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Archivio per categoria: vita da consulente

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Grande confusione sotto al cielo

9 Ottobre 2026/in Perizie di Stima, Restartup, Riflessioni, vita da consulente/da Perizie di Stima

Grande confusione sotto al cielo

La vera sfida non è soltanto prevedere il futuro, ma costruire imprese capaci di affrontare scenari differenti e di renderne leggibili il valore e i rischi.

«Grande è la confusione sotto il cielo», affermava Mao Zedong, «quindi la situazione è eccellente!». La frase fu pronunciata in un contesto politico lontanissimo dal nostro. La uso come provocazione, perché esprime un’idea che il mondo degli affari conosce bene: nelle fasi di disordine le posizioni acquisite si rimettono in discussione e il vantaggio passa a chi riesce a leggere il cambiamento prima degli altri.

Nelle fasi di disordine le posizioni acquisite si rimettono in discussione e il vantaggio passa a chi riesce a leggere il cambiamento prima degli altri. Share on X

Intelligenza artificiale, tensioni geopolitiche e incertezza economica stanno modificando i criteri con cui investitori e imprenditori valutano le prospettive delle aziende. La vera sfida non è soltanto prevedere il futuro, ma costruire imprese capaci di affrontare scenari differenti e di renderne leggibili il valore e i rischi.

La vera sfida non è soltanto prevedere il futuro, ma costruire imprese capaci di affrontare scenari differenti e di renderne leggibili il valore e i rischi. Share on X
Il presente articolo  è scritto a supporto del Il Laboratorio Professionale Certificato “Valutazioni d’azienda e due diligence” .

Un percorso di alta specializzazione organizzato da Il Sole 24 ORE Business School con la direzione scientifica e coordinamento di Andrea Arrigo Panato

Un mercato M&A più selettivo: valori in crescita, operazioni in calo

Negli ultimi mesi, nella mia attività professionale, riscontro una crescente difficoltà nel formulare previsioni economico-finanziarie attendibili. Non si tratta soltanto di stimare ricavi e margini, ma di comprendere quali saranno le condizioni competitive in cui le imprese opereranno tra tre o cinque anni.

La difficoltà riguarda anche chi investe. Per un investitore è spesso diventato più complicato leggere una PMI: i risultati storici dicono meno del futuro, i vantaggi competitivi sono più difficili da misurare e molte informazioni rilevanti restano nella testa delle persone anziché nei sistemi aziendali. Eppure, in molti casi che seguo, le stesse PMI spesso stupiscono per le prestazioni, in termini di redditività, crescita e capacità di reagire agli shock. Il problema, quindi, non è sempre la performance: è un problema di leggibilità e di rischio. Ciò che l’investitore non riesce a leggere, lo prezza come rischio, e un’impresa eccellente ma opaca viene valutata come un’impresa mediocre.

Questa tensione si ritrova nei dati dell’M&A, a condizione di leggerli per ciò che sono: non un calo generalizzato, ma una divaricazione tra poche operazioni di dimensioni eccezionali e un mercato intermedio che fatica a chiudere.

  • Secondo LSEG, nei primi nove mesi del 2026 il valore delle operazioni annunciate è cresciuto del 28% a 3,9 trilioni di dollari, mentre il numero è diminuito dell’8%. Nel solo terzo trimestre il valore è sceso del 41% rispetto a un secondo trimestre eccezionale, con le operazioni sopra i 10 miliardi passate da 26 a 10. Reuters collega il rallentamento anche all’aumento dei costi di finanziamento.
  • Regno Unito. Nel primo semestre, secondo PwC, il valore è cresciuto del 107% a 124,2 miliardi di sterline mentre il numero di operazioni è calato del 13% a 1.301; dieci operazioni valgono quasi due terzi del totale.
  • Nei primi nove mesi KPMG registra 910 operazioni (−17,5%) per oltre 46 miliardi di euro (−29,3%), rispetto a un 2025 di livelli elevati; la pipeline di operazioni annunciate e non ancora perfezionate supera i 90 miliardi.

 

Il problema non è dunque la mancanza di capitali: il dealmaking sostenuto da private equity è il più forte, per valore, da quando esistono le rilevazioni (1980). È la difficoltà di concordare il prezzo del rischio sui risultati futuri. PwC individua nel mid-market ostacoli quali incertezza geopolitica, divergenze di valutazione, crescita più lenta, inflazione e tassi più elevati e un arretrato di exit del private equity (il 34% delle partecipate è detenuto da oltre cinque anni). E rileva un fatto che riguarda da vicino la nostra professione: i volumi calano nei settori percepiti come esposti all’AI, quali software, servizi IT, servizi professionali, brokeraggio assicurativo e gestione patrimoniale, dove le valutazioni sono state riviste al ribasso, mentre i multipli sono saliti in alcuni sottosettori giudicati meno esposti. Non è una prova di nesso causale, ma è coerente con ciò che riscontro nelle trattative: il prezzo si rompe sul giudizio di durata temporale dei margini più che sulla loro entità.

Tre incertezze che si amplificano a vicenda

  1. Intelligenza artificiale e trasformazione dei modelli di business. Sappiamo che l’AI modificherà profondamente numerosi settori; non sappiamo con sufficiente precisione quanto rapidamente, né quali imprese si approprieranno del valore generato. La domanda corretta non è se l’AI ridurrà i costi, ma chi catturerà il surplus. McKinsey osserva che l’AI fa crollare i costi marginali nei settori ad alto contenuto di lavoro cognitivo e che i servizi fatturati a ore o a giornate sono esposti a concorrenti AI-native con prezzi legati ai risultati. Il vantaggio di produttività può quindi trasferirsi ai clienti, o a nuovi intermediari, anziché restare nei margini dell’impresa. Sono più esposte le attività di esecuzione, meno quelle che incorporano responsabilità, relazione fiduciaria e accountability regolata. Il rischio riguarda in particolare consulenza, software, formazione e servizi professionali, ma interessa progressivamente anche le imprese industriali.
  2. Inflazione, materie prime e costo del capitale. Secondo l’IMF (aprile 2026), nell’ipotesi di un conflitto limitato la crescita globale rallenta al 3,1% nel 2026 e l’inflazione risale, con pressioni concentrate nei paesi emergenti; KPMG segnala tassi di interesse in risalita. Un maggior costo del capitale non riduce soltanto il valore attuale dei flussi: incide su marginalità e fabbisogno di circolante, sostenibilità dell’indebitamento, investimenti programmati e rendimenti attesi dagli investitori, e può modificare la stessa sostenibilità del modello di business.
  3. Geopolitica e frammentazione dei mercati. Guerre, tensioni commerciali, dazi e nuove politiche industriali modificano le condizioni di accesso ai mercati, alle tecnologie e alle materie prime strategiche, con possibili riconfigurazioni delle catene di fornitura, maggiori costi di produzione e distribuzione e la necessità di ripensare la localizzazione degli investimenti. A questi fattori si aggiungono trasformazioni demografiche, carenza di competenze, cambiamenti normativi e concentrazione di molti settori.

Il punto decisivo è che queste incertezze interagiscono, e per questo la semplice estrapolazione dei risultati storici è sempre meno affidabile. L’IMF elenca tra i rischi al ribasso un conflitto più lungo, la frammentazione geopolitica, nuove tensioni commerciali, un ridimensionamento delle attese di produttività da AI e un debito pubblico elevato; PwC rileva che investimenti in AI, spesa per la difesa e debito sovrano competono per lo stesso capitale. Per un’impresa di servizi ne deriva un doppio vincolo: lo stesso shock che rende urgente investire per difendere i margini rende più costoso farlo.

Dall’unico scenario alla distribuzione dei valori

Un business plan con un solo scenario presuppone che il futuro sia una linea; oggi è una distribuzione. Possiamo predisporre modelli finanziari sofisticati, ma quanto valgono se non abbiamo compreso come potrebbe cambiare il mercato in cui l’impresa opera? Alla pianificazione economico-finanziaria occorre affiancare l’analisi di scenario, l’individuazione delle vulnerabilità del modello di business e la costruzione di opzioni strategiche, cioè di risorse e competenze che consentano di reagire modificando investimenti, prodotti e mercati. In valutazione, soprattutto, scenari e tasso di sconto vanno tenuti distinti.

Alla pianificazione economico-finanziaria occorre affiancare l’analisi di scenario, l’individuazione delle vulnerabilità del modello di business e la costruzione di opzioni strategiche Share on X

Rischio e incertezza

Il tasso di sconto remunera il rischio sistematico, quello non diversificabile. L’incertezza specifica sull’impresa, ad esempio se tra tre anni il suo servizio avrà ancora clienti, appartiene ai flussi, non al tasso. Un’impresa esposta a una discontinuità tecnologica non ha un beta più alto: ha una distribuzione dei flussi più ampia e asimmetrica. Risolvere l’incertezza con un premio specifico aggiuntivo comporta due errori. Penalizza in modo uniforme imprese con vulnerabilità diverse, e rischia il doppio conteggio quando i flussi già incorporano ipotesi prudenti. Il premio specifico resta ammissibile, ma va motivato e limitato ai rischi non riflessi nei flussi e non diversificabili.

Un metodo operativo

  1. Individuare due o tre driver critici: velocità di sostituzione delle attività, prezzo unitario, ritenzione dei clienti, costo del capitale.
  2. Costruire tre o quattro scenari internamente coerenti, non una semplice coppia ottimistico/pessimistico.
  3. Sviluppare per ciascuno un piano completo, con gli investimenti necessari e non soltanto i ricavi.
  4. Attribuire probabilità o, dove mancano basi, soglie esplicite, dichiarando che si tratta di giudizi.
  5. Calcolare il valore atteso come media ponderata e riportare la dispersione, non soltanto il centro.
  6. Definire segnali di allerta osservabili (prezzi, tassi di abbandono, tempi di adozione) che indichino quale scenario si sta realizzando.

Perché conta: un esempio illustrativo

Due imprese hanno lo stesso caso base, con un enterprise value di 40 milioni di euro. L’impresa A poggia su vantaggi difendibili, la B su vantaggi fragili. I valori sono di fantasia.

Caso base Scenario intermedio Scenario di discontinuità Valore atteso
Impresa A (vantaggi difendibili) 40 (p 50%) 36 (p 40%) 30 (p 10%) 37,4
Impresa B (vantaggi fragili) 40 (p 40%) 26 (p 40%) 8 (p 20%) 28,0

 

Un rialzo uniforme del tasso di sconto di due punti (dal 9% all’11%, con crescita del 2%, in una semplificazione alla Gordon) riduce il caso base a circa 31,1 milioni per entrambe. Tratta le due imprese come identiche, mentre il valore atteso per scenari le separa di quasi dieci milioni.

Due precisazioni. La flessibilità ha un valore proprio: quanto più alta è l’incertezza, tanto più valgono le opzioni di modificare investimenti, prodotti e mercati (logica delle opzioni reali). E il valore terminale è il punto più fragile, perché proietta in perpetuo margini che il mercato potrebbe erodere. In un contesto incerto è più prudente modellare una convergenza graduale del rendimento sul capitale investito verso il costo del capitale.

Vantaggi competitivi: per quanto tempo resteranno difendibili?

Ogni impresa dovrebbe saper spiegare perché i clienti la scelgono, quali fattori ne sostengono la redditività e quali ostacoli incontrerebbe un concorrente che volesse replicarne l’offerta. Oggi serve una domanda ulteriore: per quanto tempo questi vantaggi continueranno a esistere? In valutazione equivale al competitive advantage period, l’orizzonte entro cui l’impresa rende più del costo del capitale. L’orizzonte esplicito del piano dovrebbe coincidere con questa stima, seguito da una convergenza graduale verso rendimenti normali anziché da un salto diretto al valore terminale.

L’adozione della tecnologia, di per sé, non è un vantaggio: se tutti dispongono degli stessi modelli, la differenza dipende dalla capacità di combinarli con dati, processi e relazioni difficilmente replicabili. È la tesi di McKinsey, che individua come fonti di durabilità la scala, i dati privilegiati, l’integrazione nei processi del cliente, gli effetti di rete, gli asset vincolati e la fiducia. Da questa tassonomia propongo una lettura per velocità di decadimento, che è una mia valutazione e non un dato.

Fonte del vantaggio Decadimento atteso Segnale di erosione
Competenze di esecuzione e produzione di output standardizzati Rapido Calo del prezzo per unità di output; entranti AI-native
Software basato su funzionalità replicabili Rapido Offerte sostitutive a costo inferiore
Portafoglio clienti senza costi di sostituzione Medio Aumento dell’abbandono verso alternative
Dati proprietari cumulativi, protetti e utilizzabili Lento Concorrenti con dati equivalenti
Integrazione nei processi e costi di sostituzione Lento Riduzione dei costi di migrazione
Fiducia e accountability in ambiti regolati; asset fisici o licenze Lento Cambiamenti regolatori; uscita dal perimetro

A queste va applicato un ulteriore filtro, che collega la strategia al tema della trasferibilità: un vantaggio che dipende dalle persone chiave decade alla velocità con cui quelle persone escono dall’impresa.

Attenzione ai concorrenti che ancora non conosciamo

Tradizionalmente le imprese studiano i concorrenti attuali, confrontandone prezzi, prodotti e strategie. Oggi non basta: il principale concorrente futuro potrebbe operare in un settore completamente diverso. Pensiamo a piattaforme tecnologiche che integrano servizi prima forniti da operatori indipendenti, a imprese industriali che sfruttano dati e relazioni con i clienti per sviluppare servizi avanzati, a società di consulenza che trasformano le proprie competenze in software scalabile, a nuovi operatori AI-native con strutture di costo radicalmente inferiori. La tecnologia rende permeabili i confini tra settori. Occorre quindi chiedersi chi potrebbe entrare nel nostro mercato, con quali risorse e con quale proposta di valore.

La tecnologia rende permeabili i confini tra settori. Occorre quindi chiedersi chi potrebbe entrare nel nostro mercato, con quali risorse e con quale proposta di valore. Share on X

Un caso costruito per fini didattici: Alfa Servizi Digitali

Per illustrare il punto uso un caso, costruito su dinamiche che si riscontrano di frequente nelle trattative. I numeri sono di fantasia.

Alfa è una società di servizi digitali per imprese industriali, con 12 milioni di euro di ricavi e un EBITDA di 2,4 milioni (20%). Il fondatore, che ne detiene il 100%, apre un processo di vendita con un piano che porta l’EBITDA a 3,6 milioni in tre anni e chiede un enterprise value di 21 milioni, pari a 8,75 volte l’EBITDA corrente.

Il compratore, un operatore strategico, non contesta il livello dei margini attuali. Contesta la loro durata, per tre ragioni.

  1. Il 60% dei ricavi deriva da attività a giornata, di analisi e sviluppo su commessa, che l’AI rende progressivamente replicabili da concorrenti con strutture di costo inferiori.
  2. I clienti più rilevanti hanno contratti annuali, senza costi di sostituzione significativi.
  3. Il fondatore gestisce direttamente la relazione con i cinque principali clienti, che pesano per il 50% dei ricavi, e il know-how critico è concentrato in tre persone.

Il compratore costruisce tre scenari: continuità dei margini attuali, erosione graduale per pressione sui prezzi, discontinuità per sostituzione dei servizi più standardizzati. Il valore atteso, ponderato per probabilità, è inferiore alla richiesta di circa un terzo.

Valore (€ mln)
Richiesta del venditore (scenario unico) 21,0
Scenario di continuità (p 30%) 21,0
Scenario di erosione (p 45%) 16,0
Scenario di discontinuità (p 25%) 9,0
Valore atteso, persone chiave ipoteticamente stabili 15,75
Sconto per dipendenza dal fondatore e concentrazione del know-how −1,35
Valore atteso del compratore 14,4

 

Il divario di 6,6 milioni non è omogeneo. Circa 5,25 milioni (l’80%) derivano da un diverso giudizio sulla durata dei margini. Circa 1,35 milioni (il 20%) dipendono dal gap di trasferibilità: il compratore non sconta il rischio che il mercato cambi, ma quello che il valore esca con le persone.

I due divari richiedono rimedi diversi. Il primo si risolve con un meccanismo di prezzo: le parti concordano 15 milioni alla firma più un earn-out fino a 3,5 milioni, legato al mantenimento dei principali clienti e alla quota di ricavi ricorrenti nei due anni successivi. Il secondo richiede un lavoro che il venditore avrebbe dovuto fare prima: contratti pluriennali con i clienti chiave, relazioni distribuite su più persone, know-how documentato, un secondo livello di management. Dove manca, il compratore lo sostituisce con un periodo di affiancamento del fondatore e con una parte del corrispettivo differita.

Alfa avrebbe incassato di più se avesse trasformato, prima di vendere, una parte delle attività a giornata in servizi ricorrenti e distribuito le relazioni. Sarebbe stato sufficiente un lavoro di diciotto mesi, indipendente dall’intenzione di vendere.

Il compratore paga ciò che può verificare

Quando le previsioni perdono affidabilità, il compratore paga solo ciò che è dimostrabile e sopravvive all’uscita del fondatore. Il divario tra venditore e compratore ha così due componenti: un divario di aspettative sui risultati e un gap di trasferibilità, cioè la quota di valore che resta legata a persone, relazioni e conoscenze non incorporate nell’organizzazione. L’incertezza amplifica la seconda.

Il divario tra venditore e compratore ha così due componenti: un divario di aspettative sui risultati e un gap di trasferibilità, cioè la quota di valore che resta legata a persone, relazioni e conoscenze non incorporate nell’organizzazione.… Share on X

Il mercato oggi richiede criteri di valutazione più esigenti: la qualità e la ricorrenza dei risultati, la conversione dell’EBITDA in flussi di cassa, gli investimenti necessari per mantenere la competitività, la vulnerabilità ai nuovi entranti, la trasferibilità di know-how e relazioni, la capacità del management di affrontare scenari differenti. Un’impresa con redditività attuale elevata ma facilmente aggredibile può risultare meno interessante di un’altra con margini inferiori ma sostenuti da vantaggi più solidi. Per questo preparare la vendita significa anzitutto rendere comprensibili, dimostrabili e trasferibili le ragioni per cui l’impresa continuerà a creare valore.

Guardare l’impresa con gli occhi di un investitore

Le trasformazioni in corso creeranno opportunità straordinarie per le imprese capaci di innovare, riposizionarsi e acquisire competenze. Ma chiedono una disciplina strategica che l’imprenditore, immerso nell’operatività quotidiana, fatica spesso a esercitare su se stesso.

Per questo uno degli esercizi più utili è simulare l’attrattività della propria impresa per un investitore. Non perché si debba vendere, ma perché la lente dell’investitore non ammette alibi. Costringe a rispondere, con evidenze e non con convinzioni, a domande che l’abitudine rende opache. Rendere l’impresa leggibile, cioè comprensibile, misurabile e trasferibile, è il modo più diretto per ridurre il rischio che l’investitore le attribuisce.

  1. Da dove proviene effettivamente il valore, e quanta parte dipende da persone, relazioni o conoscenze non trasferibili?
  2. Quanto è difendibile il vantaggio competitivo, e per quanto tempo lo sarà se un concorrente oggi sconosciuto entrasse nel mercato con costi radicalmente inferiori?
  3. Quali asset e competenze occorre costruire, e in quale ordine, per rendere i risultati più ricorrenti, documentabili e indipendenti dalle singole persone?
uno degli esercizi più utili è simulare l’attrattività della propria impresa per un investitore. Non perché si debba vendere, ma perché la lente dell’investitore non ammette alibi. Costringe a rispondere, con evidenze e non con convinzioni, a… Share on X

Chi affronta l’esercizio non sempre lo fa con l’obiettivo di cedere l’azienda o di passare il testimone agli eredi. Spesso punta ad un risultato altrettanto concreto: ridefinire strategia e modello di business per migliorare la qualità e la sostenibilità della performance. È un lavoro che dovrebbe essere svolto indipendentemente dalla volontà di vendere. Ma che, se la vendita arriverà, avrà già fatto buona parte del prezzo.

Come Studio proponiamo una simulazione riservata di attrattività dell’impresa dal punto di vista di un investitore, con una lettura dei driver di valore, della durata dei vantaggi competitivi e del gap di trasferibilità. È uno dei nostri servizi più apprezzati.

Perché il vero vantaggio competitivo non consiste nel prevedere esattamente il futuro, ma nel costruire un’impresa capace di continuare a creare valore anche quando il futuro sarà diverso da quello previsto. Share on X

Perché il vero vantaggio competitivo non consiste nel prevedere esattamente il futuro, ma nel costruire un’impresa capace di continuare a creare valore anche quando il futuro sarà diverso da quello previsto.

Fonti e approfondimenti

  • KPMG, Mercato M&A in Italia, primi nove mesi 2026 (2 ottobre 2026)
  • PwC UK, UK M&A Mid-Year Outlook 2026
  • Reuters (dati LSEG), Global M&A deal rush fades in third quarter as rising borrowing costs bite (1 ottobre 2026)
  • PwC, Global M&A industry trends: 2026 mid-year outlook
  • Mergermarket (ION Analytics), M&A highlights 9M26
  • IMF, World Economic Outlook, April 2026: Global Economy in the Shadow of War
  • McKinsey, From AI table stakes to AI advantage: Building competitive moats (15 maggio 2026)

Dati e fonti verificati al 9 ottobre 2026. Il caso Alfa Servizi Digitali e l’esempio delle imprese A e B sono costruiti per fini didattici, con valori di fantasia.

L’articolo è stato predisposto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono dell’Autore. Il testo è stato sottoposto a revisione ma potrebbe contenere imprecisioni o errori. Vi ringrazio fin da ora per eventuali segnalazioni.

Dobbiamo tornare a fare cose difficili

6 Ottobre 2026/in Restartup, Riflessioni, vita da consulente/da Riflessioni

Dobbiamo tornare a fare cose difficili

Per imprese e professionisti il problema torna a essere il più antico: comprendere il contesto, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

L’intelligenza artificiale rende sempre più semplice l’esecuzione. Per imprese e professionisti il problema torna a essere il più antico: comprendere il contesto, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

Una proposta di acquisizione analizzata dalla stessa AI (sia per l’imprenditore, sia per l’advisor)

Si consideri, a titolo illustrativo, un imprenditore preparato alla guida di un’azienda che cresce da anni, senza particolari rendite di posizione, in un settore che cambia rapidamente. Un giorno riceve da un investitore una proposta preliminare per acquistare tutta o parte della società. Nel linguaggio dell’M&A il documento si chiama spesso LOI, Letter of Intent, o lettera d’intenti: non è il contratto definitivo di vendita, ma mette per iscritto i principali termini sui quali il potenziale acquirente è disposto a proseguire la trattativa.

La LOI indica, di norma, il valore attribuito all’azienda, il prezzo pagato al momento della vendita, l’eventuale quota di prezzo legata ai risultati futuri, i meccanismi di aggiustamento, il periodo di esclusiva durante il quale il venditore si impegna a non trattare con altri acquirenti e le verifiche che l’investitore intende svolgere prima di assumere un impegno definitivo. È il documento che trasforma una manifestazione di interesse in una trattativa.

L’imprenditore carica la proposta in un assistente di intelligenza artificiale e in pochi minuti ottiene una sintesi ordinata: prezzo indicativo, meccanismo di aggiustamento, earn-out (la parte di prezzo corrisposta in un secondo momento e solo al raggiungimento di risultati prestabiliti), esclusiva, condizioni sospensive e clausole che meritano attenzione. Il risultato può essere molto buono ed è ormai alla portata di quasi tutti. Se il consulente chiamato il giorno successivo si limita a consegnare la stessa analisi, con qualche dettaglio in più e una veste più professionale, restituisce al cliente qualcosa che questi in larga parte già possiede. Non c’è nulla di sorprendente: è la conseguenza di una tecnologia che riduce drasticamente il costo dell’elaborazione delle informazioni.

Il valore del consulente

Il valore del consulente dipende anzitutto dalla conoscenza del contesto in cui la proposta è stata formulata: le operazioni precedenti del potenziale acquirente, il suo comportamento in due diligence e negli aggiustamenti di prezzo, il modo in cui ha trattato gli imprenditori dopo il closing. Dipende poi dalla capacità di costruire strutture diverse da quella proposta, con una differente combinazione tra prezzo al closing ed earn-out, altri meccanismi di protezione, un diverso trasferimento del rischio tra compratore e venditore. Dipende, infine, dalla scelta, che nessun documento contiene per intero. Sono queste le cose difficili della professione, e ne discende un quesito per chiunque la eserciti: quante delle attività che fino a ieri si consideravano professionali erano davvero difficili.

L’IA è veloce, la costruzione delle competenze procede più lentamente

I dati descrivono una trasformazione rapida. Secondo l’Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti ha utilizzato tecnologie di intelligenza artificiale, contro l’8,2% del 2024 e il 5,0% del 2023: in un anno l’adozione è raddoppiata. Lo stesso comunicato individua un ostacolo rilevante: la mancanza di competenze adeguate è la barriera indicata dal 58,6% delle imprese che hanno preso in considerazione l’IA senza adottarla. La tecnologia è disponibile; scarseggia la capacità di usarla bene (Istat, Imprese e ICT – Anno 2025, 15 dicembre 2025).

Il McKinsey Global Institute stima che le tecnologie già dimostrate potrebbero automatizzare, in linea teorica, attività corrispondenti a circa il 57% delle ore lavorate negli Stati Uniti. Si tratta di un potenziale tecnico, non di una previsione sull’occupazione, e lo studio precisa che l’adozione richiederà tempo. Più rilevante per la tesi di questo articolo è un’altra conclusione: oltre il 70% delle competenze richieste dai datori di lavoro viene impiegato sia nelle attività automatizzabili sia in quelle che richiedono l’intervento umano.

Cambia il modo di impiegare le competenze, mentre resta la necessità di possederle (McKinsey Global Institute, Agents, robots, and us: Skill partnerships in the age of AI, novembre 2025).

Il dibattito tende a presentare l’IA come strumento di efficienza: preparare un documento più rapidamente, analizzare centinaia di pagine, confrontare contratti, riclassificare informazioni, elaborare scenari.

Sono vantaggi reali, ma l’efficienza tecnologica si diffonde in fretta e, quando tutti dispongono di strumenti comparabili, cessa di essere una fonte stabile di differenziazione.

Diventa decisivo l’impiego del tempo, delle informazioni e della capacità di elaborazione che la tecnologia restituisce.

Si sostiene spesso che l’IA libererà tempo per fare più consulenza, e ciò è vero solo per chi possiede le competenze necessarie per farla.

La stessa tecnologia consente di produrre più velocemente e, soprattutto, di studiare di più, formulare ipotesi, confrontare precedenti e mettere alla prova le proprie convinzioni. Se cambia il servizio, devono cambiare le competenze di chi lo presta.

Il mercato professionale sta cambiando

Alla trasformazione tecnologica si sovrappone il consolidamento dei servizi professionali. Per decenni una parte importante della professione in Italia si è sviluppata attorno al piccolo studio costruito sulla figura del titolare. È stato un modello efficace, che ha garantito prossimità, fiducia personale e conoscenza profonda del cliente, ma presenta limiti evidenti: il micro-studio fatica a sostenere investimenti tecnologici, a sviluppare specializzazioni diverse, a costruire percorsi di crescita per i giovani e a funzionare indipendentemente dal fondatore.

Lo stesso problema si osserva in molte PMI. Un’impresa può essere redditizia, avere ottimi clienti e persone competenti, e conservare tuttavia una parte rilevante del proprio valore concentrata nella persona dell’imprenditore.

Questa vulnerabilità strutturale è il gap di trasferibilità, cioè la quota di valore che non rimane nell’organizzazione quando il fondatore cessa di essere indispensabile.

Vale per un’impresa industriale, per una società di servizi e per uno studio professionale.

Gli investitori se ne sono accorti.

Nel febbraio 2026 Augens Capital, independent sponsor italiano specializzato in operazioni di buy-and-build, ha investito in SRG Associati per costruire una piattaforma scalabile nei servizi professionali: inizialmente amministrativi, contabili, fiscali e del lavoro per le PMI, da estendere nel tempo a finanza agevolata, consulenza ESG e M&A. La tesi di investimento dichiarata richiama il ricambio generazionale, l’avvento delle nuove tecnologie e una tendenza al consolidamento che vede numerosi professionisti associarsi in studi di maggiori dimensioni (Augens Capital, SRG Associati). Aggregare, tuttavia, non significa creare valore automaticamente: la dimensione produce valore solo quando si traduce in maggiore qualità, capacità di investimento, organizzazione e servizio per il cliente.

La boutique professionale aumentata dalla tecnologia

La scala risponde a limiti reali della professione tradizionale, ma comporta a sua volta un rischio organizzativo: quando un’organizzazione cresce molto, soprattutto per acquisizioni successive, deve evitare che industrializzazione significhi standardizzazione e che maggiore efficienza comporti maggiore distanza dal cliente. Nelle grandi società di consulenza accade non di rado che tra il professionista senior, che costruisce la relazione, e le persone che svolgono concretamente gran parte dell’attività vi sia una distanza considerevole.

L’alternativa, quindi, non è scegliere tra piccolo e grande. Può emergere una terza configurazione, la boutique professionale aumentata dalla tecnologia:

una struttura abbastanza organizzata da possedere metodo, specializzazione, cultura del dato e capacità di investimento, e abbastanza compatta da mantenere il rapporto diretto con il cliente, la responsabilità personale dei professionisti senior e una forte personalizzazione del servizio. In questo contesto l’intelligenza artificiale ha una funzione diversa dalla riduzione dei tempi: consente a una boutique di svolgere attività che fino a pochi anni fa richiedevano organizzazioni molto più grandi, come analizzare quantità maggiori di informazioni, costruire rapidamente scenari, strutturare basi informative interne, confrontare operazioni, rendere accessibile il know-how dello studio, automatizzare attività ripetitive e ridurre i livelli organizzativi necessari alla produzione. L’obiettivo è impiegare le competenze migliori dove producono più valore.

A questo si aggiunge il tema del perimetro. Le imprese che affrontano una discontinuità strategica raramente hanno un problema riconducibile a una sola disciplina. Una cessione richiede insieme valutazione d’azienda, corporate finance, fiscalità, diritto societario, due diligence, organizzazione e conoscenza del settore; un passaggio generazionale coinvolge governance, valutazione, diritto successorio, fiscalità e, soprattutto, relazioni tra persone; una ristrutturazione richiede ancora competenze diverse. Difficilmente tutte possono essere eccellenti all’interno della stessa struttura, e la questione diventa la capacità di orchestrarle.

Una boutique può disporre di un nucleo stabile e compatto e, intorno a questo, di un perimetro mobile di collaborazioni qualificate, selezionate in funzione del problema. Si tratta di una piattaforma professionale in cui sono definiti metodo, responsabilità, standard qualitativi, modalità di collaborazione e governo della relazione con il cliente, e non di una rete occasionale di indirizzi. Il vantaggio economico è significativo: si riducono i costi fissi necessari per mantenere internamente competenze usate solo occasionalmente, aumenta la possibilità di scegliere lo specialista più adatto al singolo caso e la tecnologia abbatte ulteriormente i costi di coordinamento della rete. Il risultato atteso è un miglioramento del rapporto tra qualità e prezzo, e questo è probabilmente uno dei territori più interessanti su cui sperimentare nuovi modelli professionali nei prossimi anni.

Quattro competenze difficili

Se una parte crescente dell’esecuzione diventa accessibile, restano almeno quattro competenze che la tecnologia può amplificare ma difficilmente creare da sola. Servono all’imprenditore che deve scegliere chi affiancarsi e al giovane che deve decidere quale professionista diventare.

Competenza Criterio per l’imprenditore Criterio per il giovane
Contesto Il consulente conosce il settore, l’azienda e il momento che l’imprenditore sta attraversando. Il giovane impara a comprendere le imprese, non soltanto a svolgere attività professionali.
Esperienza Il consulente ha già affrontato problemi analoghi e riconosce comportamenti e dinamiche delle controparti. Il giovane accede a operazioni reali e a professionisti dai quali imparare.
Alternative Il consulente costruisce soluzioni migliori e non si limita a spiegare quella che ha davanti. Il giovane impara a formulare scenari, non soltanto a calcolare ciò che gli viene chiesto.
Responsabilità Il consulente formula un giudizio e ne risponde professionalmente. Il giovane si abitua ad assumere la responsabilità delle proprie valutazioni.

Contesto. Comprendere il contesto significa conoscere il settore, l’azienda e il momento che sta attraversando, ed è ciò che consente di leggere una proposta di acquisizione in relazione alla storia dell’impresa e alle intenzioni della controparte, anziché in astratto. Per un giovane vuol dire spingersi oltre l’attività assegnata e individuare il problema di impresa al quale quell’attività risponde.

Esperienza. Chi ha già affrontato problemi analoghi riconosce comportamenti e dinamiche delle controparti: come un acquirente negozia un earn-out, come conduce la due diligence, come reagisce quando emergono rilievi sul prezzo. È un sapere che si acquisisce soltanto partecipando a operazioni reali, ed è la ragione per cui, per un giovane, scegliere lo studio in cui crescere conta quanto scegliere la specializzazione.

Alternative. Il buon consulente non si limita a individuare i problemi nella proposta ricevuta: presenta una possibile struttura, ne affianca altre due e mostra come cambia in ciascuna il rischio per entrambe le parti. L’IA aiuta enormemente a costruire quelle alternative, ma occorre sapere quali valga la pena costruire. Per un giovane significa esercitarsi a formulare scenari, anziché soltanto a calcolare ciò che gli viene chiesto.

Responsabilità. Il consulente formula un giudizio e ne risponde professionalmente; il giovane vi si prepara assumendosi, progressivamente, la responsabilità delle proprie valutazioni.

Il casello e il Telepass

Una parte ancora rilevante dell’attività degli studi professionali consiste nell’intermediazione informativa e documentale tra impresa e amministrazione, e la tecnologia ne riduce progressivamente il valore economico.

L’immagine è quella del casello autostradale: l’addetto allo sportello può diventare ogni anno più veloce ed efficiente, ma accanto a lui il Telepass ha eliminato lo sportello. Svolgere più rapidamente un’attività che la tecnologia rende superflua non è una strategia sostenibile, e la via d’uscita non consiste nell’aprire una corsia più veloce, bensì nell’individuare quali problemi restano difficili.

Tornano così elementi molto antichi della professione, cioè professionalità, giudizio, relazione e fiducia, tanto più importanti quanto più aumenta la quantità di informazioni disponibili.

Un imprenditore che deve vendere l’azienda, aprire il capitale, affrontare una crisi o decidere come trasferirla ai figli non ha bisogno soltanto di una risposta tecnicamente corretta. Ha bisogno di un interlocutore che lo aiuti a esplorare un territorio spesso sconosciuto, a individuare alternative, a comprenderne le conseguenze e infine a decidere.

Tornare a fare cose difficili

La trasformazione in corso può essere letta con un certo ottimismo. L’intelligenza artificiale non rende la professione meno interessante: la costringe a diventarlo o, se si preferisce, a riscoprire se stessa.

Il piccolo studio centrato sugli adempimenti dovrà evolvere; le grandi piattaforme dovranno dimostrare che la scala convive con qualità, indipendenza di giudizio e vicinanza al cliente; le boutique avranno l’opportunità di utilizzare tecnologia, specializzazione e reti professionali per raggiungere capacità fino a ieri riservate a organizzazioni molto più grandi, senza replicarne struttura, costi e livelli gerarchici. La tecnologia, da sola, non garantisce nessuno di questi esiti: servono competenze, organizzazione e studio continuo.

Per gli imprenditori significa scegliere i consulenti in base alla qualità delle persone, al metodo che utilizzano e alla capacità di costruire alternative, e non in base al numero di professionisti che possono sedere attorno a un tavolo. Per i giovani significa prepararsi a diventare molto bravi per meglio comprendere imprese, persone e problemi complessi.

Dobbiamo tornare a fare cose difficili, perché è lì che continueranno a incontrarsi valore economico e valore professionale.


Questo post è stato scritto con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono dell’Autore.

Il testo è stato sottoposto a revisione ma potrebbe contenere imprecisioni o errori. Vi ringrazio fin da ora per eventuali segnalazioni.

Il valore dell’impresa dipende anche dalla sua capacità di raccontarsi

18 Luglio 2026/in Acquisizione e cessione di azienda, Crisi e risanamento di impresa, Operazioni straordinarie, Passaggio generazionale, Perizie di Stima, Restartup, Riflessioni, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Riflessioni

Il valore dell’impresa dipende anche dalla sua capacità di raccontarsi

Aswath Damodaran ricorda spesso che la valutazione d’azienda è un matrimonio tra storie e numeri. La storia descrive ciò che l’impresa potrebbe diventare; i numeri verificano se quella prospettiva sia ragionevole, sostenibile e coerente con le risorse disponibili.

Per Damodaran ogni numero nella valutazione d’azienda deve avere una storia allegata. E ogni storia che racconti su un’azienda deve avere un numero allegato

Nella pratica professionale, tuttavia, viene dedicata molta attenzione ai numeri e relativamente poca alla qualità della storia che dovrebbe spiegarli. Si analizzano bilanci, marginalità, posizione finanziaria, investimenti e flussi di cassa. Più raramente ci si domanda se l’impresa sia realmente leggibile per chi la osserva dall’esterno e, talvolta, persino per chi vi lavora o dovrebbe ereditarne la guida.

La leggibilità dell’impresa non è un tema di comunicazione in senso stretto. Non coincide con la qualità del sito internet, con la presentazione istituzionale o con l’efficacia di una campagna promozionale. Riguarda la capacità di spiegare in modo semplice e verificabile che cosa rende l’azienda diversa, quali scelte ne hanno determinato l’identità, perché i clienti continuano a sceglierla e quali condizioni possono sostenerne lo sviluppo futuro.

È una componente spesso sottovalutata del valore.

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Quando l’impresa non riesce a spiegarsi alla propria famiglia

Recentemente ho tenuto una lezione destinata a tre generazioni di una nota impresa familiare. Una realtà solida, con una lunga storia imprenditoriale e un’identità di prodotto riconoscibile.

Mi ha colpito la difficoltà dell’azienda nel coinvolgere le nuove generazioni. Non per una loro mancanza di interesse verso l’attività imprenditoriale, ma perché l’impresa non era riuscita a trasmettere loro le ragioni profonde del proprio percorso.

La storia aziendale era conosciuta attraverso episodi frammentari, ricordi personali e consuetudini consolidate. Non era stata ricostruita come una sequenza di decisioni imprenditoriali: le scelte sui prodotti, gli investimenti affrontati nei momenti più difficili, i clienti conquistati, gli errori corretti, le opportunità a cui si era deciso di rinunciare.

Queste decisioni avevano costruito nel tempo il DNA dell’impresa, ma erano rimaste in larga parte implicite.

Le nuove generazioni vedevano l’azienda esistente, non il processo attraverso il quale era stata costruita. Conoscevano i risultati, ma non sempre le intuizioni, i rischi e i criteri che li avevano resi possibili.

Il passaggio generazionale diventa più difficile quando ciò che deve essere trasferito non è stato reso esplicito. Non si trasferiscono soltanto partecipazioni, ruoli o responsabilità. Si trasferiscono anche una cultura imprenditoriale, un metodo decisionale e una particolare interpretazione del mercato.

Quando questo patrimonio rimane affidato alla memoria del fondatore, rischia di disperdersi o di essere percepito come un insieme di regole prive di una motivazione.

Raccontare l’impresa, in questo contesto, significa rendere trasmissibile la sua identità. Non serve a celebrare il passato, ma a offrire alle generazioni successive gli elementi necessari per comprendere quali caratteristiche debbano essere conservate e quali possano essere rimesse in discussione.

La stessa difficoltà nelle operazioni di M&A

Una situazione simile si è presentata in una recente operazione di M&A.

L’impresa oggetto di analisi era di grande qualità. Aveva sviluppato competenze distintive, una buona reputazione sul mercato, relazioni consolidate con clienti importanti e prospettive interessanti. Eppure faticava a rappresentare in modo ordinato le ragioni del proprio valore.

I dati economici erano disponibili. Mancava, almeno inizialmente, un collegamento sufficientemente chiaro tra quei dati e il modello di business.

Non risultava immediato comprendere quali ricavi fossero realmente ricorrenti, quali competenze rendessero difficile sostituire l’azienda, quale fosse la qualità delle relazioni commerciali, quali investimenti avessero generato il vantaggio competitivo e quali condizioni fossero necessarie per sostenere la crescita.

In un’operazione straordinaria questa difficoltà può avere conseguenze concrete.

L’investitore non acquista soltanto risultati storici. Acquista una prospettiva futura, assumendosi il rischio che le ipotesi formulate non si realizzino. Se l’impresa non riesce a spiegare con chiarezza il proprio funzionamento, il potenziale acquirente tende a compensare l’incertezza attraverso richieste di approfondimento, meccanismi di protezione contrattuale o una minore disponibilità a riconoscere valore.

Una società poco leggibile viene spesso percepita come più rischiosa, anche quando la qualità industriale è elevata.

La capacità di raccontarsi incide quindi sulla cosiddetta equity story, ma non dovrebbe essere considerata una tecnica finalizzata ad aumentare artificialmente il prezzo. Una buona equity story non nasconde le criticità e non sostituisce l’analisi. Al contrario, ordina le informazioni e consente di distinguere meglio i punti di forza dalle ipotesi ancora da verificare.

La narrazione diventa credibile quando permette di comprendere la relazione tra strategia, risultati economici e fabbisogno finanziario.

Quando il racconto genera fiducia

In un’altra esperienza recente, relativa al rilancio di un’impresa, ho osservato il fenomeno opposto.

L’azienda è stata capace di rappresentare con chiarezza il proprio progetto, senza minimizzare le difficoltà. Ha spiegato la qualità delle competenze esistenti, la solidità del prodotto, le cause della crisi, le discontinuità necessarie e il percorso attraverso il quale intendeva tornare a creare valore.

Il racconto era efficace perché non cercava di sostituire i numeri. Li rendeva comprensibili.

Le ipotesi industriali erano sostenute da dati, analisi di mercato, obiettivi misurabili e responsabilità definite. Le criticità erano dichiarate, non nascoste. Il piano non prometteva una crescita generica, ma indicava le condizioni necessarie per realizzarla.

Questa capacità ha contribuito a creare fiducia intorno al progetto. Una fiducia che l’impresa è riuscita a trasformare in coinvolgimento da parte di investitori, finanziatori, collaboratori e partner industriali.

Nei processi di rilancio la fiducia non è una variabile accessoria. È una risorsa economica. Riduce la diffidenza degli interlocutori, facilita il confronto sulle soluzioni e aumenta la disponibilità a sostenere un progetto ancora esposto a incertezza.

Naturalmente, la fiducia non può essere costruita soltanto attraverso una buona presentazione. Deve poggiare su competenze reali, comportamenti coerenti e informazioni affidabili. Ma anche un progetto solido può non trovare sostegno se l’impresa non è in grado di renderlo leggibile.

Raccontarsi non significa fare storytelling

Il termine “racconto” può generare qualche equivoco. Può evocare una rappresentazione suggestiva, costruita per suscitare entusiasmo o attenuare gli elementi meno favorevoli.

Non è questo il punto.

Raccontare un’impresa significa spiegare, con linguaggio comprensibile e documentazione verificabile:

  • quale bisogno soddisfa;
  • perché il prodotto o il servizio è rilevante per il cliente;
  • quali competenze sostengono il vantaggio competitivo;
  • quale qualità hanno i clienti e i ricavi;
  • come vengono prese le decisioni;
  • quali investimenti sono necessari;
  • quali rischi possono modificare le prospettive;
  • quali risultati economici e finanziari ci si attende.

Missione e visione hanno senso soltanto se aiutano a comprendere le scelte dell’impresa. La qualità del prodotto deve trovare conferma nella fedeltà dei clienti, nella capacità di prezzo, nei tassi di rinnovo o in altri indicatori coerenti con il settore. La solidità del progetto deve essere collegata a risorse, competenze, tempi e fabbisogni finanziari.

Le storie prive di numeri diventano dichiarazioni di intenzioni. I numeri privi di una storia rimangono dati difficili da interpretare.

La leggibilità come infrastruttura aziendale

Per molte piccole e medie imprese il problema non è l’assenza di una strategia. Spesso la strategia esiste, ma è prevalentemente nella testa dell’imprenditore. È stata costruita attraverso esperienza, intuizione e conoscenza del mercato, senza essere completamente formalizzata.

Questa caratteristica può essere un punto di forza nelle fasi iniziali, quando velocità e capacità di adattamento contano più della struttura. Diventa però un limite quando l’organizzazione cresce, entra una nuova generazione, vengono coinvolti manager esterni o si apre il capitale a nuovi investitori.

In questi passaggi l’impresa deve rendere esplicito ciò che prima poteva rimanere implicito.

La leggibilità dovrebbe quindi essere considerata una vera infrastruttura aziendale. Non un documento redatto in occasione della vendita, ma un lavoro continuo di ricostruzione e verifica del modello di business.

Un’impresa leggibile conosce i propri driver di valore, misura gli indicatori rilevanti, documenta le decisioni strategiche e sa distinguere i risultati congiunturali dalle caratteristiche strutturali.

Questo lavoro produce almeno tre benefici.

Il primo è interno. Aiuta imprenditori, familiari e manager a condividere una rappresentazione più chiara dell’azienda e delle sue priorità.

Il secondo riguarda il rapporto con il capitale. Investitori e finanziatori possono valutare con maggiore precisione rischi, prospettive e sostenibilità del progetto.

Il terzo riguarda la valutazione. La disponibilità di informazioni coerenti consente di formulare ipotesi più solide e di ridurre quella parte di incertezza che deriva non dal mercato, ma dalla scarsa qualità della rappresentazione aziendale.

Un tema di sostanza, prima che di comunicazione

Le imprese italiane possiedono spesso competenze, relazioni e capacità produttive superiori a quelle che riescono a rappresentare. È una forma di valore non pienamente espresso.

La risposta non consiste nell’aumentare l’enfasi della comunicazione, ma nel migliorare la qualità dell’analisi. Occorre ricostruire la storia imprenditoriale, individuare le decisioni che hanno creato valore, misurare i risultati e chiarire le condizioni necessarie per il futuro.

Soltanto dopo questo lavoro il racconto diventa utile.

Damodaran ha ragione: valutare un’impresa significa tenere insieme storie e numeri. Ma il matrimonio funziona soltanto quando la storia è credibile e i numeri sono affidabili.

Per molte aziende, imparare a raccontarsi non significa apparire migliori. Significa comprendere meglio il proprio valore e consentire anche agli altri di riconoscerlo.

InTesi percorso di mentorship 2026

28 Giugno 2026/in Riflessioni, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Riflessioni

InTesi percorso di mentorship 2026

Dalla tesi di laurea alla professione: un percorso di mentorship per giovani interessati a valutazione d’azienda, M&A e crescita d’impresa

La tesi di laurea non dovrebbe essere soltanto l’ultimo adempimento del percorso universitario.

Se scelta e costruita con metodo, può diventare molto di più: il primo vero progetto professionale di uno studente. Un’occasione per imparare a formulare una domanda di ricerca, analizzare un’impresa, comprendere i suoi driver di valore, applicare strumenti tecnici con spirito critico e iniziare a costruire una propria identità professionale.

Da questa convinzione nasce InTesi, il programma di mentorship gratuito promosso da PANATO | Dottori Commercialisti, rivolto a laureandi magistrali interessati a sviluppare una tesi su temi legati alla valutazione d’azienda, alle operazioni straordinarie, alla crescita delle imprese, alla governance e alla finanza aziendale.

Il nostro obiettivo non è semplicemente aiutare uno studente a “scrivere meglio” la tesi. L’obiettivo è accompagnarlo in un percorso più ambizioso: trasformare la tesi in un primo laboratorio di metodo, rigore e pensiero professionale.


Perché nasce InTesi

Molti studenti arrivano alla fase finale del percorso universitario con buone conoscenze teoriche, ma con alcune difficoltà ricorrenti.

Sanno di voler scrivere una tesi in ambito economico-finanziario, ma faticano a individuare un tema realmente rilevante. Conoscono i principali modelli studiati all’università, ma non sempre riescono ad applicarli a casi concreti. Sono attratti dal mondo della consulenza, della valutazione d’azienda, del corporate finance o delle operazioni straordinarie, ma spesso non hanno ancora avuto occasione di capire come questi ambiti si traducano nella pratica professionale quotidiana.

InTesi nasce per colmare questo spazio tra università e professione.

Attraverso un confronto diretto con professionisti che operano quotidianamente al fianco di imprenditori, imprese familiari, PMI innovative, gruppi aziendali, investitori e organi di governance, il programma offre ai giovani la possibilità di misurarsi con problemi reali: come si valuta un’azienda, come si costruisce un piano credibile, come si analizza un modello di business, come si affronta un passaggio generazionale, come si prepara un’impresa a crescere o ad aprire il capitale a nuovi investitori.


A chi si rivolge

InTesi è rivolto principalmente a laureandi magistrali in discipline economiche, finanziarie, manageriali o affini, interessati a sviluppare una tesi su temi coerenti con l’attività dello Studio.

Il programma si rivolge in particolare a studenti interessati a:

  1. valutazione d’azienda;
  2. corporate finance;
  3. operazioni di M&A;
  4. passaggio generazionale;
  5. governance delle imprese familiari;
  6. business plan e strategie di crescita;
  7. imprese innovative, startup e scale-up;
  8. risanamento aziendale e continuità d’impresa;
  9. asset immateriali e driver di valore;
  10. evoluzione della professione e impatto dell’intelligenza artificiale sulla consulenza.

Non cerchiamo studenti già esperti. Cerchiamo persone curiose, rigorose, motivate, capaci di studiare con serietà e disponibili a confrontarsi con feedback critici.

La competenza tecnica si costruisce. L’attitudine al metodo, alla precisione e alla comprensione dei problemi complessi è invece il vero punto di partenza.


Cosa offre il programma

InTesi è un percorso di mentorship, confronto e orientamento.

Il programma può includere, in funzione del grado di avanzamento della tesi e del profilo del candidato:

Area di supporto Contenuto
Scelta del tema Confronto sull’argomento della tesi e sulla sua rilevanza scientifica e professionale
Impostazione del lavoro Supporto nella definizione della domanda di ricerca, dell’indice e del perimetro dell’analisi
Metodo Discussione sull’impianto teorico, sui modelli utilizzabili e sui limiti applicativi
Caso aziendale Orientamento nella costruzione di casi, esempi o analisi applicative
Bibliografia Indicazione di riferimenti, paper, libri e fonti utili
Revisione critica Confronto su alcune parti del lavoro, con attenzione a coerenza, chiarezza e solidità argomentativa
Orientamento professionale Dialogo sulle possibili traiettorie di carriera nel mondo della consulenza, della valutazione e delle operazioni straordinarie

Il percorso non sostituisce il ruolo del relatore universitario, né ha finalità di correzione formale dell’elaborato. Il suo valore è diverso: aiutare lo studente a ragionare in modo più professionale, a rendere la tesi più solida e a comprendere meglio il legame tra teoria, impresa e mercato.


La tesi come primo progetto professionale

Una buona tesi non è soltanto un testo ben scritto. È un esercizio di pensiero.

Costringe a scegliere un tema, delimitare un problema, raccogliere fonti, formulare ipotesi, applicare modelli, distinguere ciò che è rilevante da ciò che è accessorio e sostenere una tesi con argomentazioni solide.

Sono le stesse competenze che servono nella consulenza professionale evoluta.

Chi lavora nella valutazione d’azienda, nel corporate finance o nelle operazioni straordinarie deve saper leggere i numeri, ma anche comprendere il modello di business. Deve conoscere la tecnica, ma anche interpretare il contesto. Deve applicare metodi quantitativi, ma senza rinunciare al giudizio professionale. Deve saper scrivere, spiegare e difendere le proprie conclusioni.

Per questo consideriamo la tesi un passaggio importante: non perché definisca definitivamente il futuro di uno studente, ma perché può rivelare molto del suo modo di pensare.


Alcuni possibili temi di tesi

Ogni percorso nasce dal confronto con lo studente e con il suo relatore universitario. Tuttavia, alcuni ambiti risultano particolarmente coerenti con il nostro lavoro professionale e con le principali trasformazioni in corso nel mercato.

Tra i possibili temi:

  1. La valutazione delle PMI innovative tra DCF, multipli e asset immateriali;
  2. Valore, prezzo e negoziazione nelle operazioni di M&A;
  3. La preparazione alla vendita di un’impresa familiare: governance, numeri e strategia;
  4. Business plan e sostenibilità finanziaria nelle imprese in crescita;
  5. Il ruolo degli asset intangibili nella creazione di valore;
  6. Passaggio generazionale e continuità aziendale nelle imprese familiari;
  7. La valutazione delle startup e delle scale-up tra narrativa strategica e metriche economiche;
  8. Risanamento aziendale e valutazione in condizioni di incertezza;
  9. Governance e advisory board come strumenti di crescita nelle PMI;
  10. L’impatto dell’intelligenza artificiale sui processi di valutazione e consulenza aziendale;
  11. Buy-and-build e crescita dimensionale delle PMI italiane;
  12. La valutazione d’azienda nell’era della complessità: scenari, rischio e giudizio professionale.

Questi temi non sono titoli preconfezionati, ma tracce di lavoro. Il valore della tesi nasce dalla capacità di trasformare un tema generale in una domanda specifica, rilevante e affrontabile con metodo.


Per chi è adatto

InTesi è pensato per studenti che desiderano utilizzare la tesi come occasione di crescita reale.

È adatto a chi:

  1. vuole approfondire temi di valutazione, finanza aziendale, governance e crescita d’impresa;
  2. desidera confrontarsi con professionisti attivi su casi reali;
  3. è disposto a ricevere osservazioni critiche e a rivedere il proprio lavoro;
  4. vuole comprendere meglio la professione del dottore commercialista in una prospettiva evoluta e consulenziale;
  5. è interessato a costruire un percorso professionale in uno Studio specializzato;
  6. considera la tesi non come una formalità, ma come una prima prova di metodo.

Non è invece pensato per chi cerca una semplice correzione redazionale, scorciatoie operative o un supporto puramente formale.

Il programma richiede serietà, puntualità, autonomia nello studio e disponibilità a mettersi in discussione.


Dalla mentorship alla pratica professionale

InTesi è innanzitutto un programma di mentorship.

Tuttavia, per i profili più motivati e coerenti con il nostro metodo, può rappresentare anche un primo momento di conoscenza reciproca in vista di un eventuale tirocinio o della pratica professionale presso lo Studio.

PANATO | Dottori Commercialisti opera in ambiti ad alta specializzazione: valutazioni d’azienda, operazioni straordinarie, M&A, business plan, governance, passaggi generazionali, risanamento e consulenza a imprese in crescita.

Per un giovane interessato a una professione diversa dal modello tradizionale dello studio professionale, questo può rappresentare un contesto particolarmente formativo. Non perché più semplice, ma perché più esigente: richiede studio, capacità analitica, attenzione ai dettagli, sensibilità strategica e desiderio di comprendere davvero le imprese.

La pratica professionale, se affrontata con metodo, non è soltanto un periodo obbligatorio per accedere all’esame di Stato. È il momento in cui si costruiscono le basi del proprio modo di lavorare, ragionare e assumersi responsabilità.


Come funziona la candidatura

Gli studenti interessati possono inviare la propria candidatura allegando:

  1. curriculum vitae aggiornato;
  2. corso di laurea, università e anno di frequenza;
  3. eventuale tema di tesi già individuato, anche in forma provvisoria;
  4. breve descrizione degli interessi professionali;
  5. indicazione dell’eventuale interesse ad avviare un tirocinio o un percorso di pratica professionale.

Le candidature saranno valutate tenendo conto della coerenza del tema, della motivazione del candidato e della compatibilità con il tempo che lo Studio può dedicare al programma.

Il percorso è gratuito, ma selettivo: proprio perché richiede tempo, attenzione e confronto diretto, viene riservato a un numero limitato di studenti realmente motivati.


Perché candidarsi

Candidarsi a InTesi significa scegliere di affrontare la tesi non come un adempimento conclusivo, ma come un primo investimento sulla propria identità professionale.

Significa provare a capire se temi come valore, impresa, crescita, governance, finanza aziendale e operazioni straordinarie possono diventare parte del proprio futuro professionale.

Significa confrontarsi con un modo di lavorare che unisce tecnica, giudizio, indipendenza e capacità di dialogare con imprenditori e organizzazioni complesse.

La tesi è spesso l’ultimo atto dell’università. Per alcuni può diventare il primo passo serio verso la professione.

Con InTesi vogliamo accompagnare proprio quel passaggio.

Oltre il Debito Bancario

14 Maggio 2026/in Restartup, Riflessioni, vita da consulente/da Riflessioni

Oltre il Debito Bancario

Ovvero, ripensare la finanza nelle PMI selezionando nuove competenze e nuovi advisor.

L’attuale scenario macroeconomico, segnato dalla fine dell’era del debito a basso costo e da una maggiore selettività del sistema bancario, sta imponendo una profonda riflessione sulla struttura finanziaria delle imprese.

Per anni, la crescita è stata alimentata da una liquidità abbondante e tassi prossimi allo zero. Oggi, con tassi d’interesse stabilizzati su livelli più alti, la struttura “binaria” del capitale — composta solo da capitale proprio e debito bancario — mostra i suoi limiti.

Per una PMI, questo significa smettere di vedere il finanziamento come un prodotto standard da “acquistare” allo sportello, iniziando invece a dialogare con investitori privati per riprogettarlo su misura per i propri obiettivi strategici.

Oltre il Debito Bancario. Ovvero, ripensare la finanza nelle PMI selezionando nuove competenze e nuovi advisor. Share on X
  1. La gestione degli asset maturi per finanziare l’innovazione

Uno dei concetti più interessanti riguarda la capacità di isolare asset stabili per generare liquidità. Nelle PMI, questo approccio si traduce nella valorizzazione di rami d’azienda maturi o di asset immobiliari/tecnologici consolidati per finanziare la R&S o la transizione digitale.

Invece di appesantire il bilancio complessivo con nuovo debito, l’impresa può cercare partner di capitale interessati alla stabilità di un settore specifico del business, liberando risorse per investimenti futuri.

  1. Dalla vendita alla partnership

Il mercato sta premiando le strutture di aggregazione che non prevedono necessariamente l’uscita totale dell’imprenditore. Le alleanze strategiche stanno diventando lo strumento preferito per condividere il rischio di capitale e, soprattutto, per acquisire competenze.

Per una PMI, questo significa che la crescita per vie esterne non deve per forza passare per un’acquisizione totale: collaborare stabilmente con un partner che apporta capitale e governance può essere la chiave per scalare senza perdere l’identità aziendale.

  1. La domanda fondamentale: “Sono il miglior proprietario per questo asset?”

Spesso gli imprenditori tendono a conservare ogni ramo d’azienda per ragioni storiche. L’attuale contesto di mercato ci pone oggi difronte a scelte rigorose: un asset che sotto la mia gestione cresce del 2%, potrebbe crescere del 10% sotto un’altra guida o con capitali diversi. Chiedersi se si è i “migliori proprietari possibili” in questo momento storico è un esercizio di onestà intellettuale che può portare a disinvestimenti strategici necessari per rafforzare il core business.

Insegnamenti Pratici per le PMI

Per navigare in questo mercato in evoluzione, le PMI dovrebbero adottare tre pilastri strategici:

  1. Non temere la complessità: Una struttura di deal più articolata (che includa earn-out, vendor loan o strumenti partecipativi) non è un ostacolo, ma una garanzia di allineamento tra chi investe e chi gestisce. La “nuova finanza” richiede più studio, ma offre soluzioni più solide.
  2. La Governance come valore, non come costo: L’ingresso di capitali esterni (Private Capital) porta con sé la richiesta di una governance strutturata (consigli d’amministrazione attivi, reportistica chiara). Questi elementi non sono solo requisiti dei finanziatori, ma strumenti che rendono l’azienda più solida e appetibile sul mercato.
  3. Pianificazione a lungo termine: Mentre il debito bancario ha spesso scadenze brevi o medie, il capitale privato cerca orizzonti più lunghi. Le PMI devono imparare a presentare piani industriali che guardino ai prossimi 5 anni, dimostrando la stabilità dei flussi di cassa, che è oggi il parametro più ricercato dagli investitori.

In conclusione, la sfida per le PMI nel 2026 non sarà solo trovare i capitali, ma saper scegliere da dove provengono e come strutturarli per non soffocare la crescita sotto il peso degli oneri finanziari.

La pianificazione strategica come antidoto all’incertezza

Le imprese oggi affrontano un paradosso: pianificare è divenuto simultaneamente più necessario e più arduo. L’accelerazione tecnologica, l’instabilità geopolitica e la volatilità dei mercati finanziari rendono i piani tradizionali obsoleti prima ancora di essere implementati.

Eppure rinunciare alla pianificazione significa abdicare al controllo della propria traiettoria, affidandosi alla reazione tattica alle emergenze.

La via corretta risiede nell’investimento selettivo in asset capaci di generare valore indipendentemente dallo scenario macroeconomico realizzato — infrastrutture organizzative, competenze distintive, posizionamento di mercato — trasformando l’incertezza da minaccia a opportunità di selezione strategica.

Questo orientamento deve permeare il dialogo con le banche, i fondi di investimento e gli eventuali partner. Abbandonare il ciclo corto del finanziamento reattivo — dove la struttura del debito insegue i bisogni finanziari del momento — richiede un cambio di paradigma: l’azienda deve proporsi non come una sequenza di emergenze da finanziare, bensì come una struttura il cui equilibrio finanziario è stato architettato per il medio-lungo periodo. Ciò esige il supporto di advisor capaci di leggere oltre i numeri annuali, interpretando la gerarchia dei driver di valore e traducendoli in decisioni di finanziamento coerenti con la visione imprenditoriale. Non è una competenza comune. Ma è ormai un discrimine tra chi costruisce imprese durature e chi ne gestisce il declino.

In sintesi

La competenza finanziaria — un tempo percepita come materia riservata ai grandi deal di Wall Street — è oggi un requisito imprescindibile sia per l’imprenditore che vuole preservare competitività e autonomia strategica, sia per i suoi advisor di fiducia. Advisor che l’imprenditore dovrà selezionare tra chi possiede una visione più ampia del business, della creazione di valore e della sostenibilità industriale di lungo periodo.

 

 

Praticante Dottore Commercialista

30 Aprile 2026/in Riflessioni, vita da consulente/da Riflessioni



Praticante Dottore Commercialista

Diventa un professionista completo: Dottore Commercialista, Advisor ed Esperto Valutatore.

Diventare Dottore Commercialista oggi significa molto più che imparare norme, adempimenti e scadenze. Significa sviluppare la capacità di leggere un’impresa, comprenderne i numeri, interpretarne le scelte strategiche e affiancare imprenditori nei momenti decisivi: crescita, passaggio generazionale, operazioni straordinarie, crisi, valutazioni d’azienda, ingresso di nuovi investitori.

PANATO | Dottori Commercialisti cerca giovani laureati e studenti all’ultimo anno di laurea magistrale che desiderino costruire un percorso professionale solido, moderno e distintivo: un percorso in cui competenze fiscali, societarie, finanziarie e strategiche si integrano progressivamente.

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Non cerchiamo soltanto persone interessate a “fare pratica”.

Cerchiamo giovani professionisti che vogliano imparare a diventare consulenti capaci di stare accanto agli imprenditori quando devono decidere.

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Perché scegliere il nostro Studio

Siamo una boutique di consulenza con sede nel centro di Milano, specializzati in consulenza tributaria e societaria, valutazione d’azienda, operazioni straordinarie, M&A, crisi d’impresa, governance e advisory strategico-finanziario per PMI e gruppi imprenditoriali.

Il nostro obiettivo è rendere il valore dell’impresa leggibile, difendibile e trasferibile.
Affianchiamo imprenditori, famiglie e PMI dinamiche nelle decisioni che determinano crescita, M&A, governance e passaggio generazionale.

Il nostro lavoro nasce da una convinzione semplice: il vero valore della consulenza è aiutare l’imprenditore ad ampliare le proprie opzioni quando si trova a dover decidere.

Il nostro obiettivo è rendere il valore dell’impresa leggibile, difendibile e trasferibile. Affianchiamo imprenditori, famiglie e PMI dinamiche nelle decisioni che determinano crescita, M&A, governance e passaggio generazionale. Share on X

Posizionamento accademico e professionale

L’attività dello Studio si integra con un posizionamento accademico e istituzionale riconoscibile:

  • Docenza presso Ca’ Foscari Challenge School, Il Sole 24 Ore Formazione, Scuola di Alta Formazione Luigi Martino
  • Componente del Comitato Scientifico del Centro Studi ODCEC Milano
  • Pubblicazioni su Il Sole 24 Ore – Econopoly
  • Volumi di valutazione e strategia pubblicati da EGEA/Bocconi
  • Incarichi in organi di controllo di società, incluse realtà quotate

Questo è il contesto in cui il praticante lavora: operazioni reali, clienti qualificati, confronto costante con professionisti e accademici di riferimento.

Per una sintesi del network professionale dello Studio, consulta la pagina dedicata.


A chi si rivolge il percorso

Il percorso è pensato per:

  • laureati magistrali in economia, finanza, amministrazione aziendale o percorsi affini, interessati al praticantato da Dottore Commercialista;
  • studenti all’ultimo anno di laurea magistrale, che desiderino iniziare a conoscere la professione e valutare un inserimento progressivo;
  • giovani con solide basi tecniche, ma anche con curiosità per l’impresa, l’innovazione, la finanza, le operazioni straordinarie e i processi decisionali degli imprenditori.
Non è necessario sapere già fare tutto.

È necessario avere metodo, serietà, curiosità, voglia di studiare e disponibilità a misurarsi con problemi complessi.


Cosa farai concretamente

Nel nostro Studio avrai la possibilità di partecipare, in modo progressivo e affiancato, ad attività diverse tra loro ma fortemente integrate.

  1. Consulenza tributaria e societaria

Imparerai le basi della professione: bilancio, fiscalità d’impresa, dichiarazioni, consulenza societaria, operazioni sul capitale, rapporti tra soci, governance e assetti organizzativi. Questa parte è fondamentale perché consente di comprendere il funzionamento reale delle imprese e di sviluppare precisione, ordine mentale e responsabilità professionale.

  1. Valutazioni d’azienda e business plan

Sarai coinvolto nell’analisi dei bilanci, nella ricostruzione dei driver economico-finanziari, nella lettura della marginalità, dei flussi di cassa, della posizione finanziaria netta e dei principali indicatori di performance. Nel tempo potrai contribuire alla predisposizione di business plan, analisi di sostenibilità finanziaria e valutazioni d’azienda.

  1. Operazioni straordinarie, M&A e passaggi generazionali

Lo Studio affianca imprenditori e famiglie imprenditoriali in operazioni di crescita, riorganizzazione, acquisizione, cessione, ingresso di investitori e passaggio generazionale. In questi contesti potrai osservare come una decisione imprenditoriale viene preparata, analizzata, negoziata e realizzata.

  1. Crisi d’impresa e risanamento

Avrai modo di comprendere come si analizza un’impresa in difficoltà, come si valuta la sostenibilità del debito, come si costruisce un piano di risanamento e quali sono le responsabilità degli organi sociali e dei professionisti. È un ambito complesso, ma fortemente formativo.

  1. Ricerca, formazione e contenuti professionali

Lo Studio integra la pratica con attività di formazione, pubblicazioni, lezioni universitarie e laboratori specialistici. Per chi dimostrerà interesse e attitudine, sarà possibile contribuire anche ad attività di studio, ricerca e produzione di contenuti professionali.


Le competenze che svilupperai

Area Competenze
Tecnica professionale fiscalità, bilancio, diritto societario, operazioni straordinarie
Finanza e valutazione business plan, analisi dei flussi, valutazioni d’azienda, due diligence
Strategia d’impresa modelli di business, crescita, passaggio generazionale, governance
Metodo professionale analisi, scrittura tecnica, relazione con il cliente, lavoro in team
Cultura dell’innovazione nuovi settori, tecnologie, AI, trasformazione dei modelli organizzativi

Un percorso di crescita modulare

Fase Obiettivo Cosa imparerai
1. Ingresso e affiancamento Comprendere il metodo dello Studio strumenti, procedure, documenti, logica del lavoro professionale
2. Fondamenta tecniche Costruire basi solide fiscalità, bilancio, diritto societario, analisi contabile
3. Apertura all’advisory Collegare i numeri alle decisioni business plan, valutazioni, operazioni straordinarie, crisi d’impresa
4. Autonomia progressiva Diventare un professionista affidabile gestione di attività, relazione con il cliente, scrittura di memo, giudizio professionale

Il ritmo di crescita dipenderà dalla qualità del lavoro, dalla curiosità e dalla disponibilità ad assumersi responsabilità progressivamente più ampie.


Il tirocinio professionale: cosa sapere

Il tirocinio professionale è il requisito propedeutico all’Esame di Stato per l’abilitazione a Dottore Commercialista e all’iscrizione come Revisore Legale.

  • Praticantato da Dottore Commercialista: 18 mesi, di cui 6 mesi possono essere svolti durante l’ultimo anno di laurea magistrale, presso un professionista iscritto all’Albo da almeno 5 anni.
  • Tirocinio da Revisore Legale: 3 anni, avviabile già con laurea triennale.

L’orizzonte formativo del nostro Studio è quello completo: ottenere entrambe le abilitazioni, costruendo un profilo professionale solido e raro.

Gli studenti dell’ultimo anno di magistrale possono accedere al programma InTESI, pensato per avviare il percorso di praticantato in parallelo con la fase conclusiva degli studi universitari.


Cosa offriamo

Entrare nel nostro Studio significa lavorare in un ambiente professionale esigente, strutturato e orientato alla crescita delle persone.

Formazione interna

  • Affiancamento diretto da parte di professionisti esperti, con confronto quotidiano e concreto
  • Coinvolgimento in casi reali fin dalle prime settimane
  • Partecipazione al Gruppo di Studio interno: incontri di approfondimento fiscale e societario con professionisti interni ed esterni

Formazione esterna

  • Scuola di Alta Formazione post laurea per la preparazione alla professione (in collaborazione con Bocconi, Cattolica e Bicocca)
  • Corso di formazione per Revisori Legali a cura di una associazione di categorie e/o primaria società di revisione
  • Corso intensivo di preparazione all’Esame di Stato presso la principale associazione di categoria milanese.

Compenso

Il compenso viene definito al colloquio in funzione del profilo, ed è in linea con quanto offerto dalle realtà qualificate sul mercato. Il percorso prevede una progressione strutturata:

  • rimborso spese/borsa di studio nella fase di praticantato/stage (studenti non ancora laureati)
  • post-laurea: compenso da praticante , rivisto periodicamente in funzione della crescita professionale e del merito
  • compenso da professionista abilitato, al conseguimento dell’abilitazione
  • premi di fine anno in base ai risultati

Il compenso va letto come un pacchetto complessivo: alla remunerazione si affianca un investimento reale in formazione interna e in percorsi formativi post-laurea di valore, che altrimenti richiederebbero un costo diretto significativo.


Cosa chiediamo

Il percorso per diventare Dottore Commercialista è lungo e complesso. Non promettiamo scorciatoie. I giovani professionisti inizieranno ad affrontare contabilità, diritto societario e tributario perché è da questo percorso che nascono le competenze per affrontare con consapevolezza la pianificazione e le operazioni straordinarie.

Non serve essere già esperti. Serve avere l’atteggiamento giusto.

Qualità Perché è importante
Curiosità perché la professione cambia e richiede studio continuo
Precisione perché ogni numero, clausola o ipotesi può incidere su una decisione
Metodo perché la complessità si governa con ordine mentale
Capacità di scrivere bene perché un buon consulente deve saper spiegare, non solo calcolare
Interesse per le imprese perché il nostro cliente non è un fascicolo, ma un imprenditore che deve scegliere
Responsabilità perché il lavoro professionale richiede affidabilità e rispetto degli impegni
Attitudine al team perché i problemi complessi si risolvono lavorando insieme

A chi non è adatto questo percorso

Preferiamo essere chiari. Questo percorso non è adatto a chi cerca un’esperienza puramente esecutiva, a chi considera il praticantato solo un passaggio formale, o a chi non è disposto a studiare anche dopo l’università.  È invece adatto a chi desidera costruire una professionalità solida, rara e spendibile nel tempo: capace di unire il rigore del commercialista, la visione dell’advisor e la sensibilità del valutatore.

Perché questa professione ha ancora futuro

Molti giovani si chiedono se la professione del Dottore Commercialista sia ancora attrattiva. La risposta dipende da quale professione si vuole esercitare.

Se la si immagina come una sequenza di adempimenti ripetitivi, il rischio di disaffezione è comprensibile. Se la si interpreta come una professione capace di affiancare l’imprenditore nelle decisioni rilevanti, allora il suo valore cresce. Le imprese avranno sempre più bisogno di professionisti capaci di:

  • leggere i numeri e comprenderne le implicazioni strategiche;
  • valutare rischi, sostenibilità e alternative;
  • preparare l’azienda a operazioni straordinarie, passaggi generazionali o ingressi di investitori;
  • integrare fiscalità, finanza, governance e strategia;
  • usare tecnologia e intelligenza artificiale senza perdere capacità di giudizio.

La tecnologia cambierà molti strumenti. Ma renderà ancora più importante il ruolo di chi sa porre le domande giuste, interpretare le informazioni e aiutare l’imprenditore a decidere.


Come candidarsi

Se vuoi costruire un percorso professionale serio, sfidante e orientato al futuro dell’impresa, scrivici.

Invia la tua candidatura a: job@studiopanato.it

Ti chiediamo di allegare:

  • curriculum vitae aggiornato;
  • eventuale profilo LinkedIn;
  • una breve nota di presentazione (anche di poche righe) in cui ci racconti cosa studi o hai studiato, quali temi professionali ti interessano di più, perché desideri fare pratica in uno Studio come il nostro, e quale tipo di professionista vorresti diventare.
Cerchiamo persone serie, curiose e determinate, che vogliano crescere in un ambiente professionale dove impresa, numeri, strategia e valore si incontrano.

Ai sensi della normativa vigente, l’offerta si intende estesa a entrambi i sessi. I dati personali saranno trattati in modo strettamente riservato ai sensi di legge.

Ricreare il patto di fiducia tra giovani laureati e PMI e Studi

28 Aprile 2026/in commercialista, Lezioni e convegni, Riflessioni, vita da consulente/da Riflessioni

Ricreare il patto di fiducia tra giovani laureati e PMI e Studi

Un framework operativo emerso dal confronto in aula

Riporto alcune riflessioni emerse a margine di una lezione tenuta all’Università degli Studi di Milano. Il confronto è partito, come spesso accade, da una contrapposizione apparentemente semplice: da un lato l’idea che i giovani non abbiano più voglia di lavorare; dall’altro la percezione che molte imprese non offrano retribuzioni adeguate né rispettino un corretto equilibrio tra vita professionale e vita personale.

Superata questa prima lettura, inevitabilmente parziale, sono emerse considerazioni più interessanti. I ragazzi non sembrano rifiutare il lavoro, né tantomeno l’impegno. Chiedono, piuttosto, che l’ingresso in azienda sia parte di uno scambio chiaro, credibile e coerente. In questo senso, le loro osservazioni possono essere lette come un piccolo vademecum per le PMI che vogliono attrarre giovani laureati preparati.

Ricreare il patto di fiducia tra giovani laureati e PMI e Studi. Un framework operativo emerso dal confronto in aula Share on X

1. La PMI deve rendere leggibile il proprio potenziale

Il primo tema riguarda il posizionamento dell’impresa. Una PMI non deve necessariamente competere con una multinazionale sul piano della dimensione, ma deve riuscire a spiegare perché può rappresentare un contesto interessante di crescita.

Per un giovane laureato, infatti, non conta solo “quanto è grande” l’impresa, ma soprattutto quale traiettoria sta seguendo. Vuole capire che cosa fa, come genera valore, se è inserita in un ecosistema qualificato, se dialoga con l’innovazione e se possiede un modello di business capace di sostenere crescita, produttività e marginalità.

Questo punto è decisivo anche per le imprese. Per poter attrarre persone valide, una PMI deve prima svolgere un esercizio di chiarezza su sé stessa: deve interrogarsi sul proprio modello di business, sulla qualità dei propri clienti, sui partner con cui lavora, sulla propria capacità di innovare e sulla sostenibilità economica della crescita. Solo un’impresa che cresce, migliora la produttività e protegge i margini può permettersi di offrire percorsi professionali e retribuzioni coerenti con le aspettative dei giovani più preparati.

In altri termini, non basta essere una buona impresa. Occorre rendere comprensibile perché lavorare in quella impresa possa generare apprendimento, responsabilità e prospettive.


2. Il percorso formativo deve essere concreto e dichiarato

Il secondo tema riguarda la formazione. Dopo anni di studio universitario, molti ragazzi desiderano misurarsi con la pratica. Non rifiutano l’apprendimento, ma sono comprensibilmente diffidenti verso percorsi che appaiono come ulteriore teoria, soprattutto quando non è chiaro il collegamento con attività concrete.

Questo aspetto è particolarmente rilevante nel caso di stage, tirocini e primi inserimenti. Se un giovane mette a disposizione il proprio tempo, si aspetta in cambio un percorso chiaro: quali attività svolgerà, quali competenze acquisirà, da chi sarà seguito, quali risultati potrà ragionevolmente attendersi al termine dell’esperienza.

È una richiesta corretta e spesso sottovalutata. Le imprese tendono talvolta a considerare lo stage come una fase indistinta di osservazione o supporto operativo. Per i giovani, invece, rappresenta un investimento. E come ogni investimento richiede obiettivi, metodo e ritorni attesi.

Una PMI che voglia essere attrattiva dovrebbe quindi costruire percorsi semplici ma leggibili: affiancamento, responsabilità progressive, momenti di feedback, esempi concreti di progetti su cui il giovane potrà lavorare. La formazione non deve essere promessa in modo generico, ma tradotta in esperienza professionale misurabile.


3. La fiducia è il vero nodo competitivo

Il terzo tema è forse il più delicato: la fiducia. Le grandi imprese offrono ai giovani una forma di protezione reputazionale. Anche quando l’esperienza non è pienamente soddisfacente, il nome dell’azienda rimane sul curriculum e può comunque avere valore nel mercato del lavoro.

Con una PMI il rischio percepito è diverso. Se l’esperienza non funziona, il giovane teme di aver perso tempo; e, in più, di non poter compensare quell’esperienza con un marchio riconosciuto sul CV. Il rischio, quindi, è doppio: rischio formativo e rischio reputazionale.

Per questo motivo la PMI deve costruire fiducia prima ancora dell’ingresso in azienda. Deve essere chiara sul ruolo, sulle aspettative, sulle possibilità di crescita e sui limiti del percorso. Deve mostrare serietà, coerenza e capacità di mantenere ciò che promette.

La fiducia non nasce da una comunicazione enfatica, ma dalla riduzione dell’incertezza. Dire con precisione che cosa un giovane farà, che cosa potrà imparare e quali prospettive potrà avere è molto più efficace di qualsiasi dichiarazione generica sulla centralità delle persone.


4. Una sintesi operativa per le PMI

Le richieste emerse dal confronto possono apparire sfidanti. In alcuni casi possono persino risultare irritanti per imprenditori e professionisti abituati a percorsi di ingresso molto diversi. Tuttavia, sarebbe un errore liquidarle come pretese eccessive.

Letta con attenzione, la posizione dei giovani è razionale: chiedono di comprendere il valore dell’impresa, il valore del percorso e il valore dello scambio. Questo obbliga le PMI a diventare più chiare, più strutturate e più consapevoli del proprio posizionamento.

Tema Domanda implicita dei giovani Implicazione per la PMI
Modello di business L’impresa ha una traiettoria interessante? Rendere chiaro come l’azienda genera valore, cresce e innova.
Ecosistema L’impresa è collegata a clienti, partner e competenze qualificanti? Comunicare il contesto in cui opera e le opportunità che può offrire.
Formazione Che cosa imparerò concretamente? Definire percorsi pratici, tutoraggio, responsabilità progressive e feedback.
Retribuzione Lo scambio tra tempo, impegno e compenso è equo? Collegare crescita, produttività e marginalità alla capacità di remunerare correttamente.
Fiducia Posso assumermi il rischio di scegliere una PMI? Ridurre l’incertezza con chiarezza, coerenza e promesse verificabili.

Conclusione

Ricreare il patto di fiducia tra giovani laureati e imprese non significa assecondare ogni richiesta, né rinunciare alla cultura dell’impegno. Significa piuttosto riconoscere che il mercato del lavoro qualificato è cambiato e che anche le PMI devono imparare a raccontare meglio il proprio valore.

La questione centrale non è convincere i giovani che devono lavorare di più. È dimostrare che scegliere una PMI può essere una decisione razionale, utile e professionalmente qualificante.

Le imprese che sapranno farlo non solo attrarranno persone migliori, ma saranno costrette a porsi domande sane sul proprio modello di business, sulla propria capacità di crescita e sulla qualità della propria organizzazione. Ed è proprio per questo che quelle richieste, per quanto talvolta scomode, possono fare bene alle nostre imprese e ai nostri studi.

A lezione di strategia dai fondi di investimento

21 Aprile 2026/in Crisi e risanamento di impresa, Operazioni straordinarie, Passaggio generazionale, Passaggio generazionale, Perizie di Stima, Startup, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Riflessioni

A lezione di strategia dai fondi di investimento

Il capitale cambia rotta: software meno difendibile, servizi AI-enabled, mercato del lavoro che si polarizza

Provo a proporre qualche riflessione in ordine sparso potenzialmente utile sia a chi si occupa di valutazione d’azienda sia a chi, come noi, dalla valutazione parte per aiutare chi fa impresa a definire strategia, finanza e governance. I cambiamenti che attraversano il mercato sono impattanti e molto veloci. Qualunque critica motivata o lettura alternativa è bene accetta.

Negli ultimi mesi i flussi di private equity e venture capital stanno mostrando un riposizionamento che ha implicazioni dirette per chi accompagna imprese in operazioni di valutazione, M&A e passaggio generazionale.

Tre i movimenti principali, che vale la pena distinguere con precisione:

  • la perdita di centralità del software orizzontale come asset class privilegiata,
  • il ritorno di interesse per i servizi trasformabili in piattaforme AI-enabled,
  • la ridefinizione della curva di rarità delle competenze nel mercato del lavoro tecnologico.
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Il “SaaSpocalypse” e la fine del software come porto sicuro

Il primo dato è oggettivo. Il comparto software quotato ha attraversato tra settembre 2025 e febbraio 2026 una delle correzioni più severe del decennio, al punto che gli operatori in USA hanno coniato il termine SaaSpocalypse per descrivere il fenomeno.

Il mercato ha iniziato a prezzare l’ipotesi — fino a pochi mesi prima residuale — che l’AI agentic possa erodere intere categorie di SaaS orizzontali, trasformando piattaforme un tempo difendibili in feature replicabili in casa con risorse modeste.

Il framework concettuale più lucido di questa fase è probabilmente quello proposto da Julien Bek di Sequoia Capital nell’articolo Services: The New Software, pubblicato il 5 marzo 2026. La tesi, che vale la pena tradurre nei suoi termini essenziali, è che la prossima società da mille miliardi di dollari sarà una software company travestita da società di servizi.

Il ragionamento è strutturale: chi vende lo strumento — un CRM, una dashboard di analytics, una piattaforma di project management — è in gara contro il prossimo modello linguistico, che può replicarlo; chi invece vende il lavoro svolto (l’NDA redatto, la chiusura di bilancio, la pratica assicurativa stipulata) trasforma ogni miglioramento del modello in un vantaggio competitivo, perché lo stesso lavoro diventa più veloce, più economico e più difendibile.

La distinzione che Bek propone — tra attività a prevalente contenuto di intelligence (traduzione di regole complesse, calcolo, confronto strutturato) e attività a prevalente contenuto di judgement (scelta, esperienza, gusto, istinto affinato negli anni) — ha un valore operativo immediato per chi valuta asset oggi. Là dove il rapporto intelligence/judgement è alto, l’AI può automatizzare rapidamente: il copilot, che affianca il professionista, lascia spazio all’autopilot, che vende direttamente il risultato al cliente finale.

La stessa Sequoia mappa le verticali più esposte — intermediazione assicurativa (140-200 miliardi di dollari di mercato globale), revenue cycle sanitario (50-80 miliardi negli USA), contabilità e audit (50-80 miliardi outsourced), fiscalità per PMI, legale transazionale, IT managed services, procurement indirect — e ne segnala le startup autopilot-native che stanno emergendo.

Il mercato italiano potrebbe essere soggetto a dinamiche più complesse ma il trend è quello e va monitorato.

Il software non è morto: è cambiato il criterio del valore

L’affermazione “il software è meno difendibile” è vera in generale ma l’analisi deve essere meno superficiale.

Il mercato sta segmentando con precisione crescente: da un lato il software orizzontale esposto a sostituzione agentic, dall’altro le piattaforme verticali con dati proprietari, logica di compliance incorporata e workflow profondamente integrati in settori regolati (sanità, financial services, cybersecurity, public sector).

I numeri di mercato confermano questa polarizzazione con nettezza.

Per chi redige perizie o assiste operazioni di M&A, la conseguenza operativa è immediata: usare benchmark di transazione non segmentati per grado di integrazione AI, qualità del dato proprietario e rischio di sostituzione agentic produce oggi valutazioni che il mercato non conferma in fase di exit.

La due diligence tradizionale non basta più; serve una AI due diligence che verifichi se l’asset è resistente all’automazione o se possiede dati proprietari difendibili, come già osservato nelle rassegne sulle tendenze M&A 2026 — anche Trend-online registra che gli acquirenti eseguono ormai una vera “due diligence sull’intelligenza artificiale” come passaggio strutturato del processo.

I servizi tornano attrattivi — ma quali servizi

La seconda tesi — i servizi stanno tornando interessanti per gli investitori — coglie un fenomeno reale ma va circoscritta con precisione. Non tutti i servizi stanno tornando appetibili: lo sono quelli trasformabili in piattaforme AI-enabled con distribuzione consolidata, canali di outsourcing già maturi, budget di spesa già allocati come voci di costo esterne. È esattamente il wedge che Sequoia descrive: sostituire un contratto di outsourcing con un fornitore AI-native è uno swap di vendor — un cambiamento contrattuale netto, con ROI immediato — non una riorganizzazione interna.

Il punto critico, e qui la lettura diventa non banale, è il seguente: lo stesso fenomeno che sta facendo tornare attrattivi i servizi sta penalizzando quelli che non si trasformano. Gli studi di advisory basati su attività ripetibili — compliance di base, ricerca legale, copywriting, entry-level consulting — vengono scontati dai buyer in sede di M&A, perché il rischio di commoditizzazione da AI è prezzato come discount al multiplo. La linea di demarcazione non è più “software vs servizi”, ma “asset con moat di dato proprietario o regolatorio vs asset replicabili da un modello agentic”.

Per le PMI italiane di servizi, che rappresentano oltre i due terzi del tessuto produttivo nazionale, questa riflessione è strategica. Lo studio della Banca d’Italia pubblicato a marzo 2026 — “L’impatto economico dell’adozione dell’intelligenza artificiale: evidenza dalle imprese italiane”, Occasional Paper n. 1005 — fornisce la base empirica più solida oggi disponibile sul contesto nazionale, evidenziando come l’Italia, caratterizzata da una crescita debole della produttività dal 2000, rappresenti un laboratorio particolarmente interessante per misurare gli effetti dell’AI su produttività, redditività, struttura occupazionale e politiche di prezzo.

Il messaggio per l’imprenditore che considera un’operazione straordinaria nei prossimi 18-24 mesi è netto: il premio di valutazione si cattura dimostrando, non dichiarando, come l’AI sia già integrata nei processi, quali dataset proprietari siano stati costruiti, come i workflow siano stati riprogettati per spostarsi dal lato intelligence (automatizzabile) al lato judgement (difendibile).

Il mercato del lavoro: non più debole, ma biforcato

Il quadro che restituiscono le fonti nazionali più autorevoli non è di un mercato del lavoro tech in contrazione generalizzata, ma di un mercato che si sta ridisegnando.

Il Sole 24 Ore, nell’analisi pubblicata a inizio anno sulle previsioni 2026 dei principali player dell’intermediazione del lavoro, documenta una crescita della domanda per figure altamente specializzate di proporzioni inedite. Marco Ceresa, group CEO di Randstad Italia, descrive il 2026 come un anno di “crescita più selettiva e qualitativa”, con valorizzazione delle competenze AI, cybersecurity e analisi dei dati e una progressiva minore centralità dei profili junior generalisti.

A livello istituzionale il tema è ormai pienamente sul tavolo. Il Ministero del Lavoro ha pubblicato il primo documento “Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro” a febbraio 2026, con una raccolta strutturata di contributi che inquadrano l’esposizione delle professioni all’AI, la Strategia Italiana per l’IA 2024-2026 e il recepimento dell’AI Act. La lettura corretta non è dunque che i profili tech perdano potere negoziale in senso assoluto: junior e coordinatori mid-level perdono leva contrattuale, architetti AI, data engineer e system designer senior la mantengono — e in alcuni casi la rafforzano.

Tre implicazioni operative per chi fa advisory in Italia

La conclusione, per chi assiste imprese italiane in operazioni di valutazione, M&A o passaggio generazionale, è più pratica di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. La direzione del vento non è “uscire dal software ed entrare nei servizi”: è distinguere, dentro ogni settore, tra asset con moat strutturale e asset esposti a sostituzione agentic.

La prima implicazione riguarda la leggibilità dell’asset. Dimostrare che l’azienda ha costruito dati proprietari, codificato i workflow, reso misurabili gli effetti dell’AI sui conti economici non è più storytelling opzionale, ma driver di multiplo.

La AI due diligence è diventata parte integrante della diligenza commerciale e tecnica, e va strutturata come tale fin dalla fase preparatoria di un processo. Per gli asset più esposti, occorre mostrare un percorso credibile di trasformazione — non un investimento promesso, ma un cantiere già aperto e misurabile.

La seconda implicazione riguarda il timing. La finestra in cui il posizionamento AI-native viene premiato come fattore differenziante è stimabile, secondo le analisi convergenti degli operatori internazionali, in 12-24 mesi. Oltre quella soglia il premio diventa condizione necessaria, non distintiva e chi non l’ha costruito viene scontato.

Per gli imprenditori che stanno valutando un’apertura del capitale o una cessione, la pianificazione del timing diventa essa stessa una leva di valore.

la pianificazione del timing diventa essa stessa una leva di valore. Share on X

La terza implicazione riguarda la disciplina valutativa. In fase di valutazione, l’uso acritico di multipli aggregati di comparabili “software” o “servizi professionali” senza segmentazione per grado di integrazione AI, esposizione al rischio di sostituzione e qualità del dato proprietario porta oggi a stime distorte, sia in eccesso sia in difetto.

La soluzione non è abbandonare i metodi tradizionali, ma integrarli con una riflessione strutturata sulla difendibilità del modello di business nel nuovo regime tecnologico, e con una scelta più rigorosa del peer set di riferimento.

La soluzione non è abbandonare i metodi tradizionali, ma integrarli con una riflessione strutturata sulla difendibilità del modello di business nel nuovo regime tecnologico, e con una scelta più rigorosa del peer set di riferimento. Share on X

Come ha osservato Anna Gervasoni, la missione del private capital non cambia: resta quella di essere il partner dello sviluppo delle imprese. Cambiano i criteri con cui l’investitore prezza quella partnership. Il lavoro di chi accompagna l’imprenditore — commercialista, advisor, perito — è rendere intellegibile questa nuova griglia di valore, tanto in sede di costruzione quanto in sede di trasferimento. Non si tratta di inseguire ogni cambiamento, ma di costruire — e soprattutto rendere misurabile — la difendibilità del valore nel nuovo contesto.

Il resto è rumore.

 

Corporate governance e trasferibilità del valore

16 Aprile 2026/in Lezioni e convegni, Perizie di Stima, Restartup, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Perizie di Stima

Corporate governance e trasferibilità del valore

Perché il valore di un’impresa non è determinato solo dai numeri

Appunti per una prossima lezione alla facoltà di economia all’Università Statale di Milano

Quando si parla di valore d’impresa, molti pensano immediatamente ai numeri: fatturato, EBITDA, utile netto, patrimonio. Sono certamente elementi importanti, ma non sufficienti.

Un investitore, una banca, un potenziale acquirente o anche un successore familiare non si limita a osservare quanto l’impresa ha guadagnato in passato. La domanda vera è un’altra:

l’azienda sarà in grado di continuare a produrre risultati anche in futuro, indipendentemente dalla presenza dell’imprenditore?

Da questa domanda nasce il tema della trasferibilità del valore.

Un’impresa genera valore trasferibile quando il suo funzionamento, le sue relazioni, i suoi processi decisionali e la sua capacità di produrre risultati possono essere compresi, governati e trasmessi a un altro soggetto: un investitore, un manager, un erede o un acquirente.

In questo senso, la corporate governance non è un tema burocratico o riservato alle grandi società quotate. È uno degli elementi che più incidono sulla possibilità di rendere il valore leggibile, difendibile e trasferibile.

Corporate governance e trasferibilità del valore Perché il valore di un’impresa non è determinato solo dai numeri Share on X

Che cos’è la corporate governance

Per corporate governance si intende l’insieme delle regole, dei processi, dei ruoli e dei meccanismi attraverso i quali un’impresa viene guidata e controllata.

In concreto, la corporate governance riguarda:

  1. chi prende le decisioni;
  2. come vengono prese;
  3. quali informazioni vengono utilizzate;
  4. come vengono gestiti i conflitti di interesse;
  5. come si controlla che l’impresa stia perseguendo i propri obiettivi.

La governance non coincide soltanto con il consiglio di amministrazione o con il collegio sindacale. È molto di più. Riguarda la qualità dell’organizzazione e la capacità dell’impresa di funzionare in modo ordinato e prevedibile.

Un’impresa può avere risultati economici eccellenti ma una governance molto debole. È il caso, frequente nelle PMI, di aziende in cui:

  • tutte le decisioni dipendono dall’imprenditore;
  • non esistono deleghe formalizzate;
  • i dati economici sono incompleti o arrivano in ritardo;
  • i rapporti con clienti e fornitori sono personali;
  • non esiste un piano strategico;
  • non vi sono procedure per gestire rischi e conflitti.

In queste situazioni, il valore dell’impresa esiste, ma è fortemente legato alla persona del fondatore. Per questo motivo è difficile trasferirlo.

Un’impresa può avere risultati economici eccellenti ma una governance molto debole. In questo caso, il valore dell’impresa esiste, ma è difficilmente trasferibile perchè è fortemente legato alla persona del fondatore. Share on X

Il concetto di trasferibilità del valore

La trasferibilità del valore è la capacità dell’impresa di mantenere il proprio valore anche quando cambia il soggetto che la controlla o la gestisce.

Si tratta di un concetto centrale nelle operazioni di:

  • cessione d’azienda;
  • ingresso di investitori;
  • passaggio generazionale;
  • quotazione;
  • managerializzazione;
  • apertura del capitale.

Molte imprese sono profittevoli ma poco trasferibili. Altre, invece, riescono ad attrarre investitori e acquirenti anche con dimensioni ridotte, perché hanno costruito un’organizzazione capace di funzionare oltre la figura dell’imprenditore. La differenza dipende spesso dalla governance.

Molte imprese sono profittevoli ma poco trasferibili. Altre, invece, riescono ad attrarre investitori e acquirenti anche con dimensioni ridotte, perché hanno costruito un’organizzazione capace di funzionare oltre la figura dell’imprenditore. Share on X

Un esempio semplice

Immaginiamo due imprese identiche per fatturato, margini e settore.

Caratteristica Impresa A Impresa B
Tutte le decisioni dipendono dal fondatore Sì No
Deleghe e ruoli formalizzati No Sì
Sistema di reporting mensile No Sì
Rapporti con i clienti concentrati sull’imprenditore Sì No
Piano industriale e budget Assenti Presenti
Consiglio di amministrazione attivo No Sì

Le due imprese possono apparire simili guardando il conto economico. Tuttavia, un investitore attribuirà normalmente un valore più elevato all’Impresa B.

La ragione è semplice: il rischio percepito è inferiore.

L’investitore sa che l’Impresa B continuerà probabilmente a funzionare anche in assenza del fondatore. L’Impresa A, invece, rischia di perdere rapidamente clienti, competenze e capacità decisionale se il fondatore esce di scena.

In altri termini:

La corporate governance non crea direttamente valore, ma riduce il rischio che quel valore venga perso.


Perché gli investitori pagano la governance

Nelle operazioni di M&A o di investimento, la corporate governance incide sul valore in almeno quattro modi.

1. Riduce il rischio percepito

Il valore di un’impresa dipende dai flussi di cassa futuri attesi e dal rischio associato a tali flussi.

Se l’investitore percepisce che l’impresa è troppo dipendente da una sola persona, da pochi clienti o da procedure non formalizzate, applicherà uno sconto al valore.

Viceversa, una governance robusta rende più prevedibili i risultati futuri.

2. Accelera la due diligence

Le imprese con una buona governance hanno documenti ordinati, dati affidabili, ruoli chiari e processi tracciabili.

Questo riduce:

  • i tempi della due diligence;
  • i costi dell’operazione;
  • il rischio di contestazioni;
  • la probabilità che l’acquirente richieda garanzie aggiuntive.

Molte trattative non falliscono perché l’impresa non vale, ma perché il valore non è dimostrabile.

3. Migliora la negoziazione

Un’impresa ben governata ha maggiore forza negoziale.

Quando l’acquirente percepisce un rischio elevato, tende a chiedere:

  • una riduzione del prezzo;
  • earn-out;
  • pagamenti differiti;
  • clausole di garanzia;
  • permanenza obbligatoria dell’imprenditore.

Una buona governance riduce la necessità di questi strumenti e consente all’imprenditore di negoziare da una posizione di maggiore forza.

4. Aumenta la libertà strategica

L’impresa che ha costruito una governance adeguata non è obbligata a vendere.

Può scegliere tra diverse alternative:

  • continuare a crescere autonomamente;
  • aprire il capitale a un investitore;
  • cedere una quota;
  • realizzare un passaggio generazionale;
  • quotarsi.

La vera forza della governance è proprio questa: aumentare le opzioni disponibili.


I principali elementi di governance che rendono il valore trasferibile

Non esiste una governance perfetta valida per tutte le imprese. Esistono però alcuni elementi che, quasi sempre, aumentano la trasferibilità del valore.

Elemento Perché è importante
Ruoli e deleghe formalizzati Riduce la dipendenza dall’imprenditore
Reporting periodico Permette decisioni rapide e basate sui dati
Piano strategico e budget Rende leggibile la direzione futura dell’impresa
Consiglio di amministrazione attivo Introduce confronto, controllo e visione
Procedure e processi scritti Facilita la continuità operativa
Controllo dei rischi Riduce imprevisti e vulnerabilità
Gestione dei conflitti di interesse Migliora la fiducia degli investitori
Succession planning Consente continuità nel tempo

Particolarmente importante è il tema della separazione tra impresa e imprenditore.

Molte PMI italiane sono costruite intorno alla figura del fondatore. Questo è spesso un punto di forza nella fase iniziale, perché consente rapidità, intuizione e capacità di adattamento. Tuttavia, nel tempo può trasformarsi in un limite.

Un’impresa troppo dipendente dall’imprenditore è difficile da valutare, difficile da finanziare e difficile da trasferire.


Corporate governance e passaggio generazionale

Uno dei momenti in cui il tema della trasferibilità del valore diventa più evidente è il passaggio generazionale.

Molti imprenditori pensano che trasferire l’azienda significhi semplicemente trasferire le quote ai figli. In realtà, il vero problema non è il trasferimento della proprietà, ma il trasferimento della capacità di governare l’impresa.

Se tutta la conoscenza, tutte le relazioni e tutte le decisioni sono concentrate nel fondatore, il rischio è che il valore dell’impresa si riduca proprio nel momento del passaggio.

Una governance adeguata consente invece di:

  • rendere i ruoli più chiari;
  • introdurre gradualmente i successori;
  • formalizzare procedure e responsabilità;
  • creare organi di confronto tra famiglia e impresa;
  • ridurre conflitti e incomprensioni.

Per questo motivo, il passaggio generazionale dovrebbe iniziare molti anni prima del trasferimento delle quote.

Gestire l’azienda come se potesse essere ceduta in qualsiasi momento, anche se non si ha alcuna intenzione di farlo, è spesso il modo migliore per proteggerne il valore.


Un errore frequente: intervenire troppo tardi

Molte imprese si occupano di corporate governance soltanto quando si presenta un evento straordinario:

  • una vendita;
  • l’ingresso di un fondo;
  • una crisi;
  • il passaggio generazionale;
  • una richiesta della banca.

Spesso, però, a quel punto è troppo tardi.

La governance non si costruisce in poche settimane. È il risultato di un percorso.

Per esempio, non è sufficiente nominare un consiglio di amministrazione pochi mesi prima di una cessione se, negli anni precedenti, tutte le decisioni sono sempre state prese informalmente dall’imprenditore.

Allo stesso modo, non basta predisporre un business plan per convincere un investitore se non esiste una storia credibile di monitoraggio, reporting e disciplina gestionale.

La governance è credibile quando fa parte della normale gestione dell’impresa.


Conclusioni

La corporate governance viene spesso percepita come un costo, un insieme di regole o un adempimento.

In realtà, rappresenta uno dei principali strumenti per rendere l’impresa più forte, più leggibile e più trasferibile.

Per gli studenti universitari è importante comprendere che il valore di un’impresa non dipende soltanto dai risultati economici, ma anche dalla qualità del sistema che li rende possibili.

Due imprese possono avere lo stesso EBITDA, ma non lo stesso valore.

L’impresa che vale di più è quasi sempre quella che:

  1. dipende meno da una sola persona;
  2. ha processi decisionali chiari;
  3. produce informazioni affidabili;
  4. sa governare i rischi;
  5. è in grado di continuare a funzionare nel tempo.

In sintesi, la corporate governance rende il valore meno fragile.

Ed è proprio questa minore fragilità che gli investitori, i successori e il mercato sono disposti a pagare.

Poter scegliere

28 Marzo 2026/in Crisi e risanamento di impresa, Operazioni straordinarie, Passaggio generazionale, Passaggio generazionale, Riflessioni, Startup, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Riflessioni

Poter scegliere

Il vero valore della nostra consulenza è mettere l’imprenditore nelle condizioni di poter scegliere mantenendo aperte più opzioni.

Ieri un imprenditore mi ha chiesto di tornare a collaborare con lui.

La sua azienda sta crescendo rapidamente. I ricavi aumentano, il numero delle persone è raddoppiato, la struttura organizzativa inizia a diventare più complessa. Allo stesso tempo emergono problemi tipici di molte PMI in fase di crescita: tensioni di cassa, difficoltà nel delegare, necessità di ridefinire ruoli, processi e rapporti tra soci.

Non mi ha chiesto un business plan. Non mi ha chiesto una perizia. Non mi ha chiesto una soluzione pronta.

Mi ha detto una frase molto chiara: voglio prepararmi per tempo, mantenere più opzioni possibili e non trovarmi costretto a prendere decisioni quando sarà troppo tardi.

È una richiesta che sintetizza molto bene il vero valore della consulenza.

Il nostro lavoro non consiste nel dire all’imprenditore cosa deve fare. Consiste nel metterlo nelle condizioni di poter scegliere.

Poter scegliere, ovvero ll vero valore della nostra consulenza è mettere l’imprenditore di poter scegliere mantenendo aperte più opzioni. Share on X

Quando la crescita riduce la libertà di scelta

Molte imprese crescono. Non tutte, però, diventano più forti.

Accade spesso il contrario. Aumentano il fatturato, i clienti e i collaboratori, ma si riduce la capacità dell’imprenditore di decidere con lucidità.

Le cause sono quasi sempre le stesse:

  • la struttura organizzativa resta quella di quando l’azienda era molto più piccola;
  • la cassa diventa insufficiente rispetto alla velocità della crescita;
  • l’impresa dipende ancora troppo dal fondatore;
  • non esistono dati affidabili per confrontare scenari alternativi;
  • le decisioni vengono prese sotto pressione.

In questa situazione, l’imprenditore continua formalmente ad avere molte possibilità. In realtà, però, la sua libertà di scelta si restringe progressivamente.

Se la liquidità manca, l’aumento di capitale non è più una scelta ma una necessità.

Se la banca chiede garanzie urgenti, il rapporto con il sistema finanziario non è più negoziabile.

Se l’organizzazione non regge la crescita, l’ingresso di un manager o di un socio diventa una decisione presa per emergenza e non per strategia.

Il problema non nasce quando arriva la difficoltà. Nasce molto prima, quando l’impresa cresce senza prepararsi.

L’errore più frequente: decidere solo quando non si può più aspettare

Molti imprenditori preparati e intelligenti tendono a rinviare.

Non perché non vedano il problema. Lo vedono benissimo. Semplicemente, l’operatività quotidiana, la crescita e l’urgenza dei risultati portano a concentrarsi su ciò che è immediato.

Così si rimandano temi che sembrano secondari:

  1. costruire un reporting più chiaro;
  2. capire quanta cassa servirà davvero nei prossimi 12-24 mesi;
  3. ridurre la dipendenza dall’imprenditore;
  4. ridefinire ruoli e responsabilità;
  5. valutare in anticipo diverse opzioni di sviluppo.

Fino a quando accade qualcosa: un picco di crescita, una tensione finanziaria, un socio che vuole uscire, un investitore che si avvicina, un manager che se ne va.

A quel punto le alternative esistono ancora, ma sono meno numerose, più costose e spesso peggiori.

Chi arriva tardi non sceglie davvero. Subisce.

Come ragiona chi guarda l’impresa dall’esterno

Quando una banca, un investitore o un potenziale socio valuta un’azienda, raramente guarda soltanto ai numeri.

Guarda soprattutto alla qualità delle possibilità che quell’impresa ha davanti.

Un’azienda che dispone di cassa, governance, dati affidabili e management autonomo può scegliere se:

  • crescere con risorse proprie;
  • aprire il capitale;
  • ricorrere al debito;
  • rinviare un’operazione straordinaria;
  • selezionare il partner migliore.

Un’azienda impreparata, invece, spesso può scegliere soltanto tra soluzioni obbligate.

Situazione Impresa preparata Impresa impreparata
Crescita superiore alle attese Può pianificare investimenti e fabbisogno finanziario Va in tensione di cassa
Ingresso di un investitore Può negoziare prezzo e condizioni Accetta condizioni peggiori
Necessità di delegare Inserisce manager con gradualità Cerca in fretta una figura per emergenza
Problema finanziario Ha più banche, più opzioni e più tempo Dipende da un solo interlocutore

È per questo che il vero valore della consulenza non coincide con il documento prodotto.

Non è il piano industriale, la valutazione, il business plan o il parere tecnico.

Questi strumenti servono soltanto se aiutano l’imprenditore ad ampliare il numero delle alternative disponibili.

Prepararsi prima significa mantenere il diritto di scegliere

La parte più importante del nostro lavoro avviene spesso quando non esiste ancora un’urgenza.

È il momento in cui l’imprenditore può ancora permettersi di ragionare, simulare, confrontare scenari.

In questa fase è possibile:

  • capire quali saranno i punti critici della crescita;
  • stimare in anticipo il fabbisogno di cassa;
  • verificare se la struttura organizzativa è adeguata;
  • valutare se l’azienda dipende troppo dal fondatore;
  • costruire più opzioni prima che una sola diventi obbligata.

Talvolta la soluzione migliore sarà coinvolgere un manager. In altri casi sarà necessario ripensare la struttura societaria, rallentare la crescita, cercare nuova finanza o prepararsi a un futuro ingresso di investitori.

La scelta corretta cambia da impresa a impresa.

Ciò che non cambia è il metodo.

Prima si costruiscono le alternative. Poi si decide.

Il valore si misura dalla libertà che l’impresa conserva

Molti imprenditori pensano che il valore della propria azienda dipenda soprattutto dai ricavi, dall’EBITDA o dal tasso di crescita.

Sono elementi importanti, ma non sufficienti.

Un’impresa vale di più quando consente a chi la guida di avere più possibilità, più tempo e maggiore capacità negoziale.

Vale di più quando non obbliga il fondatore a decidere in fretta.

Vale di più quando permette di scegliere se crescere, attendere, aprire il capitale, cambiare organizzazione o non fare nulla.

Per questo il vero obiettivo della consulenza non è trovare una risposta.

È fare in modo che, quando arriverà il momento di decidere, l’imprenditore abbia ancora il privilegio di poter scegliere.

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