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Moby Dick e quel matto di Achab così simile a chi fa impresa

Moby Dick e quel matto di Achab così simile a chi fa impresa

Dal 5 al 17 giugno Corrado d’Elia metterà in scena “Io, Moby Dick“, nuovo progetto ispirato al capolavoro di Hermann Melville, al Teatro Litta di Milano.

Come forse saprete da qualche tempo ormai (pur non essendo attore e quindi del tutto immeritatamente) faccio parte della Compagnia.

Il  Teatro è un grande aiuto per aprire la mente e provare a spaziare di più e cambiare l’angolatura nel vedere le cose. Straordinari gli spunti che ha saputo regalarmi sull’importanza dell’identità, come ben sa chi ha avuto occasione di confrontarsi con me durante qualche mio convegno.

Moby Dick tra ossessione e bisogno di conoscere

Moby Dick è il simbolo riconosciuto del desiderio dell’uomo di conoscere, o meglio, della piccolezza dell’uomo di fronte a questo comune desiderio.

A metà tra Ulisse e Caronte, Achab interpreta la lotta impari dell’uomo contro la natura, la sfida della ragione contro gli orrori dell’abisso e la battaglia spirituale dell’uomo con se stesso, sempre alla ricerca (oggi più che mai) di un senso disperato per la propria vita. Quell’indagine, quel desiderio, quella ricerca di assoluto, quel miraggio di verità e di grandezza che l’uomo insegue da sempre e non potrà mai afferrare a pieno.

Un piccolo zibaldone per chi fa impresa chiacchierando con l’uomo di teatro

Corrado torna a raccontarci una storia, una storia antica e moderna, una storia sull’estremo bisogno di conoscere e dominare la natura e sulla paura del confrontarsi con lei, con gli aspetti non controllabili dell’esistenza, e allo stesso tempo una storia sul raccogliere le sfide, le sollecitazioni che arrivano dall’esterno, sul focalizzarsi sull’obiettivo e sul rischio che diventi una ossessione. Tornando ancora una volta a parlare di uomini.

Ho chiesto un piccolo aiuto a Corrado d’Elia che ha saputo regalarmi qualche spunto in più, accettando questo mio sporcare il teatro, perché il teatro è vivo perché parla dell’uomo:

“I temi per chi fa impresa secondo me possono essere questi:

la determinazione all’impresa, sopratutto nel pensare a start-up in campi nuovi ed inesplorati. Achab non sa dove sia Moby Dick, ma va a cercarla… Non è Moby Dick che cerca Achab!

Gli uomini temono l’eccezionale! Non Achab, colui che ha l’idea e la racconta agli altri.

gli uomini della ciurma sono parti indispensabili della sua persona. Nessuno escluso. La metafora della barca è azzeccatissima come sai per un’azienda.

– Achab dice le stesse cose di Steve Jobs!!!! Niente paure, parlate anche con il cielo e i tuoni se serve ad arrivare dove volete voi!!!

– a volte Achab ricorda nella sua solitudine la solitudine dell’imprenditore.

– nel coraggio di affrontare le tempeste del mare, le difficoltà, che servono a non perdersi e a rinvigorire il proposito all’impresa: “soltanto chi è codardo abbassa il capo durante la tempesta. Abbiamo preso il fuoco per la coda e adesso niente può più fermarci: veniamo a prenderti Moby Dick!!!”

 

La Compagnia Corrado d’Elia

Tra le più attive ed apprezzate compagnie di prosa italiane, sintesi e nuovo percorso della storica Compagnia Teatri Possibili/Teatro Libero fondata nel 1996 dall’attore e regista Corrado d’Elia, la Compagnia si distingue per l’originalità della produzione e per la capacità di attrarre l’attenzione del pubblico e della critica.

Dopo essere stata per 18 anni la compagnia di punta del Teatro Libero di Milano, la Compagnia è ora in residenza al Teatro Litta presso Manifatture Teatrali Milanesi.

Tra le produzioni più note, Cirano di Bergerac di Rostand, Caligola di Albert Camus, Macbeth di Shakespeare, Otello di Shakespeare, Don Chisciotte di Corrado d’Elia da Cervantes, Io, Ludwig van Beethoven di Corrado d’Elia.

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Identità, qualche appunto, come in un ideale zibaldone.

Identità, qualche appunto, come in un ideale zibaldone.

Identità, questa parola da qualche tempo torna costantemente in ciò che leggo, nelle riflessioni con amici imprenditori, nel parlare di teatro: “È una parola che si può declinare, una parola dinamica, che racchiude in sé il concetto stesso dell’essere. È una parola social, #identità, una parola che racconta un percorso e insieme un continuo divenire. È straordinariamente concettuale. E soprattutto è contemporanea. Oggi continuamente ci chiediamo chi sono? Cosa so fare? Sappiamo fare tante cose e proprio per questo facciamo fatica a definire la nostra identità”.

Ho ripreso a giugno queste parole di Corrado d’Elia già in un articolo di qualche mese fa pubblicato su ilSole24Ore Identità, coerenza e altre cose difficili”. Scritte e riscritte più volte quasi a non volerle perdere.

Leggo di sfuggita due articoli su sue aziende in difficoltà condivise recentemente da un Professore del Politecnico:

Ed ancora una volta ciò che mi salta subito in mente è sempre e solo una parola: identità. Nel suo essere ciò che ci caratterizza e ciò che ci differenzia. Nel suo essere statica ma anche dinamica. Ed ancora un articolo (un pò facile e di cui salvo giusto il titolo che evidenzia un problema concreto) sul rapporto commercialisti e PMI “Il commercialista non basta più, Pmi alla ricerca di consulenza“. Stesse considerazioni: identità e ancora identità.

Sotto qualche appunto, come in un ideale zibaldone.

Identità (da Wikipedia)

Il concetto d’identità, nella sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e nelle altre scienze sociali, riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso nell’individuale e nella società, quindi l’identità è l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diverso dall’altro. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e cambiamenti sociali.

Identità societaria (da Wikipedia)

L’identità societaria (dall’inglese corporate identity) si riferisce all’immagine che un’azienda ha, o cerca di procurarsi, presso il pubblico (più raramente si utilizza questa espressione per riferirsi all’immagine dell’azienda presso i propri dipendenti) in modo da distinguersi dai concorrenti.

Essa rappresenta la forma più profonda e spirituale del marchio. In essa si identifica il “core” dell’azienda, ossia il nucleo (core identity), il quale generato dai valori dei suoi fondatori, dà origine alla visione ed alla missione aziendale.

Missione aziendale (da Wikipedia)

La missione (o scopo) di un’organizzazione o impresa (la sua “dichiarazione di intenti”), è il suo scopo ultimo, la giustificazione stessa della sua esistenza, e al tempo stesso ciò che la contraddistingue da tutte le altre. Esempi di missione aziendale:

  • Ferrero – «Qualità elevatissima, cura artigianale, freschezza del prodotto, accurata selezione delle migliori materie prime, rispetto e considerazione del cliente: ecco le “parole chiave” e i valori Ferrero, che hanno reso note e apprezzate da milioni di consumatori le specialità dolciarie prodotte nel mondo. Prodotti frutto di idee innovative, quindi spesso inimitabili pur essendo di larghissima diffusione, entrati a far parte della storia del costume di molti paesi, dove sono a volte considerati autentiche icone.»
  • Ferrari – «costruire vetture sportive uniche, destinate a rappresentare, in pista come sulle strade, l’automobile italiana d’alta scuola. Simbolo di eccellenza e di sportività, Ferrari non ha bisogno di presentazioni»
  • Walt Disney – «Rendere felici le persone (“To make people happy”)»

Identità: prima di tutto una sfida culturale

Un estratto più ampio di quanto scritto da Corrado sul suo profilo facebook e ripreso nel mio articolo pubblicato su ilSole24Ore ”Identità, coerenza e altre cose difficili”.

Mi imbatto su una recente riflessione di Corrado d’Elia, attore e regista teatrale, e mi sorprendo per quanto possa applicarsi non solo al suo percorso professionale ma anche alle nostre imprese, ai nostri studi professionali, a noi stessi come persone.

“In un mondo che cambia sempre più velocemente, che spesso fatica a comprendere dove sta andando, cosa sta facendo, cos’è diventato, nella dimensione liquida nella quale siamo immersi, di facili approcci e difficili approfondimenti, di rapide scoperte e di 1000 tweet in un secondo, porre la questione dell’identità ci sembra un buon modo per continuare ad indagare da una parte il nostro tempo e dall’altra comprendere lo stato del nostro progetto. La mancanza di ‘confini’ che ci suggerisce il mondo che stiamo vivendo, ci porta, oltre che a sentirci più liberi e più veloci, anche e soprattutto a sentirci sempre più smarriti e perduti dentro i suoi ‘non confini’.

A ben pensarci, le declinazioni del concetto di identità sono le vere domande del nostro tempo: identità nazionale, identità culturale, identità sessuale, identità biologica, identità di genere. Oggi l’uomo vive un disperato bisogno di capire chi è e di trovare qualcosa in cui credere, di capire, di essere protagonista, di identificarsi e di appassionarsi.

La parola identità è quindi il vero specchio del nostro tempo, la chiave di volta: è l’affermazione e la domanda insieme, la madre e la figlia, è l’iperbole poliedrica che ci contraddistingue e i mille volti che ci appartengono, una parola allo specchio in cerca di identità, buona da intendersi e da declinarsi sia al plurale che al singolare.

È una parola che si può declinare, una parola dinamica, che racchiude in sé il concetto stesso dell’essere. È una parola social, #identità, una parola che racconta un percorso e insieme un continuo divenire. È straordinariamente concettuale. E sopratutto è contemporanea. Oggi continuamente ci chiediamo chi sono? Cosa so fare? Sappiamo fare tante cose e proprio per questo facciamo fatica a definire la nostra identità”.

Morale della favola

Ogni cambiamento passa da qui, dal definire la nostra identità o, meglio, dal non smarrirla. Dallo scoprire come declinarla al passare del tempo, nel saper ascoltare ed ascoltarci. Una bellissima sfida, è questo il nodo. Gli strumenti, le procedure, quelle vengono dopo. Le persone no, quelle invece vengono prima. Sempre.

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