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Come quell'elicottero sul tetto dell'ambasciata a Saigon

La ritirata dei liberali

La ritirata dei liberali

Come quell’elicottero sul tetto dell’ambasciata a Saigon

Tradizione vuole che l’ultimo post prima delle vacanze sia un post a colori, l’immagine di una bella spiaggia assolata, un elenco di libri da leggere tra cui immancabilmente quello dell’autore, ecc.

Oggi invece, complice anche un’ afa subtropicale, mi sento di più come quell’ultimo elicottero che abbandona l’ambasciata americana di Saigon dopo aver perduto la guerra del Vietnam.

Precisazioni storiche

La foto di Hubert Van Es / UPI descrive l’evacuazione dal tetto del palazzo della CIA (non dell’ambasciata USA, come spesso viene scritto, erroneamente), al numero 22 di Via Lý Tự Trọng, Saigon, Vietnam, 29 aprile 1975.

Per conoscere meglio i riferimenti storici. 

La ritirata dei liberali

Da liberale ho sempre amato la dialettica politica ed i social mi hanno sempre permesso di confrontarmi con persone interessanti.

Oggi invece mi rendo conto che raggiungo le agognate vacanze sfuggendo dal dibattito politico.

Non ne posso davvero più di infinite discussioni sui vaccini (fatto), sul green pass (già ottenuto), sui tempi di prescrizione dei processi (il significato della prescrizione dovrebbe essere dato per scontato), ecc.

Stiamo continuando ad alimentare un circolo vizioso, spesso completamente scollegato dai fatti, portati a spasso come cagnolini da una classe politica imbarazzante. Per poi chiamare Draghi a far da supplente (e meno male!).

Non parliamo più di economia ma solo di sussidi.

Non parliamo più come, in piena crisi demografica, puntare sull’istruzione ed attrarre giovani talenti dall’estero ma sembra che tutto debba concentrarsi sui barconi del mediterraneo.

Il giornalismo in Italia è sull’orlo di una crisi di nervi tra il terrore dei licenziamenti e la rincorsa all’unica metrica: il click.

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La conversazione si sposta in luoghi chiusi

Vedo sempre di più la conversazione spostarsi dai social (luoghi aperti) a circoli o piccoli gruppi (luoghi chiusi).

Un fenomeno che ho osservato negli imprenditori più innovativi e che ho descritto nel mio “Restartup, le scelte imprenditoriali non più rimandabili”. Imprenditori molto focalizzati che preferiscono confrontarsi solo con piccoli gruppi selezionati per non disperdere tempo ed energie.

Ed in questi luoghi chiusi anche io alla fine mi ci rintano, sfinito dall’inutilità del confronto coi grandi numeri. Probabilmente non è un caso che questo scritto resti confinato a questo blog e non sia stato proposto a testate ben più blasonate.

Ed il rintanarmi mi ha fatto bene: il nostro Studio cresce, sono più concreto e fattivo, frequento persone preparate e sfidanti, ecc.

Ma tutto questo mi sottrae al dibattito. Ed il dibattito in democrazia è tutto.

Quel sottile senso di colpa e la voglia di tornare a fare ponte.

Oggi quindi stacco la spina, mi alzo in volo con un po’ di senso di colpa per chi è ancora sul tetto dell’ambasciata e vorrebbe scappare via ma non sa come fare.

Oggi stacco ma non del tutto. Ci aspetta un settembre da preparare, nuove persone da conoscere, webinar e tavole rotonde da organizzare, gruppi di studio da coordinare…

E tra i buoni propositi di queste vacanze il più importante credo sarà quello di ricaricare le pile per ritrovare le energie e tornare a fare ponte tra luoghi chiusi e luoghi aperti.

Un ponte stretto, magari sorvegliato e non di facile accesso, ma che deve tornare ad essere aperto.