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Articoli

Servono ingegneri non comunicatori

23 Novembre 2014/in Impresa, Riflessioni, Startup/da Riflessioni

Serve un sistema che supporti gli investimenti e l’innovazione

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

In Italia, come troppo spesso accade, invece di rimboccarci le maniche e provare a costruire il futuro cerchiamo le più intriganti scorciatoie cosi ricche di soddisfazioni nel breve periodo ed altrettanto aride nel lungo. Si indica la comunicazione on line come futuro per le nostre PMI dimenticando che in un mercato maturo serve innovazione di prodotto e di processo.

Rubo ad un recente tweet di Edoardo Natuzzi, imprenditore ed opinionista su diversi quotidiani, il titolo a questo post. In Italia, come troppo spesso accade, invece di rimboccarci le maniche e provare a costruire il futuro cerchiamo le più intriganti scorciatoie cosi ricche di soddisfazioni nel breve periodo ed altrettanto aride nel lungo.

Assistiamo ad una ampia campagna stampa, supportata dalla comunicazione governativa, che si concentra su incubatori, startup, comunicazione on line.

Troppo spesso ci sentiamo dire che il nuovo mercato delle nostre PMI deve essere il mondo e che il mondo si raggiunge con Internet, con l’e-commerce, con social media.

Purtroppo ci si dimentica che oltre a questo innovazione ed internet stessa ormai devono avere alla base attività di ricerca, di sviluppo di nuovi processi organizzativi, innovazioni produttive e competenze economiche non banali.

In sintesi ci stiamo comportando come se il mercato fosse ancora in fase pionieristica sottovalutando che le principali aziende sul mercato hanno smesso di frequentare i garage da parecchio tempo.

Google ed Apple studiano e lavorano su progetti in ambito biomedicale. Perché ai nostri ragazzi non lo spieghiamo? Non è più esser su facebook il futuro, non lo è più da tempo.

Riporto da Wikipedia una definizione pomposa e forse fin troppo ambiziosa:

L’ingegnere è un professionista qualificato in ingegneria, ossia quella vasta disciplina che sfrutta le conoscenze matematiche, fisiche e chimiche per applicarle alla tecnica utilizzata in tutti gli stadi di progettazione, realizzazione e gestione di dispositivi, macchine, strutture, sistemi e impianti finalizzati allo sviluppo del genere umano e della società.

In sintesi: si cresce se si studia, se si fa fatica, se si investe.

Se confrontiamo i dati Unioncamere con la Ricerca Pmi Zurich 2014 presentata nelle scorse settimane scopriamo che le nostre piccole e piccolissime imprese, pur mediamente più ricche di quelle degli altri Paesi investono poco su nuove strategie per espandersi e crescere, applicando soprattutto strategie difensive e conservative.

  • solo il 22,5% del campione italiano vede tra le principali opportunità di questa fase la ricerca e la conquista di «nuovi segmenti di clientela.
  • l’attenzione maggiore è nel mettere a punto strategie di tagli di costi. Considerando che la crisi dura ormai da anni temo che ci sia rimasto davvero poco da tagliare.

La ricerca evidenzia inoltre che le PMI italiano sono sotto la media europea in:

  • «diversificazione di prodotti e servizi (14% noi, contro la media Ue di 18,5%),
  • «nuovi canali commerciali»,come il Web (13% a 18%);
  • adozione di «nuove tecnologie» (10% a 13%);
  • «espansione in mercati esteri» (10,5% a 12,1%).

Dalla ricerca emerge inoltre che nessun Paese europeo ha una quota di Pmi online minore della nostra.

Siamo però sicuri che il problema sia solo avere un sito? Siamo sicuri che non sia necessario avere strutture di ricerca (università, ecc..) maggiormente meritocratiche? Siamo sicuri che, rimprendendo il tweet di Edoardo Natuzzi, non servano più ingegneri? Siamo sicuri che internet sia solo uno strumento, potentissimo sia chiaro, ma che dietro ad un sito non sia tutta l’organizzazione aziendale a dover cambiare?

Perché un sito in realtà non è altro che un business plan. I nostri artigiani vendono on line solo se hanno prodotti di qualità da offrire. Perché il Made in Italy deve tornare ad essere qualcosa di più di un prodotto costoso prodotto in Italia.

Questo Paese, complici pesanti conflitti di interessi, rischia di essere troppo indulgente con se stesso ed ingannare i propri ragazzi che devono invece rappresentare una risorsa importante su cui investire.

Ogni iniziativa utile ad aprire nuovi orizzonti ad imprese e professionisti è bene accetta ma prima definiamo bene gli obiettivi. Se sbagliamo quelli sbagliamo tutto.

Startup, un corso gratuito dall’Università di Stanford

4 Novembre 2014/in Impresa, Startup/da Riflessioni

Startup, un corso gratuito dall’Università di Stanford

L’Università di Stanford, in collaborazione con Y-Combinator, ha lanciato quest’anno un corso dal titolo “How to Start a Startup”. Un mix di lezioni dal vivo, letture da fare a casa e discussioni online per chiunque voglia avviare una startup o l’ha già fatto. 

Il tema Startup è di gran moda ma spesso ci si dimentica che le logiche e i processi tipici delle startup si stanno dimostrando efficaci ad accelerare lo sviluppo di realtà aziendali già esistenti, attraverso l’introduzione di tecnologie disruptive, con l’introduzione di modelli di business che guardano a nuovi mercati o di nuovi prodotti che cambiano profondamente il posizionamento dell’ impresa stessa.

Il corso che vi segnaliamo può essere quindi di interesse sia per il neo imprenditore, sia per chi sta ridisegnando la propria impresa a seguito di un passaggio generazionale o per riposizionarsi sul mercato.

L’ Università di Stanford offre gratuitamente un corso on line la cui particolarità è che le lezioni sono tenute da imprenditori di successo. 

Il corso ha un sito ufficiale nel quale è possibile vedere l’elenco delle lezioni e i topic coperti. Io però vi consiglio di affiancargli il sito non ufficiale che forse è organizzato un po’ meglio.

Per le discussioni e l’invio dei propri progetti è stato creato sia un gruppo facebook che un canale reddit ad-hoc.

Per approfondire: Dall’università di Stanford un corso per lanciare una startup

 

 

Le PMI e la Crisi: chi sopravvive alla crisi cresce del 26% ma crolla l’occupazione

8 Ottobre 2014/in Impresa, Passaggio generazionale, Riflessioni/da Riflessioni

Le PMI e la Crisi

Osservatorio Bocconi sulla competitività delle PMI, chi sopravvive alla crisi cresce del 26% ma crolla l’occupazione

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Centoventi miliardi di euro di fatturato e 405.317 posti di lavoro persi, 8.841 imprese scomparse. È questo il costo della crisi secondo la prima rilevazione dell’Osservatorio sulla competitività delle pmi della Sda Bocconi. L’Osservatorio analizza le imprese italiane con fatturato compreso tra 5 e 50 milioni di euro ed evidenzia che delle 55.709 imprese del campione attive all’inizio del 2007, il 15,9% (8.841) ha cessato di esistere entro il 2013. Queste aziende, pur costituendo solo il 6,1% delle imprese italiane, producono il 39% del Pil e occupano 2.291.000 persone. Oltre all’interesse per l’ottimo lavoro ho trovato particolarmente degna di nota l’osservazione del Prof. Visconti che oltre a essere condivisibile è facilmente riscontrabile nella pratica quotidiana. Sempre più ampio il divario tra imprese ben gestite e le pmi che faticano a trovare una via di uscita dalla crisi. “La sensazione è che le pmi stiano proteggendo l’equilibrio finanziario congelando gli investimenti e quindi minando la competitività prospettica. Vi sono poi delle evidenze sulla polarizzazione delle performance delle imprese. Al di là dei processi selettivi che hanno portato alla chiusura di molte imprese, è fuori di dubbio che in molti settori di attività economica la distanza tra le pmi ben gestite e le pmi mal gestite va ampliandosi e sta diventando incolmabile.” (Federico Visconti, Director Executive Education Custom Programs – Corporate Division) Si riportano quindi i dati dell’Osservatorio così come riassunti dal periodico dell’Università Bocconi.

I SOPRAVVISSUTI CORRONO!

I dati dell’Osservatorio mostrano che le imprese sopravvissute registrano tassi di crescita interessanti: +26% tra il 2007 e la fine del 2012, ovvero l’equivalente di una crescita media del 4,8% l’anno, e una crisi accentuata nel 2009 (-5,3%) e un 2012 debole, caratterizzato da una crescita media dell’1,6% e da una metà della popolazione con crescita negativa.  

SEGNI CRESCENTI DI TENSIONE FINANZIARIA

L’analisi del rapporto tra posizione finanziaria netta ed ebitda mostra che le imprese con un’ottima capacità di ripagare il debito (rapporto inferiore a 1,5) sono passate dal 26,7% al 21,3%, mentre quelle in chiara difficoltà finanziaria (rapporto superiore a 7,5) sono cresciute dal 17,1% al 26,3%. Il periodo di pay-back del debito si è allungato di circa un anno e mezzo e dopo una riduzione del rapporto debiti/patrimonio netto di mezzo punto (da 2,9 a 2,5) tra il 2007 e il 2008, l’indicatore non si è più mosso in modo significativo, rimanendo pericolosamente alto.

CALANO GLI INVESTIMENTI

Nel 2012 le pmi hanno ridotto in maniera significativa gli investimenti, nel tentativo di ridurre il debito bancario. L’incidenza degli oneri finanziari, in compenso, è progressivamente diminuita beneficiando della riduzione dei tassi d’interesse.

LA FORZA LA TROVANO IN FAMIGLIA

Nel quadro di una redditività complessivamente buona (Roi medio del 7,6% l’anno nel periodo), le pmi che hanno saputo reggere meglio alla crisi sono quelle con una struttura proprietaria più concentrata, mentre le imprese di dimensioni più ridotte (tra i 5 e i 10 milioni di euro di fatturato) si sono dimostrate più redditizie, ma tradiscono una struttura patrimoniale da rafforzare. Si conferma quindi una delle principali caratteristiche delle pmi, la flessibilità e la capacità di reagire ai cambiamenti.

I CAMPIONI VINCONO PER STORIA E DIMENSIONI

La ricerca individua, infine, 1.165 pmi di successo (il 2,5% della popolazione) che hanno registrato un tasso di crescita positivo e un Roi sempre superiore alla media nel periodo 2007-2012. Tali imprese sono localizzate soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria, hanno dimensioni superiori alla media e una storia più lunga alle spalle. I settori più rappresentati tra le pmi di successo sono il commercio all’ingrosso e il manifatturiero (meccanica, alimentari e bevande e chimico-farmaceutico in testa). Il loro tasso di crescita medio nel periodo è stato pari al 12,4% (circa due volte e mezzo quello degli altri) e la redditività operativa sempre doppia rispetto al resto delle pmi. I settori maggiormente orientati all’export consentono quindi migliori performance in un Paese con domanda interna in costante flessione.   Per approfondire: Le PMI in Italia: tutti i numeri della crisi

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