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Grande confusione sotto al cielo

9 Ottobre 2026/in Perizie di Stima, Restartup, Riflessioni, vita da consulente/da Perizie di Stima

Grande confusione sotto al cielo

La vera sfida non è soltanto prevedere il futuro, ma costruire imprese capaci di affrontare scenari differenti e di renderne leggibili il valore e i rischi.

«Grande è la confusione sotto il cielo», affermava Mao Zedong, «quindi la situazione è eccellente!». La frase fu pronunciata in un contesto politico lontanissimo dal nostro. La uso come provocazione, perché esprime un’idea che il mondo degli affari conosce bene: nelle fasi di disordine le posizioni acquisite si rimettono in discussione e il vantaggio passa a chi riesce a leggere il cambiamento prima degli altri.

Nelle fasi di disordine le posizioni acquisite si rimettono in discussione e il vantaggio passa a chi riesce a leggere il cambiamento prima degli altri. Share on X

Intelligenza artificiale, tensioni geopolitiche e incertezza economica stanno modificando i criteri con cui investitori e imprenditori valutano le prospettive delle aziende. La vera sfida non è soltanto prevedere il futuro, ma costruire imprese capaci di affrontare scenari differenti e di renderne leggibili il valore e i rischi.

La vera sfida non è soltanto prevedere il futuro, ma costruire imprese capaci di affrontare scenari differenti e di renderne leggibili il valore e i rischi. Share on X
Il presente articolo  è scritto a supporto del Il Laboratorio Professionale Certificato “Valutazioni d’azienda e due diligence” .

Un percorso di alta specializzazione organizzato da Il Sole 24 ORE Business School con la direzione scientifica e coordinamento di Andrea Arrigo Panato

Un mercato M&A più selettivo: valori in crescita, operazioni in calo

Negli ultimi mesi, nella mia attività professionale, riscontro una crescente difficoltà nel formulare previsioni economico-finanziarie attendibili. Non si tratta soltanto di stimare ricavi e margini, ma di comprendere quali saranno le condizioni competitive in cui le imprese opereranno tra tre o cinque anni.

La difficoltà riguarda anche chi investe. Per un investitore è spesso diventato più complicato leggere una PMI: i risultati storici dicono meno del futuro, i vantaggi competitivi sono più difficili da misurare e molte informazioni rilevanti restano nella testa delle persone anziché nei sistemi aziendali. Eppure, in molti casi che seguo, le stesse PMI spesso stupiscono per le prestazioni, in termini di redditività, crescita e capacità di reagire agli shock. Il problema, quindi, non è sempre la performance: è un problema di leggibilità e di rischio. Ciò che l’investitore non riesce a leggere, lo prezza come rischio, e un’impresa eccellente ma opaca viene valutata come un’impresa mediocre.

Questa tensione si ritrova nei dati dell’M&A, a condizione di leggerli per ciò che sono: non un calo generalizzato, ma una divaricazione tra poche operazioni di dimensioni eccezionali e un mercato intermedio che fatica a chiudere.

  • Secondo LSEG, nei primi nove mesi del 2026 il valore delle operazioni annunciate è cresciuto del 28% a 3,9 trilioni di dollari, mentre il numero è diminuito dell’8%. Nel solo terzo trimestre il valore è sceso del 41% rispetto a un secondo trimestre eccezionale, con le operazioni sopra i 10 miliardi passate da 26 a 10. Reuters collega il rallentamento anche all’aumento dei costi di finanziamento.
  • Regno Unito. Nel primo semestre, secondo PwC, il valore è cresciuto del 107% a 124,2 miliardi di sterline mentre il numero di operazioni è calato del 13% a 1.301; dieci operazioni valgono quasi due terzi del totale.
  • Nei primi nove mesi KPMG registra 910 operazioni (−17,5%) per oltre 46 miliardi di euro (−29,3%), rispetto a un 2025 di livelli elevati; la pipeline di operazioni annunciate e non ancora perfezionate supera i 90 miliardi.

 

Il problema non è dunque la mancanza di capitali: il dealmaking sostenuto da private equity è il più forte, per valore, da quando esistono le rilevazioni (1980). È la difficoltà di concordare il prezzo del rischio sui risultati futuri. PwC individua nel mid-market ostacoli quali incertezza geopolitica, divergenze di valutazione, crescita più lenta, inflazione e tassi più elevati e un arretrato di exit del private equity (il 34% delle partecipate è detenuto da oltre cinque anni). E rileva un fatto che riguarda da vicino la nostra professione: i volumi calano nei settori percepiti come esposti all’AI, quali software, servizi IT, servizi professionali, brokeraggio assicurativo e gestione patrimoniale, dove le valutazioni sono state riviste al ribasso, mentre i multipli sono saliti in alcuni sottosettori giudicati meno esposti. Non è una prova di nesso causale, ma è coerente con ciò che riscontro nelle trattative: il prezzo si rompe sul giudizio di durata temporale dei margini più che sulla loro entità.

Tre incertezze che si amplificano a vicenda

  1. Intelligenza artificiale e trasformazione dei modelli di business. Sappiamo che l’AI modificherà profondamente numerosi settori; non sappiamo con sufficiente precisione quanto rapidamente, né quali imprese si approprieranno del valore generato. La domanda corretta non è se l’AI ridurrà i costi, ma chi catturerà il surplus. McKinsey osserva che l’AI fa crollare i costi marginali nei settori ad alto contenuto di lavoro cognitivo e che i servizi fatturati a ore o a giornate sono esposti a concorrenti AI-native con prezzi legati ai risultati. Il vantaggio di produttività può quindi trasferirsi ai clienti, o a nuovi intermediari, anziché restare nei margini dell’impresa. Sono più esposte le attività di esecuzione, meno quelle che incorporano responsabilità, relazione fiduciaria e accountability regolata. Il rischio riguarda in particolare consulenza, software, formazione e servizi professionali, ma interessa progressivamente anche le imprese industriali.
  2. Inflazione, materie prime e costo del capitale. Secondo l’IMF (aprile 2026), nell’ipotesi di un conflitto limitato la crescita globale rallenta al 3,1% nel 2026 e l’inflazione risale, con pressioni concentrate nei paesi emergenti; KPMG segnala tassi di interesse in risalita. Un maggior costo del capitale non riduce soltanto il valore attuale dei flussi: incide su marginalità e fabbisogno di circolante, sostenibilità dell’indebitamento, investimenti programmati e rendimenti attesi dagli investitori, e può modificare la stessa sostenibilità del modello di business.
  3. Geopolitica e frammentazione dei mercati. Guerre, tensioni commerciali, dazi e nuove politiche industriali modificano le condizioni di accesso ai mercati, alle tecnologie e alle materie prime strategiche, con possibili riconfigurazioni delle catene di fornitura, maggiori costi di produzione e distribuzione e la necessità di ripensare la localizzazione degli investimenti. A questi fattori si aggiungono trasformazioni demografiche, carenza di competenze, cambiamenti normativi e concentrazione di molti settori.

Il punto decisivo è che queste incertezze interagiscono, e per questo la semplice estrapolazione dei risultati storici è sempre meno affidabile. L’IMF elenca tra i rischi al ribasso un conflitto più lungo, la frammentazione geopolitica, nuove tensioni commerciali, un ridimensionamento delle attese di produttività da AI e un debito pubblico elevato; PwC rileva che investimenti in AI, spesa per la difesa e debito sovrano competono per lo stesso capitale. Per un’impresa di servizi ne deriva un doppio vincolo: lo stesso shock che rende urgente investire per difendere i margini rende più costoso farlo.

Dall’unico scenario alla distribuzione dei valori

Un business plan con un solo scenario presuppone che il futuro sia una linea; oggi è una distribuzione. Possiamo predisporre modelli finanziari sofisticati, ma quanto valgono se non abbiamo compreso come potrebbe cambiare il mercato in cui l’impresa opera? Alla pianificazione economico-finanziaria occorre affiancare l’analisi di scenario, l’individuazione delle vulnerabilità del modello di business e la costruzione di opzioni strategiche, cioè di risorse e competenze che consentano di reagire modificando investimenti, prodotti e mercati. In valutazione, soprattutto, scenari e tasso di sconto vanno tenuti distinti.

Alla pianificazione economico-finanziaria occorre affiancare l’analisi di scenario, l’individuazione delle vulnerabilità del modello di business e la costruzione di opzioni strategiche Share on X

Rischio e incertezza

Il tasso di sconto remunera il rischio sistematico, quello non diversificabile. L’incertezza specifica sull’impresa, ad esempio se tra tre anni il suo servizio avrà ancora clienti, appartiene ai flussi, non al tasso. Un’impresa esposta a una discontinuità tecnologica non ha un beta più alto: ha una distribuzione dei flussi più ampia e asimmetrica. Risolvere l’incertezza con un premio specifico aggiuntivo comporta due errori. Penalizza in modo uniforme imprese con vulnerabilità diverse, e rischia il doppio conteggio quando i flussi già incorporano ipotesi prudenti. Il premio specifico resta ammissibile, ma va motivato e limitato ai rischi non riflessi nei flussi e non diversificabili.

Un metodo operativo

  1. Individuare due o tre driver critici: velocità di sostituzione delle attività, prezzo unitario, ritenzione dei clienti, costo del capitale.
  2. Costruire tre o quattro scenari internamente coerenti, non una semplice coppia ottimistico/pessimistico.
  3. Sviluppare per ciascuno un piano completo, con gli investimenti necessari e non soltanto i ricavi.
  4. Attribuire probabilità o, dove mancano basi, soglie esplicite, dichiarando che si tratta di giudizi.
  5. Calcolare il valore atteso come media ponderata e riportare la dispersione, non soltanto il centro.
  6. Definire segnali di allerta osservabili (prezzi, tassi di abbandono, tempi di adozione) che indichino quale scenario si sta realizzando.

Perché conta: un esempio illustrativo

Due imprese hanno lo stesso caso base, con un enterprise value di 40 milioni di euro. L’impresa A poggia su vantaggi difendibili, la B su vantaggi fragili. I valori sono di fantasia.

Caso base Scenario intermedio Scenario di discontinuità Valore atteso
Impresa A (vantaggi difendibili) 40 (p 50%) 36 (p 40%) 30 (p 10%) 37,4
Impresa B (vantaggi fragili) 40 (p 40%) 26 (p 40%) 8 (p 20%) 28,0

 

Un rialzo uniforme del tasso di sconto di due punti (dal 9% all’11%, con crescita del 2%, in una semplificazione alla Gordon) riduce il caso base a circa 31,1 milioni per entrambe. Tratta le due imprese come identiche, mentre il valore atteso per scenari le separa di quasi dieci milioni.

Due precisazioni. La flessibilità ha un valore proprio: quanto più alta è l’incertezza, tanto più valgono le opzioni di modificare investimenti, prodotti e mercati (logica delle opzioni reali). E il valore terminale è il punto più fragile, perché proietta in perpetuo margini che il mercato potrebbe erodere. In un contesto incerto è più prudente modellare una convergenza graduale del rendimento sul capitale investito verso il costo del capitale.

Vantaggi competitivi: per quanto tempo resteranno difendibili?

Ogni impresa dovrebbe saper spiegare perché i clienti la scelgono, quali fattori ne sostengono la redditività e quali ostacoli incontrerebbe un concorrente che volesse replicarne l’offerta. Oggi serve una domanda ulteriore: per quanto tempo questi vantaggi continueranno a esistere? In valutazione equivale al competitive advantage period, l’orizzonte entro cui l’impresa rende più del costo del capitale. L’orizzonte esplicito del piano dovrebbe coincidere con questa stima, seguito da una convergenza graduale verso rendimenti normali anziché da un salto diretto al valore terminale.

L’adozione della tecnologia, di per sé, non è un vantaggio: se tutti dispongono degli stessi modelli, la differenza dipende dalla capacità di combinarli con dati, processi e relazioni difficilmente replicabili. È la tesi di McKinsey, che individua come fonti di durabilità la scala, i dati privilegiati, l’integrazione nei processi del cliente, gli effetti di rete, gli asset vincolati e la fiducia. Da questa tassonomia propongo una lettura per velocità di decadimento, che è una mia valutazione e non un dato.

Fonte del vantaggio Decadimento atteso Segnale di erosione
Competenze di esecuzione e produzione di output standardizzati Rapido Calo del prezzo per unità di output; entranti AI-native
Software basato su funzionalità replicabili Rapido Offerte sostitutive a costo inferiore
Portafoglio clienti senza costi di sostituzione Medio Aumento dell’abbandono verso alternative
Dati proprietari cumulativi, protetti e utilizzabili Lento Concorrenti con dati equivalenti
Integrazione nei processi e costi di sostituzione Lento Riduzione dei costi di migrazione
Fiducia e accountability in ambiti regolati; asset fisici o licenze Lento Cambiamenti regolatori; uscita dal perimetro

A queste va applicato un ulteriore filtro, che collega la strategia al tema della trasferibilità: un vantaggio che dipende dalle persone chiave decade alla velocità con cui quelle persone escono dall’impresa.

Attenzione ai concorrenti che ancora non conosciamo

Tradizionalmente le imprese studiano i concorrenti attuali, confrontandone prezzi, prodotti e strategie. Oggi non basta: il principale concorrente futuro potrebbe operare in un settore completamente diverso. Pensiamo a piattaforme tecnologiche che integrano servizi prima forniti da operatori indipendenti, a imprese industriali che sfruttano dati e relazioni con i clienti per sviluppare servizi avanzati, a società di consulenza che trasformano le proprie competenze in software scalabile, a nuovi operatori AI-native con strutture di costo radicalmente inferiori. La tecnologia rende permeabili i confini tra settori. Occorre quindi chiedersi chi potrebbe entrare nel nostro mercato, con quali risorse e con quale proposta di valore.

La tecnologia rende permeabili i confini tra settori. Occorre quindi chiedersi chi potrebbe entrare nel nostro mercato, con quali risorse e con quale proposta di valore. Share on X

Un caso costruito per fini didattici: Alfa Servizi Digitali

Per illustrare il punto uso un caso, costruito su dinamiche che si riscontrano di frequente nelle trattative. I numeri sono di fantasia.

Alfa è una società di servizi digitali per imprese industriali, con 12 milioni di euro di ricavi e un EBITDA di 2,4 milioni (20%). Il fondatore, che ne detiene il 100%, apre un processo di vendita con un piano che porta l’EBITDA a 3,6 milioni in tre anni e chiede un enterprise value di 21 milioni, pari a 8,75 volte l’EBITDA corrente.

Il compratore, un operatore strategico, non contesta il livello dei margini attuali. Contesta la loro durata, per tre ragioni.

  1. Il 60% dei ricavi deriva da attività a giornata, di analisi e sviluppo su commessa, che l’AI rende progressivamente replicabili da concorrenti con strutture di costo inferiori.
  2. I clienti più rilevanti hanno contratti annuali, senza costi di sostituzione significativi.
  3. Il fondatore gestisce direttamente la relazione con i cinque principali clienti, che pesano per il 50% dei ricavi, e il know-how critico è concentrato in tre persone.

Il compratore costruisce tre scenari: continuità dei margini attuali, erosione graduale per pressione sui prezzi, discontinuità per sostituzione dei servizi più standardizzati. Il valore atteso, ponderato per probabilità, è inferiore alla richiesta di circa un terzo.

Valore (€ mln)
Richiesta del venditore (scenario unico) 21,0
Scenario di continuità (p 30%) 21,0
Scenario di erosione (p 45%) 16,0
Scenario di discontinuità (p 25%) 9,0
Valore atteso, persone chiave ipoteticamente stabili 15,75
Sconto per dipendenza dal fondatore e concentrazione del know-how −1,35
Valore atteso del compratore 14,4

 

Il divario di 6,6 milioni non è omogeneo. Circa 5,25 milioni (l’80%) derivano da un diverso giudizio sulla durata dei margini. Circa 1,35 milioni (il 20%) dipendono dal gap di trasferibilità: il compratore non sconta il rischio che il mercato cambi, ma quello che il valore esca con le persone.

I due divari richiedono rimedi diversi. Il primo si risolve con un meccanismo di prezzo: le parti concordano 15 milioni alla firma più un earn-out fino a 3,5 milioni, legato al mantenimento dei principali clienti e alla quota di ricavi ricorrenti nei due anni successivi. Il secondo richiede un lavoro che il venditore avrebbe dovuto fare prima: contratti pluriennali con i clienti chiave, relazioni distribuite su più persone, know-how documentato, un secondo livello di management. Dove manca, il compratore lo sostituisce con un periodo di affiancamento del fondatore e con una parte del corrispettivo differita.

Alfa avrebbe incassato di più se avesse trasformato, prima di vendere, una parte delle attività a giornata in servizi ricorrenti e distribuito le relazioni. Sarebbe stato sufficiente un lavoro di diciotto mesi, indipendente dall’intenzione di vendere.

Il compratore paga ciò che può verificare

Quando le previsioni perdono affidabilità, il compratore paga solo ciò che è dimostrabile e sopravvive all’uscita del fondatore. Il divario tra venditore e compratore ha così due componenti: un divario di aspettative sui risultati e un gap di trasferibilità, cioè la quota di valore che resta legata a persone, relazioni e conoscenze non incorporate nell’organizzazione. L’incertezza amplifica la seconda.

Il divario tra venditore e compratore ha così due componenti: un divario di aspettative sui risultati e un gap di trasferibilità, cioè la quota di valore che resta legata a persone, relazioni e conoscenze non incorporate nell’organizzazione.… Share on X

Il mercato oggi richiede criteri di valutazione più esigenti: la qualità e la ricorrenza dei risultati, la conversione dell’EBITDA in flussi di cassa, gli investimenti necessari per mantenere la competitività, la vulnerabilità ai nuovi entranti, la trasferibilità di know-how e relazioni, la capacità del management di affrontare scenari differenti. Un’impresa con redditività attuale elevata ma facilmente aggredibile può risultare meno interessante di un’altra con margini inferiori ma sostenuti da vantaggi più solidi. Per questo preparare la vendita significa anzitutto rendere comprensibili, dimostrabili e trasferibili le ragioni per cui l’impresa continuerà a creare valore.

Guardare l’impresa con gli occhi di un investitore

Le trasformazioni in corso creeranno opportunità straordinarie per le imprese capaci di innovare, riposizionarsi e acquisire competenze. Ma chiedono una disciplina strategica che l’imprenditore, immerso nell’operatività quotidiana, fatica spesso a esercitare su se stesso.

Per questo uno degli esercizi più utili è simulare l’attrattività della propria impresa per un investitore. Non perché si debba vendere, ma perché la lente dell’investitore non ammette alibi. Costringe a rispondere, con evidenze e non con convinzioni, a domande che l’abitudine rende opache. Rendere l’impresa leggibile, cioè comprensibile, misurabile e trasferibile, è il modo più diretto per ridurre il rischio che l’investitore le attribuisce.

  1. Da dove proviene effettivamente il valore, e quanta parte dipende da persone, relazioni o conoscenze non trasferibili?
  2. Quanto è difendibile il vantaggio competitivo, e per quanto tempo lo sarà se un concorrente oggi sconosciuto entrasse nel mercato con costi radicalmente inferiori?
  3. Quali asset e competenze occorre costruire, e in quale ordine, per rendere i risultati più ricorrenti, documentabili e indipendenti dalle singole persone?
uno degli esercizi più utili è simulare l’attrattività della propria impresa per un investitore. Non perché si debba vendere, ma perché la lente dell’investitore non ammette alibi. Costringe a rispondere, con evidenze e non con convinzioni, a… Share on X

Chi affronta l’esercizio non sempre lo fa con l’obiettivo di cedere l’azienda o di passare il testimone agli eredi. Spesso punta ad un risultato altrettanto concreto: ridefinire strategia e modello di business per migliorare la qualità e la sostenibilità della performance. È un lavoro che dovrebbe essere svolto indipendentemente dalla volontà di vendere. Ma che, se la vendita arriverà, avrà già fatto buona parte del prezzo.

Come Studio proponiamo una simulazione riservata di attrattività dell’impresa dal punto di vista di un investitore, con una lettura dei driver di valore, della durata dei vantaggi competitivi e del gap di trasferibilità. È uno dei nostri servizi più apprezzati.

Perché il vero vantaggio competitivo non consiste nel prevedere esattamente il futuro, ma nel costruire un’impresa capace di continuare a creare valore anche quando il futuro sarà diverso da quello previsto. Share on X

Perché il vero vantaggio competitivo non consiste nel prevedere esattamente il futuro, ma nel costruire un’impresa capace di continuare a creare valore anche quando il futuro sarà diverso da quello previsto.

Fonti e approfondimenti

  • KPMG, Mercato M&A in Italia, primi nove mesi 2026 (2 ottobre 2026)
  • PwC UK, UK M&A Mid-Year Outlook 2026
  • Reuters (dati LSEG), Global M&A deal rush fades in third quarter as rising borrowing costs bite (1 ottobre 2026)
  • PwC, Global M&A industry trends: 2026 mid-year outlook
  • Mergermarket (ION Analytics), M&A highlights 9M26
  • IMF, World Economic Outlook, April 2026: Global Economy in the Shadow of War
  • McKinsey, From AI table stakes to AI advantage: Building competitive moats (15 maggio 2026)

Dati e fonti verificati al 9 ottobre 2026. Il caso Alfa Servizi Digitali e l’esempio delle imprese A e B sono costruiti per fini didattici, con valori di fantasia.

L’articolo è stato predisposto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono dell’Autore. Il testo è stato sottoposto a revisione ma potrebbe contenere imprecisioni o errori. Vi ringrazio fin da ora per eventuali segnalazioni.

Dobbiamo tornare a fare cose difficili

6 Ottobre 2026/in Restartup, Riflessioni, vita da consulente/da Riflessioni

Dobbiamo tornare a fare cose difficili

Per imprese e professionisti il problema torna a essere il più antico: comprendere il contesto, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

L’intelligenza artificiale rende sempre più semplice l’esecuzione. Per imprese e professionisti il problema torna a essere il più antico: comprendere il contesto, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

Una proposta di acquisizione analizzata dalla stessa AI (sia per l’imprenditore, sia per l’advisor)

Si consideri, a titolo illustrativo, un imprenditore preparato alla guida di un’azienda che cresce da anni, senza particolari rendite di posizione, in un settore che cambia rapidamente. Un giorno riceve da un investitore una proposta preliminare per acquistare tutta o parte della società. Nel linguaggio dell’M&A il documento si chiama spesso LOI, Letter of Intent, o lettera d’intenti: non è il contratto definitivo di vendita, ma mette per iscritto i principali termini sui quali il potenziale acquirente è disposto a proseguire la trattativa.

La LOI indica, di norma, il valore attribuito all’azienda, il prezzo pagato al momento della vendita, l’eventuale quota di prezzo legata ai risultati futuri, i meccanismi di aggiustamento, il periodo di esclusiva durante il quale il venditore si impegna a non trattare con altri acquirenti e le verifiche che l’investitore intende svolgere prima di assumere un impegno definitivo. È il documento che trasforma una manifestazione di interesse in una trattativa.

L’imprenditore carica la proposta in un assistente di intelligenza artificiale e in pochi minuti ottiene una sintesi ordinata: prezzo indicativo, meccanismo di aggiustamento, earn-out (la parte di prezzo corrisposta in un secondo momento e solo al raggiungimento di risultati prestabiliti), esclusiva, condizioni sospensive e clausole che meritano attenzione. Il risultato può essere molto buono ed è ormai alla portata di quasi tutti. Se il consulente chiamato il giorno successivo si limita a consegnare la stessa analisi, con qualche dettaglio in più e una veste più professionale, restituisce al cliente qualcosa che questi in larga parte già possiede. Non c’è nulla di sorprendente: è la conseguenza di una tecnologia che riduce drasticamente il costo dell’elaborazione delle informazioni.

Il valore del consulente

Il valore del consulente dipende anzitutto dalla conoscenza del contesto in cui la proposta è stata formulata: le operazioni precedenti del potenziale acquirente, il suo comportamento in due diligence e negli aggiustamenti di prezzo, il modo in cui ha trattato gli imprenditori dopo il closing. Dipende poi dalla capacità di costruire strutture diverse da quella proposta, con una differente combinazione tra prezzo al closing ed earn-out, altri meccanismi di protezione, un diverso trasferimento del rischio tra compratore e venditore. Dipende, infine, dalla scelta, che nessun documento contiene per intero. Sono queste le cose difficili della professione, e ne discende un quesito per chiunque la eserciti: quante delle attività che fino a ieri si consideravano professionali erano davvero difficili.

L’IA è veloce, la costruzione delle competenze procede più lentamente

I dati descrivono una trasformazione rapida. Secondo l’Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti ha utilizzato tecnologie di intelligenza artificiale, contro l’8,2% del 2024 e il 5,0% del 2023: in un anno l’adozione è raddoppiata. Lo stesso comunicato individua un ostacolo rilevante: la mancanza di competenze adeguate è la barriera indicata dal 58,6% delle imprese che hanno preso in considerazione l’IA senza adottarla. La tecnologia è disponibile; scarseggia la capacità di usarla bene (Istat, Imprese e ICT – Anno 2025, 15 dicembre 2025).

Il McKinsey Global Institute stima che le tecnologie già dimostrate potrebbero automatizzare, in linea teorica, attività corrispondenti a circa il 57% delle ore lavorate negli Stati Uniti. Si tratta di un potenziale tecnico, non di una previsione sull’occupazione, e lo studio precisa che l’adozione richiederà tempo. Più rilevante per la tesi di questo articolo è un’altra conclusione: oltre il 70% delle competenze richieste dai datori di lavoro viene impiegato sia nelle attività automatizzabili sia in quelle che richiedono l’intervento umano.

Cambia il modo di impiegare le competenze, mentre resta la necessità di possederle (McKinsey Global Institute, Agents, robots, and us: Skill partnerships in the age of AI, novembre 2025).

Il dibattito tende a presentare l’IA come strumento di efficienza: preparare un documento più rapidamente, analizzare centinaia di pagine, confrontare contratti, riclassificare informazioni, elaborare scenari.

Sono vantaggi reali, ma l’efficienza tecnologica si diffonde in fretta e, quando tutti dispongono di strumenti comparabili, cessa di essere una fonte stabile di differenziazione.

Diventa decisivo l’impiego del tempo, delle informazioni e della capacità di elaborazione che la tecnologia restituisce.

Si sostiene spesso che l’IA libererà tempo per fare più consulenza, e ciò è vero solo per chi possiede le competenze necessarie per farla.

La stessa tecnologia consente di produrre più velocemente e, soprattutto, di studiare di più, formulare ipotesi, confrontare precedenti e mettere alla prova le proprie convinzioni. Se cambia il servizio, devono cambiare le competenze di chi lo presta.

Il mercato professionale sta cambiando

Alla trasformazione tecnologica si sovrappone il consolidamento dei servizi professionali. Per decenni una parte importante della professione in Italia si è sviluppata attorno al piccolo studio costruito sulla figura del titolare. È stato un modello efficace, che ha garantito prossimità, fiducia personale e conoscenza profonda del cliente, ma presenta limiti evidenti: il micro-studio fatica a sostenere investimenti tecnologici, a sviluppare specializzazioni diverse, a costruire percorsi di crescita per i giovani e a funzionare indipendentemente dal fondatore.

Lo stesso problema si osserva in molte PMI. Un’impresa può essere redditizia, avere ottimi clienti e persone competenti, e conservare tuttavia una parte rilevante del proprio valore concentrata nella persona dell’imprenditore.

Questa vulnerabilità strutturale è il gap di trasferibilità, cioè la quota di valore che non rimane nell’organizzazione quando il fondatore cessa di essere indispensabile.

Vale per un’impresa industriale, per una società di servizi e per uno studio professionale.

Gli investitori se ne sono accorti.

Nel febbraio 2026 Augens Capital, independent sponsor italiano specializzato in operazioni di buy-and-build, ha investito in SRG Associati per costruire una piattaforma scalabile nei servizi professionali: inizialmente amministrativi, contabili, fiscali e del lavoro per le PMI, da estendere nel tempo a finanza agevolata, consulenza ESG e M&A. La tesi di investimento dichiarata richiama il ricambio generazionale, l’avvento delle nuove tecnologie e una tendenza al consolidamento che vede numerosi professionisti associarsi in studi di maggiori dimensioni (Augens Capital, SRG Associati). Aggregare, tuttavia, non significa creare valore automaticamente: la dimensione produce valore solo quando si traduce in maggiore qualità, capacità di investimento, organizzazione e servizio per il cliente.

La boutique professionale aumentata dalla tecnologia

La scala risponde a limiti reali della professione tradizionale, ma comporta a sua volta un rischio organizzativo: quando un’organizzazione cresce molto, soprattutto per acquisizioni successive, deve evitare che industrializzazione significhi standardizzazione e che maggiore efficienza comporti maggiore distanza dal cliente. Nelle grandi società di consulenza accade non di rado che tra il professionista senior, che costruisce la relazione, e le persone che svolgono concretamente gran parte dell’attività vi sia una distanza considerevole.

L’alternativa, quindi, non è scegliere tra piccolo e grande. Può emergere una terza configurazione, la boutique professionale aumentata dalla tecnologia:

una struttura abbastanza organizzata da possedere metodo, specializzazione, cultura del dato e capacità di investimento, e abbastanza compatta da mantenere il rapporto diretto con il cliente, la responsabilità personale dei professionisti senior e una forte personalizzazione del servizio. In questo contesto l’intelligenza artificiale ha una funzione diversa dalla riduzione dei tempi: consente a una boutique di svolgere attività che fino a pochi anni fa richiedevano organizzazioni molto più grandi, come analizzare quantità maggiori di informazioni, costruire rapidamente scenari, strutturare basi informative interne, confrontare operazioni, rendere accessibile il know-how dello studio, automatizzare attività ripetitive e ridurre i livelli organizzativi necessari alla produzione. L’obiettivo è impiegare le competenze migliori dove producono più valore.

A questo si aggiunge il tema del perimetro. Le imprese che affrontano una discontinuità strategica raramente hanno un problema riconducibile a una sola disciplina. Una cessione richiede insieme valutazione d’azienda, corporate finance, fiscalità, diritto societario, due diligence, organizzazione e conoscenza del settore; un passaggio generazionale coinvolge governance, valutazione, diritto successorio, fiscalità e, soprattutto, relazioni tra persone; una ristrutturazione richiede ancora competenze diverse. Difficilmente tutte possono essere eccellenti all’interno della stessa struttura, e la questione diventa la capacità di orchestrarle.

Una boutique può disporre di un nucleo stabile e compatto e, intorno a questo, di un perimetro mobile di collaborazioni qualificate, selezionate in funzione del problema. Si tratta di una piattaforma professionale in cui sono definiti metodo, responsabilità, standard qualitativi, modalità di collaborazione e governo della relazione con il cliente, e non di una rete occasionale di indirizzi. Il vantaggio economico è significativo: si riducono i costi fissi necessari per mantenere internamente competenze usate solo occasionalmente, aumenta la possibilità di scegliere lo specialista più adatto al singolo caso e la tecnologia abbatte ulteriormente i costi di coordinamento della rete. Il risultato atteso è un miglioramento del rapporto tra qualità e prezzo, e questo è probabilmente uno dei territori più interessanti su cui sperimentare nuovi modelli professionali nei prossimi anni.

Quattro competenze difficili

Se una parte crescente dell’esecuzione diventa accessibile, restano almeno quattro competenze che la tecnologia può amplificare ma difficilmente creare da sola. Servono all’imprenditore che deve scegliere chi affiancarsi e al giovane che deve decidere quale professionista diventare.

Competenza Criterio per l’imprenditore Criterio per il giovane
Contesto Il consulente conosce il settore, l’azienda e il momento che l’imprenditore sta attraversando. Il giovane impara a comprendere le imprese, non soltanto a svolgere attività professionali.
Esperienza Il consulente ha già affrontato problemi analoghi e riconosce comportamenti e dinamiche delle controparti. Il giovane accede a operazioni reali e a professionisti dai quali imparare.
Alternative Il consulente costruisce soluzioni migliori e non si limita a spiegare quella che ha davanti. Il giovane impara a formulare scenari, non soltanto a calcolare ciò che gli viene chiesto.
Responsabilità Il consulente formula un giudizio e ne risponde professionalmente. Il giovane si abitua ad assumere la responsabilità delle proprie valutazioni.

Contesto. Comprendere il contesto significa conoscere il settore, l’azienda e il momento che sta attraversando, ed è ciò che consente di leggere una proposta di acquisizione in relazione alla storia dell’impresa e alle intenzioni della controparte, anziché in astratto. Per un giovane vuol dire spingersi oltre l’attività assegnata e individuare il problema di impresa al quale quell’attività risponde.

Esperienza. Chi ha già affrontato problemi analoghi riconosce comportamenti e dinamiche delle controparti: come un acquirente negozia un earn-out, come conduce la due diligence, come reagisce quando emergono rilievi sul prezzo. È un sapere che si acquisisce soltanto partecipando a operazioni reali, ed è la ragione per cui, per un giovane, scegliere lo studio in cui crescere conta quanto scegliere la specializzazione.

Alternative. Il buon consulente non si limita a individuare i problemi nella proposta ricevuta: presenta una possibile struttura, ne affianca altre due e mostra come cambia in ciascuna il rischio per entrambe le parti. L’IA aiuta enormemente a costruire quelle alternative, ma occorre sapere quali valga la pena costruire. Per un giovane significa esercitarsi a formulare scenari, anziché soltanto a calcolare ciò che gli viene chiesto.

Responsabilità. Il consulente formula un giudizio e ne risponde professionalmente; il giovane vi si prepara assumendosi, progressivamente, la responsabilità delle proprie valutazioni.

Il casello e il Telepass

Una parte ancora rilevante dell’attività degli studi professionali consiste nell’intermediazione informativa e documentale tra impresa e amministrazione, e la tecnologia ne riduce progressivamente il valore economico.

L’immagine è quella del casello autostradale: l’addetto allo sportello può diventare ogni anno più veloce ed efficiente, ma accanto a lui il Telepass ha eliminato lo sportello. Svolgere più rapidamente un’attività che la tecnologia rende superflua non è una strategia sostenibile, e la via d’uscita non consiste nell’aprire una corsia più veloce, bensì nell’individuare quali problemi restano difficili.

Tornano così elementi molto antichi della professione, cioè professionalità, giudizio, relazione e fiducia, tanto più importanti quanto più aumenta la quantità di informazioni disponibili.

Un imprenditore che deve vendere l’azienda, aprire il capitale, affrontare una crisi o decidere come trasferirla ai figli non ha bisogno soltanto di una risposta tecnicamente corretta. Ha bisogno di un interlocutore che lo aiuti a esplorare un territorio spesso sconosciuto, a individuare alternative, a comprenderne le conseguenze e infine a decidere.

Tornare a fare cose difficili

La trasformazione in corso può essere letta con un certo ottimismo. L’intelligenza artificiale non rende la professione meno interessante: la costringe a diventarlo o, se si preferisce, a riscoprire se stessa.

Il piccolo studio centrato sugli adempimenti dovrà evolvere; le grandi piattaforme dovranno dimostrare che la scala convive con qualità, indipendenza di giudizio e vicinanza al cliente; le boutique avranno l’opportunità di utilizzare tecnologia, specializzazione e reti professionali per raggiungere capacità fino a ieri riservate a organizzazioni molto più grandi, senza replicarne struttura, costi e livelli gerarchici. La tecnologia, da sola, non garantisce nessuno di questi esiti: servono competenze, organizzazione e studio continuo.

Per gli imprenditori significa scegliere i consulenti in base alla qualità delle persone, al metodo che utilizzano e alla capacità di costruire alternative, e non in base al numero di professionisti che possono sedere attorno a un tavolo. Per i giovani significa prepararsi a diventare molto bravi per meglio comprendere imprese, persone e problemi complessi.

Dobbiamo tornare a fare cose difficili, perché è lì che continueranno a incontrarsi valore economico e valore professionale.


Questo post è stato scritto con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono dell’Autore.

Il testo è stato sottoposto a revisione ma potrebbe contenere imprecisioni o errori. Vi ringrazio fin da ora per eventuali segnalazioni.

NUOVI PIV 2026

21 Settembre 2026/in Business plan, Perizie di Stima, Restartup, Valutazione di azienda/da Andrea Arrigo Panato

NUOVI PIV 2026

Dopo un articolato periodo di consultazione e confronto con la comunità professionale, sono disponibili sul sito della Fondazione OIV i nuovi Principi Italiani di Valutazione – PIV 2026, nella loro versione definitiva.

I PIV costituiscono il principale riferimento tecnico nazionale per lo svolgimento delle valutazioni economiche. Definiscono principi, criteri e procedure finalizzati a rendere il processo valutativo più rigoroso, trasparente e verificabile, senza sostituire il giudizio professionale dell’esperto.

NUOVI PIV 2026: sono disponibili sul sito della Fondazione OIV i nuovi Principi Italiani di Valutazione, nella loro versione definitiva. Share on X

La nuova edizione si articola in due volumi:

  1. i Principi, che stabiliscono le regole e le indicazioni operative da applicare nelle valutazioni;
  2. il Razionale dei Principi, che ne illustra le motivazioni teoriche e metodologiche, facilitandone l’interpretazione.

I PIV 2026 entreranno formalmente in vigore il 1° gennaio 2027, ma ne è consentita l’adozione anticipata.

Nel corso della consultazione, il gruppo di studio della Commissione Finanza ha trasmesso tempestivamente le proprie osservazioni e proposte. Sul sito del nostro Studio sono disponibili diversi articoli a commento delle bozze ed è disponibile la parte delle note alla quale ho contribuito come autore.

La nuova versione dei PIV sarà inoltre oggetto di analisi e approfondimento nell’ambito del Laboratorio professionale “Laboratorio Professionale Valutazioni d’azienda e due diligence con Andrea Arrigo Panato” di Sole 24 ORE Business School, del quale sono coordinatore scientifico. Il percorso consentirà di esaminare le principali novità e le relative implicazioni applicative, anche attraverso il confronto con casi concreti e prassi professionali.

La nuova versione dei PIV sarà inoltre oggetto di analisi e approfondimento nell’ambito del Laboratorio professionale su Valutazioni d’azienda e due diligence di Sole 24 ORE Business School Share on X

La pubblicazione definitiva rappresenta un passaggio importante per tutti i professionisti chiamati a confrontarsi con valutazioni d’azienda, operazioni straordinarie, impairment test e stime di attività materiali e immateriali. Il valore dei nuovi PIV non risiede soltanto nell’aggiornamento delle metodologie, ma anche nel rafforzamento della qualità del processo valutativo e della responsabilità dell’esperto.

Riflessioni e linee guida per la crescita delle PMI

4 Settembre 2026/in Acquisizione e cessione di azienda, Crisi e risanamento di impresa, Operazioni straordinarie, Passaggio generazionale, Perizie di Stima, Restartup, Riflessioni, Valutazione di azienda/da Perizie di Stima

Riflessioni e linee guida per la crescita delle PMI

Una PMI può aumentare fatturato, dipendenti e capitale investito senza diventare un’impresa migliore. La vera sfida è capire quali componenti del proprio vantaggio competitivo possano crescere senza moltiplicare nella stessa proporzione costi, capitale e complessità.

 

Aswath Damodaran, in una delle sue recenti analisi sul rapporto fra crescita e valore, propone una distinzione che dovrebbe essere ovvia ma che quasi nessuno applica con rigore: crescita, scaling e creazione di valore sono tre fenomeni distinti, e un’impresa può realizzare l’uno senza gli altri due. Per una startup questa distinzione è già patrimonio comune, almeno nella retorica del venture capital. Per una PMI italiana invece, nonostante che il tema sia altrettanto rilevante, la questione è sistematicamente trascurata. Perché la PMI italiana non discute quasi mai se la propria crescita stia creando valore: discute solo se stia crescendo abbastanza.

Riflessioni e linee guida per la crescita delle PMI. Crescere non basta. Prima di diventare più grandi, le PMI devono diventare scalabili Share on X La dimensione non è una strategia. Una PMI può aumentare fatturato, dipendenti e capitale investito senza diventare un’impresa migliore. La vera sfida è capire quali componenti del proprio vantaggio competitivo possano crescere senza moltiplicare… Share on X

Il problema: la diagnosi incompleta sulla dimensione d’impresa

Il luogo comune sul sistema produttivo italiano è noto: le imprese sono troppo piccole, e la piccola dimensione limita l’accesso al capitale, il potere contrattuale, la capacità di attrarre manager, la resilienza nei cicli negativi. È una diagnosi in larga parte corretta, sostenuta da anni di analisi di Banca d’Italia sul nanismo dimensionale delle PMI italiane. Ma è una diagnosi incompleta, perché si ferma alla dimensione e non arriva al modello di business. La domanda a mio parere corretta e che è alla base del mio libro “RESTARTUP, le scelte imprenditoriali non più rimandabili” è: quale è la dimensione minima per competere dato il nostro modello di business?.

Immettere capitale in un modello che non è pensato per scalare non risolve il problema dimensionale ma ne trasferisce le fragilità su una massa maggiore di ricavi, di debito e di persone. È un percorso “involutivo”: PMI piccola → capitale → PMI più grande → maggiore complessità → marginalità inferiore → maggiore indebitamento → minore flessibilità.

Il capitale, in questo scenario, diventa acceleratore di un errore strutturale.

Tre concetti che vengono sistematicamente confusi

Il primo contributo di Damodaran è concettuale, prima ancora che operativo: separa nettamente crescita, scaling e creazione di valore, tre concetti che nel linguaggio corrente — e spesso anche nei piani industriali che mi ritrovo ad analizzare nella mia attività professionale — vengono trattati come sinonimi.

 

Concetto Domanda a cui risponde
Crescita Quanto aumentano ricavi, clienti, volumi?
Scaling Quanto posso crescere senza aumentare proporzionalmente risorse e capitale investito?
Creazione di valore Il capitale investito nella crescita genera un rendimento superiore al suo costo?

 

Le tre grandezze non sono correlate in modo automatico.

Un’azienda può crescere molto e scalare poco, se ogni euro di fatturato aggiuntivo richiede un euro proporzionale di capitale circolante, personale e capacità produttiva.

Può scalare e non creare valore, se il rendimento marginale sul capitale investito resta comunque inferiore al suo costo.

E può, all’estremo opposto, restare relativamente piccola e generare moltissimo valore: è il caso di imprese che rinunciano deliberatamente a inseguire mercati enormi perché possiedono, all’interno di una nicchia ristretta, un vantaggio competitivo sufficientemente forte da sostenere premium pricing e margini elevati. L’esempio è Ferrari: un produttore che potrebbe quasi certamente vendere più auto, e che non lo fa, perché la scarsità è parte del vantaggio competitivo, non un suo limite.

Questa distinzione converge con un principio noto della corporate finance, più volte richiamato negli studi McKinsey sulla relazione fra crescita e ritorno sul capitale: quando il ROIC è già inferiore al costo del capitale, migliorare il rendimento del capitale investito crea più valore che accelerare ulteriormente la crescita. Per una PMI la domanda giusta non è “come facciamo a crescere?”, bensì: quale crescita migliora la qualità economica dell’impresa?

Due architetture diverse: scalare non è lo stesso esercizio di costruire un buon business

Il secondo contributo — quello che considero più utile per un consiglio di amministrazione di PMI — è la separazione fra le determinanti dello scaling e le determinanti del business building. Sono due insiemi di variabili diversi, e la confusione fra i due è la causa più comune di piani di crescita che aumentano il fatturato senza aumentare il valore.

 

Determinanti dello scaling Determinanti del buon business
Dimensione e crescita del mercato Unit economics
Struttura competitiva Economie di scala effettive
Intensità di capitale richiesta Vantaggio competitivo difendibile
Inerzia e fedeltà dei clienti Pricing power
Dipendenza da persone chiave —

Un’impresa può disporre di un mercato enorme e crescere molto rapidamente senza possedere affatto un buon business e senza essere in grado di trasformare quella crescita in redditività. Il mercato, da solo, non genera valore.

Tradotto nei termini di una PMI industriale italiana: un produttore può passare da 30 a 50 milioni di fatturato aggiungendo stabilimenti, personale, magazzino, crediti commerciali, una rete di agenti e un livello di complessità organizzativa proporzionalmente crescente. È cresciuto. Non ha necessariamente scalato. E se per generare quei 20 milioni aggiuntivi ha dovuto investire un capitale il cui rendimento incrementale è rimasto inferiore al costo del capitale, ha probabilmente distrutto valore mentre aumentava il fatturato.

Prima di crescere, ridisegnare il modello di business

C’è un passaggio che aggiungerei alla tesi di Damodaran, e che considero il punto di snodo pratico per una PMI: la crescita dovrebbe essere preceduta dal ridisegnare modello di business (restartup). Una PMI dovrebbe chiedersi come ridisegnare il modello affinché possa sostenere una dimensione maggiore senza perdere (ed al contrario possibilmente accrescere) le caratteristiche — margine, controllo, indipendenza dal fondatore — che oggi la rendono competitiva.

Consideriamo una PMI con 20 milioni di ricavi, 100 dipendenti e 2 milioni di EBITDA, e due traiettorie possibili a parità di fatturato-obiettivo:

Percorso Ricavi Dipendenti EBITDA Natura dell’operazione
Replica 40 milioni 200 4 milioni Duplicazione proporzionale della struttura esistente
Restartup (ridisegnare il modello) 40 milioni 140 6 milioni Trasformazione del modello: processi, tecnologia, governance

Il primo percorso raddoppia la dimensione mantenendo costante il margine percentuale. Il secondo aumenta i ricavi in misura identica ma migliora sia la marginalità sia la produttività per dipendente, perché il modello sottostante — non solo la sua scala — è stato ridisegnato. È il secondo percorso ad aumentare il valore strategico dell’impresa, ed è quello che dovrebbe orientare la pianificazione.

Sette lezioni per il consiglio di amministrazione di una PMI

Da questa impostazione derivano, a mio avviso, sette implicazioni operative dirette per chi governa una PMI italiana.

  1. Verificare le economics della crescita prima di fissarne gli obiettivi. Il CAGR dei ricavi non è un indicatore di qualità economica. Vanno misurati contribution margin, EBITDA incrementale, capitale circolante incrementale, capex necessario e ROIC incrementale. Il KPI strategico diventa, in sostanza: quanto valore economico genera ogni nuovo euro di fatturato?
  2. Accertare se il business sia realmente scalabile. Una PMI può possedere un ottimo business senza essere scalabile: se ogni milione aggiuntivo di fatturato richiede proporzionalmente più persone, impianti e capitale circolante, si tratta prevalentemente di crescita dimensionale. Non è necessariamente un errore, ma va riconosciuto per quello che è, ai fini della pianificazione finanziaria e della valutazione.
  3. Riconoscere la dipendenza dall’imprenditore come limite strutturale alla scala. Damodaran inserisce esplicitamente il rischio “key person” fra gli ostacoli alla scalabilità. Per moltissime PMI italiane è probabilmente il vincolo principale, e coincide con quello che nella mia pratica professionale definisco il gap di trasferibilità: se l’imprenditore continua personalmente a vendere, negoziare, progettare, assumere e risolvere i problemi, oltre una certa soglia dimensionale il collo di bottiglia diventa lui stesso. Professionalizzare l’impresa non significa burocratizzarla o farle perdere di identità: significa trasformare conoscenza individuale in capability organizzativa — l’unica trasformazione che rende un’azienda vendibile, trasferibile o finanziabile indipendentemente dal fondatore.
  4. Accettare che non tutte le PMI debbano diventare grandi. È una tesi quasi controculturale nel dibattito italiano sulla dimensione d’impresa, ma è coerente con l’evidenza settoriale: la strategia può consistere legittimamente nel diventare estremamente forti in una nicchia. In design, meccanica specializzata, componentistica, moda e servizi professionali, il modello “Leader di nicchia” — specializzazione elevata, brand riconoscibile, switching cost per il cliente, competenze difficilmente replicabili, premium pricing, internazionalizzazione selettiva — può essere strategicamente superiore alla crescita dimensionale indiscriminata. Non parliamo di imprese che non riescono a crescere, parliamo di una azienda piccola o relativamente piccola per scelta strategica o per coerenza economica.
  5. Trattare l’accesso al capitale come un rischio, non solo come una risorsa. Damodaran osserva che il capitale abbondante può finanziare la crescita di un modello sbagliato, trasformando un piccolo errore in un grande errore. Per una PMI vale in modo speculare con il debito: acquisizioni, nuovi stabilimenti e capacità produttiva facilmente finanziabili possono occultare per alcuni esercizi l’assenza di una vera redditività incrementale, fino a quando il servizio del debito la rende evidente in modo brusco.
  6. Misurare la complessità come un costo esplicito della crescita. Su questo punto Damodaran converge con la ricerca Bain sulla Founder’s Mentality: la crescita genera complessità, e la complessità erode progressivamente velocità decisionale, prossimità al cliente e mentalità proprietaria. Bain sostiene che solo una minoranza delle imprese riesce a sostenere a lungo una crescita profittevole. La PMI non dovrebbe imitare l’organizzazione della grande impresa prima di averne raggiunto la scala effettiva.
  7. Progettare la governance per l’impresa che si vuole diventare, non per quella attuale. Damodaran osserva come oggi alcune società raggiungano dimensioni enormi restando in un regime di governance da impresa privata e founder-driven, rinviando la costruzione delle strutture necessarie. Nella PMI familiare il problema si presenta su scala minore ma identico nella sostanza: consiglio di amministrazione, sistema di deleghe, reporting periodico, prima linea manageriale e processi decisionali dovrebbero essere disegnati in anticipo rispetto alla dimensione, non rincorsi dopo che la dimensione li ha resi indispensabili.

La domanda strategica corretta: che cosa vogliamo scalare?

Qui propongo un passo ulteriore rispetto a Damodaran: non è necessario scalare l’intera azienda. Una PMI può scegliere di rendere scalabili soltanto alcune componenti del proprio modello, lasciando invariate — per scelta, non per inerzia — le parti in cui la relazione diretta e la prossimità restano un vantaggio competitivo.

Elemento Modello tradizionale Modello scalabile
Vendite Relazione personale dell’imprenditore CRM, key account management, canali strutturati
Know-how Nelle persone Processi, database, intelligenza artificiale
Progettazione Ogni progetto ripartito da zero Piattaforme e modularità
Produzione Capacità interna Network produttivo esteso
Distribuzione Agenti locali Modello omnicanale e internazionale
Servizi Ore professionali Software, dati, intelligenza artificiale
Innovazione R&D interna Ecosistema, università, partnership
Management Imprenditore Seconda linea manageriale e governance strutturata

 

È probabilmente questa la conseguenza più importante dell’intera impostazione: la tecnologia rende oggi possibile scomporre l’impresa e scalare selettivamente alcune attività, senza aumentare nella stessa proporzione la struttura complessiva.

Intelligenza artificiale, piattaforme, outsourcing qualificato, reti professionali e partnership diventano, in questa logica, strumenti di strategia — non semplicemente leve di efficienza operativa.

la tecnologia rende oggi possibile scomporre l'impresa e scalare selettivamente alcune attività, senza aumentare nella stessa proporzione la struttura complessiva. Intelligenza artificiale, piattaforme, outsourcing qualificato, reti professionali… Share on X

La stessa logica applicata all’M&A

Questa impostazione ha una conseguenza diretta anche sulle operazioni di acquisizione, particolarmente rilevante nelle strategie di buy-and-build che caratterizzano diversi settori italiani in consolidamento.

 

Se l’obiettivo strategico dichiarato è semplicemente la somma dei ricavi — 50 più 30 uguale 80 milioni — l’operazione appare quasi automaticamente attraente. Ma applicando la distinzione fra crescita e scaling, la domanda corretta diventa: l’acquisizione migliora la scalabilità del sistema risultante? Ovvero, l’operazione:

 

  1. spalma i costi fissi su una base di ricavi più ampia;
  2. aumenta il potere contrattuale verso fornitori o clienti;
  3. apre nuovi canali distributivi altrimenti non accessibili;
  4. elimina duplicazioni strutturali fra le due organizzazioni;
  5. acquisisce tecnologia o proprietà intellettuale rilevante;
  6. riduce la dipendenza da figure chiave, in particolare dai fondatori delle società coinvolte;
  7. genera cross selling effettivo, non solo teorico;
  8. rafforza il pricing power del gruppo risultante;
  9. costruisce una barriera competitiva che nessuna delle due entità possedeva singolarmente.

 

Se nessuna di queste condizioni si realizza, l’operazione produce quasi sempre un’azienda più grande e più complessa — non necessariamente un’azienda migliore. È un criterio di lettura utile in fase di due diligence strategica, prima ancora che in fase di quantificazione del prezzo, ed è coerente con l’esperienza che maturo seguendo mandati sell-side e buy-side: le operazioni che creano valore sono quelle che migliorano la qualità del sistema risultante.

Dalla crescita al valore: gli indicatori che la misurano davvero

Il percorso logico può essere sintetizzato in una sequenza: Growth → Scale Economics → Competitive Advantage → ROIC → Cash Flow → Value. Il problema tipico dei piani industriali che osservo è che si fermano alla prima freccia. Il fatturato non genera valore in modo automatico: lo genera solo se il capitale investito per ottenerlo rende più del suo costo, in modo persistente.

 

Per una PMI che pianifica di passare da 20 a 40 milioni di ricavi, occorre quindi presidiare almeno i seguenti indicatori, che descrivono la qualità della crescita in modo assai più accurato del solo tasso di variazione dei ricavi:

 

Indicatore Domanda strategica
EBITDA margin Migliora con la crescita o si diluisce?
Gross margin Il pricing power resta intatto?
Ricavi per dipendente Aumenta la produttività del capitale umano?
Capitale circolante / ricavi Il fabbisogno finanziario cresce più o meno che proporzionalmente?
Capex / ricavi incrementali Quanto capitale assorbe ogni euro di crescita?
ROIC incrementale Supera il WACC?
Concentrazione clienti Diminuisce con la crescita?
Dipendenza dalla persona chiave Diminuisce con la crescita?
Ricavi ricorrenti Aumentano in proporzione al fatturato totale?
Ricavi internazionali Aumentano, riducendo la dipendenza da un unico mercato?

 

Questi dieci indicatori, letti insieme e nel tempo, costituiscono una base assai più solida per una perizia di stima o per un giudizio di sostenibilità della crescita rispetto al solo CAGR dei ricavi — e sono, non a caso, molti degli stessi elementi che un valutatore verifica in sede di applicazione dei metodi reddituali e finanziari secondo i Principi Italiani di Valutazione.

La domanda che precede ogni piano di crescita

La sintesi operativa di questa impostazione può essere condensata in quattro domande, che propongo come griglia di lettura preliminare a qualunque piano industriale pluriennale:

  1. Scalabilità di mercato — il mercato di riferimento consente effettivamente una crescita di questa entità?
  2. Scalabilità economica — i margini migliorano man mano che l’impresa cresce, o restano semplicemente costanti in valore assoluto crescente?
  3. Scalabilità organizzativa — l’impresa funziona a dimensione maggiore senza moltiplicare proporzionalmente persone e complessità?
  4. Scalabilità competitiva — il vantaggio competitivo diventa più forte o più debole man mano che l’impresa cresce?

Solo quando le quattro risposte sono ragionevolmente positive, la crescita dimensionale diventa una scelta strategica fondata — non un obiettivo inseguito per default, come spesso accade quando la pianificazione si limita a proiettare il tasso di crescita storico.

Conclusione

L’obiettivo di una PMI non dovrebbe essere diventare più grande. Dovrebbe essere diventare più forte. La dimensione è una conseguenza possibile di una strategia corretta, non la strategia stessa — ed è un principio che vale in modo particolare per l’imprenditoria italiana, dove il legame fra crescita dimensionale e concentrazione del valore nella figura del fondatore resta, nella maggioranza dei casi che osservo, ancora irrisolto.

Prima di scalare l’impresa occorre rendere scalabile il suo vantaggio competitivo. Se scaliamo semplicemente produzione, personale e fatturato, otteniamo dimensione. Se riusciamo a scalare brand, know-how, dati, relazioni commerciali, tecnologia, proprietà intellettuale, processi e capacità manageriale, costruiamo valore trasferibile — indipendente dalla persona del fondatore, e per questo effettivamente vendibile, finanziabile e capace di attraversare un passaggio generazionale.

È il punto in cui la riflessione strategica di Damodaran incontra direttamente il tema del gap di trasferibilità: le vulnerabilità che impediscono a una PMI di conservare valore indipendentemente dal fondatore sono, quasi sempre, le stesse che ne impediscono anche la crescita sana. Chi lavora sull’una, lavora necessariamente anche sull’altra.


Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono dell’Autore. Il testo è stato sottoposto a revisione ma potrebbe contenere imprecisioni o errori. Vi ringrazio fin da ora per eventuali segnalazioni.

Bisogna comprendere l’architettura del valore

23 Luglio 2026/in Acquisizione e cessione di azienda, Operazioni straordinarie, Perizie di Stima, Restartup, Valutazione di azienda/da Riflessioni

Bisogna comprendere l’architettura del valore

Misurare non basta più, è necessario comprendere quali asset, relazioni, opzioni strategiche e strutture di governance rendono il valore sostenibile nel tempo.

Quattro documenti recenti, pur affrontando temi diversi, convergono su un punto: in un contesto di crescente incertezza, valutazione e M&A richiedono sempre più capacità di interpretare la qualità degli asset, della governance e degli scenari, e sempre meno l’applicazione meccanica di modelli e multipli.

Bisogna comprendere l'architettura del valore. Misurare non basta più, è necessario comprendere quali asset, relazioni, opzioni strategiche e strutture di governance rendono il valore sostenibile nel tempo. Share on X

Il mercato M&A cresce in valore ma si concentra.

Il PwC Mid-Year Outlook 2026 proietta il valore globale delle operazioni verso i 4.000 miliardi di dollari (+13% sul 2025) a fronte di un numero di transazioni in calo di circa il 13%. Le operazioni sopra i 5 miliardi valgono quasi metà del mercato: escludendole, il valore complessivo risulterebbe in diminuzione. Per l’advisor che segue PMI è facile trarre conclusioni: la distanza tra asset di qualità e asset ordinari è destinata ad ampliarsi.

Nelle imprese tecnologiche la logica build or buy si sostituisce un approccio più articolato: build, buy, partner, access.

L’analisi TMT di PwC mostra compratori che distinguono tra software AI-native, AI-resilient e AI-exposed, e che scelgono tra acquisizione, minoranza, joint venture, partnership o semplice accesso a infrastrutture e competenze.

La conseguenza per la valutazione è precisa: il valore strategico di un asset non coincide con la necessità di possederlo. Alla dicotomia build–buy si sostituisce una scala più articolata — build, buy, partner, access — rilevante nella stima degli intangibili e nella definizione delle strategie di crescita.

Nelle imprese familiari la continuità della proprietà non garantisce la qualità della governance.

Il working paper di Cumming, Hernandez e Ji (8.634 osservazioni firm-year su società USA) ci suggerisce una lezione per il passaggio generazionale: il vero rischio non è la proprietà familiare, ma una governance che scivola verso il trincerarsi nel proprio ruolo di erede. Il ricambio non dovrebbe limitarsi a trasferire proprietà e potere, ma ridisegnare i meccanismi di accountability.

Nella valutazione l’incertezza va resa leggibile, non eliminata.

Il paper di Park e Park sostiene che la struttura dell’incertezza sottostante alla valutazione può essere ricostruita osservando le regole con cui si attribuiscono i valori.

L’implicazione metodologica è distinguere tre concetti spesso sovrapposti:

  • il rischio, quando è possibile attribuire probabilità ragionevoli agli scenari;
  • l’incertezza, quando scenari o probabilità sono difficili da definire;
  • l’errore di valutazione, che attiene alla qualità del modello, delle informazioni e del giudizio professionale.

Una distinzione con applicazioni evidenti a PMI innovative, startup e imprese in turnaround.

Conclusione

La qualità della consulenza dipenderà sempre meno dalla capacità di produrre un numero e sempre più dalla capacità di comprendere quali asset, relazioni, opzioni strategiche e strutture di governance rendono quel numero sostenibile nel tempo.

 

Il valore dell’impresa dipende anche dalla sua capacità di raccontarsi

18 Luglio 2026/in Acquisizione e cessione di azienda, Crisi e risanamento di impresa, Operazioni straordinarie, Passaggio generazionale, Perizie di Stima, Restartup, Riflessioni, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Riflessioni

Il valore dell’impresa dipende anche dalla sua capacità di raccontarsi

Aswath Damodaran ricorda spesso che la valutazione d’azienda è un matrimonio tra storie e numeri. La storia descrive ciò che l’impresa potrebbe diventare; i numeri verificano se quella prospettiva sia ragionevole, sostenibile e coerente con le risorse disponibili.

Per Damodaran ogni numero nella valutazione d’azienda deve avere una storia allegata. E ogni storia che racconti su un’azienda deve avere un numero allegato

Nella pratica professionale, tuttavia, viene dedicata molta attenzione ai numeri e relativamente poca alla qualità della storia che dovrebbe spiegarli. Si analizzano bilanci, marginalità, posizione finanziaria, investimenti e flussi di cassa. Più raramente ci si domanda se l’impresa sia realmente leggibile per chi la osserva dall’esterno e, talvolta, persino per chi vi lavora o dovrebbe ereditarne la guida.

La leggibilità dell’impresa non è un tema di comunicazione in senso stretto. Non coincide con la qualità del sito internet, con la presentazione istituzionale o con l’efficacia di una campagna promozionale. Riguarda la capacità di spiegare in modo semplice e verificabile che cosa rende l’azienda diversa, quali scelte ne hanno determinato l’identità, perché i clienti continuano a sceglierla e quali condizioni possono sostenerne lo sviluppo futuro.

È una componente spesso sottovalutata del valore.

Il valore dell’impresa dipende anche dalla sua capacità di raccontarsi Share on X

Quando l’impresa non riesce a spiegarsi alla propria famiglia

Recentemente ho tenuto una lezione destinata a tre generazioni di una nota impresa familiare. Una realtà solida, con una lunga storia imprenditoriale e un’identità di prodotto riconoscibile.

Mi ha colpito la difficoltà dell’azienda nel coinvolgere le nuove generazioni. Non per una loro mancanza di interesse verso l’attività imprenditoriale, ma perché l’impresa non era riuscita a trasmettere loro le ragioni profonde del proprio percorso.

La storia aziendale era conosciuta attraverso episodi frammentari, ricordi personali e consuetudini consolidate. Non era stata ricostruita come una sequenza di decisioni imprenditoriali: le scelte sui prodotti, gli investimenti affrontati nei momenti più difficili, i clienti conquistati, gli errori corretti, le opportunità a cui si era deciso di rinunciare.

Queste decisioni avevano costruito nel tempo il DNA dell’impresa, ma erano rimaste in larga parte implicite.

Le nuove generazioni vedevano l’azienda esistente, non il processo attraverso il quale era stata costruita. Conoscevano i risultati, ma non sempre le intuizioni, i rischi e i criteri che li avevano resi possibili.

Il passaggio generazionale diventa più difficile quando ciò che deve essere trasferito non è stato reso esplicito. Non si trasferiscono soltanto partecipazioni, ruoli o responsabilità. Si trasferiscono anche una cultura imprenditoriale, un metodo decisionale e una particolare interpretazione del mercato.

Quando questo patrimonio rimane affidato alla memoria del fondatore, rischia di disperdersi o di essere percepito come un insieme di regole prive di una motivazione.

Raccontare l’impresa, in questo contesto, significa rendere trasmissibile la sua identità. Non serve a celebrare il passato, ma a offrire alle generazioni successive gli elementi necessari per comprendere quali caratteristiche debbano essere conservate e quali possano essere rimesse in discussione.

La stessa difficoltà nelle operazioni di M&A

Una situazione simile si è presentata in una recente operazione di M&A.

L’impresa oggetto di analisi era di grande qualità. Aveva sviluppato competenze distintive, una buona reputazione sul mercato, relazioni consolidate con clienti importanti e prospettive interessanti. Eppure faticava a rappresentare in modo ordinato le ragioni del proprio valore.

I dati economici erano disponibili. Mancava, almeno inizialmente, un collegamento sufficientemente chiaro tra quei dati e il modello di business.

Non risultava immediato comprendere quali ricavi fossero realmente ricorrenti, quali competenze rendessero difficile sostituire l’azienda, quale fosse la qualità delle relazioni commerciali, quali investimenti avessero generato il vantaggio competitivo e quali condizioni fossero necessarie per sostenere la crescita.

In un’operazione straordinaria questa difficoltà può avere conseguenze concrete.

L’investitore non acquista soltanto risultati storici. Acquista una prospettiva futura, assumendosi il rischio che le ipotesi formulate non si realizzino. Se l’impresa non riesce a spiegare con chiarezza il proprio funzionamento, il potenziale acquirente tende a compensare l’incertezza attraverso richieste di approfondimento, meccanismi di protezione contrattuale o una minore disponibilità a riconoscere valore.

Una società poco leggibile viene spesso percepita come più rischiosa, anche quando la qualità industriale è elevata.

La capacità di raccontarsi incide quindi sulla cosiddetta equity story, ma non dovrebbe essere considerata una tecnica finalizzata ad aumentare artificialmente il prezzo. Una buona equity story non nasconde le criticità e non sostituisce l’analisi. Al contrario, ordina le informazioni e consente di distinguere meglio i punti di forza dalle ipotesi ancora da verificare.

La narrazione diventa credibile quando permette di comprendere la relazione tra strategia, risultati economici e fabbisogno finanziario.

Quando il racconto genera fiducia

In un’altra esperienza recente, relativa al rilancio di un’impresa, ho osservato il fenomeno opposto.

L’azienda è stata capace di rappresentare con chiarezza il proprio progetto, senza minimizzare le difficoltà. Ha spiegato la qualità delle competenze esistenti, la solidità del prodotto, le cause della crisi, le discontinuità necessarie e il percorso attraverso il quale intendeva tornare a creare valore.

Il racconto era efficace perché non cercava di sostituire i numeri. Li rendeva comprensibili.

Le ipotesi industriali erano sostenute da dati, analisi di mercato, obiettivi misurabili e responsabilità definite. Le criticità erano dichiarate, non nascoste. Il piano non prometteva una crescita generica, ma indicava le condizioni necessarie per realizzarla.

Questa capacità ha contribuito a creare fiducia intorno al progetto. Una fiducia che l’impresa è riuscita a trasformare in coinvolgimento da parte di investitori, finanziatori, collaboratori e partner industriali.

Nei processi di rilancio la fiducia non è una variabile accessoria. È una risorsa economica. Riduce la diffidenza degli interlocutori, facilita il confronto sulle soluzioni e aumenta la disponibilità a sostenere un progetto ancora esposto a incertezza.

Naturalmente, la fiducia non può essere costruita soltanto attraverso una buona presentazione. Deve poggiare su competenze reali, comportamenti coerenti e informazioni affidabili. Ma anche un progetto solido può non trovare sostegno se l’impresa non è in grado di renderlo leggibile.

Raccontarsi non significa fare storytelling

Il termine “racconto” può generare qualche equivoco. Può evocare una rappresentazione suggestiva, costruita per suscitare entusiasmo o attenuare gli elementi meno favorevoli.

Non è questo il punto.

Raccontare un’impresa significa spiegare, con linguaggio comprensibile e documentazione verificabile:

  • quale bisogno soddisfa;
  • perché il prodotto o il servizio è rilevante per il cliente;
  • quali competenze sostengono il vantaggio competitivo;
  • quale qualità hanno i clienti e i ricavi;
  • come vengono prese le decisioni;
  • quali investimenti sono necessari;
  • quali rischi possono modificare le prospettive;
  • quali risultati economici e finanziari ci si attende.

Missione e visione hanno senso soltanto se aiutano a comprendere le scelte dell’impresa. La qualità del prodotto deve trovare conferma nella fedeltà dei clienti, nella capacità di prezzo, nei tassi di rinnovo o in altri indicatori coerenti con il settore. La solidità del progetto deve essere collegata a risorse, competenze, tempi e fabbisogni finanziari.

Le storie prive di numeri diventano dichiarazioni di intenzioni. I numeri privi di una storia rimangono dati difficili da interpretare.

La leggibilità come infrastruttura aziendale

Per molte piccole e medie imprese il problema non è l’assenza di una strategia. Spesso la strategia esiste, ma è prevalentemente nella testa dell’imprenditore. È stata costruita attraverso esperienza, intuizione e conoscenza del mercato, senza essere completamente formalizzata.

Questa caratteristica può essere un punto di forza nelle fasi iniziali, quando velocità e capacità di adattamento contano più della struttura. Diventa però un limite quando l’organizzazione cresce, entra una nuova generazione, vengono coinvolti manager esterni o si apre il capitale a nuovi investitori.

In questi passaggi l’impresa deve rendere esplicito ciò che prima poteva rimanere implicito.

La leggibilità dovrebbe quindi essere considerata una vera infrastruttura aziendale. Non un documento redatto in occasione della vendita, ma un lavoro continuo di ricostruzione e verifica del modello di business.

Un’impresa leggibile conosce i propri driver di valore, misura gli indicatori rilevanti, documenta le decisioni strategiche e sa distinguere i risultati congiunturali dalle caratteristiche strutturali.

Questo lavoro produce almeno tre benefici.

Il primo è interno. Aiuta imprenditori, familiari e manager a condividere una rappresentazione più chiara dell’azienda e delle sue priorità.

Il secondo riguarda il rapporto con il capitale. Investitori e finanziatori possono valutare con maggiore precisione rischi, prospettive e sostenibilità del progetto.

Il terzo riguarda la valutazione. La disponibilità di informazioni coerenti consente di formulare ipotesi più solide e di ridurre quella parte di incertezza che deriva non dal mercato, ma dalla scarsa qualità della rappresentazione aziendale.

Un tema di sostanza, prima che di comunicazione

Le imprese italiane possiedono spesso competenze, relazioni e capacità produttive superiori a quelle che riescono a rappresentare. È una forma di valore non pienamente espresso.

La risposta non consiste nell’aumentare l’enfasi della comunicazione, ma nel migliorare la qualità dell’analisi. Occorre ricostruire la storia imprenditoriale, individuare le decisioni che hanno creato valore, misurare i risultati e chiarire le condizioni necessarie per il futuro.

Soltanto dopo questo lavoro il racconto diventa utile.

Damodaran ha ragione: valutare un’impresa significa tenere insieme storie e numeri. Ma il matrimonio funziona soltanto quando la storia è credibile e i numeri sono affidabili.

Per molte aziende, imparare a raccontarsi non significa apparire migliori. Significa comprendere meglio il proprio valore e consentire anche agli altri di riconoscerlo.

La distinzione fondamentale tra rischio di valutazione e incertezza di valore

28 Giugno 2026/in Articoli, Perizie di Stima, Valutazione di azienda/da Perizie di Stima

La distinzione fondamentale tra rischio di valutazione e incertezza di valore

Analisi del Perspectives Paper IVSC (maggio 2026) e implicazioni strategiche per le PMI

Nel maggio 2026 l’International Valuation Standards Council (IVSC) — l’organismo che redige gli International Valuation Standards (IVS), riferimento globale per la stima del valore — ha pubblicato, attraverso il proprio Valuation Risk Working Group, il Perspectives Paper “Managing and Communicating Value Uncertainty”. I Perspectives Paper non sostituiscono gli IVS: li accompagnano, alimentano il dibattito su temi emergenti e offrono orientamento applicativo. Questo documento prosegue la riflessione avviata dal precedente paper “Getting the Process Right: Exploring Valuation Risk under IVS” e si collega all’Exposure Draft del 30 gennaio 2026, che propone una nuova definizione di rischio di valutazione.

Il contributo centrale del paper è concettuale: separare due nozioni che la prassi tende a sovrapporre — il rischio di valutazione (valuation risk) e l’incertezza di valore (value uncertainty) — e trarne conseguenze operative sul modo in cui il valore va stimato, presentato e comunicato. È una distinzione che riguarda non solo il perito, ma chiunque dipenda da una valutazione: l’imprenditore che cede l’azienda, l’investitore che la acquisisce, il sistema bancario che la finanzia.

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La distinzione fondamentale: rischio di valutazione e incertezza di valore

Il rischio di valutazione è un difetto del processo. Indica la possibilità che errori, omissioni, distorsioni cognitive o documentazione inadeguata — nella scelta del metodo, nel modello, nei dati, nelle assunzioni, nel giudizio professionale o nei controlli di qualità — conducano a un valore non appropriato, non credibile o non supportabile rispetto alla finalità della stima. Per definizione, può e deve essere mitigato: è una grandezza che il perito governa.

L’incertezza di valore è, al contrario, una caratteristica intrinseca. Anche quando il processo è pienamente conforme agli IVS, metodi, dati, assunzioni e giudizi professionali diversi ma egualmente ragionevoli possono produrre un intervallo di valori credibili. Non è un errore da correggere: è il riflesso della complessità dei mercati e degli asset reali. Non si elimina; si comprende, si gestisce e si comunica.

Il paper tiene separati due piani che la prassi confonde sistematicamente: la credibilità del processo (rischio di valutazione) e la legittima variabilità degli esiti (incertezza di valore). L’incertezza di valore non è un fallimento della valutazione, ma una proprietà inevitabile della stima di asset, passività e mercati complessi. Il compito del valutatore non è azzerarla, bensì far sì che gli utilizzatori ne comprendano natura, ampiezza e implicazioni.

Le fonti dell’incertezza di valore

Il paper radica l’incertezza nel contesto macroeconomico recente: la volatilità dei mercati generata da eventi esogeni — la pandemia da COVID-19, i conflitti geopolitici in Medio Oriente e in Ucraina, le tensioni sui mercati energetici — unita al rapido mutamento tecnologico (l’intelligenza artificiale in primo luogo), all’incertezza sulle politiche commerciali e sulla traiettoria dei tassi di interesse. Sono fattori che ampliano l’intervallo dei valori ragionevoli perché riducono la disponibilità e la stabilità degli input osservabili, costringendo il valutatore a formulare un numero crescente di assunzioni.

L’incertezza, in altri termini, non è un’anomalia del momento: è una condizione strutturale con cui la stima del valore deve convivere.

Gestire e comunicare: stima puntuale, intervallo e l’illusione di certezza

Il paper articola tre forme di presentazione dell’esito valutativo. La stima puntuale esprime un valore unico: richiede una spiegazione attenta e non va letta come indice di una precisione superiore a quella effettiva. L’intervallo di valori evidenzia la variabilità ed è derivato da analisi statistiche, di sensitività o dal giudizio professionale. La stima puntuale all’interno di un intervallo combina i due approcci: individua il valore più ragionevole riconoscendo al contempo lo spettro più ampio degli esiti plausibili.

L’avvertenza meno ovvia — e più preziosa — è che l’intervallo non è automaticamente “più sicuro” della stima puntuale. Passare da un punto a un intervallo può creare un’illusione involontaria di certezza, l’impressione di aver mitigato il rischio quando, in assenza di una chiara comunicazione dei suoi parametri, lo si è semmai amplificato. Il valutatore deve spiegare che cosa l’intervallo rappresenta e, soprattutto, che cosa esso non cattura. La variabile decisiva è l’allineamento delle aspettative tra chi redige la stima e chi la utilizza: una valutazione robusta non elimina l’incertezza, la rende intelligibile.

Conclusioni: che cosa può imparare e utilizzare una PMI

Il paper si rivolge ai valutatori, ma il suo impianto ha implicazioni dirette per l’imprenditore di una PMI, che prima o poi si troverà di fronte a un’operazione di M&A, a una raccolta di capitale o a un passaggio generazionale. Tradotto dal linguaggio della valutazione a quello della strategia d’impresa, il documento offre cinque lezioni operative.

  1. L’ampiezza dell’intervallo non è solo un fatto di mercato: è anche un fatto d’impresa, e sulla componente d’impresa si può agire. Una PMI non governa la volatilità macroeconomica, la disruption tecnologica o i tassi — è la componente esogena dell’incertezza. Ma l’ampiezza dell’intervallo che un valutatore le attribuirà dipende anche da fattori endogeni: la qualità e l’osservabilità dei dati aziendali, la documentazione delle assunzioni, la dipendenza dei risultati da pochi input critici e non verificabili. Ogni euro di valore che poggia sulla conoscenza tacita del fondatore, su relazioni non formalizzate o su processi non sistematizzati è, nel linguaggio dell’IVSC, un input non osservabile ad alta sensibilità alle assunzioni: esattamente la colonna del “maggiore grado di incertezza”. È la traduzione operativa del gap di trasferibilità: le vulnerabilità strutturali che concentrano il valore nel fondatore non rendono solo l’azienda più difficile da trasferire — allargano meccanicamente l’intervallo di valore e abbassano il pavimento della trattativa.
  2. L’obiettivo strategico è un intervallo stretto e accurato. Ridurre l’ampiezza dell’intervallo — rendendo i value driver osservabili, documentati e indipendenti dalla persona — è quindi una leva di creazione di valore tanto concreta quanto la crescita dell’EBITDA. La riduzione del rischio, insieme alla crescita dei flussi, è un driver primario di valore.
  3. La cassetta degli attrezzi della disclosure è prima di tutto uno strumento di autodiagnosi. Analisi di sensitività, analisi di scenario, disclosure delle assunzioni critiche e analisi degli esiti delle transazioni non servono solo a comunicare verso l’esterno: la PMI dovrebbe eseguirle internamente, prima di affacciarsi al mercato. Sapere quali assunzioni muovono di più il proprio valore, quali input sono meno osservabili e dove si annida la trappola dell’intervallo “stretto ma inaccurato” permette di intervenire dove conta: costruire l’infrastruttura informativa — reporting direzionale, contrattualizzazione delle relazioni, formalizzazione dei processi — che converte input non osservabili in input osservabili.
  4. La trasparenza sull’incertezza crea valore, non lo distrugge. È la lezione controintuitiva del documento: la trasparenza sull’incertezza rafforza la fiducia, non la indebolisce. L’imprenditore tentato di presentare all’acquirente un unico numero perentorio dovrebbe invertire la logica. Un intervallo credibile, con assunzioni esplicite e sensitività dichiarate, riduce il rischio percepito dalla controparte e difende il prezzo meglio di una stima puntuale che la due diligence è destinata a smontare. L’allineamento delle aspettative tra venditore e acquirente — esattamente ciò che il paper chiede al rapporto tra valutatore e utilizzatore — è ciò che previene la rinegoziazione e l’erosione del prezzo al closing.
  5. L’incertezza di valore è una variabile gestionale permanente, non un evento legato alla cessione. I fattori che allargano l’intervallo — dipendenza dal fondatore, scarsità di comparabili, sensibilità a poche assunzioni — sono gli stessi che rendono l’azienda fragile nella gestione ordinaria: nell’accesso al credito, nella governance, nella continuità generazionale. Governare l’incertezza di valore coincide, perciò, con il rafforzamento dell’impresa nel suo complesso. La valutazione è l’ancora di credibilità che misura quanto lavoro strategico resta da fare.

 

Una Diagnosi di Valore che legga l’azienda attraverso questa doppia lente — il rischio di valutazione, ciò che è mitigabile nel processo, e l’incertezza di valore, ciò che è strutturale e su cui agire con la strategia — è il primo passo per convertire l’astrazione del framework IVSC in un concreto piano di creazione di valore. Per gli imprenditori che vogliono presentarsi al mercato come un “intervallo stretto e accurato”, è da qui che conviene cominciare.

InTesi percorso di mentorship 2026

28 Giugno 2026/in Riflessioni, Valutazione di azienda, vita da consulente/da Riflessioni

InTesi percorso di mentorship 2026

Dalla tesi di laurea alla professione: un percorso di mentorship per giovani interessati a valutazione d’azienda, M&A e crescita d’impresa

La tesi di laurea non dovrebbe essere soltanto l’ultimo adempimento del percorso universitario.

Se scelta e costruita con metodo, può diventare molto di più: il primo vero progetto professionale di uno studente. Un’occasione per imparare a formulare una domanda di ricerca, analizzare un’impresa, comprendere i suoi driver di valore, applicare strumenti tecnici con spirito critico e iniziare a costruire una propria identità professionale.

Da questa convinzione nasce InTesi, il programma di mentorship gratuito promosso da PANATO | Dottori Commercialisti, rivolto a laureandi magistrali interessati a sviluppare una tesi su temi legati alla valutazione d’azienda, alle operazioni straordinarie, alla crescita delle imprese, alla governance e alla finanza aziendale.

Il nostro obiettivo non è semplicemente aiutare uno studente a “scrivere meglio” la tesi. L’obiettivo è accompagnarlo in un percorso più ambizioso: trasformare la tesi in un primo laboratorio di metodo, rigore e pensiero professionale.


Perché nasce InTesi

Molti studenti arrivano alla fase finale del percorso universitario con buone conoscenze teoriche, ma con alcune difficoltà ricorrenti.

Sanno di voler scrivere una tesi in ambito economico-finanziario, ma faticano a individuare un tema realmente rilevante. Conoscono i principali modelli studiati all’università, ma non sempre riescono ad applicarli a casi concreti. Sono attratti dal mondo della consulenza, della valutazione d’azienda, del corporate finance o delle operazioni straordinarie, ma spesso non hanno ancora avuto occasione di capire come questi ambiti si traducano nella pratica professionale quotidiana.

InTesi nasce per colmare questo spazio tra università e professione.

Attraverso un confronto diretto con professionisti che operano quotidianamente al fianco di imprenditori, imprese familiari, PMI innovative, gruppi aziendali, investitori e organi di governance, il programma offre ai giovani la possibilità di misurarsi con problemi reali: come si valuta un’azienda, come si costruisce un piano credibile, come si analizza un modello di business, come si affronta un passaggio generazionale, come si prepara un’impresa a crescere o ad aprire il capitale a nuovi investitori.


A chi si rivolge

InTesi è rivolto principalmente a laureandi magistrali in discipline economiche, finanziarie, manageriali o affini, interessati a sviluppare una tesi su temi coerenti con l’attività dello Studio.

Il programma si rivolge in particolare a studenti interessati a:

  1. valutazione d’azienda;
  2. corporate finance;
  3. operazioni di M&A;
  4. passaggio generazionale;
  5. governance delle imprese familiari;
  6. business plan e strategie di crescita;
  7. imprese innovative, startup e scale-up;
  8. risanamento aziendale e continuità d’impresa;
  9. asset immateriali e driver di valore;
  10. evoluzione della professione e impatto dell’intelligenza artificiale sulla consulenza.

Non cerchiamo studenti già esperti. Cerchiamo persone curiose, rigorose, motivate, capaci di studiare con serietà e disponibili a confrontarsi con feedback critici.

La competenza tecnica si costruisce. L’attitudine al metodo, alla precisione e alla comprensione dei problemi complessi è invece il vero punto di partenza.


Cosa offre il programma

InTesi è un percorso di mentorship, confronto e orientamento.

Il programma può includere, in funzione del grado di avanzamento della tesi e del profilo del candidato:

Area di supporto Contenuto
Scelta del tema Confronto sull’argomento della tesi e sulla sua rilevanza scientifica e professionale
Impostazione del lavoro Supporto nella definizione della domanda di ricerca, dell’indice e del perimetro dell’analisi
Metodo Discussione sull’impianto teorico, sui modelli utilizzabili e sui limiti applicativi
Caso aziendale Orientamento nella costruzione di casi, esempi o analisi applicative
Bibliografia Indicazione di riferimenti, paper, libri e fonti utili
Revisione critica Confronto su alcune parti del lavoro, con attenzione a coerenza, chiarezza e solidità argomentativa
Orientamento professionale Dialogo sulle possibili traiettorie di carriera nel mondo della consulenza, della valutazione e delle operazioni straordinarie

Il percorso non sostituisce il ruolo del relatore universitario, né ha finalità di correzione formale dell’elaborato. Il suo valore è diverso: aiutare lo studente a ragionare in modo più professionale, a rendere la tesi più solida e a comprendere meglio il legame tra teoria, impresa e mercato.


La tesi come primo progetto professionale

Una buona tesi non è soltanto un testo ben scritto. È un esercizio di pensiero.

Costringe a scegliere un tema, delimitare un problema, raccogliere fonti, formulare ipotesi, applicare modelli, distinguere ciò che è rilevante da ciò che è accessorio e sostenere una tesi con argomentazioni solide.

Sono le stesse competenze che servono nella consulenza professionale evoluta.

Chi lavora nella valutazione d’azienda, nel corporate finance o nelle operazioni straordinarie deve saper leggere i numeri, ma anche comprendere il modello di business. Deve conoscere la tecnica, ma anche interpretare il contesto. Deve applicare metodi quantitativi, ma senza rinunciare al giudizio professionale. Deve saper scrivere, spiegare e difendere le proprie conclusioni.

Per questo consideriamo la tesi un passaggio importante: non perché definisca definitivamente il futuro di uno studente, ma perché può rivelare molto del suo modo di pensare.


Alcuni possibili temi di tesi

Ogni percorso nasce dal confronto con lo studente e con il suo relatore universitario. Tuttavia, alcuni ambiti risultano particolarmente coerenti con il nostro lavoro professionale e con le principali trasformazioni in corso nel mercato.

Tra i possibili temi:

  1. La valutazione delle PMI innovative tra DCF, multipli e asset immateriali;
  2. Valore, prezzo e negoziazione nelle operazioni di M&A;
  3. La preparazione alla vendita di un’impresa familiare: governance, numeri e strategia;
  4. Business plan e sostenibilità finanziaria nelle imprese in crescita;
  5. Il ruolo degli asset intangibili nella creazione di valore;
  6. Passaggio generazionale e continuità aziendale nelle imprese familiari;
  7. La valutazione delle startup e delle scale-up tra narrativa strategica e metriche economiche;
  8. Risanamento aziendale e valutazione in condizioni di incertezza;
  9. Governance e advisory board come strumenti di crescita nelle PMI;
  10. L’impatto dell’intelligenza artificiale sui processi di valutazione e consulenza aziendale;
  11. Buy-and-build e crescita dimensionale delle PMI italiane;
  12. La valutazione d’azienda nell’era della complessità: scenari, rischio e giudizio professionale.

Questi temi non sono titoli preconfezionati, ma tracce di lavoro. Il valore della tesi nasce dalla capacità di trasformare un tema generale in una domanda specifica, rilevante e affrontabile con metodo.


Per chi è adatto

InTesi è pensato per studenti che desiderano utilizzare la tesi come occasione di crescita reale.

È adatto a chi:

  1. vuole approfondire temi di valutazione, finanza aziendale, governance e crescita d’impresa;
  2. desidera confrontarsi con professionisti attivi su casi reali;
  3. è disposto a ricevere osservazioni critiche e a rivedere il proprio lavoro;
  4. vuole comprendere meglio la professione del dottore commercialista in una prospettiva evoluta e consulenziale;
  5. è interessato a costruire un percorso professionale in uno Studio specializzato;
  6. considera la tesi non come una formalità, ma come una prima prova di metodo.

Non è invece pensato per chi cerca una semplice correzione redazionale, scorciatoie operative o un supporto puramente formale.

Il programma richiede serietà, puntualità, autonomia nello studio e disponibilità a mettersi in discussione.


Dalla mentorship alla pratica professionale

InTesi è innanzitutto un programma di mentorship.

Tuttavia, per i profili più motivati e coerenti con il nostro metodo, può rappresentare anche un primo momento di conoscenza reciproca in vista di un eventuale tirocinio o della pratica professionale presso lo Studio.

PANATO | Dottori Commercialisti opera in ambiti ad alta specializzazione: valutazioni d’azienda, operazioni straordinarie, M&A, business plan, governance, passaggi generazionali, risanamento e consulenza a imprese in crescita.

Per un giovane interessato a una professione diversa dal modello tradizionale dello studio professionale, questo può rappresentare un contesto particolarmente formativo. Non perché più semplice, ma perché più esigente: richiede studio, capacità analitica, attenzione ai dettagli, sensibilità strategica e desiderio di comprendere davvero le imprese.

La pratica professionale, se affrontata con metodo, non è soltanto un periodo obbligatorio per accedere all’esame di Stato. È il momento in cui si costruiscono le basi del proprio modo di lavorare, ragionare e assumersi responsabilità.


Come funziona la candidatura

Gli studenti interessati possono inviare la propria candidatura allegando:

  1. curriculum vitae aggiornato;
  2. corso di laurea, università e anno di frequenza;
  3. eventuale tema di tesi già individuato, anche in forma provvisoria;
  4. breve descrizione degli interessi professionali;
  5. indicazione dell’eventuale interesse ad avviare un tirocinio o un percorso di pratica professionale.

Le candidature saranno valutate tenendo conto della coerenza del tema, della motivazione del candidato e della compatibilità con il tempo che lo Studio può dedicare al programma.

Il percorso è gratuito, ma selettivo: proprio perché richiede tempo, attenzione e confronto diretto, viene riservato a un numero limitato di studenti realmente motivati.


Perché candidarsi

Candidarsi a InTesi significa scegliere di affrontare la tesi non come un adempimento conclusivo, ma come un primo investimento sulla propria identità professionale.

Significa provare a capire se temi come valore, impresa, crescita, governance, finanza aziendale e operazioni straordinarie possono diventare parte del proprio futuro professionale.

Significa confrontarsi con un modo di lavorare che unisce tecnica, giudizio, indipendenza e capacità di dialogare con imprenditori e organizzazioni complesse.

La tesi è spesso l’ultimo atto dell’università. Per alcuni può diventare il primo passo serio verso la professione.

Con InTesi vogliamo accompagnare proprio quel passaggio.

Valutazione delle Partecipazioni in caso di Recesso

12 Giugno 2026/in Perizie di Stima, Valutazione di azienda/da Perizie di Stima

Valutazione delle Partecipazioni in caso di Recesso

Principi, regole e insidie operative secondo i PIV 2026 (Exposure Draft)

 

1. Perché il recesso è una questione di corporate finance, non solo di diritto

Nel mio lavoro quotidiano di advisor in operazioni di M&A e valutazione d’azienda, incontro con frequenza crescente un fenomeno tipico delle PMI italiane: soci che, in disaccordo con scelte strategiche — fusioni, modifiche statutarie, cambi di governance — esercitano il diritto di recesso. La conseguenza immediata è una valutazione delle partecipazioni che, se condotta in modo approssimativo, genera contenziosi, squilibri patrimoniali e trasferimenti occulti di ricchezza tra soci.

I Principi Italiani di Valutazione 2026 (Exposure Draft) — elaborati dall’OIV, Organismo Italiano di Valutazione — affrontano la materia nella Sezione IV.6 con un rigore che le precedenti edizioni non avevano raggiunto. Il testo distingue esplicitamente il recesso da S.p.A. o S.A.p.A. dal recesso da S.r.l., individua le configurazioni di valore applicabili e prescrive le peculiarità metodologiche che l’Esperto di valutazione deve osservare. Comprendere queste regole non è un esercizio accademico: è il presupposto per non sbagliare.

Valutazione delle Partecipazioni in caso di Recesso Principi, regole e insidie operative secondo i PIV 2026 (Exposure Draft) Share on X

2. Definizione: la valutazione a fini di recesso

Prima di procedere con l’analisi strutturata, è utile fissare una definizione autonoma e citabile.

Secondo i Principi Italiani di Valutazione 2026 (PIV, Sezione IV.6), la valutazione a fini di recesso è la stima del valore della partecipazione del socio uscente, calcolata come quota proporzionale del valore dell’azienda nel suo complesso (entity view), riferita alla data di dichiarazione del recesso, con esclusione dei benefici attesi dalle decisioni che hanno determinato il recesso medesimo.

Questa definizione incorpora tre elementi prescrittivi fondamentali: l’unità di valutazione (l’azienda, non la singola quota), la data di riferimento (la dichiarazione di recesso), e il perimetro del valore (l’impresa as is, non il suo potenziale futuro post-operazione).

3. In sintesi: quadro comparativo SpA e Srl

 

Parametro Recesso da S.p.A. / S.A.p.A. Recesso da S.r.l.
Riferimento normativo Art. 2437-ter c.c. Art. 2473 c.c.
Configurazione di valore PIV Valore intrinseco (PIV IV.6.2) Valore di mercato (PIV IV.6.6)
Unità di valutazione Azienda nel complesso – valore azione pro-quota (PIV IV.6.1) Azienda nel complesso – quota % sul totale (PIV IV.6.5)
Data di riferimento Data legittimante il recesso Data di dichiarazione del recesso (PIV IV.6.5)
Premi/sconti di controllo Non applicabili (PIV IV.6.1 Razionale) Non applicabili
Sconti a livello di entità Applicabili (NAV discount, key person, holding) Applicabili
Esclusione benefici futuri Sì: valore as is (PIV IV.6.3) Sì: valore as is (PIV IV.6.7)
Rischio di diluizione Da considerare se cash-absorbing (PIV IV.6.4) Da considerare se cash-absorbing (PIV IV.6.8)
Criteri statutari alternativi Ammessi per quotate (PIV IV.6, premessa) Ammessi con parametri e ponderazioni (PIV IV.6.6)

 

4. Analisi strutturata: le quattro regole operative dei PIV 2026

4.1 La configurazione di valore: intrinseco per le SpA, di mercato per le Srl

Il PIV 2026 distingue nettamente i due casi.

Per le S.p.A. non quotate, il principio IV.6.2 stabilisce che «la configurazione di valore di riferimento nel caso di valutazioni a fini di recesso è il valore intrinseco in quanto esprime ciò cui rinuncia l’azionista che recede».

Per le S.r.l., il principio IV.6.6 indica invece il valore di mercato, fatto salvo che l’atto costitutivo non preveda configurazioni diverse con relativi parametri di ponderazione.

La differenza non è terminologica. Il Razionale dei PIV 2026 chiarisce che il valore intrinseco «è un prezzo che si dovrebbe formare in un mercato efficiente in senso fondamentale» (Razionale IV.6.2) e che esso non coincide né con il prezzo di cessione della partecipazione né con il valore della migliore alternativa strategica disponibile. È il valore dell’impresa come è, con le sue risorse, le sue debolezze e le opportunità d’investimento già intraprese — non quelle meramente potenziali.

Questa distinzione ha implicazioni operative rilevanti: per le SpA, l’approccio valutativo privilegia la stima fondamentale (DCF, metodi reddituali), ancorata alla struttura finanziaria esistente; per le Srl, la configurazione di mercato apre — in astratto — anche a riferimenti di mercato, sebbene per PMI non quotate la stima rimanga necessariamente di tipo fondamentale o basata su multipli di comparabili privati.

4.2 L’unità di valutazione: sempre l’azienda, mai la quota isolata

Sia per le SpA (PIV IV.6.1) che per le Srl (PIV IV.6.5), l’unità di valutazione è l’azienda nel suo complesso. La quota del socio recedente non viene stimata direttamente, ma deriva da una ripartizione proporzionale del valore dell’impresa.

Il Razionale conferma: «L’unità di valutazione non è la singola quota, ma l’azienda nel suo complesso (entity view). La quota del socio recedente deriva da una ripartizione proporzionale sul valore dell’intera impresa, evitando valutazioni isolate che potrebbero alterare il risultato» (Razionale IV.6.5).

Conseguenza diretta: non sono applicabili né premi di maggioranza né sconti di minoranza. L’esperto non deve chiedersi se il socio recedente sia di minoranza o di controllo — la sua quota è semplicemente una percentuale del valore dell’impresa intesa come sistema unitario. Sono invece applicabili gli sconti che operano a livello di entità (entity level discount): sconti sul NAV per società di partecipazione o immobiliari, key person discount, holding discount e, nei casi di business cash-absorbing, sconti per mancanza di liquidità.

4.3 Il criterio as is: esclusione dei benefici futuri post-operazione

La regola più delicata — e più frequentemente violata nella pratica — è quella dell’esclusione dei benefici attesi dalle decisioni che hanno fatto scattare il recesso. Il principio IV.6.3 (SpA) e il principio IV.6.7 (Srl) sono identici nel contenuto: il valore deve riferirsi all’impresa as is e non deve riflettere i benefici attesi dalle operazioni o dalle decisioni che hanno determinato il recesso.

Il Razionale esplicita la ratio di questa regola con chiarezza: «il socio recedente ha diritto a ricevere il valore della propria quota prima del mutamento, senza beneficiare (o essere penalizzato da) scelte strategiche che egli ha deciso di non condividere» (Razionale IV.6.7). È una regola di equità: chi recede perché non condivide una fusione non ha titolo per appropriarsi delle sinergie che quella fusione genererà; allo stesso tempo, non deve essere penalizzato da una valutazione che incorpori i rischi di un’operazione che egli ha rifiutato.

Nella pratica delle operazioni di M&A, questa regola richiede all’esperto di costruire una valutazione standalone dell’impresa alla data rilevante, neutralizzando qualsiasi effetto economico (atteso o già riflesso nelle proiezioni) dell’operazione che ha determinato il recesso.

4.4 Il rischio di diluizione nelle imprese cash-absorbing

I principi IV.6.4 (SpA) e IV.6.8 (Srl) introducono una fattispecie speciale rilevante per le PMI innovative e le startup in fase di crescita: le società che assorbono cassa, non distribuiscono dividendi e richiedono frequenti ricapitalizzazioni.

In questi casi, attribuire al socio recedente un valore teorico calcolato senza considerare la necessità di futuri apporti di capitale sarebbe metodologicamente scorretto e sostanzialmente iniquo verso i soci rimanenti. Il Razionale chiarisce che «lo sconto compensa il rischio di diluizione del valore dell’azienda a causa della necessità di ricorrere nel futuro a nuovo capitale esterno» (Razionale IV.6.4). L’approccio tecnico richiede analisi prospettiche sul fabbisogno finanziario e sulla sostenibilità della continuità aziendale — una valutazione, dunque, che integra scenari di funding e proiezioni di cassa.

5. Errori più frequenti nella pratica

 

Errore Effetto distorsivo Riferimento PIV 2026
Applicare sconti di minoranza alla quota del socio recedente Riduzione ingiustificata del rimborso, possibile contenzioso PIV IV.6.1 / Razionale IV.6.1
Incorporare nel valore le sinergie dell’operazione che ha generato il recesso (es. fusione) Indebito arricchimento del recedente a danno dei soci superstiti PIV IV.6.3 / IV.6.7
Valutare la quota isolatamente anziché derivarla dall’azienda nel complesso Risultati non comparabili, mancanza di coerenza metodologica PIV IV.6.1 / IV.6.5
Non considerare il rischio di diluizione per imprese cash-absorbing Sovrastima del valore di rimborso, impatto sul patrimonio netto residuo PIV IV.6.4 / IV.6.8
Ignorare criteri statutari di deroga già previsti nell’atto costitutivo Perizia potenzialmente impugnabile per vizio metodologico PIV IV.6.6
Riferire la valutazione a una data diversa da quella della dichiarazione di recesso Violazione del criterio di certezza giuridica; asimmetria informativa tra le parti PIV IV.6.5 / Razionale IV.6.5

6. Implicazioni per imprenditori e advisor

La valutazione a fini di recesso non è un adempimento tecnico routinario. È un momento di conflitto latente tra soci che, se gestito senza rigore metodologico, si trasforma in contenzioso. Le implicazioni sono tre.

Governance e statuto. Molti atti costitutivi di PMI non contengono criteri alternativi di valutazione per il recesso. I PIV 2026 consentono alle Srl di prevedere configurazioni di valore diverse dal valore di mercato, purché definite con chiarezza e corredate da parametri di ponderazione. Una pianificazione preventiva dello statuto — da inserire nelle operazioni di M&A strutturate o nei passaggi generazionali — può ridurre significativamente il rischio di contenzioso futuro.

Passaggi generazionali. Il recesso è frequente nelle operazioni di ricambio generazionale: un socio fondatore che non condivide l’ingresso di un nuovo investitore o la trasformazione societaria può esercitare il diritto di recesso. La valutazione che ne deriva impatta direttamente la sostenibilità finanziaria dell’operazione. L’advisor deve anticipare questo scenario e costruire meccanismi di rimborso compatibili con la struttura patrimoniale dell’impresa.

Operazioni di M&A. In una fusione o scissione, i soci dissenzienti che esercitano il recesso generano un’obbligazione di rimborso che deve essere stimata correttamente nell’analisi pre-closing. Una valutazione as is errata — che incorpori sinergie post-fusione o ignori sconti a livello di entità — può alterare il prezzo dell’operazione o creare tensioni di liquidità impreviste.

7. Domande frequenti

Il socio di minoranza può veder applicato uno sconto sulla propria quota?

No. I PIV 2026 sono espliciti: né premi di maggioranza né sconti di minoranza sono applicabili nella valutazione a fini di recesso. La quota del recedente è una percentuale proporzionale del valore dell’intera azienda. Questo principio tutela il socio uscente da una riduzione ingiustificata del suo rimborso.

Il valore deve includere le sinergie della fusione che ha generato il recesso?

No. Il principio as is impone di valorizzare l’impresa nella sua situazione attuale, escludendo i benefici attesi dall’operazione che ha determinato il recesso. Chi recede non ha contribuito a generare tali sinergie future e non ha titolo per beneficiarne.

Cosa succede se lo statuto prevede criteri diversi di valutazione?

Per le Srl, i PIV 2026 (principio IV.6.6) riconoscono piena validità ai criteri statutari alternativi — purché definiti in modo chiaro e corredati da parametri di ponderazione. L’esperto di valutazione deve verificare l’atto costitutivo prima di procedere metodologicamente.

Come si valuta il recesso in una startup o in un’impresa che assorbe cassa?

I principi IV.6.4 e IV.6.8 prevedono esplicitamente questa fattispecie. La valutazione deve incorporare il rischio di diluizione derivante dalla necessità di futuri apporti di capitale. Questo significa costruire proiezioni di fabbisogno finanziario e valutare il loro impatto sul valore pro-quota del socio recedente, al fine di evitare che gli venga attribuito un valore teorico irrealistico.

8. Conclusione

La valutazione delle partecipazioni in caso di recesso è uno dei contesti tecnici più delicati. I PIV 2026 offrono finalmente un quadro normativo-professionale coerente e dettagliato, che distingue le fattispecie (SpA vs Srl), prescrive le configurazioni di valore applicabili e fissa regole chiare su unità di valutazione, data di riferimento, esclusione dei benefici futuri e gestione del rischio di diluizione.

La conclusione metodologica è inequivocabile: il recesso non è una valutazione di mercato delle quote, né una liquidazione a valore contabile. È la stima del diritto del socio uscente a ricevere la sua quota proporzionale del valore dell’impresa come è — né più né meno. Applicare sconti di minoranza, incorporare sinergie future o ignorare il fabbisogno finanziario prospettico sono errori che i PIV 2026 rendono difficilmente difendibili davanti a un tribunale o a un arbitro.

Come accade in tutte le perizie tecnicamente impegnative, la differenza tra una valutazione corretta e una perizia impugnabile non risiede nel modello matematico adottato, ma nella qualità del giudizio professionale che guida le scelte metodologiche. È questa la ragione per cui l’Esperto di valutazione — figura che i PIV 2026 definiscono con crescente precisione — deve conoscere non solo i metodi, ma anche le regole che ne disciplinano l’applicazione nei diversi contesti legali.

 

Note bibliografiche e riferimenti normativi

  • OIV — Organismo Italiano di Valutazione, Principi Italiani di Valutazione 2026, Exposure Draft, Sezione IV.6 (Recesso da S.p.A./S.A.p.A. e da S.r.l.), principi IV.6.1–IV.6.8.
  • OIV — Organismo Italiano di Valutazione, Razionale dei PIV 2026, Exposure Draft, Sezione IV.6, paragrafi IV.6.1–IV.6.8.
  • Art. 2437-ter c.c. (Criteri per la determinazione del valore di liquidazione delle azioni — S.p.A.).
  • Art. 2473 c.c. (Recesso del socio — S.r.l.).

La valutazione delle partecipazioni secondo i PIV 2026

12 Giugno 2026/in Perizie di Stima, Valutazione di azienda/da Perizie di Stima

La valutazione delle partecipazioni secondo i PIV 2026

Livelli di valore, premi e sconti, errori nella prassi

 

1. Introduzione

I Principi Italiani di Valutazione 2026 (Exposure Draft OIV, di seguito PIV 2026) dedicano la sezione III.3 alla disciplina specifica delle interessenze partecipative, introducendo un framework analitico che impone all’Esperto di valutazione di qualificare con precisione l’unità di valutazione prima ancora di selezionare il metodo. Questo articolo illustra i concetti fondamentali di tale framework, ne evidenzia le implicazioni pratiche e segnala gli errori più frequenti nella prassi.

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2. Definizione

Secondo i PIV 2026 (principio III.3.1):

“Con il termine interessenza partecipativa si intende un pacchetto di azioni o di quote di un’azienda inferiore al 100% e maggiore di una singola azione o quota. Il termine definisce quindi uno spettro molto ampio di pacchetti azionari o di quote rappresentative del patrimonio aziendale.”  (PIV 2026, III.3.1)

La valutazione di una interessenza partecipativa costituisce, pertanto, una fattispecie autonoma rispetto alla valutazione dell’azienda nel suo complesso. Come chiarisce il principio III.3.3:

“La stima del valore di qualunque attività è funzione dei benefici attesi, dei rischi che caratterizzano quei benefici e della informazione a disposizione. Partecipazioni di diversa consistenza si caratterizzano normalmente per benefici, rischi ed accesso all’informazione differenti.”  (PIV 2026, III.3.3 – Razionale)

Ne discende il principio di non proporzionalità: un pacchetto azionario composto da un numero doppio di azioni non necessariamente vale il doppio di un pacchetto composto dalla metà di azioni. La proporzionalità fra valori è possibile, ma va verificata caso per caso (PIV III.3.3).

3. In sintesi

Concetto Significato pratico
Interessenza partecipativa Pacchetto di azioni o quote < 100% e > singolo titolo (PIV III.3.1)
Livello di valore Valore dell’emittente calcolato sulla base di benefici, rischi e informazione disponibile per diverse categorie di investitori (PIV III.3.8)
Non proporzionalità Partecipazioni diverse non hanno valori proporzionali alla percentuale detenuta (PIV III.3.3)
Premio di controllo Aggiustamento positivo per partecipazioni che conferiscono poteri di governo (PIV III.4.2)
Sconto di minoranza Aggiustamento negativo per assenza di controllo, liquidità o trasferibilità (PIV III.4.2)
Configurazione di valore Finalità che orienta la stima: valore di mercato, d’investimento, intrinseco, equitativo, convenzionale

 

4. Analisi strutturata

4.1 Il livello di valore: la variabile chiave

La prima operazione che l’Esperto di valutazione deve compiere è l’identificazione del livello di valore più appropriato (PIV III.3.8). I PIV 2026 costruiscono una gerarchia decrescente di livelli:

Livello di valore Caratteristica Aggiustamento tipico
Controllo strategico Sinergie indivisibili riconosciute dall’acquirente strategico Premio di controllo strategico (il più elevato della gerarchia)
Controllo finanziario Leve finanziarie e break-up value disponibili per investitore finanziario Premio di controllo finanziario (inferiore allo strategico)
Minoranza – soc. quotata contendibile Coincide con il valore dell’azienda stand alone, proprietà contendibile Nessun aggiustamento (riferimento base)
Minoranza – soc. quotata a proprietà bloccata Azienda efficiente ma controllo non contendibile Sconto per mancanza di liquidità
Minoranza – soc. non quotata Assenza di mercato, informazione limitata, scarsi diritti Sconto per mancanza di liquidità + sconto per mancanza di trasferibilità

Questa gerarchia non è rigida: come precisa il Razionale PIV 2026 (III.3.11), se un’azienda è gestita in forma efficiente, finanziariamente ottimizzata e priva di specifici benefici da controllo finanziario, i livelli di controllo finanziario e di minoranza in società contendibile coincidono. L’analisi deve sempre partire dai fatti e dalle circostanze specifiche del caso.

4.2 Analisi delle caratteristiche della partecipazione

Prima di stimare il valore, l’Esperto di valutazione deve raccogliere un insieme strutturato di informazioni (PIV III.3.2). In particolare deve:

  1. Qualificare il tipo di interessenza: stabilire se il pacchetto trasferisce alcuni o tutti i poteri di controllo;
  2. Analizzare le partecipazioni degli altri azionisti: incluse maggiorazioni di voto, voto plurimo, patti di sindacato, accordi buy-and-sell, drag along e tag along;
  3. Verificare i covenants sul debito: le clausole di change of control possono modificare il valore del debito rilevante ai fini della valutazione (Razionale PIV III.3.5);
  4. Valutare l’accesso all’informazione: nel caso di partecipazioni di minoranza in società non quotate, la base informativa può essere limitata ai soli bilanci storici (PIV III.3.2 – Razionale).

Un caso di particolare complessità è quello del cosiddetto swing block: in una compagine con due soci al 49% ciascuno e un terzo al 2%, quel pacchetto di minoranza non è una semplice minoranza, ma un pacchetto potenzialmente in grado di trasferire il controllo (PIV III.3.12 – Razionale). Il livello di valore da adottare è quello di controllo, non di minoranza.

4.3 Premi e sconti: aggiustamenti fondati su dati empirici

I premi e gli sconti sono aggiustamenti di valore da applicare a un livello di valore per ottenere un livello diverso (PIV III.4.1). Non sono arrotondamenti discrezionali: la loro applicazione richiede dati empirici di mercato e motivazione puntuale (PIV I.17.1).

I PIV 2026 (principio III.4.2) identificano tre tipologie principali:

  1. Sconto per mancanza di liquidità: si applica quando i titoli comparabili presentano maggiore liquidità rispetto all’entità oggetto di valutazione.
  2. Sconto per mancanza di liquidabilità (o trasferibilità): si applica quando esistono restrizioni legali, regolamentari o economiche alla vendita. Diverso dal precedente, anche se spesso stimato congiuntamente.
  3. Premio di controllo (o sconto per mancanza di controllo): riflette le differenze tra partecipazioni di controllo e partecipazioni che non consentono di esercitare il controllo.

Un aspetto tecnico rilevante: i premi di controllo espressi in percentuale del valore senza controllo sono decrescenti all’aumentare dell’interessenza che permette di acquisire il controllo, poiché i benefici indivisibili si diluiscono su un investimento maggiore (PIV III.4.2).

Accanto a questi, il Razionale PIV 2026 (I.17.3) riconosce sconti aggiuntivi per specifici profili di rischio aziendale: dipendenza da figure chiave (key person discount), operatività captive all’interno di un gruppo, eccessiva concentrazione del portafoglio clienti. L’Esperto dovrebbe ricorrere a questi sconti solo quando non è praticabile altra via per incorporarli nella stima di base.

4.4 Configurazione di valore e finalità dell’incarico

Uno stesso livello di valore può assumere configurazioni diverse a seconda della finalità della valutazione (PIV Razionale III.3.11). Per una partecipazione di maggioranza, l’incarico può richiedere:

  • il valore intrinseco (prospettiva dell’attuale azionista di controllo);
  • il valore di mercato (prospettiva dei partecipanti al mercato, strategici o finanziari);
  • il valore d’investimento (prospettiva di una specifica entità acquirente, ad esempio in una M&A sell-side);
  • il valore negoziale equitativo (prospettiva di acquirente e venditore specifici, tipico nelle perizie ex art. 2343 o 2465 c.c.).

La scelta della configurazione di valore non è un atto formale: orienta direttamente la selezione del metodo, la costruzione degli input e il perimetro dei benefici da considerare.

5. Errori frequenti nella prassi

Errore frequente Norma di riferimento Conseguenza pratica
Valutare la partecipazione come quota proporzionale del 100% dell’equity PIV III.3.3 Stima errata, non esprime benefici e rischi reali del pacchetto specifico
Non qualificare il livello di valore prima di scegliere il metodo PIV III.3.8 / III.3.10 Metodo inappropriato; risultato non confrontabile con altri valori di mercato
Applicare premi e sconti senza base empirica o motivazione PIV I.17.1 / III.4.1 Stima non verificabile, contestabile in sede legale o in due diligence
Ignorare accordi parasociali e clausole statutarie PIV III.3.2 Omessa considerazione di drag along, tag along, diritti di prelazione e patti di blocco che influenzano significativamente il valore
Omettere i limiti informativi nella relazione (es. solo bilanci pubblici disponibili) PIV III.3.2 Violazione del requisito di trasparenza; relazione non PIV-compliant
Confondere sconto per mancanza di liquidità e sconto per mancanza di trasferibilità PIV III.4.2 Doppio conteggio o sottostima; i due sconti hanno basi empiriche diverse

6. Implicazioni per imprenditori e advisor

In un’operazione di M&A, il valore della partecipazione ceduta dipende da chi acquista e da quanti diritti trasferisce. Un imprenditore che cede il 60% della propria società a un investitore strategico industriale non riceve lo stesso corrispettivo che riceverebbe da un fondo di private equity o da un azionista di minoranza interessato a un ingresso minoritario. I PIV 2026 forniscono la struttura concettuale per articolare queste differenze in modo tecnicamente fondato.

Nei passaggi generazionali, la valutazione delle partecipazioni è centrale per la corretta strutturazione dei patti di famiglia, delle donazioni con riserva d’usufrutto e dei trasferimenti d’impresa agevolati. Una perizia che ignori il livello di valore appropriato — stimando ad esempio una quota di minoranza sulla base del valore pro-quota dell’intero capitale — rischia di essere impugnata sia sotto il profilo civilistico che fiscale.

Per gli advisor in corporate finance, dichiarare che la valutazione delle interessenze partecipative è conforme ai PIV 2026 non è un mero obiter dictum: significa aver compiuto le scelte analitiche descritte in questo articolo, documentandole con precisione nella relazione di stima.

 

7. Domande frequenti

Una partecipazione del 51% vale sempre più di una del 49%?

Non necessariamente. Il principio di non proporzionalità (PIV III.3.3) impone di analizzare i benefici, i rischi e l’accesso all’informazione specifici di ciascun pacchetto. In una compagine con due soci al 49%, la partecipazione del 2% residuale può incorporare un premio di controllo superiore a quello delle due partecipazioni di minoranza. Il valore non è una funzione monotona della percentuale detenuta.

Quando si applica lo sconto per mancanza di liquidità e quando quello per trasferibilità?

Lo sconto per mancanza di liquidità si applica quando i titoli delle società comparabili sono più liquidi di quelli oggetto di valutazione. Lo sconto per mancanza di trasferibilità (o liquidabilità) si applica quando esistono vincoli specifici alla vendita: clausole di lock-up, prelazioni, vincoli statutari. Sono concettualmente distinti (PIV III.4.2), anche se in pratica spesso stimati congiuntamente. Il professionista deve motivare la scelta di stimarli separatamente o congiuntamente.

Qual è la differenza tra valore d’investimento e valore di mercato nella valutazione di una partecipazione?

Il valore di mercato esprime il prezzo che i partecipanti al mercato riconoscerebbero alla partecipazione in una transazione ordinata. Il valore d’investimento considera i benefici specifici che un determinato acquirente può trarre dall’acquisizione — incluse sinergie non accessibili ad altri operatori. In un’operazione di M&A, il prezzo negoziato tende a collocarsi tra i due valori: il venditore punta al valore d’investimento del compratore, il compratore al valore di mercato.

Una valutazione con informazioni limitate può essere PIV-compliant?

Sì, a condizione che l’Esperto di valutazione documenti espressamente i limiti informativi incontrati e le scelte conseguenti (PIV III.3.2 – Razionale). Nelle PMI non quotate, dove la base informativa può ridursi ai soli bilanci storici, la conformità ai PIV non richiede dati non disponibili, ma impone trasparenza sulle limitazioni e sul loro impatto sull’attendibilità della stima.

8. Conclusione

La valutazione delle interessenze partecipative è uno degli ambiti in cui il giudizio professionale dell’Esperto di valutazione è più determinante. I PIV 2026 offrono un framework analitico rigoroso, che articola la stima in fasi logicamente sequenziali: definizione dell’unità di valutazione, qualificazione del livello di valore, analisi dei benefici e rischi specifici del pacchetto, scelta della configurazione di valore coerente con la finalità dell’incarico, applicazione motivata di premi e sconti.

Come ricordano i PIV (I.1.6): «La credibilità della valutazione si fonda sulla credibilità del processo di stima seguito». Applicare meccanicamente la proporzione del capitale, ignorare i diritti accessori della partecipazione o applicare sconti senza base empirica non è solo tecnicamente scorretto: è una scelta che espone la perizia alla contestazione e, in definitiva, non tutela né il venditore né l’acquirente.

In un contesto in cui il mercato M&A italiano delle PMI è strutturalmente caratterizzato da partecipazioni di minoranza, passaggi generazionali e operazioni straordinarie con compagini azionarie complesse, padroneggiare questi principi non è un esercizio accademico. È una competenza professionale essenziale.

Note e riferimenti bibliografici

  • OIV – Organismo Italiano di Valutazione, Exposure Draft PIV – Principi Italiani di Valutazione 2026 (ED-PRINCIPI-ITALIANI-DI-VALUTAZIONE-2026). Data di applicazione: 30 giugno 2026.
  • OIV – Organismo Italiano di Valutazione, Razionale dei PIV 2026 (ED-RAZIONALE-DEI-PIV-2026) – documento non autoritativo di commento ai principi.
  • IVSC – International Valuation Standards Council, International Valuation Standards (IVS) 2024.
  • Codice Civile italiano, artt. 2343, 2343-ter, 2465 (perizie di stima in operazioni sul capitale).
  • I principi citati nel testo (es. PIV III.3.1, III.3.2, III.3.3, III.3.8, III.4.2, I.17.1–I.17.3) si riferiscono alla numerazione dell’Exposure Draft PIV 2026. I riferimenti al Razionale indicano il documento interpretativo non autoritativo.
  • Il presente articolo è redatto a fini informativi e professionali; non costituisce parere legale né perizia di stima ai sensi dei PIV.

 

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