Cessione di quote sociali e promessa del fatto del terzo

Cessione di quote sociali e promessa del fatto del terzo

Cessione di quote sociali e promessa del fatto del terzo: ciò che distingue l’istituto della fideiussione dalla promessa del fatto del terzo è che colui che promette il fatto del terzo (a differenza del fideiussore) non contrae una obbligazione accessoria ad una obbligazione principale (anteriore o concomitante).

Art.1381 c.c. – Promessa dell’obbligazione o del fatto del terzo

Ai sensi dell’art. 1381 c.c. “Colui che ha promesso l’obbligazione o il fatto di un terzo è tenuto a indennizzare l’altro contraente, se il terzo rifiuta di obbligarsi o non compie il fatto promesso”.

Sentenza n. 4322/2018 pubbl. il 28/02/2018

La sentenza n. 4322/2018 pubbl. il 28/02/2018 RG n. 45653/2014 ha ad oggetto un’operazione di cessione di quote sociali nella quale l’acquirente si impegna affinché un terzo provveda al pagamento del corrispettivo della cessione medesima.

Parte attrice chiede, in forza di un scrittura privata sottoscritta con il convenuto, il pagamento della somma che quest’ultimo si era obbligato a versare. Il Tribunale accoglie la domanda di parte attrice, chiarendo come la scrittura privata sottoscritta dalle parti rappresenti l’assunzione da parte del convenuto dell’obbligazione di adoperarsi affinché “un terzo” provveda al pagamento del corrispettivo maturato.

Secondo il Tribunale, tale impegno:

“piuttosto che una promessa del fatto del terzo, ai sensi dell’art. 1381 c.c., ha costituito l’assunzione (…) di un’obbligazione fideiussoria a garanzia del debito (…), dovendosi condividere l’orientamento della Suprema Corte secondo il quale nel caso di promessa del terzo all’adempimento di una sua pregressa obbligazione, deve negarsi l’inquadrabilità dell’atto nella previsione dell’art. 1381 c.c. (e quindi negarsi la sua idoneità a produrre il debito indennitario contemplato dalla norma medesima), restando ravvisabile una fideiussione, se la promessa medesima assuma i connotati della garanzia dell’adempimento altrui (cfr. Cass. Civ. n. 16225/03)”.

Come specificato dalla Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 16225 del 29 ottobre 2003

nella promessa dell’obbligazione o del fatto del terzo, disciplinata dall’art. 1381 c.c., l’obbligo assunto dal promittente verso il promissario consiste nell’adoperarsi affinché il terzo si obblighi a fare, ovvero faccia, ciò che il promettente medesimo ha promesso alla propria controparte, sicché il rifiuto del terzo non libera il primo, il quale è tenuto a indennizzare il promissorio, mentre la fideiussione assolve alla funzione di garantire un obbligo altrui già (pre)esistente, secondo lo schema previsto dall’art. 1936 c.c., affiancando al primo un secondo debitore di pari o diverso grado”.

Ai sensi dell’art.1936 c.c.

“è fideiussore colui che, obbligandosi personalmente verso il creditore garantisce l’adempimento di un’obbligazione altrui. La fideiussione è efficace anche se il debitore non ne ha conoscenza”.

Si ricorda che, ciò che distingue l’istituto della fideiussione dalla promessa del fatto del terzo è che colui che promette il fatto del terzo (a differenza del fideiussore) non contrae una obbligazione accessoria ad una obbligazione principale (anteriore o concomitante).

Azione di responsabilità dell’amministratore

Azione di responsabilità dell’amministratore

Onere probatorio e di allegazione del socio attore

La Sentenza n. 18441/2017 pubbl. il 29/09/2017 RG n. 4048/2015 ha ad oggetto la responsabilità dell’amministratore di s.r.l. e l’onere probatorio e di allegazione del socio attore

Sentenza n. 18441/2017

L’attore chiede che venga accertata la responsabilità del convenuto (amministratore unico della s.r.l.) per i danni che esso avrebbe arrecato alla società a seguito di gravi inadempimenti dei doveri gravanti sull’amministratore in forza dell’incarico gestorio svolto. Il Tribunale afferma che:

“sulla base dell’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in materia di onere della prova nelle controversie aventi per oggetto l’adempimento contrattuale, non può però dubitarsi che sull’attore che esercita l’azione di responsabilità sociale gravi, comunque, l’onere di allegare condotte inadempienti dell’amministratore e di allegare e provare in modo specifico i danni che ciascuna di tali condotte ha arrecato alla società e l’esistenza del nesso di causalità fra condotte e danni”.

In assenza delle suddette allegazioni, il Tribunale respinge la domanda spiegata dall’attore.

Onere probatorio e di allegazione del socio

È, quindi, la parte che agisce per l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore a dover allegare le condotte e gli inadempimenti di quest’ultimo. Oltre all’onere di allegazione, l’attore deve, inoltre, provare in modo specifico i danni arrecati alla società ed il nesso di causalità tra condotte e danni: gi amministratori rispondono unicamente dei danni che risultano essere conseguenza immediata e diretta della loro condotta inadempiente (da non confondere con il risultato negativo della gestione della società).

Legittimità delle opzioni put e divieto di patto leonino

Legittimità delle opzioni put e divieto di patto leonino

Legittimità delle opzioni put e divieto di patto leonino, torna l’annosa questione. Con l’ordinanza n.17498 pubblicata il 04/07/2018 la Corte di Cassazione enuncia il seguente principio di diritto: “È lecito e meritevole di tutela l’accordo negoziale concluso tra i soci di società azionaria, con il quale l’uno, in occasione del finanziamento partecipativo così operato, si obblighi a manlevare l’altro dalle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società, mediante l’attribuzione del diritto di vendita (c.d. put) entro un termine dato ed il corrispondente obbligo di acquisto della partecipazione sociale a prezzo predeterminato, pari a quello dell’acquisto, pur con l’aggiunta di interessi sull’importo dovuto e del rimborso dei versamenti operati nelle more in favore della società”.

Si pone, ancora una volta, la questione della legittimità delle opzioni put e divieto di patto leonino, della legittimità dell’accordo interno tra soci, “uno dei quali si obblighi a manlevare l’altro dalle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società, mediante l’attribuzione del diritto di vendita (c.d. put) entro un termine dato ed il corrispondente obbligo di acquisto della partecipazione sociale a prezzo predeterminato”.

La ratio del divieto del patto leonino

La ratio del divieto del c.d. patto leonino “risiede nel preservare la purezza della causa societatis”. La Corte afferma che:

“perché il limite all’autonomia statutaria dell’art. 2265 cod. civ. sussista è necessario che l’esclusione dalle perdite o dagli utili costituisca una situazione assoluta e costante. Assoluta, perché il dettato normativo parla di esclusione “da ogni” partecipazione agli utili o alle perdite, per cui una partecipazione condizionata (ed alternativa rispetto all’esclusione in relazione al verificarsi, o non della condizione) esulerebbe dalla fattispecie preclusiva. Costante perché riflette la posizione, lo status, del socio nella compagine sociale, quale delineata nel contratto di società. Dunque, l’esclusione dalle perdite o dagli utili, in quanto qualificante lo status del socio nei suoi obblighi e nei suoi diritti verso la società e la sua posizione nella compagine sociale, secondo la previsione dell’art. 2265 cod. civ., viene integrata quando il singolo socio venga per patto statutario escluso in toto dall’una o dall’altra situazione o da entrambe” (così Cass. 29 ottobre 1994, n. 8927).

È, quindi, necessario che l’esclusione dagli utili o dalle perdite sia «assoluta e costante», cioè “deve finire per alterare la causa societaria nei rapporti con l’ente-società”. A tal fine, occorre valutare se:

“la causa societatis del rapporto partecipativo del socio in questione permanga invariata nei confronti dell’ente collettivo, o se, invece, venga irrimediabilmente deviata dalla clausola che lo esonera, atteso il suo contenuto, dalla sopportazione di qualsiasi perdita risultante dal bilancio sociale (nel corso della vita della società e sino alla liquidazione del patrimonio) o lo esclude dalla divisione degli utili maturati e deliberati in distribuzione ex art. 2433 cod. civ., o da entrambi, perché solo in tal caso potrà dirsi che l’art. 2265 cod. civ. sia stato violato”.

Seguendo tale impostazione, non potrà assumere alcun significato

“il trasferimento del rischio puramente interno fra un socio e un altro socio o un terzo, allorché non alteri la struttura e la funzione del contratto sociale, né modifichi la posizione del socio in società, e dunque non abbia nessun effetto verso la società stessa: la quale continuerà ad imputare perdite ed utili alle proprie partecipazioni sociali, nel rispetto del divieto ex art. 2265 cod. civ. e senza che neppure sia ravvisabile una frode alla legge ex art. 1344 cod. civ., la quale richiede il perseguimento del fine vietato da parte di un negozio che persegua proprio la funzione di eludere il precetto imperativo”.

La causa dell’operazione di acquisto delle azioni con opzione put

Come affermato dalla stessa Corte

“ragione pratica del meccanismo in discorso (…) è proprio quella di finanziamento dell’impresa, anche indirettamente, mediante il finanziamento ad altro socio, nell’ambito di operazioni di alleanza strategica tra vecchi e nuovi soci”.

In tali accordi

“la causa concreta è mista, in quanto associativa e di finanziamento, con la connessa funzione di garanzia assolta dalla titolarità azionaria e dalla facoltà di uscita dalla società senza la necessità di pervenire, a tal fine, alla liquidazione dell’ente”.

Inoltre, secondo i giudici (v. anche Cass. 29 ottobre 1994, n. 8927):

“gli interessi sottostanti sono analoghi a quelli rinvenibili nel pegno della partecipazione sociale: ove al creditore, pur non socio, è concesso il diritto di voto, al fine del migliore controllo e “garanzia” (in senso atecnico, non trattandosi di un patrimonio che ex art. 2740 cod. civ. si aggiunge a quello del debitore principale, ma di una causa definibile come assicurativa lato sensu) del suo credito”.

“Come il creditore pignoratizio, sebbene non socio, ha comunque interesse a votare per la valorizzazione della partecipazione sociale, la quale costituisce garanzia reale (stavolta in senso tecnico) del suo diritto di credito, così il finanziatore divenuto socio con clausola put ha un sicuro interesse a favorire le buone sorti della società e, con esse, del suo investimento: sia perché ha eseguito il conferimento, avendo investito pur sempre nell’intento di moltiplicare il valore del proprio denaro e non soltanto di recuperarlo dopo un dato periodo di tempo, sia soprattutto perché il suo debitore proprio grazie al successo dell’impresa economica potrà, con assai maggiore probabilità, restituire l’importo pattuito”.

La Corte, in conclusione afferma che:

“nell’opzione put a prezzo preconcordato si assiste all’assoluta indifferenza della società alle vicende giuridiche che si attuano in conseguenza dell’esercizio di essa, le quali restano neutrali ai fini della realizzazione della causa societaria, già per la presenza di elementi negoziali idonei a condizionare il potere di ritrasferimento a circostanze varie, capaci di orientare la scelta dell’oblato nel senso della vendita, ma anche della permanenza in società; onde non ne viene integrata l’esclusione da ogni partecipazione assoluta e costante dalle perdite”.

In tale negozio giuridico,

“il socio finanziatore assume tutti i diritti e gli obblighi del suo status, ponendosi il meccanismo sul piano della circolazione delle azioni, piuttosto che su quello della ripartizione degli utili e delle perdite”.

In sintesi

Se l’opzione put assolve ad una funzione di finanziamento del socio, ai fini di incentivazione dell’impresa economica collettiva, non alterando la causa societaria, non si ritiene che tale clausola possa integrare la violazione del divieto del patto leonino ex art. 2265 c.c.

La scissione negativa: massime notarili e profili civilistici e contabili

La scissione negativa: massime notarili e profili civilistici e contabili

La legittimità della scissione negativa rappresenta da tempo una questione molto dibattuta da parte della dottrina e della prassi notarile, mentre non è stata oggetto di particolare attenzione da parte della giurisprudenza.

Un importante orientamento ammette la legittimità di un’operazione di scissione negativa anche favore di una beneficiaria costituita ex novo e in funzione dell’operazione, purché l’operazione sia corredata da una relazione di stima del patrimonio della scissa da assegnare alla neo costituita società beneficiaria, prevista dall’art. 2343 c.c. (per le spa) e dall’art. 2465 c.c. (per le srl), redatta da un esperto in possesso dei requisiti di professionalità sanciti nell’art. 2501-sexies c.c. Da tale attestazione deve, pertanto, risultare l’esistenza di un valore a copertura del netto patrimoniale negativo assegnato alla beneficiaria.

Consiglio Notarile di Roma

Nel caso in cui il patrimonio assegnato ha valore contabile negativo, ma valore reale positivo il Consiglio Notarile di Roma, in linea con l’orientamento prevalente, ritiene ammissibile la scissione negativa qualora ricorra almeno una delle seguenti condizioni:

  1. che sia intervenuta una rivalutazione del netto assegnato, ai valori correnti, sulla base di una periziaredatta ai sensi degli artt. 2343 o 2343 ter comma 2 b) cod. civ. (ovvero ai sensi dell’art. 2465 cod. civ. nel caso di S.r.l). In questo caso, la società beneficiaria potrebbe essere anche una Newco;
  2. che l’assegnazione sia fatta a favore di una beneficiaria preesistenteil cui patrimonio netto presenti un saldo positivo idoneo ad assorbire il netto negativo assegnatole, senza dar luogo ad una delle situazioni di cui agli artt. 2447 o 2482 cod. civ.;
  3. che la scissione abbia scopo meramente liquidativoe sia posta in essere a favore di una società preesistente in stato di liquidazione, prevedendosi che la società beneficiaria rimanga in stato di liquidazione.

Consiglio Notarile di Firenze

E’ ammissibile la scissione, anche non proporzionale, mediante assegnazione ad una o più beneficiarie di un insieme di elementi patrimoniali attivi il cui valore contabile sia inferiore a quello dell’insieme degli elementi passivi (cosiddetta “scissione negativa”), sempreché il valore economico/reale di quanto complessivamente assegnato sia positivo.
In tal caso si ritiene che la beneficiaria della “scissione negativa” debba essere preesistente e l’operazione debba alternativamente attuarsi:

  1. mediante riduzione delle riserve della beneficiaria (ovvero, in carenza di riserve capienti, del capitale) in misura tale da assorbire il netto contabile trasferito;
  2. mediante rilevazione della minusvalenza.

Documento di ricerca della Fondazione dei Commercialisti.

Il documento di ricerca “La scissione negativa: ammissibilità civilistica e profili contabili” approfondisce il tema della legittimità della scissione c.d. negativa.

il documento si sofferma sull’esame della scissione c.d. negativa, illustrando preliminarmente i tratti caratterizzanti dell’operazione, la natura e le finalità della stessa per poi offrire una ricognizione dei principali orientamenti sviluppatisi in merito all’ammissibilità civilistica.

Per approfondire

Il documento di ricerca “La scissione negativa: ammissibilità civilistica e profili contabili”

La relazione sulla gestione ed il corporate reporting

La relazione sulla gestione ed il corporate reporting

La Relazione sulla gestione costituisce, dal punto di vista normativo, un allegato di bilancio da redigere nel rispetto dei contenuti minimi prescritti dall’art. 2428, c.c. La predisposizione della Relazione è obbligatoria per la generalità delle società di capitali, con esclusione di:

  • società di minori dimensioni che redigono il bilancio in forma abbreviata (art. 2435-bis, comma 7, c.c.) 1 ,
  • micro-imprese (art. 2435-ter, comma 2, c.c.2 ).

Tali soggetti sono esonerati dalla predisposizione del documento in esame a condizione che forniscano apposite informazioni in Nota integrativa, ovvero, nel caso delle micro-imprese, in calce allo stato patrimoniale.

La relazione sulla gestione

La normativa vigente attribuisce alla Relazione sulla gestione, il compito di fornire un’informazione completa sulla situazione reale e potenziale della società, nonché sull’andamento della gestione, dalla sua lettura il destinatario del bilancio dovrebbe poter meglio comprendere i contenuti del bilancio stesso o trarre informazioni che non possano emergere dalla lettura dello stesso documento.

L’art. 2428, c.c., infatti, recita:

“[..] un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società, dell’andamento e del risultato della gestione, nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato, anche attraverso imprese controllate, con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti [..]”.

L’evoluzione della comunicazione finanziaria

L’evoluzione della comunicazione finanziaria è un tema di ampio dibattito a livello nazionale e internazionale. È indubbio che i bilanci costituiscano l’ossatura dell’informativa finanziaria nonché un elemento imprescindibile per la gestione societaria e, ancor più in seguito all’introduzione del principio della derivazione rafforzata anche per i soggetti OIC adopter, per la determinazione della base imponibile.

Modelli di corporate reporting

I legislatori nazionali ambiscono sempre più a prevedere modelli di corporate reporting ampi che, oltre a riportare dati finanziari, informino gli stakeholder su temi non-finanziari come, senza volontà di esaustività, l’utilizzo delle risorse, l’attenzione all’ambiente e al personale, il comportamento deontologico, il modello di business e gli orientamenti strategici.

Per approfondire

Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e Confindustria hanno, quindi, deciso di esaminare la normativa esistente in materia di relazione sulla gestione, documento allegato al bilancio, che ad oggi appare il più adatto a soddisfare i citati bisogni informativi.

Il contributo  aspira, in linea con il passato, a supportare professionisti e imprese nell’ adempimento dei propri compiti giuscontabili, fornendo soluzioni pratiche ed esemplificative inerenti le principali tematiche esaminate.

I metodi di valutazione utilizzati nelle IPO e negli OPV e aumenti di capitale di soggetti non quotati.

I metodi di valutazione utilizzati nelle IPO e negli OPV e aumenti di capitale di soggetti non quotati.

OIV e CONSOB hanno approvato il testo definitivo del Discussion Paper DP. 01/2018 “Le informazioni di natura valutativa nei prospetti relativi alle operazioni di IPO, di OPV e di aumento di capitale da parte di società con titoli non scambiati in mercati regolamentati”

Metodica di mercato (market approach)

Particolarmente interessante è l’approfondimento sui metodi di valutazione utilizzati nelle IPO e negli OPV e aumenti di capitale di soggetti non quotati.

Il punto di partenza del processo di pricing di un’IPO consiste nel comparare le performances operative e finanziarie della società quotanda con quelle di società già quotate operanti nello stesso settore o in settori simili. Ciò sulla base del presupposto che gli investitori fondino la propria decisione se sottoscrivere o acquistare le azioni della società quotanda principalmente sulla base del confronto con società simili già quotate.

Sulla base della metodica di mercato (market approach), infatti, il valore di mercato di una qualsiasi attività può essere ricavato dal valore di attività simili, perché investitori razionali non sarebbero disposti a riconoscere per la specifica attività un prezzo significativamente diverso rispetto a quello che il mercato già riconosce per attività simili.

Lo strumento attraverso cui gli investitori effettuano questo confronto è rappresentato dai multipli di società comparabili (di seguito “i multipli”). Per questa ragione i multipli rappresentano, di norma, un parametro utile per gli investitori ai fini delle proprie considerazioni in merito all’investimento finanziario.

Analogo metodo è utilizzato, inoltre, nelle operazioni di OPV e di aumenti di capitale di società non ammesse alle negoziazioni in mercati regolamentati, nell’ambito delle quali, ai fini della comparazione, vengono prese in considerazioni società quotate o società non quotate, le cui informazioni, in quest’ultimo caso, sono tratte dalla documentazione societaria pubblicata (bilanci, verbali assembleare, ecc.).

Per approfondire

01/2018 “LE INFORMAZIONI DI NATURA VALUTATIVA NEI PROSPETTI RELATIVI ALLE OPERAZIONI DI IPO, DI OPV E DI AUMENTO DI CAPITALE DA PARTE DI SOCIETA’ CON TITOLI NON SCAMBIATI IN MERCATI REGOLAMENTATI”
Scarica il testo del Discussion Paper approvato da CONSOB

Aumento del capitale sociale con “earn out” e “bonus shares

Aumento del capitale sociale con “earn out” e “bonus shares

Aumento del capitale sociale con “earn out” e “bonus shares, realizzando un effetto analogo al c.d. «earn out» dei contratti di compravendita di aziende o partecipazioni. La massima n. 170 del notariato milanese.

Nella recente Massima n. 170, il Consiglio notarile di Milano ha affrontato un caso interessante, ovvero quello in cui la clausola di earn out preveda l’emissione di un numero di azioni ulteriori rispetto a quelle emesse nel momento della sottoscrizione, al verificarsi di condizioni inerenti l’oggetto del conferimento (così realizzando un effetto analogo al c.d. «earn out» dei contratti di compravendita di aziende o partecipazioni).

Ciò comporta una successiva e ulteriore variazione del capitale sociale, ed è pertanto subordinata alla circostanza che la relazione di stima ai sensi dell’art. 2343 c.c. (o ai sensi dell’art. 2343-ter c.c.) attesti che il valore di quanto conferito sia almeno pari all’ammontare dell’aumento di capitale comprendente anche l’importo dell’ earn out.

Aumento di capitale con conferimenti in natura

In caso di aumento di capitale con conferimenti in natura è legittimo prevedere l’emissione, con efficacia in un momento successivo alla sottoscrizione dell’aumento, di un numero di azioni ulteriori rispetto a quelle emesse nel momento della sottoscrizione, al verificarsi di condizioni inerenti l’oggetto del conferimento, quali ad esempio il raggiungimento di determinati risultati economici dell’azienda conferita o della società le cui partecipazioni sono state conferite (così realizzando un effetto analogo al c.d. «earn out» dei contratti di compravendita di aziende o partecipazioni).

Relazione di stima ai sensi dell’art. 2343 c.c.

Siffatta pattuizione, in presenza di azioni con valore nominale, comporta una successiva e ulteriore variazione del capitale sociale, ed è pertanto subordinata alla circostanza che la relazione di stima ai sensi dell’art. 2343 c.c. (o ai sensi dell’art. 2343-ter c.c.) attesti che il valore di quanto conferito sia almeno pari all’ammontare dell’aumento di capitale comprendente anche l’importo dell’ earn out. Diversamente, qualora la società abbia azioni prive di indicazione del valore nominale, la deliberazione che prevedesse la successiva (ed eventuale) emissione di nuove azioni a favore del sottoscrittore potrebbe disporre la sola variazione del numero di azioni di compendio dell’aumento di capitale, mantenendo fermo l’importo dell’aumento di capitale (con conseguente riduzione della parità contabile delle azioni precedentemente emesse), senza necessità della ulteriore «copertura» da parte della relazione di stima.

Bonus shares

È altresì legittimo che in caso di aumento di capitale in denaro la deliberazione di aumento preveda l’emissione, con efficacia in un momento successivo alla sottoscrizione dell’aumento, di un numero di azioni ulteriori rispetto a quelle emesse nel momento della sottoscrizione, al verificarsi di condizioni «soggettive» inerenti ciascun sottoscrittore, quali ad esempio la mancata alienazione delle azioni sottoscritte per un determinato periodo di tempo (dando così luogo all’emissione delle c.d. «bonus shares», talvolta previste per premiare la «fedeltà» dei nuovi azionisti nel periodo successivo a un aumento di capitale).

In tal caso, in mancanza di indicazione del valore nominale delle azioni, la deliberazione di aumento può limitarsi a prevedere l’incremento del numero di azioni emesse a fronte del medesimo conferimento in denaro, senza alcuna modifica dell’importo dell’aumento, bensì con conseguente riduzione della parità contabile delle azioni precedentemente emesse. Diversamente, qualora la società avesse azioni con indicazione del valore nominale, l’emissione delle bonus shares comporterebbe una ulteriore variazione dell’importo dell’aumento che dovrebbe pertanto essere «coperto» da quanto versato dai sottoscrittori in sede di liberazione delle azioni iniziali (dovendosi infatti imputare a capitale, al momento dell’emissione delle bonus shares, una corrispondente parte della riserva vincolata creatasi con l’aumento stesso).

Relazione degli amministratori e il parere di congruità del collegio sindacale

In ciascuno dei casi succitati, la relazione degli amministratori e il parere di congruità del collegio sindacale (o della società di revisione) previsti dall’art. 2441, comma 6, c.c. – ove non rinunciati dall’unanimità dei soci – devono riferirsi al numero massimo delle azioni oggetto di emissione, comprensivo quindi di quelle da assegnare a titolo di earn out o di bonus shares.

Un nuovo servizio di advisory

Abbiamo studiato, inserendolo in un progetto di ricerca dell’ Università Bocconi, un nuovo servizio di consulenza dedicato a PMI  che sentono il bisogno di tornare a pensare come startup ridisegnando l’impresa ed il settore in cui operano.

Per approfondire

Massima n. 170 del Consiglio notarile di Milano

La nuova disciplina delle (PMI) società a responsabilità limitata

La nuova disciplina delle (PMI) società a responsabilità limitata

La nuova disciplina delle (PMI) società a responsabilità limitata. Il nuovo studio del notariato esamina gli interventi normativi con cui il legislatore, nell’arco di quattro mesi, ha sostanzialmente riscritto la disciplina delle società a responsabilità limitata.

Il legislatore ha recentemente sostanzialmente riscritto la disciplina delle società a responsabilità limitata, concedendo alle stesse una serie di opportunità in precedenza riservate al modello azionario che riguardano tanto il piano organizzativo che quello del finanziamento dell’impresa e della circolazione della partecipazione.

La nuova disciplina delle (PMI) società a responsabilità limitata

Ciò è avvenuto, in particolare:

  • estendendo alle PMI in forma di s.r.l. le deroghe al diritto societario previste originariamente per le start up innovative;
  • prevedendo un sistema di circolazione delle quote delle piccole e medie imprese e delle imprese sociali costituite in forma di s.r.l. attraverso i portali per la raccolta di capitali, mediante il recepimento della Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 15 maggio 2014, n. 2014/65/UE, relativa ai mercati degli strumenti finanziari.

Modifiche statutarie

Ne risulta un quadro normativo in cui la società a responsabilità limitata, che è il modello più diffuso nel nostro ordinamento, può assumere, per scelta statutaria, connotazioni notevolmente simili a quelle della società per azioni.

La necessità del ricorso a modifiche statutarie, che potenzialmente possono interessare la stragrande maggioranza delle s.r.l. esistenti, implica l’indispensabile intervento notarile.

Nuove opportunità per le PMI che le sapranno cogliere

La nuova disciplina delle (PMI) società a responsabilità limitata offre strumenti interessanti e nuove opportunità per le PMI che le sapranno cogliere.

In un mercato dinamico i momenti di discontinuità strategica (acquisizione o cessione di azienda, open innovation, restartup) e/o familiare (passaggio generazionale) sono sempre più frequenti ed una struttura societaria flessibile può essere utile a governarli.

Un nuovo servizio di advisory

Per questo abbiamo studiato, inserendolo in un progetto di ricerca dell’ Università Bocconi, un nuovo servizio di consulenza dedicato a PMI (nostro target naturale) che sentono il bisogno di tornare a pensare come startup ridisegnando l’impresa ed il settore in cui operano valorizzando la storia e la tradizione della azienda ed a volte della famiglia.

Perchè le esigenze dell’impresa in questi anni sono cambiate:

  • velocità;
  • innovazione;
  • crescita dimensionale;
  • compagine sociale aperta;
  • curiosità e bisogno formativo di chi fa impresa.

Riferimenti normativi

Per comprendere l’esatta portata delle della disciplina è necessario rifarsi a:

  • decreto legge 24 aprile 2017, n. 50 convertito con legge 21 giugno 2017, n. 96, per ciò che concerne le “deroghe al diritto societario”;
  • d.lgs. 3 agosto 2017, n. 129, per ciò che concerne la circolazione della partecipazione.

Per approfondire

La nuova disciplina delle (PMI) società a responsabilità limitata in uno studio del notariato

Società tra avvocati: perizia, trasformazione e regime fiscale

Società tra avvocati: perizia, trasformazione e regime fiscale

Ad inizio anno abbiamo assistito un noto studio legale milanese nella trasformazione da studio associato in società tra avvocati a responsabilità limitata.

L’ incertezza interpretativa in materia fiscale ci ha posto non pochi dubbi sia per il regime fiscale da applicare sia per gli effetti che questo ha nella predisposizione della perizia di trasformazione.

Ci consola che la nostra interpretazione sia stata recentemente suffragata da un parere dell’Agenzia delle Entrate e ne sintetizziamo in questo articolo le principali conclusioni.

Società tra avvocati

La professione forense è consentita in forma societaria a società di persone, di capitali o cooperative iscritte in apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società, nel rispetto delle seguenti condizioni:

a) i soci, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, devono essere avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni;

b) la maggioranza dei membri dell’organo di gestione deve essere composta da soci avvocati;

c) i componenti dell’organo di gestione non possono essere estranei alla compagine sociale, i soci professionisti possono rivestire la carica di amministratori.

Responsabilità professionale nella società tra avvocati

Anche nel caso di esercizio della professione forense in forma societaria resta fermo il principio della personalità della prestazione professionale. L’incarico può essere svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente. La responsabilità della società e quella dei soci non esclude la responsabilità del professionista che ha eseguito la specifica prestazione. La sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall’albo nel quale è iscritto costituisce causa di esclusione dalla società.

Incertezza interpretativa sulla norma fiscale

Differenti prese di posizione interpretative dell’ Agenzia delle Entrate hanno portato ad una un’obiettiva incertezza interpretativa, chiede chiarimenti in merito alla natura del reddito prodotto dalle società tra avvocati nella forma di società per azioni.

Risoluzione 26 maggio 2003, n. 118/E

L’ Agenzia in relazione alle società costituite ai sensi dell’articolo 16 del D.L.gs 2 febbraio 2001, n. 96, per l’esercizio in forma associata della professione di avvocato, ha asserito che producono reddito di lavoro autonomo, in quanto, come precisato nella relazione governativa il richiamo alla normativa sulle Snc non va inteso nel senso che le società tra avvocati siano annoverabili fra le società commerciali.

Consulenza giuridica ADE

Con riferimento, invece, alle società tra professionisti, disciplinate dall’art. 10 della legge 12 novembre 2011, n. 183 e dal successivo decreto ministeriale 8 febbraio 2013, n. 34, la stessa Agenzia rispondendo ad una consulenza giuridica, ha sostenuto che il reddito prodotto da tali società che possono essere costituite ricorrendo ai tipi societari delle società di persone di capitali o cooperative, deve considerarsi reddito di impresa. Tutto ciò nel presupposto che non assume rilevanza l’esercizio dell’attività professionale, bensì la veste societaria sotto la quale operano.

Regime fiscale delle società tra avvocati STA

In assenza di una esplicita norma, l’esercizio della professione forense svolta in forma societaria costituisce attività d’impresa, in quanto, risulta determinante il fatto di operare in una veste giuridica societaria piuttosto che lo svolgimento di un’attività professionale.

Sul piano fiscale alle società tra avvocati costituite sotto forma di società di persone, di capitali o cooperative, si applicano le previsioni di cui agli articoli 6, ultimo comma, e 81 del TUIR, per effetto delle quali il reddito complessivo delle società in nome collettivo e in accomandita semplice, delle società e degli enti commerciali di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell’art. 73, comma 1, lettere a) e b), da qualsiasi fonte provenga è considerato reddito d’impresa.

Una società per azioni costituita per l’esercizio dell’attività di avvocato ai sensi della legge 31 dicembre 2012, n. 247, come modificata dalla legge 4 agosto 2017, n. 124, deve adottare il regime fiscale previsto per le società di capitali. Conseguentemente deve assoggettare il proprio reddito ad IRES e il valore della produzione ad IRAP.

Per approfondire

Regime fiscale delle società tra avvocati: Natura del reddito prodotto dalle società tra avvocati STA – Art. 4-bis Legge 31 dicembre 2012, n. 247.

Nullità della opzione put per violazione del divieto di patto leonino

Nullità della  opzione put per violazione del divieto di patto leonino

Nullità della opzione put per violazione del divieto di patto leonino. Con la sentenza n.10426/2017 pubbl. il 18/10/2017, il Tribunale Ordinario di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, non ravvisa la nullità dell’opzione put per violazione del divieto di patto leonino ex art.2265 c.c.

Nel caso di specie, parte attrice dichiara la conclusione di un contratto preliminare per la compravendita di quote sociali a seguito dell’esercizio di un’opzione put. L’attore, a seguito dell’ingiustificato rifiuto ad adempiere del convenuto, chiede pronuncia di sentenza costitutiva di trasferimento delle quote ai sensi dell’art.2932 c.c.

Il convenuto, per contro, si difende contestando la nullità dell’opzione put contenuta nell’accordo di investimento, nonché l’intervenuta risoluzione e/o invalidità e/o nullità e/o inefficacia dell’accordo di investimento e, di conseguenza, dell’opzione put in esso contenuta ed infine l’inefficacia dell’opzione put.

Accordo di investimento e patto parasociale (accordo)

Oggetto di contestazione è il diritto dell’attore, contenuto nell’accordo, di cedere, in un arco temporale definito, l’intera partecipazione detenuta nella società a favore del convenuto, con impegno di quest’ultimo ad acquisire le quote “ad un prezzo convenzionalmente stabilito (c.d. opzione put) quantificato nel maggiore tra l’importo di euro 325.000,00 e l’importo derivante da formula matematica coinvolgente gli EBITDA e la posizione finanziaria netta” della società e delle sue partecipate.

“Per effetto dell’esercizio dell’opzione put si intenderà automaticamente perfezionato un contratto preliminare di compravendita (… ) avente ad oggetto l’intera partecipazione (…). Il trasferimento della intera partecipazione (…) avverrà contestualmente al pagamento in denaro, entro i 90 giorni successivi alla data della comunicazione di esercizio dell’opzione put”.

Il convenuto eccepisce la nullità dell’opzione put azionata dall’attore per contrasto con il divieto di patto leonino ex art.2265 c.c. nonché la risoluzione/invalidità/inefficacia dell’accordo per il venir meno dei presupposti posti a base dello stesso, e l’inefficacia dell’opzione put derivante dalle disposizioni dell’accordo.

Il Collegio nel rigettare le domande e le eccezioni del convenuto, afferma che il presupposto per la configurabilità del patto leonino è “il carattere assoluto e costante dell’esclusione dalle perdite o dagli utili”.

Cassazione n. 8927/1994

Il Tribunale di Milano richiama il precedente di legittimità Cass. n. 8927/1994

“perché il limite all’autonomia statutaria dell’art. 2265 c.c. sussista è necessario che l’esclusione dalle perdite o dagli utili costituisca una situazione assoluta e costante. (…) Ciò che la legge (…) pone come limite invalicabile all’autonomia statutaria, non è il mancato bilanciamento tra poteri amministrativi e poteri patrimoniali (…), né una graduazione della ripartizione dei rischi e degli utili dell’impresa sociale difforme dalla quota di partecipazione sociale, ma l’esclusione in modo assoluto e sostanziale dai rischi della perdita e dal diritto agli utili per alcuni soci rispetto ad altri”.

Opzione put e patto leonino

Ne deriva che, l’opzione put determina la configurabilità del c.d. patto leonino (nullo ai sensi dell’art.2265 c.c.) se dall’esercizio della stessa deriva una “costante” e “assoluta” esclusione del socio titolare dell’opzione dalle perdite o dagli utili.

Tale presupposto viene meno nel caso in cui l’accordo non escluda anche il rischio che, nel periodo utile per l’esercizio dell’opzione, le eventuali perdite intacchino sensibilmente il capitale sociale imponendo al titolare dell’opzione di scegliere tra effettuare un nuovo investimento o vedere azzerata la propria partecipazione.

Il Collegio, nel caso di specie, non ravvisa l’esistenza del presupposto necessario per sancire la nullità dell’accordo ed in particolare non ravvisa la nullità della opzione put per violazione del divieto di patto leonino.

Per approfondire:

Opzione put: “Contratto a termine che attribuisce al compratore il diritto di decidere se vendere oppure no un’attività sottostante a (oppure entro) una certa data a un prezzo prefissato”.

Patto leonino ex art. 2265 c.c. : “È nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite”.

Sentenza n. 10426/2017 del Tribunale ordinario di Milano, pubblicata il 18/10/2017