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Lo spirito di Milano, la sua storia e quei grattacieli che da noi si chiamavano Torri.

Lo spirito di Milano, la sua storia e quei grattacieli che da noi si chiamavano Torri.

Ricordo ancora il vecchio spot pubblicitario dell’Amaro Ramazzotti, le parole che scandivano i tempi di una città che “rinasce ogni mattina, pulsa come un cuore; Milano è positiva, ottimista, efficiente; Milano è da vivere, sognare e godere.”

Quella “Milano da bere” l’abbiamo rinnegata presto con finte arie da intellettuali ma un po’ c’è rimasta nel cuore. Perché era si una Milano un po’ bauscia ma era il prezzo da pagare per una città di provincia che si faceva bella per sognarsi più grande, più internazionale.

Ed i sogni in fondo se ci credi intensamente per un po’ si avverano anche.

E’ stata una fiamma che è bruciata troppo in fretta ma che traeva la sua forza da una storia molto più antica che dovremmo avere la forza ed il coraggio di ricordare.

Milano ha sofferto, meno di altri certo, ma ha sofferto. La crisi è arrivata così forte al punto di farle invidiare Roma. Me la ricordo io la corsa dei grossi studi legali ad aprire la sede nella capitale perché le bollette son sempre lì e bisogna pagarle. E si, perché dopo anni di proclami federalisti ci si rendeva conto che l’unica azienda semple florida era quella pubblica. Il capitale sempre più aggrappato alla rendita guardava con simpatia a Roma per poterla conservare. Le privatizzazioni mal pensate e peggio realizzate sono state devastanti in tal senso.

Molte grandi imprese hanno iniziato a trascurare i faticosi business competitivi che le avevano fatte ricche per indebitarsi ed acquistare le ex aziende pubbliche: telco, autostrade, ecc… Giungendo così al paradosso, privatizzando, di danneggiare il libero mercato ed il nostro sistema industriale.

Oggi puoi sorprendere la Milano dell’Expo a canticchiare tra sé e sé “Tu Vuò Fa L’Americano”, l’allegro motivetto di Carosone, specchiandosi nei grattacieli di Porta Nuova, dimenticando o cercando di dimenticare, dopo un’ubriacatura expottimista, i bilanci ed i debiti privati e pubblici che queste operazioni han portato con se.

Ma si sa dopo aver rischiato di annegare un po’ d’aria nei polmoni è già felicità. Non importa quanto è costato.

La storia di Milano però è più antica ed affascinante, è una storia che bisogna avere il tempo di ascoltare, un po’ come quando si va a trovare le vecchie zie e ci si ritrova avvolti nei ricordi.

Io da qualche anno abito in una torre, si perché da noi a Milano (da un punto di vista storico, è la città italiana che più si è sviluppata in verticale) i grattacieli si chiamavano torri: la Torre Breda del 1954, La Torre Velasca del 1958, la Torre Galfa del 1959 fino al Pirellone del 1960 che chiamarlo grattacielo proprio non ci riusciva.

Milano oggi affronta la sfida della Citta Metropolitana quasi in sordina, eleggendo un sindaco alla chetichella, che lo eleggiamo solo noi e non quelli di fuori, che è meglio cosi. Ma io ricordo che Milano è sempre stata legata alla sua provincia. La storia del mobile, del design industriale, della Triennale scorrono lungo la Milano/Meda.

Il successo degli anni 60 deriva dall’incontro degli architetti con gli artigiani della Brianza.

E si rispettavano che vi credete, mica avevano tempo di fare i bauscia, c’era da fare la storia del design in quei giorni lì. Certo l’inglese non lo si parlava un granchè bene ma fatevi un giro al Moma a New York. Bè si facevano capire lo stesso, date retta a me.

La forza di quella Milano lì la percepisci subito leggendo ad esempio il bellissimo racconto su Vico Magistretti raccolto nel sito “Storie milanesi” che vi consiglio di visitare:

“Nel tuo piccolo studio. Tu e il tuo collaboratore di sempre, il geometra Franco Montella, che col suo bel cognome campano e il suo titolo di studio, vi faceva immediatamente sembrare la coppia perfetta di una commedia all’italiana. Il borghese milanese e il popolano meridionale. Che entrava a studio con l’Unità sottobraccio, si metteva il camice (ingrigito oltre modo negli anni) e dava forma alle tue idee sul tecnigrafo. Fra una MS e un’altra.

Fumatore incallito, Montella. Col quale parlavi della tua Inter, magari scroccandogli ogni tanto una sigaretta. Ma sempre dandovi del lei. Quarant’anni di una amicizia professionale e umana, talmente profonda che alla sua scomparsa volevi d’impulso di chiudere baracca e burattini. Ma sempre dandovi del lei. Per rispetto, non per forma.”

E si perché un tempo a Milano ci si dava del Lei. Per rispetto, non per forma.

E quella Milano un po’ ci manca, ma mica solo a noi sia chiaro, quella Milano lì manca all’Italia. Perché se la politica le sparava grosse qui leggendo il corrierone in Galleria mica ci si credeva, che qui c’era da lavorare e da fare i seri. Perché un tempo noi qui avevamo la borghesia ed il suo sguardo severo, ed avevamo gli operai che erano severi pure loro.

Perché da noi non ci veniva proprio di chiamarli grattacieli, da noi i grattacieli si chiamavano torri.

Quella Milano però è ancora tutta qui, basta saperla vedere e tornare a darle voce, basta rimboccarsi un po’ le maniche ed osservarla all’alba mentre affronta una nuova giornata di lavoro. Perché ancora oggi a Milano non si sta’  mai con le mani in mano, basta volerlo. Ed i segnali ci sono, le PMI che tornano a crescere seppur a fatica, qualche investimento qua e là dall’estero, qualche classifica lusinghiera sui giornali… ma il potenziale di questa città è straordinario e tutto ancora da riscoprire come la sua storia.

Il futuro di Milano dipende dalla capacità di creare un ambiente in cui sia possibile attrarre persone di qualità dal mondo, consentendo loro di mettersi in relazione per far nascere idee e innovazioni su cui costruire il futuro.

In questo ambiente un posto di primo piano spetta ad economisti, ingegneri, chimici ecc. su cui sarà necessario investire. Fondamentale resta l’ibridazione con altre figure, da chi è più attento agli aspetti umanistici a chi si occupa di scienze della vita, dai designer agli psicologi. Soprattutto è necessario come leggevo tempo fa su LaVoce.info che queste figure “mangino allo stesso tavolo, si allenino nelle stesse palestre e vadano insieme al cinema” .

E come è rimasta bella la Velasca. Che sta ancora lì quasi a tener compagnia, a rispettosa distanza, alla Madonnina.


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