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Indici di allerta nella crisi di impresa

Indici di allerta nella crisi di impresa

Al Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili l’art. 13. Co. 2 del codice della crisi e dell’insolvenza d’impresa ha assegnato il compito di elaborare gli indici necessari al completamento del sistema dell’allerta, introdotto nell’ordinamento con la legge delega n. 155/2017.

Il CNDCEC, pur eseguendo integralmente il mandato legislativo di elaborazione degli indici di cui al secondo comma dell’art. 14 ha definito, un argomentato iter logico che, dall’esame dell’andamento aziendale, conduce alla rilevazione dei fondati indizi di crisi. Questi, come da espressa previsione dell’art. 2 lett. a), attengono alla manifestazione dell’inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate, indizi dai quali scaturiscono gli obblighi segnaletici di cui all’art. 14.

Struttura “ad albero” e combinata

A tal fine è stata adottata una struttura, ad un tempo, “ad albero” e combinata.

La presenza di uno stato rilevante di crisi, nei termini di cui all’art. 13 co. 1, è diagnosticata attraverso:

  1. la preliminare rilevazione della presenza di ritardi reiterati e significativi nei pagamenti (per la quale il documento fornisce puntuali indicazioni)
  2. la verifica della presenza di un patrimonio netto negativo o inferiore al minimo di legge,
  3. l’evidenza della non sostenibilità del debito nei sei mesi successivi attraverso i flussi finanziari liberi al servizio dello stesso.

Ottica forward looking

Ed è per questo che il documento prevede l’impiego del DSCR (Debt Service Coverage Ratio), individuando i relativi approcci di misurazione. Si tratta di un indice che interiorizza l’ottica forward looking che impone l’art. 14 quando richiede la valutazione del prevedibile andamento aziendale.

Impiego combinato di 5 indici

Solo qualora il DSCR non sia disponibile, o i dati prognostici occorrenti per la sua determinazione siano ritenuti non sufficientemente affidabili (anche dagli organi di controllo), si ricorre, sempreché la situazione di crisi non sia già stata intercettata dal patrimonio netto negativo o dalla presenza di reiterati e significativi ritardi, all’impiego combinato di una serie di cinque indici, con soglie diverse a seconda del settore di attività, che debbono allertarsi tutti congiuntamente.

Si tratta dell’ultimo nodo dell’albero di rilevazione, costituito dai seguenti indici:

  1. a) indice di sostenibilità degli oneri finanziari in termini di rapporto tra gli oneri finanziari ed il fatturato;
  2. b) indice di adeguatezza patrimoniale in termini di rapporto tra patrimonio netto e debiti totali;
  3. c) indice di ritorno liquido dell’attivo in termini di rapporto da cash flow e attivo;
  4. d) indice di liquidità in termini di rapporto tra attività a breve termine e passivo a breve termine;
  5. e) indice di indebitamento previdenziale e tributario in termini di rapporto tra l’indebitamento previdenziale e tributario e l’attivo.

Capacità predittiva degli indici

La massimizzazione della capacità predittiva degli indici è stata ottenuta tramite un processo di selezione tra decine di migliaia di combinazione di indici, mediante test che hanno interessato tutte le società con bilancio ordinario pubblicato, avendo riguardo ad eventi di default nei tre anni successivi.

Con l’aiuto fondamentale dei partner tecnici Cerved e Innolva, che hanno messo a disposizione personale e dati al fine di elaborarli in tempo reale, abbiamo potuto spaziare nella analisi di molti indici e di altrettante informazioni sul passato. In questo modo si è costruito un vero e proprio iter diagnostico dello stato di salute finanziaria dell’impresa, argomentato e controllabile, ed “eventualmente sindacabile” solo nel momento in cui un soggetto avesse ancora più dati e informazioni di quelle da noi utilizzate.

Questo, nel complesso, l’approccio adottato che permette di intercettare progredendo attraverso fasi successive di diagnosi tutte le situazioni ritenute rilevanti dal co. 1 dell’art. 13. Esso nondimeno tiene conto dei due indici significativi individuati dalla stessa norma.

Il rischio dei falsi positivi

I falsi positivi (e cioè il rischio di segnalare realtà che non presentano il rischio di default nei tre anni successivi) sono limitati a un livello di segnalazioni ragionevoli e comunque sono circoscritti ai soli cinque indici ad impiego congiunto, che peraltro assumono un ruolo subordinato rispetto agli altri indicatori (reiterati e significativi ritardi nei pagamenti, patrimonio netto negativo, DSCR inferiore ad 1) necessitando di essere corroborati da ulteriori elementi per assumere comunque la natura di ‘fondati indizi’.

Startup e altri casi particolari

Il documento, infine, prevede specifici indici per le start-up innovative, le imprese in liquidazione e le imprese neocostituite ma soprattutto tiene conto di alcune specificità già oggi considerate nel documento come il mondo delle cooperative e dei consorzi, quello della edilizia con considerazioni anche per le situazioni in cui via siano crediti nei confronti della P.A.

Per approfondire

Scarica: GLI INDICI DELL’ALLERTA E L’APPENDICE METODOLOGICA

Tutela del patrimonio: addio alla protezione del fondo patrimoniale?

Tutela del patrimonio: addio alla protezione del fondo patrimoniale?

Articolo Tutela del patrimonio: addio alla protezione del fondo patrimoniale? pubblicato su Mysolution|Post e qui riprodotto per gentile concessione dell’Editore

Il nuovo D.L. 27 giugno 2015, n. 83 si pone in continuità rispetto alla continua “erosione” di efficacia degli strumenti di protezione patrimoniale diretti a stabilire vincoli di indisponibilità del patrimonio aggredibile da parte dei creditori. Tra gli strumenti colpiti analizziamo il fondo patrimoniale.

Fondi patrimoniali: nuove possibilità di esecuzione forzata

Il fondo patrimoniale, strumento di grande utilizzo nell’ambito della segregazione patrimoniale, subisce una nuova (e decisiva) “erosione” del suo carattere protettivo.

In particolare, il recente D.L. 27 giugno 2015 n. 83 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 27 giugno 2015, n. 147) mediante l’introduzione del nuovo art. 2929-bis cod. civ., rende possibile l’esecuzione forzata per i beni immobili o mobili registrati del debitore anche se sottoposti a vincolo di indisponibilità (o di alienazioni a titolo gratuito), derivante dalla costituzione di fondo patrimoniale (ovvero da un trust, da una donazione), e ciò senza la preventiva sentenza dichiarativa di inefficacia del vincolo o del trasferimento, laddove il vincolo sia sorto successivamente al sorgere del credito ed il pignoramento sia stato trascritto entro un anno dalla data di trascrizione dell’atto stesso.

Attenzione: La possibilità è concessa anche ai creditori anteriori se, entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole, intervengono nell’esecuzione promossa da altri.

In sostanza, i creditori – in primis le banche – non sono più tenuti ad introdurre un procedimento giudiziario di revocatoria al fine di far dichiarare l’inefficacia del fondo, giudizio che spesso consentiva ai debitori maggior potere “contrattuale” verso successive soluzioni transattive con gli Istituti di credito, visti i tempi lunghi del processo e le oscillazioni giurisprudenziali in materia.

Saranno, casomai, i debitori a dover reagire con relativo procedimento di opposizione per far valere la validità del vincolo, quando contestano la sussistenza dei presupposti di operatività di tale nuova norma ovvero la conoscenza da parte del debitore del pregiudizio che l’atto arrecava alle ragioni del creditore.

Atto di opposizione senza dubbio difficile da intraprendere con successo nel caso di costituzione di fondo patrimoniale, il quale “quando è posto in essere da entrambi i coniugi, costituisce un atto a titolo gratuito che può essere dichiarato inefficace nei confronti del creditore, qualora ricorrano le condizioni di cui dell’art. 2901 c.c., n. 1” (in tal senso Cass. 9 giugno 2015, n. 11862 ).

In realtà, la costituzione di un fondo patrimoniale, seppur compiuta in data anteriore al sorgere del debito, negli ultimi periodi aveva perso la sua natura “protettiva” del patrimonio famigliare, attesa la rigorosa interpretazione effettuata in materia dalla Cassazione.

Attenzione: Si premette che la costituzione di un fondo patrimoniale (art. 167 cod. civ.), operato da uno o entrambi i coniugi, comporta un limite di disponibilità di determinati beni, vincolati a soddisfare i bisogni della famiglia. In linea di principio, quindi, il creditore (art. 170 cod. civ.) non può compiere azioni esecutive (né tantomeno cautelari) sul bene protetto dal “fondo patrimoniale” allorquando questi sia a conoscenza che l’obbligazione contratta dal debitore fosse estranea ai bisogni famigliari.

Gli orientamenti giurisprudenziali

Ma proprio sull’interpretazione del termine “bisogni della famiglia” le ultime sentenza della Cassazione sembrano aver svuotato di significato il contenuto di tale tutela protettiva concessa dal Legislatore.

Limitando il campo di indagine alle controversie tributarie, i relativi debiti collegati all’attività imprenditoriale di un coniuge/contribuente, seppur nella oscillante giurisprudenza delle Commissioni Tributarie, potevano trovare adeguata “protezione/schermo” nella presenza di un fondo patrimoniale.

E così si affermava che “un bene costituito in fondo patrimoniale può essere sottoposto ad esecuzione solo per debiti di natura familiare e non per debiti legati all’attività imprenditoriale della società debitrice”, in quanto “il debito fiscale a carico della società non può trovare causa se non nell’ambito aziendale e non anche nell’ambito familiare” (Comm. Trib. Regionale Milano, Sez. 32, 13 settembre 2013 n. 111).

Tale ‘regola’ è stata riaffermata in altra decisione della stessa Commissione Tributaria Regionale Lombardia laddove si è detto che nel “caso di debiti fiscali, manca quell’inerenza immediata e diretta fra il credito e i bisogni della famiglia, con la conseguenza dell’esclusione dell’azione esecutiva su tali beni” (Comm. Trib. Regionale Lombardia, Sez. 44, 31 luglio 2014 n. 4193; in tal senso, v. anche Comm. Trib. Regionale Toscana, Sez. I, 5 maggio 2014 n. 897; Comm. Trib. Regionale Lazio, Sez. 22, 8 aprile 2014 n. 2218).

La Cassazione negli ultimi tempi ha consolidato però un orientamento molto rigoroso che, di fatto, lascia poco spazio alla tutela dei beni destinati al fondo patrimoniale, e ciò a fronte di debiti tributari.

In particolare, la Cassazione con ordinanza 24 febbraio 2015 n. 3738 (ma si veda già in precedenza la sentenza Cass. 19 febbraio 2013, n. 4011) ha sottolineato che anche nel caso in cui il debito sia stato contratto nell’ambito dello svolgimento di un’attività di impresa, ma pur sempre per soddisfare i bisogni della famiglia, non potranno essere sottratti all’azione esecutiva i beni costituiti nel fondo patrimoniale. E nei “bisogni famigliari” vengono ricomprese anche le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi. Si è quindi affermato che “non potranno essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori i beni costituiti per bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione del tenore di vita familiare, così da ricomprendere anche i debiti derivanti dall’attività professionale o di impresa di uno dei coniugi qualora il fatto generatore dell’obbligazione sia stato il soddisfacimento di tali bisogni, da intendersi nel senso ampio testè descritto” (Cass., ordinanza 24 febbaio 2015 n. 3738 ).

Il tutto rende davvero stretta la via per una tutela del debitore, che pur in buona fede, all’inizio di una attività di impresa, abbia voluto salvaguardare determinati beni della famiglia da future azioni compiute dai creditori.

Avv. Federico Gaballo

Riferimenti normativi

  • D.L. 27 giugno 2015 n. 83, art. 12.

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