (…).

Come evidenziato nella pagina W del bilancio, il contesto economico attuale è particolarmente difficile e il Gruppo ha riportato una perdita operativa nell’anno. La direzione ritiene anche che la prospettiva implichi significative sfide in termini di volume delle vendite e di prezzi così come di costi. Quantunque la direzione abbia predisposto misure per preservare la cassa e sia riuscita ad ottenere finanziamenti addizionali, queste condizioni creano significative incertezze sui futuri risultati e sui flussi di cassa.

Come spiegato a pagina Y del bilancio, gli amministratori stanno cercando di vendere beni di proprietà per assicurarsi ulteriore capitale circolante. Il Gruppo è in trattative con un potenziale acquirente ma non vi è certezza che si procederà alla vendita. Sulla base delle negoziazioni condotte finora, gli amministratori hanno una ragionevole aspettativa che tutto procederà nel migliore dei modi, ma se così non fosse il Gruppo avrà bisogno di ulteriori finanziamenti.

Come chiarito a pagina Z del bilancio, il Gruppo ha avviato trattative con le banche finanziatrici relativamente ad un finanziamento ulteriore che potrebbe rendersi necessario qualora la vendita degli assets non andasse a buon fine, oppure intervenissero significativi cambiamenti in negativo nel volume delle vendite o nella redditività. È probabile che queste trattative si prolungheranno per un certo periodo di tempo. La direzione sta ricercando anche fonti alternative nel caso in cui il finanziamento aggiuntivo non possa essere erogato a breve, ma non ha ancora ricevuto un impegno vincolante.

Secondo gli amministratori, a causa dell’insieme di tutte le circostanze sopra evidenziate sussiste una rilevante incertezza che può far sorgere dubbi significativi sulla capacità del Gruppo e della società di continuare ad operare sulla base del presupposto della continuità aziendale. Ciononostante, dopo aver effettuato le necessarie verifiche, ed aver valutato le incertezze sopra descritte, la direzione ha la ragionevole aspettativa che il Gruppo e la società abbiano adeguate risorse per continuare l’esistenza operativa in un prevedibile futuro. Per queste ragioni, essa continua ad adottare il presupposto della continuità aziendale nella preparazione del bilancio.

 

Per completezza e al fine di fornire una check list operativa ed esempi di relazione del revisore si rimanda al Documento dell’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti del 25 maggio 2010 “Il principio della continuità aziendale – Presupposti applicativi e approfondimenti di prassi per le PMI, Esemplificazioni operative” (Scarica il documento in formato .pdf)  e al documento di ricerca n. 176 del 2013 di ASSIREVI.

 

 

La rivalutazione delle partecipazioni

La rivalutazione del costo delle partecipazioni 2014

Articolo pubblicato su FiscoPiù e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore Giuffrè

 

La legge di stabilità 2014 ha riaperto la possibilità di rideterminare il valore di acquisto di partecipazioni non negoziate in mercati non regolamentati possedute alla data del 1 gennaio 2014. Il termine per la predisposizione delle perizia di stima e per il pagamento dell’imposta sostitutiva è il 30 giugno 2014.

L’imposta da corrispondere dovrà essere pari al 2% del valore risultante dalla perizia per le partecipazioni non qualificate e al 4% per le partecipazioni qualificate.

 

Finalità

L’articolo 1 co. 156 della L. 27.12.2013 n. 147 (legge di stabilità del 2014) ha previsto la possibilità di rideterminare il valore di acquisto di partecipazioni sociali non negoziate in mercati regolamentati possedute alla data del 1 gennaio 2014, effettuando i relativi adempimenti entro la data del 30 giugno 2014. La rideterminazione del costo o valore di acquisto delle partecipazioni è una agevolazione più volte riproposta in questi anni dal legislatore.

La possibilità di rideterminare mediante una perizia giurata di stima il valore di acquisto delle partecipazioni sociali non negoziate in mercati regolamentati può essere vantaggiosamente utilizzata dal contribuente al fine di ridurre la plusvalenza tassabile in caso di cessione delle partecipazioni stesse.

Il costo di acquisto “rideterminato”, secondo le modalità contenute nelle predette disposizioni, è utilizzabile ai fini del calcolo dei redditi diversi di cui all’articolo 67 del testo unico delle imposte sui redditi (TUIR).

A seguito della rivalutazione il nuovo valore della partecipazione assume la natura di prezzo di acquisto della stessa ai fini della quantificazione delle plusvalenze realizzate.

Si ricorda che, in occasione delle successive cessioni delle partecipazioni rivalutate, il confronto tra il corrispettivo di vendita e il valore di perizia non può dar luogo a minusvalenze fiscalmente rilevanti.

Per poter utilizzare a tali fini il valore delle partecipazioni alla data del 1 gennaio 2014, in luogo del loro costo storico, il contribuente è tenuto a predisporre un’ apposita perizia giurata di stima del patrimonio netto aziendale a valore di mercato alla data di riferimento e al pagamento di un’ imposta sostitutiva nella misura del 2 o del 4 per cento del valore così rideterminato, a seconda che si tratti di partecipazioni non qualificate o qualificate.

Il termine entro il quale asseverare la perizia ed effettuare il pagamento dell’imposta è fissato al 30 giugno 2014

 

Soggetti ammessi al regime agevolato

La disposizione in esame è rivolta a tutti i contribuenti:

  • che effettuano operazioni suscettibili di generare redditi diversi di natura finanziaria
  • che alla data del 1 gennaio 2014 possiedono titoli, quote o diritti non negoziati nei mercati regolamentati, indipendentemente dalla circostanza che essi siano rappresentativi di una partecipazione qualificata, ovvero di una partecipazioni non qualificata.

La circolare n. 12/2002 dell’Agenzia delle Entrate ha chiarito i soggetti interessati all’agevolazione:

  • le persone fisiche, per le operazioni non rientranti nell’esercizio di attività commerciali;
  • le società semplici e le società ed associazioni ad esse equiparate ai sensi dell’articolo 5 del TUIR;
  • i soggetti non residenti, per le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di partecipazioni in società residenti in Italia che non siano riferibili a stabili organizzazioni, salvo quanto previsto dalle convenioni contro le doppie imposizioni che ne escludano l’imponibilità in Italia.

 

Partecipazioni rivalutabili

La norma si applica esclusivamente ai titoli, alle quote e ai diritti, non negoziati nei mercati regolamentati.

L’ambito oggettivo della norma comprende quindi:

  • le partecipazioni rappresentate da titoli (quali le azioni);
  • le quote di partecipazione al capitale o al patrimonio di società non rappresentate da titoli (quali le quote di Srl);
  • i diritti o ai titoli attraverso cui possono essere acquisite le predette partecipazioni (quali i diritti di opzione, i warrant e le obbligazioni convertibili in azioni).

 

La perizia giurata di stima

Come accennato, i contribuenti che detengono partecipazioni non negoziate in mercati regolamentati e terreni edificabili e con destinazione agricola, alla data del 1 gennaio 2014, possono rideterminare i valori di acquisto di tali partecipazioni a tale data.

Il nuovo valore è determinato sulla base di una perizia giurata di stima; in particolare, per le partecipazioni il valore è determinato in relazione alla frazione del patrimonio netto della società rappresentativa della partecipazione stessa.

Si ricorda che detta perizia deve essere redatta, con le responsabilità sancite dall’articolo 64 del codice di procedura civile, esclusivamente dai seguenti soggetti:

  • iscritti all’albo dei dottori commercialisti ed esperti contabili;
  • iscritti nel Registro dei revisori legali.
  • I periti regolarmente iscritti alle Camere di Commercio ai sensi dell’art. 32 del RD 20.09.34 n. 2011.

La relazione di stima deve essere riferita al valore di mercato dell’intero patrimonio sociale e sottoposta a giuramento.

Il valore “rideterminato” è utilizzato ai fini della determinazione delle plusvalenze realizzate in occasione della cessione a titolo oneroso dei suddetti terreni e partecipazioni, in luogo del costo o valore di acquisto.

Come precisato dalla circolare 5 giugno 2002, n. 47/E, la predisposizione della perizia può essere effettuata anche successivamente alla cessione della relativa partecipazione, esclusivamente «per i contribuenti che versano l’imposta sui redditi diversi di natura finanziaria in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi». Ciò non è quindi possibile nei regimi di risparmio amministrato o gestito.

Copia originale della perizia, unitamente ai dati identificativi dell’esperto e al codice fiscale della società periziata (nonché unitamente alle ricevute di versamento dell’imposta sostitutiva) devono essere conservati dal contribuente ed esibiti o trasmessi su richiesta dell’Amministrazione finanziaria.

 

Trattamento fiscale delle spese sostenute per la perizia

Il trattamento fiscale delle spese sostenute per la perizia varia a seconda che la stessa sia predisposta per conto di:

  • Società: la spesa è deducibile dal reddito di impresa per quote costanti nell’esercizio in cui è stata sostenuta e nei 4 successivi;
  • Soci: la spesa può essere portata in aumento del valore di acquisto della partecipazione in proporzione al costo sostenuto da ciascuno di essi.

  

Il pagamento dell’imposta sostitutiva

I contribuenti che intendono avvalersi della rideterminazione dei valori di acquisto delle partecipazioni, alla data del 1 gennaio 2014, devono corrispondere un’ imposta sostitutiva nella misura del:

  • 2% del valore risultante dalla perizia, per le partecipazioni non qualificate;
  • 4% del valore risultante dalla perizia, per le partecipazioni qualificate.

L’imposta puo’ essere versata entro il 30 giugno 2014 in un’ unica soluzione ovvero essere rateizzata fino ad un massimo di tre rate annuali di pari importo, a decorrere dalla medesima data.

Sull’importo delle rate successive alla prima sono dovuti gli interessi nella misura del 3 per cento annuo da versarsi contestualmente a ciascuna rata.

 

Perfezionamento della rivalutazione

 L’opzione per la rivalutazione del valore di acquisto delle partecipazioni non quotate e la conseguente obbligazione tributaria si considerano perfezionate con il versamento, entro il 30 giugno 2014 previsto:

  • dell’intero importo dell’imposta sostitutiva dovuta;
  • ovvero, in caso di pagamento rateale, della prima rata.

Pertanto il versamento dell’intera imposta sostitutiva (ovvero della prima rata) oltre il termine previsto dalla norma comporta l’impossibilità di utilizzare il valore rideterminato ai fini del calcolo delle plusvalenze realizzate. Il contribuente in questo caso potrà richiedere il rimborso dell’imposta sostitutiva versata in ritardo. L’omissione del versamento delle successive rate non compromette la validità della rideterminazione del valore ma comporta l’iscrizione a ruolo degli omessi pagamenti (artt. 10 e ss., d.P.R. 602/1973) con possibilità di avvalersi, a determinate condizioni, del ravvedimento operoso ex art. 13, d.lgs. 472/1997 con la conseguente riduzione delle sanzioni.

 

Modello Unico

Il modello Unico dovrà contenere, nel quadro RT, indicazione dell’avvenuta rideterminazione tramite perizia asseverata del valore fiscalmente riconosciuto delle partecipazioni detenute. Nel quadro citato dovrà essere indicato il valore rivalutato, l’imposta sostitutiva e l’eventuale scelta per la rateizzazione. Si ricorda che anche i contribuenti che presenteranno il modello 730 saranno tenuti a compilare il quadro RT del modello Unico Persone Fisiche da presentare con il relativo frontespizio.

I contribuenti saranno altresì obbligati a comunicare la cessione della partecipazione interessata dalla rivalutazione.

La Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 1 del 15.02.2013 ha chiarito che l’omessa indicazione nel modello unico dei dati relativi alla rideterminazione del costo delle partecipazioni costituisce una violazione formale che non pregiudica gli effetti delle rivalutazione.

 

Antielusione

L’agevolazione in esame è soggetta a quanto previsto dall’ art. 37 – bis del DPR 600/73 che considera inopponibili all’amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro, privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti.

Si segnala, in merito, la sentenza n. 97/46/2011 del 27 luglio 2011 della Commissione tributaria regionale per la Lombardia – Sez. 46 che contribuisce a rendere sempre più complicato l’utilizzo di norme espressamente agevolative previste dal nostro ordinamento.

La sentenza contesta al contribuente persona fisica di aver ceduto le partecipazioni detenute in società di capitali ad altra società avendo in precedenza effettuato la rivalutazione del valore delle quote sociali ex D.L. n. 282/2002 avendo poi nei due mesi successivi la cessione delle partecipazioni, le società cedute distribuito i dividendi a favore del nuovo socio partecipante.

I giudici della Commissione tributaria regionale per la Lombardia hanno ritenuto che il contribuente abbia posto in essere una condotta elusiva volta ad ottenere un risparmio fiscale sulla distribuzione di utile con la seguente motivazione: “il ricorso alle norme agevolative di rivalutazione è l’indispensabile presupposto del complesso meccanismo abusivo teso a nascondere la effettiva capacità contributiva del contribuente rispetto alle utilità economiche ricavate dalla società dallo stesso partecipata avvalendosi di schermi societari.”

 

Principi di attestazione dei piani di risanamento

Principi di attestazione dei piani di risanamento

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Principi di attestazione dei piani di risanamento, documento predisposto dall’Istituto di Ricerca dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, vuole identificare le best practice, formulare i principi e proporre modelli di comportamento condivisi ed accettati sull’attività dell’attestatore, sia in merito all’attività di due diligence contabile sia al giudizio di fattibilità del piano e della capacità dell’impresa di riacquisire l’equilibrio economico-finanziario.

Principale critica al documento pare essere il taglio prevalentemente dottrinario ed aziendalistico non sempre coerente con le migliori pratiche giuridico-legali.

Riferimenti normativi

  • R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 67 , 161 , 182-bis , 182-quinquies e 186-bis ;
  • Tribunale di Milano, 25 marzo 2010;
  • Tribunale di Milano, 11 febbraio 2010;
  • Tribunale di Bologna, 17 febbraio 2009.

Biblioteca professionale dell’esperto attestatore

Il documento aggiorna e completa la biblioteca professionale dell’esperto attestatore. Tra i principali contributi in materia segnaliamo:

  • “Protocollo piani di risanamento e ristrutturazione; relazioni del professionista: profili organizzativi e principi di comportamento nell’ambito delle procedure di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti, piano di risanamento attestato” predisposto dalla commissione “CNDC – Commissione procedure concorsuali gruppo di lavoro decreti e competitività”;
  • Osservazioni sul contenuto delle relazioni del professionista nella composizione negoziale della crisi d’impresa (CNDCEC – Commissione di studio crisi e risanamento di impresa);
  • Linee guida per il finanziamento alle imprese in crisi (Università di Firenze, CNDCEC, Assonime) recentemente sottoposto a revisione e aggiornamento;
  • Documento di ricerca n. 114 (Assirevi).

Cui si aggiungono:

  • Guida operativa per la redazione delle relazioni art. 161, comma 3 , L.F. e art. 160, comma 2 , L.F.;
  • Linee guida al concordato preventivo del Tribunale di Milano;
  • I principi contabili ISAE 3400 e OIC 6;
  • Guida al Piano industriale di Borsa Italiana.

Documenti che rappresentano dei principi di comportamento, pur se ancora non codificabili all’interno di un contesto normativo e giudiziario stabile.

Le indicazioni proposte e contenute nei testi citati permettono al professionista di redigere “un documento informativo in grado di avviare un proficuo avvicinamento strategico alla crisi della società e permettere quindi allo stesso ed alla proposta in esso contenuta, di acquisire l’opportuna stabilità e coerenza necessarie per veicolare sulla stessa il consenso consapevole ed informato del ceto creditorio e quindi permettere al Tribunale di attestare che la proposta concordataria assolve il ruolo di facilitare un corretto interscambio delle informazioni necessarie ad eliminare eventuali asimmetrie informative ed a consentire ai creditori – tramite il voto in adunanza – di esprimere con pienezza di informazioni la valutazione di convenienza che di fatto ad essi solo è rimessa” (Trib. Bologna, 17 febbraio 2009).

La relazione di attestazione nella legge fallimentare

Molteplici sono le tipologie di relazioni di attestazione previste dalla norma fallimentare che, pur presentando notevoli similitudini, qui vogliamo richiamare:

  • la relazione di attestazione sulla veridicità dei dati aziendali e sulla fattibilità dei piani di risanamento revista dal terzo comma, lett. d), dell’art. 67 L.F.;
  • la relazione di attestazione nella domanda di concordato preventivo di cui all’art. 161 L.F., che accerti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano medesimo;
  • la relazione sulla veridicità dei dati aziendali e sulla attendibilità dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, di cui all’art. 182-bis L.F.;
  • la dichiarazione di idoneità della proposta di cui al sesto comma dell’art. 182-bis L.F.;
  • l’attestazione per accedere ai finanziamenti dell’impresa, prevista dal nuovo art. 182-quinquies L.F.;
  • l’attestazione per il pagamento dei creditori anteriori in pendenza del concordato prenotativo prima dell’omologa, prevista dal quarto comma dell’art. 182-quinquies L.F.;
  • l’attestazione richiesta per poter proporre il concordato preventivo con continuità, introdotto dall’art. 186-bis L.F.;
  • l’attestazione per la prosecuzione dei contratti pubblici e quella per la partecipazione alle gare di cui all’art. 186-bis, commi terzo e quarto, L.F. 

Scopo del piano di risanamento aziendale

Lo scopo del piano di risanamento aziendale è quello di consentire la salvaguardia del valore aziendale, al fine di non arrecare un maggiore pregiudizio per la collettività (in primis per i lavoratori occupati direttamente ed indirettamente) e per gli stessi creditori.

La prosecuzione delle attività dell’impresa, anche da parte di soggetti terzi, si giustifica e si rende opportuna ove sia riscontrabile la capacità di produrre reddito anche se l’impresa attualmente versa in una situazione di crisi per sua natura reversibile.

Laddove quindi l’organizzazione dei fattori produttivi e l’avviamento si traducono in valore, la cui perdita costituirebbe un pregiudizio per la collettività e per gli stessi creditori, si ritiene opportuno far proseguire l’attività di impresa. Tale soluzione, pur complessa, è finalizzata proprio a non disperdere ulteriore valore, determinando un irragionevole pregiudizio per i creditori.

Contenuto del piano di risanamento

Un piano di risanamento può ritenersi completo se risultano presenti le seguenti parti:

  • presentazione dell’azienda;
  • dati storici economici e finanziari (in assenza di uno o più bilanci approvati dall’assemblea è necessaria una situazione economico-patrimoniale, approvata e sottoscritta dall’organo amministrativo);
  • descrizione della situazione di crisi ed analisi del management circa le relative cause;
  • esplicitazione delle ipotesi e delle strategie di risanamento;
  • presentazione degli interventi da adottare (action plan);
  • evoluzioni attese ed impatti dello scenario competitivo;
  • presentazione delle ipotesi economico-finanziarie e del piano economico finanziario (situazione patrimoniale, economica e finanziaria prospettica).

Ove per qualche particolare motivo una delle parti dovesse essere omessa è opportuno che ne sia data giustificazione.

Veridicità dei dati

Il controllo sulla veridicità dei dati aziendali costituisce senza ombra di dubbio un passaggio imprescindibile, e per di più prodromico e strumentale, ai fini di una corretta valutazione in ordine alla ragionevolezza di tale documento, dovendo il professionista rispettare quelle norme deontologiche e quei canoni di comportamento richiesti per un riscontro sostanziale dei dati contabili di partenza in tema di concordato preventivo.

Secondo il Tribunale di Milano, 25 marzo 2010, “Il controllo sulla veridicità dei dati contabili a consuntivo è il presupposto logico e fattuale indefettibile della successiva valutazione di attuabilità/fattibilità, con la conseguente necessaria responsabilità dell’attestatore”.

Sempre il Tribunale di Milano, 11 febbraio 2010 chiarisce che: “L’attestazione di veridicità costituisce un presupposto logico indefettibile dell’attestazione dell’esperto ex art. 182-bis L.F., e dunque precisa ed ineludibile attività ricadente sotto la sua responsabilità”.

“Attestare la veridicità” non significa “certificare il bilancio”, pertanto i principi di revisione sono solo un riferimento di prassi, ma la loro totale applicazione non è necessaria.

Documenti da analizzare

Quale base informativa di partenza, l’attestatore deve verificare che il piano e l’ulteriore documentazione fornitagli consentano una chiara descrizione delle caratteristiche dell’azienda. In particolare l’attestatore può richiedere, a titolo esemplificativo, adeguate informazioni riguardanti:

  1. la forma giuridica dell’azienda ed eventuali trasformazioni verificatesi negli ultimi anni;
  2. la compagine societaria attuale e gli avvicendamenti più significativi avvenuti nel corso degli ultimi anni;
  3. la configurazione del gruppo al quale la società, eventualmente, appartiene ed i principali rapporti tra le società del gruppo;
  4. l’organizzazione attuale e quella più recente, qualora significativamente diversa, con particolare riferimento agli organi amministrativi e di controllo, al management, ecc.;
  5. le sedi in cui viene svolta l’attività;
  6. i fatti rilevanti che possono aver condizionato la vita dell’azienda, in particolare negli ultimi anni;
  7. i bilanci degli ultimi tre esercizi e, se esistenti, delle controllate e controllante.

Analisi della fattibilità del piano

L’esperto deve procedere a verificare l’esistenza dei mezzi e delle risorse necessari per l’esecuzione dell’accordo e il soddisfacimento dei creditori.  L’analisi del piano di ristrutturazione dell’accordo si concentra in particolare:

  • sulla validità delle ipotesi di base del piano;
  • sull’andamento dei flussi di cassa attesi;
  • sull’andamento economico e finanziario dell’impresa in generale.

Un’analisi esaustiva comprende anche l’esame di indicatori extracontabili, quali: l’andamento degli ordini di vendita, il know-how dell’impresa, l’indice di obsolescenza di macchinari e impianti, l’andamento del mercato di riferimento, ecc. In particolare:

  • i vincoli esterni all’azienda sono rappresentati:
    • dalle condizioni economiche e giuridiche dell’ambiente in cui l’azienda opera;
    • dal mercato di sbocco e dalla domanda del prodotto realizzato e/o commercializzato dall’impresa;
    • dai punti di forza e di debolezza dei concorrenti;
    • dalla situazione del mercato del lavoro, della tecnologia e degli altri fattori produttivi;
    • dalla situazione del mercato dei capitali;
  • i vincoli interni all’azienda sono i seguenti:
    • la disponibilità di personale dotato del necessario know how;
    • il possesso di adeguate risorse tecnologiche;
    • la reperibilità di fattori produttivi adeguati;
    • la disponibilità di risorse finanziarie adeguate;
    • la struttura organizzativa interna;
    • le relazioni umane tra i soggetti dell’impresa.

Verifiche specifiche in caso di piani di continuità

Soprattutto nel caso di piani di continuità, l’attestatore verifica che il piano e/o la documentazione esaminata contengano gli elementi in grado di fornire una descrizione del contesto in cui l’azienda opera. A titolo esemplificativo, è utile verificare la presenza di adeguate informazioni riguardanti:

  • l’attività svolta, ovvero i prodotti realizzati e/o i servizi erogati, con particolare riferimento a quelli protetti da marchi e altri diritti sulle opere di ingegno e invenzioni industriali;
  • il posizionamento sul mercato dei prodotti realizzati e/o servizi erogati e la fase alla quale è riconducibile il loro ciclo di vita (introduzione, crescita, maturità, declino);
  • il settore e il mercato in cui l’azienda opera, con particolare riguardo al posizionamento dei propri prodotti/servizi rispetto a quello dei concorrenti e agli elementi distintivi aziendali;
  • il modello di business adottato, la tecnologia impiegata nello svolgimento del processo produttivo, le barriere all’ingresso esistenti, la capacità produttiva attuale e quella utilizzata, le eventuali certificazioni di prodotto e sistemi di qualità aziendale;
  • i canali di approvvigionamento dei principali fornitori e le dinamiche di contrattazione e definizione del prezzo di acquisto con gli stessi;
  • i principali clienti, nonché la loro localizzazione.

Esempi di note da inserire nell’attestazione dei piani di risanamento

  • La redazione del piano, dei bilanci, dei business plan, le ipotesi su cui si basano e la relativa documentazione di supporto sono responsabilità esclusiva del Consiglio di amministrazione della società.
  • Abbiamo ricevuto dal Consiglio di amministrazione della Società una dichiarazione in cui si attesta che ci sono state fornite tutte le informazioni e la documentazione necessarie per valutare l’azienda oggetto della relazione.
  • I dati prospettici, essendo basati su ipotesi di eventi futuri, sono caratterizzati da connaturati elementi di soggettività ed incertezza ed in particolare dalla rischiosità che eventi preventivati ed azioni dai quali traggono origine possono non verificarsi ovvero possono verificarsi in misura e in tempi diversi da quelli prospettati, mentre potrebbero verificarsi eventi ed azioni non prevedibili al tempo della loro preparazione.
  • L’esercizio di una certa discrezionalità con riferimento alle modalità applicative dei metodi selezionati e alla stima dei relativi parametri è un elemento che ricorre ogniqualvolta venga svolto un processo valutativo e può condurre a risultati non coincidenti tra soggetti diversi che si apprestino a valutare la medesima società. Tale discrezionalità, laddove si è resa necessaria nel caso specifico, è stata peraltro opportunamente circoscritta ed esercitata nell’ambito di ragionevolezza e non arbitrarietà, identificando parametri riscontrabili sul mercato e mantenendo la coerenza delle scelte effettuate con le logiche e lo scenario valutativo descritto.

Per maggiori e più ampie analisi si rimanda al documento “Principi di attestazione dei piani di risanamento” qui più volte richiamato.