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Il consulente che preferisco è sporco di grasso

Il consulente che preferisco è sporco di grasso

La dinamica del concordato preventivo ed il ruolo del professionista.

 

In questo periodo di crisi economica mi trovo sempre più spesso a dover predisporre o attestare piani di risanamento.

Fatti ovviamente salvi i casi virtuosi in cui si ha la fortuna di lavorare con ottimi professionisti e con imprenditori consapevoli di quanto accade loro intorno, sempre più spesso mi accorgo che i casi degli “insalvabili” presentano più o meno le caratteristiche che descrivo sotto.

Purtroppo troppo spesso il sistema che gravita intorno all’impresa non da l’allarme, spesso racconta una storia rassicurante che impedisce all’imprenditore di percepire la gravità della crisi per tempo. La prima vera autocritica che il sistema Italia dovrebbe fare è proprio questa: aver spesso ingannato chi fa impresa.

Ormai mi fido solo dei consulenti sporchi di grasso e olio che si mettono con noi ad analizzare costi e procedure in fabbrica, quelli che cambiano la produzione e non propongono miracoli, quelli con la faccia stanca per aver analizzato i dati di vendita, i prezzi, i mercati alternativi. 

Fuggo da quelli sereni e riposati, con camicia bianca impeccabile, quelli che con le banche ci penso io, quelli che è un attimo che ti faccio un piano credibile…. che è una follia che non si trovi un attestatore pronto a firmare….

Ecco, in estrema sintesi ed in maniera non esaustiva, le fasi della crisi, un pò ci rido e banalizzo, ma non sono molto distante dalla realtà (sia chiaro che non sottovaluto né le difficoltà del fare impresa, né la vera e propria rivoluzione che ha attraversato interi settori della nostra economia, in particolare nel preziosissimo mondo della manifattura). 

FASE 1: sonni tranquilli

L’imprenditore è sereno
Negli ultimi 4 o 5 anni l’impresa è sempre stata in perdita, continua a perdere, nessun cambio di rotta viene preso in considerazione. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi.

Le banche sono serene:
Continuano felici a finanziare le perdite, non finanziano più da anni investimenti, solo perdite. La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Nel frattempo qualcuno più accorto inizia a chiedere all’imprenditore maggiori garanzie personali o reali sugli immobili che tanto sono l’unico valore vero, che a chiedere ipoteca non si sbaglia mai.

Il commercialista è sereno:
L’impresa ha spalle larghe, La colpa è della crisi e non esistono leve da utilizzare per modificare le cose, bisogna solo aspettare che passi. Magari un paio di operazioni di bilancio, anche lecite, per ricreare il patrimonio, tutti tranquilli, soprattutto il cliente che è meglio non perderlo.

FASE 2: Il risveglio

L’imprenditore è spaventato
Improvvisamente le banche iniziano a muoversi, riducono i fidi, emerge qualche insoluto, scopre che operazioni di bilancio sono servite solo a prender tempo, tempo che purtroppo non è stato utilizzato per risanare l’impresa.

Le Banche si fanno più attente
Qualche software le avvisa che i bilanci non sono cosi solidi, che il patrimonio si sta consumando, qualche incongruità su alcune poste. Il Direttore chiede un incontro, inizia aggressivo, chiede di elaborare un piano di rientro, e trema quando sente le parole piano di ristrutturazione del debito. L’incontro successivo avviene in azienda ed il direttore improvvisamente scopre che l’intera via è tappezzata da cartelli vendesi ed affittasi… il capannone non vale nulla. Dramma.

Il commercialista inizia a preoccuparsi

Come chiuderemo il bilancio quest’anno? Come? han ridotto i fidi? Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti, senza pensare che l’errore delle banche è aver dato troppo, non troppo poco.

FASE 3: inizia a grandinare

L’imprenditore è terrorizzato e paralizzato
Le Banche tagliano i fidi, i fornitori chiedono pagamenti anticipati, non capisce, non si fida, qualcuno propone di rivedere costi e produzione ma non ascolta, è il suo regno, ha già controllato e ricontrollato tutto. Muoviamo il bilancio, parliamo con le banche ma la produzione è perfetta. 

Le Banche temporeggiano
tagliano i fidi ma il debito resta, non si muovono, temono di perdere tutto, aspettano il piano di risanamento.

Il commercialista si inventa stratega
Recupera on line un programmino excel, inizia a fare piani finanziari e ad analizzare i bilanci dei concorrenti, vuole rendersi utile, scopre che non c’è tempo, ma non demorde, studia, ci prova, inizia la serie infinita di riunioni con l’imprenditore che si concludono con l’immancabile: Banche cattive… su questo si trovano d’accordo tutti 

FASE 4: Arriva il consulente

Scenario 1: il consulente “ghe pensi mi”
E’ immediatamente simpatico all’imprenditore, è il suo ariete contro le banche cattive che il timido commercialista non è riuscito a convincere.
Non pone problemi ma soluzioni. Tutto ruota intorno alla finanza, l’impresa può continuare cosi e soprattutto non entra in fabbrica, regno incontrastato dell’imprenditore.
Lui sa. Incontra, riunisce, predispone, sceglie i colori delle slide e fattura, fattura, un monte ore impressionante a costi rilevanti. Del resto chi non pagherebbe oro il salvatore dell’impresa?
Poi qualcosa non va, i soldi finiscono, i fornitori non si fidano, le banche sono cattive (anche se la sorte è avversa resta simpatico all’imprenditore). Tutto si avvita, l’attestatore non firma, l’azienda si ferma.

Scenario 2: L’ingegnere, il controller, il commercialista o chi per lui…
Per una serie di coincidenze fortunate (collegio sindacale serio, commercialista preparato, imprenditore che mette in moto la sua rete di relazioni) si presenta un tipo strano, che finchè non capisce non demorde, che conosce excel più di sua moglie, che mette in crisi le certezze dell’imprenditore.
Si trasferisce in azienda, giorni intensi, tutto ruota su produzione e vendite, il resto verrà dopo, deve capire, chiede, chiede, chiede, definisce le procedure, i tagli, la riduzione forza lavoro, tranquillizza gli interlocutori. In questo caso con un pò di fortuna e se non si arriva tardi l’impresa si salva, l’imprenditore (vero motore di tutto) si rimette in gioco, ascolta le domande e trova nuove risposte (perché per esperienza è sempre l’imprenditore che trova le risposte. I consulenti devono solo saper far le domande giuste). 

Il fattore tempo spesso è determinato, oltre che dall’imprenditore, dalla professionalità del collegio sindacale e del commercialista. E’ qui il nostro ruolo, forse il più importante. Lanciare l’allarme in tempo.

Purtroppo a fronte di una crisi feroce e complicata non sempre l’offerta di consulenza (commercialisti compresi, giusto per tranquillizzare le altre categorie e non sottrarci all’autocritica) si dimostra adeguata. Sugli altri attori presenti in scena ( banche, associazioni di categoria, stampa, governo, ecc ), il discorso si fa più complesso…

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La valutazione d’azienda nel concordato preventivo

La valutazione d’azienda nel concordato preventivo

Articolo pubblicato su Mysolution e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

 La valutazione dell’azienda in crisi va operata a “valori di mercato” tenendo presente la particolare situazione finanziaria in cui si trova rettificando eventualmente i valori applicando al valore corrente di funzionamento un coefficiente di deprezzamento, variabile da caso a caso, per stimare il valore di realizzo o di liquidazione e per scontare gli eventuali rischi di continuità aziendale.

La crisi d’impresa rappresenta un argomento di gran moda in dottrina, data l’importanza crescente che ha assunto negli ultimi anni, nonché per l’aumentare della rischiosità delle attività economiche anche a causa della congiuntura che l’economia nazionale, ma non solo, sta attraversando.

In tale contesto assume rilievo il tema della valutazione delle aziende in crisi nell’ambito delle procedure e del concordato preventivo in particolare.

Il criterio del valore di mercato normalmente accettato appare certamente di non facile applicazione. Lo stimatore, per poter valutare l’azienda o il ramo d’azienda oggetto della perizia, dovrà certamente attenersi alle best practice ed ai criteri valutativi comunemente accettati dalla dottrina aziendalistica, utilizzando quello tra loro che maggiormente si adatta alle peculiari caratteristiche dell’oggetto di stima.

Il documento del CNDCEC “La relazione giurata estimativa del professionista nel concordato preventivo e nel concordato fallimentare” per quanto datato offre numerosi spunti al perito attestatore.

Metodi patrimoniali

Il metodo patrimoniale è sicuramente quello meno problematico. L’azienda e i singoli beni da cui è composta possono sicuramente essere valutati anche secondo criteri di funzionamento (in caso di continuità aziendale), ma con il deprezzamento derivante dalla particolare situazione.

Per quanto concerne, la concreta valutazione dei singoli beni per i quali la stima investa anche professionalità tecniche, pare assai logico che il professionista stimatore si avvalga, a sua volta, delle prestazioni professionali di ingegneri, architetti, geometri, ecc. di volta in volta da individuarsi in relazione alla natura del bene da stimare (terreni edificabili, fabbricati a destinazione speciale, programmi software, ecc.), ferma restando, in ogni caso, la responsabilità in capo al professionista stimatore per le valutazioni oggetto di giuramento.

Metodi reddituale e finanziario

Alcuni dei metodi valutativi più comunemente usati si fondano su flussi reddituali e finanziari futuri, ricavabili da piani industriali predisposti dall’organo di governo dell’impresa che difficilmente, nel caso di aziende appartenenti a società in concordato preventivo ed affittate ad un soggetto terzo, potranno essere nella disponibilità del perito attestatore.

Parimenti con particolare attenzione dovranno esser trattate le principali criticità derivanti dalla valutazione dell’avviamento. Da una parte difficilmente potrà essere valutato un avviamento positivo nel caso in cui l’impresa sia, formalmente o sostanzialmente, cessata o in profonda crisi tale da far temere per la continuità aziendale. Dall’altra parte invece il caso in cui l’azienda sia funzionante, grazie alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale da parte dell’affittuario. In questo caso bisognerà tener conto non solo del valore dell’avviamento ma anche le eventuali clausole di conguaglio del contratto di affitto e tutto ciò che potrebbero comportare per l’attivo concordatario.

Sintesi

La valutazione dell’azienda in crisi va operata a “valori di mercato” tenendo presente la particolare situazione finanziaria in cui si trova rettificando eventualmente i valori “in caso di liquidazione”.

Il perito dovrà ricercare più che il semplice valore normale o valore corrente che l’azienda ha sul mercato in caso di normale funzionamento, il valore corrente in caso di situazione di crisi aziendale: applicando al valore corrente di funzionamento un coefficiente di deprezzamento, variabile da caso a caso, per stimare il valore di realizzo o di liquidazione.

L’azienda può quindi essere valutata secondo criteri di funzionamento (se c’è continuità aziendale), ma con l’eventuale deprezzamento derivante dalla particolare situazione aziendale.

 

Per approfondire: La relazione giurata estimativa nel concordato preventivo e nel concordato fallimentare

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