Io alle elementari portavo il grembiule

Io alle elementari portavo il grembiule.

Oggi in rete si commenta questo articolo di Repubblica: Milano, il dress code per le liceali: “La scuola non è una spiaggia, basta canotte e magliette trasparenti”. Una amica giustamente lamenta il diverso approccio verso i ragazzi e le ragazze: “le ragazze hanno abbigliamento “disinvolto”, i ragazzi “trasandato”, solo le prime vanno disciplinate.”

Io alle elementari portavo il grembiule.  Ricordo ancora molto bene quando in quinta alcune mamme chiesero di abolirlo perchè era un peccato impedire alle figlie di sfoggiare i bei vestitini. Ed io in vena di emancipazione mi schierai con loro e con la libertà di vestirsi liberamente.

Ricordo altrettanto bene l’intervento di mio padre a rammentarmi che il grembiule lo indossavo non solo per rispetto all’istituzione ma soprattutto per evidenziare la parità dei punti di partenza.

Perché  a scuola non tutti avevano abiti firmati da sfoggiare (né era il posto per farlo) e che averli non mi rendeva né migliore né peggiore di loro. 

Perché  essere liberali è un percorso faticoso e non ci sono punti di arrivo.

Lo so l’articolo parla di altro ma a volte da piccoli spunti e lontani collegamenti nascono le storie per il Panatino

Le avventure del Panatino in un libro

Le avventure del Panatino in un libro

E’ ormai passato qualche anno da quando scrissi quel primo pensiero su mio figlio che iniziava più o meno cosi:

“Mercoledì 25 maggio 2011 sono diventato papà! Mamma e bimbo sono meravigliosi.”

Oggi che ormai è grande e molte cose possiamo dircele “da uomo a uomo” forse continuare a raccontare le sue avventure e i suoi piccoli segreti può diventare indiscreto ed ho quindi pensato di raccogliere alcune pagine, a cui sono particolarmente affezionato, in questo libretto che tra qualche anno forse ci ritroveremo a leggere insieme per ricordare di quando era piccolo, delle mie emozioni e della storia della nostra famiglia. La decisione di raccogliere gli scritti sparsi qua e là in rete in un volume non nasconde velleità artistiche ma il desiderio di non perdere questi momenti e di condividerli con nonne e bisnonne, meno avvezze all’uso della rete.

Un titolo per i più grandi

E’ un libretto (il diminutivo è d’obbligo) che avrei voluto intitolare “Roba minima“, citando una vecchia canzone di Jannacci, per ben rappresentare quelli che altro non sono che sentimenti comuni di un padre verso il figlio. Temendo però fraintendimenti (queste riflessioni sono roba minima per il lettore, non certo per me che le ho vissute) ho preferito il titolo “E così, da uomo a uomo, cresciamo in due” che richiama forse uno dei racconti che mi sono più cari.

“Roba minima ” invece è diventato un capitolo che racchiude quei pensieri che sono più legati a me, al mio mondo, a quelle emozioni che il Panatino, come un catalizzatore, è riuscito a risvegliare.

Le tre porte magiche

Il disegno in copertina rappresenta, per l’osservatore che non abbia conservato la purezza di un bimbo, tre porte magiche (arancione, gialla ed azzurra) attraverso cui raggiungere altrettanti mondi di fantasia. Disegno e colori beneauguranti e scelti da mio figlio con passione.

Lo trovate su Amazon

Solo l’insistenza di qualche amico mi ha spinto ad inserire il libro su Amazon (basterà cercare: Panatino) affinché possa essere disponibile a chi ha avuto la pazienza di leggermi in questi anni.

Lo trovate sia nella versione Kindle sia nella versione cartacea tradizionale (che preferisco, non lo nascondo). Il prezzo in entrambi i casi è quello minimo imposto da Amazon.

Devo confessare che sono rimasto stupito dall’essere riuscito in relativamente breve tempo a realizzare un prodotto ragionevolmente accettabile. Certo editing e grafica andrebbero migliorate e sono ben lontani dall’essere professionali ma il prodotto è non molto lontano da quello di piccoli editori blasonati.

Incredibile poi la possibilità di aggiornare e modificare il testo in qualunque momento.

La cosa non è affatto da sottovalutare e fa ipotizzare sviluppi anche per l’editoria professionale. Quante cose si imparano giocando con il Panatino.

Le scuse allo sfortunato compratore

Lo sfortunato compratore, non rientrante né nella categoria familiari, né nella categoria amici, temo finirà per non comprendere in pieno molti riferimenti e trovare superficiale il contenuto. E’ inoltre la mia prima esperienza di pubblicazione senza editore e sconta quindi qualche ingenuità. A sua parziale consolazione sappia il Lettore che quanto incasserò (e qualcosa in più) sarà devoluto in beneficenza, una bella figura che sono certo non avrà gravi ricadute sul mio portafoglio.

La soddisfazione più bella

Le prime 25 copie, stampate a mie spese, arriveranno in Studio il 1 dicembre, certo così di superare (barando con la scusa dei regali di Natale) quei 25 lettori di manzoniana memoria. A me non resta che guardare mio figlio felice con la sua copia in mano, fiero di vedere il suo disegno in copertina, correre e saltare sul lettone di casa gridando:

“Me lo leggi mamma, è il mio libro”.

e poi sentirlo sussurrare:

“Mamma ma secondo te anche Marcello ha un libro tutto suo?”

Una richiesta che non nasconde invidia o malizia ma bisogno di comprendere attraverso il confronto con gli altri.

Ed il giorno dopo la soddisfazione più bella, tornare a casa la sera, trovarlo addormentato sul divano che tiene stretto il suo libretto arancione e scoprire che ha voluto portarlo all’asilo per mostrarlo fiero alla maestra ed agli amichetti.

 


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Ognuno ha tanta storia

Ognuno ha tanta storia

Sono passati pochi giorni dal mio compleanno ma solo ora trovo il tempo di scrivere qualche riflessione per ringraziare tutti per le piccole attenzioni che hanno voluto riservarmi. Diversamente dal solito, non è stato tempo di bilanci. Non ho mai dato troppa importanza al compleanno ma è certamente una di quelle date in cui si tira una riga, si fa il tagliando ai propri progetti, ci si mette un po’ in discussione.

Quest’anno stranamente, un po’ perché già immerso di mio nella pianificazione, un po’ perché sto valutando una importante proposta che mi lusinga e mi intimorisce allo stesso tempo, non mi sono posto il problema ed anzi mi sono preso il lusso di fermarmi ad osservare divertito e curioso l’enorme numero di messaggi di auguri che ho ricevuto. Certamente l’effetto facebook ha contribuito, ma ho la presunzione che molti fossero sinceri e le numerose telefonate, i messaggi me lo hanno confermato.

Scorrendo i volti ho rivisto storie, esperienze, incontri, pratiche faticose ma anche molte persone che non hanno avuto paura di tendermi una mano quando è stato il momento. Ciascuno di noi è un insieme di valori, sfide ed incontri. Sono queste esperienze che ci definiscono come persone e come professionisti.

Hanno avuto un pensiero gentile gli amici della Bocconi, i quattro gatti liberali sempre pronti a polemizzare ma anche a ricordarti che i reduci in fondo si vogliono bene, i colleghi conosciuti durante i convegni, quelli con cui si è diventati inaspettatamente amici, gli avversari che non fanno sconti ma che ti vogliono li perché se non ci sei gli manchi, i vecchi amici di mio padre o ex allievi di una vecchia e severa zia che tanto ha contribuito a formare il mio carattere e a costruire l’orgoglio con cui vivo la storia di famiglia.

Ed è bello vedere che anche se passano gli anni i ragazzi dell’aperitivo sono sempre gli stessi, con qualche responsabilità in più, ma un posto nella vita sono riusciti a ritagliarselo.

Nelle persone ritrovo qualche vecchia passione, specchio di una borghesia milanese in cui sensibilità artistica e professione spesso convivono: il professore di economia che suona jazz, il famoso regista teatrale, i giornalisti (tanti) che ti ricordano i pomeriggi passati sotto le finestre di via Dante ai tempi della Voce di Montanelli e forse, ancora più indietro, l’impazienza di accompagnare papà in edicola, stretto per mano, lui per comprare il Giornale, io il Corriere dei Piccoli.

Sarà per questo che oggi accompagno mio figlio in libreria, sempre la stessa, seduti sempre nello stesso posto (lui su una seggiolina ed io per terra) a leggere storie e a scegliere libri, uno a testa per imparare a sognare insieme.

E’ stato bello per un momento soffermarsi e specchiarsi in tutti loro, scoprendo che in fondo, nonostante quello si dice della rete, può essere un bello strumento per non perdersi, per incontrarsi, per creare rapporti di valore e scoprire un po’ anche chi siamo noi.

L’insieme di questi volti di questi incontri ha contribuito a delineare sempre più chiaramente il ritratto di quello che sono a cui si è sovrapposta prepotentemente l’immagine del sorriso di mio figlio, cosi simile a me e nello stesso tempo cosi diverso. E mi son trovato a sorridere anche io di riflesso, soddisfatto non so neanche io bene di che cosa, ma sereno come un bambino che ascolta attento una bella storia che ha già visto e rivisto più volte. Rassicurante ed avvincente nello stesso tempo, perché è la sua storia.

PS1: l’immagine è un mio ritratto da bambino ma è anche molto somigliante al sorriso di mio figlio, in un gioco di rimandi e di continuità.

PS2: il titolo del post è rubato ad un bel libro di Carlo Mazzantini, complesso e sottovalutato padre della più famosa Margaret.


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Indro Montanelli: ricordando una bella persona

Indro Montanelli

Ricordando una bella persona

Una riflessione già comparsa sul vecchio blog e che qualche lettore ricorderà ma che mi piace riproporre nell’anniversario della scomparsa del grande giornalista.

Noi l’Italia la vediamo realisticamente qual è:

non un vivaio di poeti, di santi e di navigatori,

ma una mantenuta costosa e scostumata:

ma è la sola che riesce a riscaldare il nostro letto e

a farci sentire uomini, anche se cornuti.

Indro Montanelli

 

Sono passati anni e sembra ieri.

Una borghesia che tradiva il suo esponente migliore, che lo lasciava solo, attratta dalle sirene vincenti del presidente del Milan. E noi ragazzi, per lo più provenienti dalla gioventù liberale, che non capivamo, che ci vergognavamo per quello che accadeva, per gli industriali che temevano di investire due lire nella Voce per paura di dispiacere al potente di turno, mentre noi avevamo rinunciato ad offerte e stipendi per restare duri e puri. Rara eccezione a memoria Marzotto che però si affrettò a precisare che era a titolo personale e l’azienda doveva restarne fuori.

Ricordo il tentativo di trasformare Università liberale in Forza Bocconi, tentativo fallito, per noi la parola liberale restava sacra. L’umiliazione di vedere entrare in via Dante (sede della Voce) gli uomini delle coop rosse che, unici, si erano offerti di finanziare il giornale.

E noi fuori, ai lati, con l’unica soddisfazione di vederli passare sotto le forche caudine degli sguardi di questi ragazzoti che non tradivano, che non si piegavano, per ricordargli che la borghesia non era morta, umiliata forse, ma qualcosa resisteva.

Ricordo gli imbarazzi, il coraggio di quei giornalisti che rimasti al giornale (alla Voce non c’era posto per tutti) si presentavano al lavoro a Il Giornale con La Voce sotto braccio sfidando la proprietà.

Noi che si andava in edicola a comprare 5 copie per volta per pagare il nostro debito di riconoscenza verso una persona per bene.

Certo, c’erano eccessi, non tutto era condivisibile nei toni, ma noi sentivamo il dovere di esserci ed aspettavamo con impazienza le bellissime prime pagine di Vittorio Corona, padre del proprietario dell’agenzia fotografica Corona’s, Fabrizio.

Son tanti i ricordi, i pensieri che affiorano, ma soprattutto grazie per averci fatto combattere una bella battaglia, una di quelle che val la pena di combattere anche se si perdono.

Avevi ragione Direttore: “Della nostra linea non abbiamo da cambiare una virgola.”

 

VENT’ANNI DOPO 

L’ultimo articolo di Indro Montanelli su Il Giornale.

12 gennaio 1994. Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo. Sento però di dovere una spiegazione ai lettori coi quali mi ero impegnato a restare al mio posto “finchè morte non sopravvenga” come dicevano i boia inglesi nell’annodare la corda al collo degl’impiccandi. Sia chiara una cosa: nessuno mi ha scacciato.

Sono io che mi ritiro per una dei quelle situazioni d’incompatibilità di cui i lettori avranno preso atto dallo scambio di lettere, da noi pubblicate ieri, fra me e l’editore. Di questo editore, ne ho conosciuti due. Uno è stato l’amico che mi venne incontro nel momento in cui tutti mi voltavano le spalle: che non si è mai avvalso di questo titolo di credito per limitare la mia indipendenza, che ha sempre mostrato nei miei riguardi un rispetto confinante e talvolta sconfinante nella deferenza (tutte cose che era superfluo da parte sua ricordarmi perchè non ho mai perso occasione di farlo io stesso). Eppoi ne ho conosciuto un altro: quello che, trasformatosi in capo-partito, ha cercato di ridurre il Giornale ad organo di questo partito suggerendogli non soltanto le posizioni da prendere – e sulle quali non c’erano in fondo grosse divergenze – ma perfino il linguaggio da usare, e che, a lasciarlo fare, avrebbe finito per impormi anche la “divisa”del suo partito, il suo look.

Tralascio le rappresaglie contro la mia renitenza all’arruolamento, come gli attacchi dei suoi Grisi televisivi alla mia persona. Ma non posso sorvolare sull’ultima e più grave provocazione: la promessa alla redazione, alla mia redazione, di cospicui benefici se si fosse adeguata ai suoi gusti e desideri, cioè se si fosse ribellata a quelli miei.

A questo punto non avevo più scelta. O rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi. O andarmene. Me ne vado. Ma non senza avvertire i lettori che manterrò l’impegno preso con loro. Fra poche settimane essi riavranno il loro giornale, fatto dagli stessi uomini del Giornale, illustrato dalle stesse firme e nutrito delle stesse idee del Giornale. Con qualche difetto – speriamo – in meno, ma una cosa in più, di cui l’esperienza mi ha dimostrato l’assoluta necessità: un assetto azionario che mi garantisca l’incondizionata indipendenza. Anche i lettori potranno parteciparvi (e mi auguro che siano tanti) sia pure con quote piccole o minime.

Della nostra “linea” non abbiamo da cambiare una virgola. Nemmeno i nostri amici politici si facciano illusioni. Noi potremo appoggiare l’uno o l’altro a seconda che si schierino sulle nostre posizioni liberaldemocratiche, ma mai noi su quelle loro, e tanto meno a scatola chiusa. Nelle nostre pagine si respirerà, come sempre, il più grande rispetto per le Istituzioni, ma mai l’odore del Palazzo, da chiunque abitato. Quanto a Berlusconi, nessun rancore ci farà velo. Gli abbiamo detto – e confermiamo – che il suo massiccio e rumoroso intervento nell’arena elettorale non gioverà, secondo noi, nè alla causa per la quale egli pensa di battersi, e di cui temiamo che frazionerà ancora di più le forze, nè per i suoi propri interessi. I fatti diranno se avevamo ragione o torto. Se avevamo torto, lo riconosceremo lealmente. Se avevamo ragione, fingeremo di essercene dimenticati. A presto dunque, cari lettori.

Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà La Voce. In ricordo non di quella di Sinatra. Ma di quella del mio vecchio maestro – maestro soprattutto di libertà e indipendenza – Prezzolini.

 Indro Montanelli 

Roba minima

Roba minima

Lasa sta che l’e’ roba de barbon

 Ripropongo un articolo già pubblicato nel vecchio blog ma a cui sono molto affezionato.

….anca mi mi go avu il mio grande amore
roba minima, s’intend, s’intend roba da barbon…

El purtava i scarp de tennis, el g’aveva du occ de bun

l’era il prim a mena via, perche’ l’era un barbon.
L’an truva’ sota a un muc de carton l’an guarda’ che ‘l pareva nisun

l’an tuca che ‘l pareva che’l durmiva

lasa sta che l’e’ roba de barbon.

Jannacci

 

Succedono tante cose in questi giorni, la crisi a volte è impietosa, imprenditori che fan di tutto ma non riescono a salvar l’azienda, operai lasciati a casa, qualcuno più fortunato, il Billionaire di Briatore che chiude e Marchionne che lotta con le leggi italiane.

Molte cose, molta confusione, pure troppa ed allora tutto sembra banale e scontato. inevitabile.

Poi leggi – l’angelo invisibile di Milano che aiuta chi è rimasto indietro – che c’è qualcuno che segue la sua via, che non ascolta il rumore di sottofondo, che fa qualcosa e lo fa come lo si faceva a Milano.

E un pò ti senti inadeguato perche tu quelle cose non le fai, perchè sei talmente assuefatto che non riesci più ad isolarti dal rumore di fondo. E ti ricordi che una educazione borghese l’hai avuta, di quella borghesia silenziosa, tutta milanese, capace di far le cose senza urlare.

E ti rivedi bambino, una mattina di sole, vestito bene, pronto per un matrimonio.

A spasso con papà per lasciare alla mamma il tempo di prepararsi con calma senza esser disturbata da noi bimbi. Tutte quelle raccomandazioni: ” non sporcarti, non correre, non rovinare la giacca”.

E per strada c’è una barbona, puzza, è sporca e trascina un enorme carrello del super pieno di tutto ciò che possiede, di tutto ciò che tu butti.

Attraversa la strada, non riesce a fare salire il carrello sul marciapiede (non c’erano ancora gli scivoli per passeggini e disabili in prossimità delle strisce pedonali). E’ anziana e si sforza, ma il carrello non sale.

Ci riprova, si vergogna, non chiede aiuto, è una barbona e non se lo aspetta.

E tu sei li, che non sai che fare. Non puoi sporcarti, poi in fondo è una barbona, non ti riguarda, però ti hanno insegnato… non sai. Sono quei momenti in cui ti rendi conto che devi scegliere, che stai crescendo, che non è facile….

E papà ti sorride, vede il tuo imbarazzo, ti senti piccolo.

Si avvicina e le chiede se può aiutarla con il carrello. Un sorriso dolce e lei si riscopre una persona. Io scopro che è una persona.

Papà mi guarda dando poco peso alla cosa (che per me è un macigno) e sorridendo dice ” Andrea, un cavaliere deve sempre aiutare una signora, andiamo a prendere la mamma che se no è tardi”.

Non ne abbiamo più parlato, è bastato l’esempio. Una volta a Milano c’era la borghesia, ora forse restano i suv.

Mi rendo conto ad un tratto che è un po’ anche colpa mia.

Scopro leggendo il corriere ( Articolo: l’angelo invisibile di Milano che aiuta chi è rimasto indietro ) che c’è qualcuno più bravo di me che non ha dimenticato l’educazione che ha avuto ed è la stessa che vuol lasciare ai suoi figli.

E mentre leggo l’articolo ritrovo quel senso di vergogna che è sempre li, che troppo spesso dimentico di aiutare una signora.

Che in fondo non è solo questione di soldi, ma di sorrisi.

Cose da uomini

Cose da uomini

… e siamo ancora qui su questa panchina, per fare una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.

 

E siamo ancora qui su questa panchina, per fare una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.

Ci siamo svegliati presto oggi, è una giornata particolare, tutti in piedi dalle 6, grande fermento in casa. La mamma deve andare a Bologna per un convegno e mio figlio ha deciso che toccherà a me portarlo all’ asilo. Oggi vuole consegnare un regalino ad una bimba e tutto deve essere perfetto. Ci prepariamo con accuratezza, laviamo i dentini con il dentifricio del Kung Fu Panda, la maglietta dei supereroi, quelle scarpette che ha scelto da solo e lo fanno sentire importante.

Poi tocca a me, il vestito quello bello, la cravatta la sceglie lui perché ” papà devi essere elegante, è importante!” e cosi mi ritrovo ad abbandonare il Casual Friday e ad uscire di casa in abito scuro con una cravatta anni 80 dimenticata nell’armadio dai tempi dell’università che piacerebbe tanto a quelli che lavorano in finanza e che son tornati da Londra credendo che assomigliare ad un paggio della Regina Vittoria rappresenti il non plus ultra dell’eleganza maschile.

Tutto ciò imbarazza non poco il professionista che è in me ma è evidente che il dettaglio appare poco importante per il Panatino.

Ed eccoci ancora una volta mano nella mano a camminare lenti ed un poco ondeggianti verso l’asilo.

Questa volta però è lui che mi indica sicuro la strada, che mi racconta dei suoi amichetti e che mi mostra fiero la vetrina in cui troneggia la bicicletta, scelta con la nonna, che sarà il suo regalo di compleanno, con tanto di clacson a forma di pesciolino nemo.

Come è cresciuto, un ometto sicuro e deciso che stringe forte il regalo da consegnare.

L’emozione è forte, siamo in anticipo (un’ ora esatta per la verità) e non resta che tornare a sederci sulla nostra panchina. Vediamo le persone passare, i genitori che corrono nervosi già in ritardo per il lavoro, ma noi lo sappiamo che noi oggi dobbiamo fare una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima.

Parliamo nell’attesa, parliamo da uomo a uomo, e mi sorprendo a rivivere le stesse emozioni del primo amore, del primo bacio, quel bisogno di essere accettati… su cui un sano pudore mi impedisce di soffermarmi, confidando nella comprensione e complicità del lettore ( non della mamma a cui, già lo so, dovrò raccontare tutto). 

Ed eccola arrivare, bionda e con gli occhi azzurri come nelle migliori sceneggiature, accompagnata dal suo papà con quello sguardo un po’ così che subito mi risuona in mente quella vecchia canzone del Trio Lescano nella versione di Nicola Arigliano:

Ma il papà della pinguina
esce con la scopa in man:
“Lascia star la mia bambina!
Via di qua, o marran!”

La consegna del piccolo pensiero è veloce, quasi distratta, premiata da un piccolo bacio.

Il Panatino non è del tutto convinto della buona riuscita dell’operazione, temo si aspettasse una cosa alla Hello Spank con corse incontro e cuoricini ovunque. Forse questo papà non è stato molto bravo come cupido ma la sua maestra non è ancora arrivata e noi possiamo rubare qualche minuto per noi sedendoci in disparte a leggere felici un libro di mostri e di draghi.

Me lo leggi papà?

Non credo ci sia nulla di più bello di vedere un bambino assorto ad ascoltare una storia. Non la pensa cosi evidentemente la bidella che mi sgrida con tono burocratico dicendo che i papà non possono stare lì, che è da un’ora che aspetto, ecc…

Fortuna che arriva la sua maestra che lo avvolge in un bell’abbraccio mentre a noi due scappa un sorriso complice, di chi sa di averla combinata grossa ma che in fondo è bello cosi.

E mi allontano sorridendo, grato per quel fiume di emozioni che mi ha fatto rivivere, perché quell’ora sulla panchina è stata davvero una cosa speciale, la cosa più speciale di tutte, una cosa specialissima. 

 

Quella voglia di cambiare il mondo

Quella voglia di cambiare il mondo,

ovvero lo scettro, un sogno e la costruzione di un alibi

“…Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi domandando se il mio disegno li spaventava. Ma mi risposero: Spaventare? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello? Il mio disegno non era un disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero  chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa… mi risposero di lasciar da parte i boa, sia dal di fuori che di dentro, e  di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica. Fu cosi che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera da pittore.
 Il Piccolo Principe

 

Mio figlio sta crescendo e, potendo ormai confrontarmi direttamente con lui, diminuisce il bisogno di scrivere le sue piccole avventure, vuoi per pudore, vuoi per rispetto nei suoi confronti, prima in fondo parlando di lui parlavo di me e delle mie emozioni.

Non è molto legato ai giocattoli (forse perché gliene regaliamo tanti, troppi…) ma domenica ha espresso forte il desiderio di avere (visto l’oggetto così regale, meglio dire possedere) uno scettro!

E’ un gioco legato ad un film a cartoni animati (quindi l’ispirazione è in qualche modo indotta) ma la cosa non sembrava averlo colpito più di tanto al cinema qualche mese fa.

Oggi, crescendo, si relaziona di più con gli altri ed inizialmente associavo il fascino di questo oggetto al simbolo del potere a cui tutti devono obbedienza.

“Papà con lo scettro non sarò più solo un soldatino (così a volte lo chiamo io), sarò il capo dei soldatini!”

Abbiamo resistito un po’, per fargli comprendere che non tutto è dovuto, ma alla fine abbiamo ceduto dopo aver compreso quanto superficiale fosse la mia  iniziale interpretazione.

Sono due notti che lo sentiamo parlare nel sonno del suo scettro e di come cambierà il mondo!

Si sveglia felice dopo aver sognato ed al papà non resta che sorridere pur provando un po’ di invidia per non averlo potuto seguire nelle sue avventure più segrete e notturne.

Ed allora forse ( il lettore più attento capirà che questo post non è altro che la costruzione di un alibi) è giusto cedere quando un gioco non è possesso ma apre alla fantasia, al desiderio di costruire una sua storia, quando stimola quella voglia positiva di essere attore attivo nel cambiare il mondo.

L’uomo in fondo è questo, è l’unica creatura apparsa sulla Terra capace di modificarla.

Come? Il Panatino ancora non lo sa e forse neanche noi…

La sfida di un genitore forse è tutta lì, nell’esser presente quando lo scettro perderà la sua magia, nel ricordare che il mondo se sei una persona per bene, con fatica, lo puoi cambiare…

Come? Dovremo scoprirlo insieme, e sarà la parte più bella.

 

Quando l’attesa diventa viaggio

Il tempo è per i bambini un concetto meraviglioso ed astratto, tutto ruota intorno alle loro attese ed alle loro aspettative.

Per le feste siamo partiti per la montagna, raggiunti dopo qualche giorno da mia madre. Nella mente di mio figlio questi pochi giorni di separazione sono stati tutti occupati dall’epico viaggio effettuato dalla nonna per andarlo a trovare.

L’attesa è diventata viaggio essendo per lui inconcepibile che ci potesse essere qualcosa d’altro tra la voglia di entrambi di rivedersi. Al suo appassionante racconto delle avventure sulla neve di quei giorni seguiva sempre l’inconfondibile “… mentre tu eri in viaggio nonna”.

Un modo magnifico di dilatare il tempo, occupandolo solo con le cose importanti, coi sentimenti più spontanei. Perché sono sicuro che davvero il viaggio della nonna è iniziato appena salutato il nipotino ed è terminato quando è riuscita a riabbracciarlo.

Un rapporto con il tempo che confesso di invidiare profondamente a mio figlio, un rapporto con il tempo che lo fa infinitamente più ricco e più saggio di me.

Itaca di Costantino Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Buon Natale e felice 2015

Provando ad unire tutti i pezzi del puzzle

Anche quest’anno sta giungendo alla fine, tempo di bilanci e di buoni propositi. Mi ritaglio qualche minuto per le mie riflessioni in un periodo che come di consueto è fatto di corse e rincorse per terminare le ultime pratiche di fine anno. 

Il 2014 è stato un anno di grandi cambiamenti per tutti. C’è stato chi ha cambiato lavoro o cambiato Paese, aziende sono state comprate e vendute, e c’è chi ha saputo cambiare le regole del gioco e crescere in maniera impetuosa.

Un anno bello, faticoso, un po’ in salita a volte, ma che ha saputo anche regalarci momenti felici e qualche bella discesa, come quelle che facevo in bici da bambino d’estate con il sole in fronte. 

Un anno in cui ho visto crescere mio figlio tra mille curiosità e nuove scoperte regalandomi quella gioia che ha saputo trasformarsi in forza nei momenti più impegnativi della professione. Oggi non vi nascondo che attendo con impazienza il suo primo Natale “consapevole” fatto di renne, Babbi Natale e di quel Bimbo che nascendo ha salvato tutti noi.

Il nostro Studio ha saputo rafforzarsi e crescere, nonostante una situazione economica complicata ed un Legislatore eccessivo e confuso,  grazie a quanto seminato negli anni precedenti ed alla nostra voglia di guardarci intorno e di tentare nuove vie restando comunque fedeli alle nostre tradizioni e valori.

Cit. Albert Einstein

Non è periodo di strategie di lungo termine ma di saper modificare la rotta senza perdere di vista gli obiettivi. L’agenda 2015 è già fitta, ricca di piccoli e grandi segnali che ci stanno suggerendo la via da prendere. Come i pezzi di un puzzle che, inizialmente senza un apparente disegno di insieme, pian piano prende forma.

 

Il sito come business plan

Il nuovo sito ha impegnato non poche risorse ma lavorare con amici è stato bello. Ridisegnare il sito ci ha costretto a ripensarci e a riprogettare la nostra offerta di servizi ed a pianificare un percorso di crescita delle competenze di ciascuno di noi.

Abbiamo ripreso ad inviare la newsletter di Studio (complementare alle lettere informative riservate ai soli clienti) che seguirà in futuro, almeno nei propositi, un piano editoriale più strutturato.

Restano in punta di penna alcune modifiche da implementare nel 2015 ma abbiamo finalmente terminato la fase beta. Abbiamo fatto tesoro di tutti i suggerimenti e di tutte le critiche ed appena troveremo il tempo recepiremo i vostri suggerimenti, siatene certi. Nuovi dubbi, nuovi progetti per un percorso nuovo ed in parte ancora da studiare ma che ci ha regalato molte soddisfazioni.

 

Innovazione e nuovi investimenti.

L’innovazione è sempre stato uno dei temi centrali che hanno caratterizzato il nostro Studio. I primi mesi saranno faticosi ma abbiamo deciso di acquistare un nuovo software gestionale. Nuove funzioni, nuovi servizi per restare sempre vicini al cliente ed alle sue mutate esigenze.

Punteremo ad intensificare l’automazione per velocizzare il servizio e liberare risorse per la consulenza.

Punto di forza sarà poi l’integrazione del gestionale con il sito, con una rinnovata Area Clienti.

 

Rafforzare le nostre specializzazioni

Sempre più si sta creando un meccanismo virtuoso che ci costringe a studiare e ad approfondire le nostre principali aree di specializzazione con un costante miglioramento, ci auguriamo, della qualità della nostra consulenza.

Il centro studi di una importante associazione di categoria ci ha chiesto di collaborare, nel 2014 abbiamo tenuto circa una quindicina tra convegni e lezioni in tema di Perizie e crisi di impresa, mentre sono cresciute le collaborazioni editoriali con importanti case editrici.

Il prossimo anno bisognerà scegliere e focalizzarci ma per ora siamo soddisfatti di quanto fatto, certi del privilegio di poter valutare nuove collaborazioni e nuove proposte.

 

La Scuola di Alta Formazione

Il 2015 sarà anche un anno cruciale per la SAF che sarà interessata da un processo di profondo rinnovamento, senza dimenticare le attività della Fondazione dei Dottori Commercialisti di Milano, in collaborazione con le principali Università milanesi, a favore dei praticanti e dei colleghi più giovani. Un anno importante per la categoria e per la nostra città.

 

Milano, le Università e l’Expo

Il nuovo anno si apre col tema centrale delle iniziative legate a EXPO 2015. Sarà l’occasione chiave di proiezione internazionale per la città di Milano e l’Italia intera. Non ripongo grandi speranze in questo evento ma può essere un acceleratore per far si che Milano impari a fare sistema. Stiamo provando a lavorare per provare a diffondere tra le PMI i contributi di importanti Università, per provare ad imparare da personalità con visione strategica e di anticipazione delle tendenze future.

Un progetto avvincente per aiutare imprese e professionisti a superare la crisi provando a fornire nuovi stimoli professionali e nuove occasioni di confronto.

 

Qualcosa di personale

Il 2014 è stato un anno importante anche come papà, in cui ho visto crescere il panatino e gli ho visto affrontare le sue prime grandi prove, lasciare il nido per la scuola materna, scoprire gli altri e confrontarsi con loro, i primi giochi con gli amichetti, la paura di dormire dai nonni senza la mamma, i primi momenti di autonomia…

Quegli occhietti fieri che non vogliono mostrare paura ma lo sappiamo tutti e due, non serve dircelo, che crescere non è facile e che le vittorie van festeggiate.

Da oggi però si fa sul serio, il ruolo di papà che prima era accessorio oggi è percepito e bisogna imparare ad educare ché giocare non basta più.

Che anno straordinario ci attende!

 

Ringraziamenti ed auguri sinceri

Il 2014 ci ha visti impegnati in pratiche stimolanti che hanno rafforzato le nostre competenze ed il senso di appartenenza che ci rende orgogliosi di Studio Panato. Un grandissimo GRAZIE a tutti voi, clienti e amici, che, scegliendo di collaborare con noi, ci avete arricchito di idee, di esperienze e di relazioni. Auguro di cuore a voi ed ai vostri cari Buon Natale e felice 2015.

Auguro a tutti qualche giorno di pace e serenità da vivere in famiglia e vi lascio, a garanzia dei miei buoni propositi per questi pochi giorni di vacanza con una “programmatica” citazione tratta da  “Pensieri oziosi di un ozioso, libro per una oziosa vacanza” di Jerome Klapka Jerome:

“Io aspetto con ansia un’epoca in cui noi uomini non avremo più nulla da fare e ce ne staremo a letto fino a mezzogiorno, leggeremo due romanzi al giorno, ci ritroveremo tutti insieme per dei deliziosi tè delle cinque, e non ci affaticheremo il cervello con argomenti più ponderosi dello studio degli ultimi modelli di pantaloni e delle disquisizioni attorno alla giacca del signor Jones e sulla stoffa di cui era fatta e se gli stava bene o no. È una prospettiva gloriosa… per i pigri” (Jerome Klapka Jerome, “Pensieri oziosi di un ozioso”, capitolo “Sull’essere pigri”, p. 16).

Ricordando soprattutto che:

Cit. Jerome Klapka Jerome

E cosi, da uomo a uomo, cresciamo in due.

Seduti su una panchina

come Charlot ed il piccolo vagabondo

 

Spesso i momenti più belli passati con mio figlio sono quelli imprevisti, un po’ rubati alla normale routine.

Complice l’assenza della mamma, via per un convegno, questa mattina l’ho accompagnato all’asilo.

È sempre una situazione un po’ buffa in cui io, già imbranato di mio, esagero le difficoltà nel vestirlo per farmi aiutare da lui che con tono severo mi guida ed insegna a fare come fa la mamma (lei si ovviamente suprema interprete delle best practice di settore).

Nella breve passeggiata assomigliamo un po’ a Charlot e al piccolo vagabondo, muovendoci ondeggianti e correndo a perdifiato ogni volta che incontriamo una grata. Il percorso con lui si arricchisce di particolari dai mille colori: gli alberi con le bacche rosse cibo degli uccellini, il militare fuori dalla caserma vicino casa che ogni volta ci indica la strada ricordandoci di stare attenti ai lupi ed ai leoni nel bosco (ormai è diventato un nostro complice divertito). Oggi è toccato a Fabio Volo rinnovare il nostro piccolo rito, fermandosi ad ascoltare i lunghi discorsi del Panatino.

Il momento più bello però è stato all’asilo. Siamo arrivati un po’ prima e non essendoci la sua maestra preferita mi ha chiesto di restare con lui ad aspettarla. Ci siamo seduti su una panchina ed abbiamo iniziato i nostri discorsi “da uomo a uomo”.

Tema principe: Babbo Natale.

Papà certo che ho fatto il bravo, ho mangiato la cioccolata, mi sono lavato i denti con lo spazzolino che fa brrrrr (quello elettrico, mentre la manina roteava vorticosamente nell’aria n.d.a.) e ho dormito.

Mix disarmante di valori ed azioni ma, vista la serietà del tono, non ho avuto cuore di correggerlo.

Abbiamo definito, con estrema professionalità, i colori dei pacchi dei regali: rosso per Tommaso, rosa per la mamma, verde per papà e blu per il nostro amico puffo comprato in occasione della gita a Predappio.

Perché sai papà il puffo è tutto blu solo i vestiti sono bianchi, e poi ci resta male se non riceve nessun regalo.

Inutile dire che si è poi passati a definire il menù per Babbo Natale (mandarini, cioccolata – ma solo quella amara che a me non piace papà- e coca cola), menù che comprende una grande carota per le povere renne.

Toccherà a me questa notte spiegare tutto alla renna messaggera.

Quando sei sul divano e io dormo papà, perché non vengono mai quando i bambini sono svegli, lo sai vero?

Piccoli momenti rubati in cui il tempo si dilata ed in cui anche i silenzi diventano importanti per confessar dubbi, piccole paure ed entusiasmanti scoperte.

E cosi, da uomo a uomo, cresciamo in due.